L’inquinamento ha una storia: questo è l’epilogo (6 di 6 puntate)

Tutt’altro che uno scherzo

È ben facile pensare
come tutto il mondo pensa,
ma pensare
come tutto il mondo penserà
fra trent’anni
non è da tutti.

(Arthur Schopenhauer, 1840)

Pare, troveroma ancor nostra baita?”. È l’esclamazione interrogativa accorata di un giovane valligiano perdutosi, in compagnia di suo padre, nella nebbia in alta montagna: Papà, troveremo ancora la nostra casa?

Originale, bizzarro, fantasioso. Perché? Perché aiuta a introdurre in qualcosa che di bizzarro e di fantasioso proprio nulla ha.

Verso la fine di novembre 2018 la TV ha mandato in onda un documento dal titolo Ultima Chiamata. Ciò che vi si diceva mi ha incuriosito e mi sono voluto procurare il DVD per analizzare meglio le varie parti del filmato. È accaduto che io abbia scoperto l’enunciazione di asserzioni che da tanto tempo vado personalmente sostenendo e che a piccoli spunti mi ci provo qui a pubblicare. 

Il contenuto del documento prende origine dall’uscita del libro The Limits to Growth risalente al 1972 come risultato di una ricerca svolta da un gruppo di giovani scienziati del MIT di Boston. Il concetto di fondo che ne regge i presupposti e lo sviluppo dialogico è quello della Terra, il nostro Pianeta, come sistema finito che sta sopportando un’espansione economica e demografica illimitata lanciata a comprometterne sempre più la capacità di resistenza. Il problema viene ripreso, con il DVD e la divulgazione televisiva, in una sequenza filmica curata dal regista e scenografo Tommaso Cerasuolo e prodotta da Massimo Arvat.

Un primo e fondamentale riferimento viene fatto al concetto di crescita a ritmo esponenziale, per il quale vale un esempio: raddoppiare il numero 1 e i successivi ogni volta (1-2-4-8-16-32-64-128…). Dopo appena 10 raddoppi otteniamo il n° 1.024, ma già dopo 20 si arriva a 1.048.576, come se la progressione seguisse una curva a parabola. La crescita esponenziale, nell’esempio, si addice oggi all’andamento della popolazione mondiale e alla ricerca del benessere.

Cinque scienziati statunitensi si dedicarono, per un lungo periodo di 40 anni, a dare un significato a quelli che sarebbero potuti essere i limiti della crescita. Si formò quindi presso il Massachussetts Institute of Technology un gruppo di studio composto da 17 scienziati sotto la guida di Dennis Meadows, che si prefisse lo scopo di esaminare l’andamento della crescita esponenziale nel sistema socio economico globale. Si arrivò tosto a formulare una serie di conclusioni: ci sono limiti fisici alla crescita, a breve termine; continuando al ritmo attuale supereremo i limiti e andremo verso il collasso; sono necessarie scelte alternative per raggiungere un equilibrio fra popolazione-produzione da una parte e l’ambiente con le risorse dall’altra; occorreranno 50 o 100 anni per raggiungere tale equilibrio.

La mente umana, sostengono gli scienziati del gruppo, ha formato la propria intuizione ed esperienza sulla base di sistemi semplici. Con i sistemi complessi, peraltro, applichiamo ciò che abbiamo imparato dai sistemi semplici. Oggi si fa impellente la necessità di legare la scienza alla società ossia coltivare scienza e materie umanistiche in modo non disgiunto.

“La popolazione e la produzione industriale crescono in misura esponenziale nel contesto di un pianeta finito. Questo comporta che a un certo punto sia la crescita a doversi fermare. La gente non capisce quanto veloce possa essere questo processo di trasformazione. Vediamolo con un esempio ancora: prendiamo un foglio di carta e pieghiamolo una volta in metà, due volte, quattro volte… Ogni volta è spesso il doppio. Se lo facessimo oltre 40 volte potremmo chiedere quanto sarà spesso il pezzo di carta.” Gli studenti presenti all’esperimento dicono che sarà in media spesso meno di un metro, ma la risposta corretta è che sarà spesso come la distanza dalla Terra alla Luna e oltre. Morale: quasi tutta la crescita si concentra negli ultimi raddoppi.

“È così che la gente vede la crescita nell’economia: nel breve periodo. Può essere un’ottima cosa, ma senza regole deve, prima di quanto pensiamo, scontrarsi con i limiti del nostro Pianeta.

“S’intravede una sola via d’uscita: una riduzione organizzata, un declino volontario oppure sarà la Natura a prendere il sopravvento e a riportarci forzatamente sotto i limiti che credevamo di poter superare. Se prendiamo decisioni per un tempo limitato e non ci proiettiamo mai 30, 40 o 50 anni avanti allora giocheremo sempre a nascondino con il sistema ecologico che si muove con passi molto pesanti. Il sistema attuale non basta a risolvere i problemi, finché tutti vogliamo di più. La risposta ai problemi è diversa da quella di quarant’anni fa, quando era ancora teoricamente possibile rallentare e raggiungere un equilibrio. Oggi questo non è più possibile. Abbiamo a che fare con sistemi dinamici di lungo periodo, non dovevamo aspettare di agire l’ultimo giorno, ma già a partire dal primo o dal secondo.

“Nel 1972 la prima Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente suggeriva di limitare la crescita della popolazione, di ridurre il consumo di risorse, di limitare l’impatto ambientale. Negli anni ’70 gli scienziati si resero conto che ci sarebbero voluti almeno altri 20 anni prima che i problemi del mondo fossero diventati più acuti e facilmente visibili. A quel punto potremo ricominciare a cercare di favorire un cambiamento verso uno sviluppo sostenibile. Sostenibilità significa: 1) mantenere ciò che abbiamo; 2) i popoli poveri hanno diritto ad avere altrettanto; 3) la tecnologia e i mercati potranno progredire senza arrecare molto danno all’ambiente, alle risorse. Tutto ciò, implicito nell’idea di sostenibilità, è pura fantasia. Non c’è praticamente alcuna possibilità che il modo occidentale possa mantenere gli standard attuali perché dipendiamo enormemente dall’energia a buon mercato. L’energia non è più conveniente e non lo sarà mai più.”

Gli autori del libro, soprattutto negli Stati Uniti, furono definiti malthusiani, profeti della catastrofe (Thomas Robert Malthus, economista inglese 1766-1834, identificò la causa principale della miseria nel fatto che la popolazione tende ad aumentare più rapidamente dei mezzi di sussistenza; mentre la popolazione tende ad aumentare in progressione geometrica (1-2-4-8) i mezzi di sussistenza tendono ad aumentare in progressione aritmetica (1-2-3-4); per questo propose la limitazione delle nascite).

“Non è più accettabile la visione di una crescita economica perpetua che quasi tutti gli economisti ci propinano. La crescita è una visione del futuro molto astratta e anche stupida; funziona bene come promessa elettorale. Il breve termine governa il mondo, nel senso che la maggior parte delle persone, dei politici e delle imprese sono interessati al profitto nel breve periodo piuttosto che a creare un mondo migliore per i nostri posteri.”

Jimmy Carter fu l’unico presidente USA a sostenere (18 aprile 1977) che il problema della crescita, senza precedenti nella storia, era la sfida più grande, a parte l’evitare la guerra, che gli Stati Uniti potessero dover affrontare: “La crisi energetica non ci ha ancora travolti, ma lo farà se non agiamo subito. È un problema che probabilmente peggiorerà nel corso del secolo. Non resta che sperare di lasciare un mondo decoroso ai nostri figli e nipoti. Dobbiamo semplicemente bilanciare il nostro bisogno di energia con il rapido consumarsi delle risorse. Agendo ora possiamo controllare il nostro futuro, invece che lasciare che il futuro controlli noi”. Jimmy Carter voleva l’installazione del 20% in più di pannelli solari entro la fine del secolo. Visone certamente illuminata della realtà quella del presidente USA, ma la sua analisi della situazione pare oggi più particolarmente dovuta a una preoccupazione per il rapido esaurirsi delle risorse energetiche e in sott’ordine per il mondo che avremmo lasciato a chi ci avrebbe seguito nelle sorti del Pianeta.

Alexander King, il 9 luglio 1984 ad Helsinki, parlando di Aurelio Peccei, scienziato del gruppo, così si esprimeva: “È sorprendente, incredibile che in questo periodo di superpotenze e multinazionali, demagoghi e mass media, un singolo uomo, con pochi amici, abbia potuto avere così grande influenza sull’opinione pubblica. Ora la nostra conclusione è che abbiamo oltrepassato i limiti. Domanda: le società democratiche sono in grado di affrontare il problema?”. Molti risposero di no. “Facendo i calcoli vedo che le emissioni umane di CO2 continueranno a crescere fino al 2030 e poi diminuiranno per tornare nel 2050 ai livelli attuali. Prevedo che non raggiungeremo la riduzione dal 50 all’80% nelle emissioni di gas serra come concordato dalla comunità internazionale. I tagli saranno dello 0% entro il 2050. Questo significa che la temperatura globale sarà di due gradi più alta rispetto a quella che precedeva l’era industriale. Il vero problema risiede nella possibilità di un cambiamento climatico che si autoalimenti nella seconda metà di questo secolo. Se continueremo a emettere gas serra al ritmo previsto la temperatura aumenterà di 3 gradi nel 2080, il che potrebbe essere sufficiente per iniziare a sciogliere la superficie ghiacciata della tundra o almeno per spostare il confine della tundra verso Nord. La tundra rilascerebbe allora il metano e il diossido di carbonio per ora contenuti nella sua massa ghiacciata. Grandi quantità da gas serra scioglierebbero più tundra che a sua volta rilascerebbe più metano nell’atmosfera, e se questa serie di eventi sfortunati dovesse proseguire non ci sarebbe più niente da fare. Se questo processo dovesse iniziare e continuasse fino a che tutta la tundra sarà sciolta, tutto il metano sarebbe liberato nell’atmosfera.

“Occorre smettere di immaginare di poter raggiungere la sostenibilità spostandoci sulla resilienza (capacità di assorbire un trauma continuando a svolgere le stesse funzioni). Occorre spostare l’obiettivo dallo sviluppo sostenibile a uno sviluppo di sopravvivenza, quindi incrementare auto elettriche, energia idroelettrica, eolica. Basta spostare dall’1% al 2% del totale della forza lavoro e del capitale, cosa che il sistema capitalistico non può fare, ma questo è possibile con le tecnologie esistenti. Il capitalismo è basato sul profitto, non sui progetti socialmente utili. Il problema sta nell’attitudine a pensare a breve termine, come fa solitamente l’individuo medio che si riflette nella democrazia la quale si riflette nel capitalismo, sistemi di governo che abbiamo scelto per guidare le nostre vite.

“Dal 3 al 14 giugno 1992 si tenne la Conferenza mondiale dell’Ambiente a Rio de Janeiro. In 20 anni, dal 1972, si sono tenute 18 Conferenze sull’Ambiente. Oggi constatiamo che due gradi centigradi in più alzano di 300-350 metri la linea abitativa degli alberi, per cui la vegetazione che attecchisce sulle Alpi si sposta 350 metri più in su. Le zone climatiche si stanno spostando verso il Polo Nord di 5 km all’anno, così come accade per la temperatura, gli alberi, gli uccelli, ogni cosa segue questo movimento. 

“Nei prossimi 20 anni, diciamo fino al 2030, ci saranno più cambiamenti nell’Unione Europea di quanto possiate immaginare, più cambiamenti in 20 anni che in tutti gli ultimi 100. Cambiamenti politici, sociali, ambientali e anche economici. Molte delle nostre convinzioni subiranno un cambiamento.  Pagare i danni del cambiamento climatico costa di più che accettare di vivere entro i limiti sostenibili del nostro pianeta. Dobbiamo ricorrere all’energia solare, abbondante e più conveniente.”

E, per tenerci aggiornati, le notizie del 12 gennaio 2021: nel Meridione d’Italia sbocciano le mimose, in pieno inverno, con quasi due mesi di anticipo, mentre al Centro Nord è allarme gelo per ortaggi e verdure sepolti da neve e ghiaccio. Le temperature sotto zero mettono a rischio le coltivazioni invernali, come cavoli, cicorie e broccoli in molte regioni. Colpiti anche gli allevamenti. Sono notizie che provengono da un monitoraggio di Coldiretti sugli effetti del clima impazzito che divide l’Italia in due parti nettamente distinte. Nel corso dell’ultimo anno si sono verificati più di quattro eventi estremi al giorno, tra grandine, tornado, nevicate anomale e rialzi di calore. Qui giunto nell’analisi di alcuni punti nodali dei “Limiti della Crescita”, mi voglio concedere la libertà di rilasciare alcune considerazioni personali.

Ciò che si sarebbe dovuto fare almeno 40 anni fa è ora irrinunciabile, indilazionabile, anche se siamo in gravissimo ritardo. Gli scienziati di Boston accennano alla possibilità di una riduzione organizzata delle emissioni inquinanti, a un declino volontario del ritmo di vita e di benessere a cui agogniamo. Vero, ma che cosa significa e che cosa viene a implicare? La riduzione di cui si parla, visto il punto a cui siamo arrivati, dovrà essere assai pesante, ma come ci si può arrivare? Dire alla gente: “consumate di meno, accontentatevi del necessario e rinunciate al superfluo, al lusso, a rincorrere tutte le vostre esigenze di grandezza”, può essere utile? Chi ascolterebbe un richiamo simile se, come pare accertato, tutti noi aneliamo, sempre, a migliorare il nostro stato, la nostra condizione sociale, il nostro livello di ricchezza e di benessere? Fermarci a ciò che abbiamo e cercare di mantenerlo senza volere di più sarebbe già una conquista, ma anche in questo caso vi sarebbe lotta fra chi adotta tale comportamento e chi ne disconosce i limiti. La volontà interessata ai consumi può essere indirizzata soltanto con restrizioni imposte a tutti ossia con l’imposizione di tasse molto gravose che renderebbero più difficile l’accesso alle risorse. Una politica così immaginata si ripercuoterebbe negativamente, come sempre è accaduto, sulle fasce deboli della popolazione, che sarebbero quelle destinate a pagare il prezzo maggiore per tutti, mentre i ricchi ne sarebbero ben poco toccati: il solito divario delle disuguaglianze di opportunità, la solita forbice che si apre all’infinito. Necessità vorrebbe, allora, che si applicasse da subito un sano principio di uguaglianza ossia un modulo di accesso ai beni, capace di abbattere i baratri creatisi nel tempo fra ricchi e poveri. Non è più pensabile, per una serie di ragioni ineluttabili, che nella società vi sia una moltitudine a rischio di sopravvivenza perché costretta a campare con poco più di 500 Euro al mese e una minoranza che di Euro al mese ne porta a casa 90 mila, con tutte le gradazioni intermedie di esenzioni, stipendi e pensioni da favola e benefici di cui gode una larga fascia della popolazione medesima. Se il carburante costa 1,200 Euro deve poter essere acquistato sia dai ricchi sia dai meno fortunati in finanze. Io ho proposto da tempo ormai e lo sostengo con sempre più rafforzata convinzione, che nessuno sia costretto a vivere con una entrata mensile inferiore a 1.500 Euro, cifra che già di per sé richiede attenzione e parsimonia nell’amministrazione della spesa quotidiana. Nello stesso tempo, nessuno, ripeto “nessuno” dovrebbe percepire, anche se ricopre cariche di alta responsabilità, un emolumento mensile superiore ai 5.000 euro, neppure il Capo dello Stato, neppure i politici, i magistrati, le alte cariche della funzione pubblica, delle Forze Armate, neppure i grossi industriali, i calciatori, gli sportivi di fama, i cantanti e artisti di grido e via dicendo. Le famiglie, poi, con particolari situazioni critiche al loro interno e dunque bisognose di aiuto, dovrebbero essere sgravate da tutta una serie di tassazioni e agevolate con un sistema di “bonus” tale da assicurare loro una vita per lo meno dignitosa. I generi di lusso, voluttuari, non indispensabili dovrebbero diventare soggetti a tassazioni di misura proporzionata al loro valore. Pensiamo un po’ quanto denaro si risparmierebbe e quante sevizie all’ambiente verrebbero risparmiate con una riduzione drastica dei consumi per minori disponibilità di spesa e, di conseguenza, con l’abbattimento delle emissioni nocive. Quando gli scienziati parlano di declino volontario, interpreto questa formula con ciò che ho esposto qui sopra, dacché la “volontà” di cambiamento non può essere accollata all’individuo, ma a una organizzazione politica che sia capace di mettere in moto sistemi e mezzi di convinzione efficaci.

Quante parole ho buttato in aria anch’io con queste mie analisi un po’ affrettate. Penso ancora ai nostri bimbi e a quelli che nasceranno, e rabbrividisco. Ma poi, nel bel mezzo del mio approccio a scrivere, ecco che mi capita fra capo e collo un’ultima rivelazione: è del 9 gennaio 2021, ore 7 su Televideo. Si legge che “Secondo Copernicus Climate Change Service della UE, punto di osservazione della ‘salute’ planetaria, il 2020 è stato l’anno più caldo su tutto il globo terrestre, come era successo già nel 2016. La decade intercorsa tra il 2011 e il 2020 è stata la più calda mai registrata e il fenomeno del surriscaldamento va dimostrando di crescere in frequenza”.

Oggi come oggi sappiamo che non possiamo più fare finta di niente: la realtà ci si presenta nel suo aspetto più oscuro e minaccioso e noi ci troviamo disarmati, soprattutto per l’atteggiamento delle ultime generazioni che hanno assunto come dovere morale quello di non fare mancare niente ai propri figli, di non abituarli allo spirito di conquista, di dare loro tutto e subito, di immergerli nell’illusione che la vita sulla Terra sia una bella corsa a godere di tutto il godibile possibile. È cosa certa che con un taglio culturale così imposto non saranno mai i singoli individui a decidere per un “declino volontario”. Se qualcuno decidesse in quel senso diverrebbe subito lo scemo del villaggio, resterebbe sempre più povero nell’assistere alla fuga – a breve termine – di tanti altri che corrono verso il godimento e il benessere. D’altra parte, se fosse la volontà politica a imporre una deviazione di rotta drastica e improvvisa nella possibilità di acquisto dei beni di consumo, succederebbe allora senza alcun dubbio una rivoluzione generale con gente che scenderebbe in piazza e per le strade a protestare non solo, ma con bastoni alla mano a prendersi quanto è necessario per tirare avanti con la famiglia. Vogliamo arrivare a tanto? Guardiamo ancora avanti, là dove si proietta il futuro dei nostri figli e nipoti. Ci vorrà tempo, ma, come succede in tutti i tentativi di guarigione da una ferita profonda, non trascuriamo di rinnovare sovente gli esami clinici e di cambiare le bende sporche con medicazioni progressive e garanti di miglioramento. Accontentarci di meno, sì, a iniziare da chi ha goduto di eccessive fortune, pensando, infine, che il problema non è limitato a casa nostra, ma coinvolge tutti gli abitatori del Pianeta.

Detto tutto questo, andiamo a vedere che cosa succede sulla scena dei provvedimenti assunti fin verso la fine di febbraio 2021. Dall’Onu perviene un allarme sul clima: si denuncia il mancato impegno nell’onorare le decisioni assunte. Sono impegni insufficienti, a partire dall’accordo di Parigi sul clima, perché molto lontani dagli obiettivi stabiliti. L’allarme è oggi chiamato “allarme rosso” ed è in base a esso che l’Onu sollecita i Paesi inquinatori a passare dalle parole ai fatti. “Nel 2021, o la va o la spacca – dice Guterres – per limitare l’aumento delle temperature a 1,5 gradi dobbiamo ridurre le emissioni inquinanti del 45% entro il 2030 rispetto al 2010”. Solo 75 Paesi, compresi tutti quelli UE, l’hanno fatto, ma rappresentano solo il 30% delle emissioni totali. E intanto il mondo degli umani pare attanagliato da due mostri: la minaccia di collasso ecologico per il nostro Pianeta da una parte e, dall’altra, le varianti pandemiche che si divertono a farci scervellare su come liberarci da questo male impalpabile. Pare che la Natura, sull’orlo di essere sopraffatta dalla demenza umana, abbia pensato: “Non volete fermare la corsa alla distruzione? Ebbene, ci penso io, mezzi a disposizione ne ho a profusione, questione di sbizzarrirmi”, e una maledizione perversa pare voler spazzare via tutte le futilità venute dalla mano dell’uomo.

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