Perché la guerra? (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 1 di 15)

La dittatura della ragione.

Questa è una riflessione sul Carteggio comprendente una corrispondenza epistolare – patrocinata dall’Istituto Italiano per gli Studi filosofici – avvenuta il 30 luglio 1932 fra il padre della Fisica, Albert Einstein e il padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud.
Lasciamo dunque parlare due dei personaggi più rappresentativi del pensiero primonovecentesco, con qualche parafrasi e qualche piccola licenza di aggiustamento sintattico lessicale, da parte di chi scrive, senza peraltro discostarci dal rigore scientifico della conversazione.
Il contenuto che segue sarà rappresentato attraverso le voci di tre personaggi: E. per Einstein; F. per Freud; C. per il commentatore esterno.

La corrispondenza inizia con una domanda a bruciapelo:

E. C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E aggiunge: Sino a ora nessun tentativo di soluzione è approdato a risultati tangibili.

F. Inizierei per esprimere il mio pensiero spostando la questione sul piano di un rapporto fra diritto e forza, meglio fra diritto e violenza, poiché l’uno di questi aspetti dell’organizzazione sociale si sviluppa dall’altro. L’uomo è inserito in un contesto sociale e questa sua situazione conduce inevitabilmente all’insorgere di conflitti di interessi che per lo più vengono decisi e risolti ricorrendo all’uso della violenza. Persino fra gli animali succede qualcosa del genere.

C. Non solo, ma anche fra i vegetali, vedi le piante parassite, vedi le piante carnivore, vedi le difese attuate con la diffusione di ostacoli spinosi o di sostanze tossiche, vedi, ancora, la supremazia degli alberi che salgono più in alto alla ricerca della luce a spese di altri che avvizziscono e scompaiono negli strati più bassi della foresta.

F. Se retrocediamo sino ai primordi della civiltà constatiamo come fosse determinante, allora, il possesso di una preponderante forza muscolare. Quando, poi, l’umanoide apprese a fare uso di strumenti [la clava, il fuoco], la supremazia si spostò a favore degli individui che sapevano forgiare armi più efficaci e che avevano sviluppato più sofisticate abilità nel maneggiarle. Fu così che la forza muscolare bruta cedette spazio alla superiorità intellettuale.
I risultati più drastici e promettenti si ottennero, per il più forte, allorché questi si accorse di poter mettere a tacere l’antagonista uccidendolo. Non solo, ma il vincitore con ciò riusciva a soddisfare un’inclinazione pulsionale.

C. Allora c’è poco da fare: se in ciascuno di noi alligna un’inclinazione pulsionale alla violenza e alla soppressione del diverso, come sarà possibile arrestare tale tendenza devastante? È un po’ come cercare di trattenere la furia dell’acqua di un torrente in piena ponendo qua e là qualche sasso per scongiurare in più punti l’esondazione, quando ormai l’impeto della corrente ha preso il sopravvento e si fa beffe di tutti i nostri sforzi. Dovremo allora rassegnarci a convivere con una natura intima prestata alla violenza?

E. È tuttavia possibile affrontare almeno l’aspetto organizzativo della questione ovvero proponendo la creazione di un’autorità dotata di potere legislativo e giudiziario. Un’autorità, dunque, investita del potere di comporre tutti i conflitti che possano sorgere fra Stati in posizione di antagonismo. Ognuno di questi Stati, d’altra parte, dovrebbe sottoporsi al vincolo di rispettare in assoluto i decreti emessi da quell’autorità.

C. Ma quali e quanti di questi Stati rinuncerebbero alla propria sovranità in nome di una fiducia da stabilirsi con un vincolo di reciproca credibilità?

F. L’evoluzione della stirpe umana vorrebbe trovare una direzione che allontanasse dalla violenza e indirizzasse all’adozione universale del diritto. Una strada, in verità, c’è, ed è una sola: quella che potesse disporre un bilanciamento tra lo strapotere di un unico individuo e l’unione di un numero determinato di più deboli. Perché il diritto è la potenza che rende forte una comunità, ma a una condizione, che l’unione dei più sia stabile, salda e durevole. Una comunità preposta alla sicurezza dei popoli contro la guerra deve godere di continuità, per potersi organizzare, emanare leggi di carattere preventivo e controllarne l’osservanza.
La violenza può essere debellata soltanto attraverso la trasmissione del potere a una comunità più vasta, a sua volta tenuta insieme dai legami emotivi stabiliti fra i propri membri. Due, infatti, sono gli elementi che mantengono coesa una comunità: uno è rappresentato dalla coercizione violenta, l’altro si rifà ai legami emotivi stabiliti fra i suoi componenti.

Foto tratta da Wikipedia

E. Emergono da subito alcune difficoltà: appare lontana la possibilità di erigere un tipo di organizzazione internazionale così inattaccabile da poter emettere verdetti e sentenze incontestabili e da riuscire a sottomettere con la forza gli Stati recalcitranti o ribelli.

F. Una comunità del tipo menzionato può avere attuazione e risultare efficiente sul piano sociale qualora sia costituita da un numero di individui di forza paritaria. Se, tuttavia, il diritto vantato dalla comunità diviene espressione di rapporti di forza ineguali, allora si viene a creare con estrema facilità un disequilibrio fra i detentori del potere e i loro sottomessi ai quali sono concessi limitati diritti. In caso di disparità nella distribuzione della forza possono nascere, auspicabilmente, nuovi rapporti di potere, ma accade più spesso che sia la classe dominante a non accettare variazioni nel sistema di conduzione sociale e politica, cosa che può indurre l’insorgere, per mano della parte opposta, di insurrezioni e di nuove forme di violenza dalle quali emergerebbe la necessità di stabilire un nuovo ordinamento giuridico.

E. È inevitabile che per garantire una sicurezza internazionale duratura nel tempo ogni Stato debba rinunciare senza condizioni a una parte della propria libertà d’azione ossia alla propria sovranità. Sono convinto che non possa esistere altra via per raggiungere la sicurezza di cui andiamo parlando.
Abbiamo una serie di ostacoli che si frappongono all’istituzione di una organizzazione superordinata per tutelare la sicurezza generale fra i popoli. Uno dei più resistenti si pone nella sete di potere esibita dalla classe dominante che, inevitabilmente, si porrebbe in atteggiamento contrario a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale.

C. Se guardiamo agli atti propedeutici che hanno portato allo scoppio degli ultimi conflitti mondiali non abbiamo difficoltà a scoprire una sequenza autoreplicante: qualcuno, in genere una persona sola, certa di ottenere l’appoggio di alcuni proseliti, declama ad alta voce le proprie opinioni intessendole in un ordito fatto di parole altisonanti – Patria, Dio con noi, grandezza, missione, civiltà, la razza, le rivendicazioni – particolarmente adatte a galvanizzare una parte degli ascoltatori. Se, poi, questa persona sa muoversi con atteggiamenti, anche posturali, esprimenti sicurezza, fierezza, volontà ferrea e sa portare la voce a toni alti e gravi, tali da richiamare l’attenzione anche a distanza, è allora sufficiente che un ridotto manipolo di seguaci avalli il contenuto dei discorsi, delle invettive, delle promesse, degli incitamenti lanciati al vento, passi quindi a fare eco alle parole del protagonista imitandone persino lo stile istrionico e i tratti della personalità. Si ingenera un processo di infezione sociale che conduce all’accrescersi del primitivo manipolo con l’assorbimento di molti altri membri che si associano all’idea propugnata in seguito a facile condivisione: chi per fede politica, chi per amore verso determinati ideali, chi per avventura, chi, spesso, costretto perché è stato soggetto a violenza. Il declamatore solitario, il protagonista, non più solo, si circonda in men che non si dica di personaggi influenti, particolarmente voraci di avanzamento di carriera, ambiziosi, egocentrici, forti di potere e sprezzanti verso gli altri. Si viene a creare, in questi casi, un circolo vizioso in cui questo gruppo di proseliti, facendosi stretto attorno al leader, incide sul rapporto personale diretto facendo accrescere a dismisura il potere del capo eletto, non per estrema considerazione sua, ma unicamente per poi ottenere da lui, collocato così in alto e investito di un potere quasi assoluto, incarichi di prestigio e opportunità di accelerare il proprio iter professionale verso mete di eccellenza. Non importa se, all’ultimo, qualcuno si avvede che il leader non possiede le qualità di cui è stato rivestito, che, anzi, dimostra di essere assolutamente mediocre, inferiore a moltissimi altri nel partorire idee e nell’assumere decisioni; ora egli, creato ad artificio, non è altro che uno strumento in mano ai sui diretti sottoposti. L’importante è che il sistema sia stato eretto e funzioni; tutto il resto, il popolo, gli avvenimenti storici, gli errori di Stato, le avventure disastrose intraprese, persino il leader, non hanno più valore. La conclusione di questo stato di cose non può essere altro che il disastro e il portatore delle maggiori sofferenze non può essere che il popolo ingannato e trascinato alla rovina.

F. Ovunque, all’interno di qualsiasi collettività, non può essere evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Tornando alla guerra, s’è detto anche che essa costituisce il mezzo eccellente per addivenire a una pace durevole, ma questo non accade, perché i successi legati alla conquista non sono di per sé durevoli e, di conseguenza, le unità appena create sono facili a disintegrarsi.
Abbiamo constatato come l’umanità, nel corso dei secoli, abbia sostituito alle continue guerricciole i grandi conflitti armati portatori di immani devastazioni e sofferenze. Si possono dare due metodi per giungere a una prevenzione sicura della guerra. Il primo lo si ravvisa qualora gli uomini raggiungano la capacità di accordarsi per costituire un’autorità centrale con il potere di comporre tutti gli opposti conflitti di interessi, vale a dire una Corte suprema sopraordinata alle deliberazioni contrastanti di più Stati. L’accenno è per la Società delle Nazioni, ma questa struttura non dispone purtroppo di una forza propria, perché è alla forza che in molti casi si rende necessario e inevitabile fare ricorso.

C. Così l’Organizzazione delle Nazioni Unite: c’è, ma si dichiara, da quanto dimostra di fare o non fare, impotente a fronte dei molteplici rovinosi conflitti che affliggono l’umanità. Possiede, è vero, una sua forza, i cosiddetti Caschi Blu, ma per qualche più o meno recondita ragione di questa forza non dispone nella misura che sarebbe necessaria sul piano operativo e risolutivo.
Pare comunque evidente che il tentativo di abbattere la forza reale per mezzo della forza delle idee non abbia avuto vita lunga. L’assioma è uno solo: il diritto originariamente era violenza bruta ed è quanto vale ancora ai nostri tempi.

E. Questa è una seconda domanda: la sete di potere che invade una minoranza arriva persino a soggiogare la massa del popolo pur sapendo, quest’ultimo, che l’entrare in guerra porterà solo morte, miseria e sofferenze. Come è possibile tutto ciò?

Foto tratta da Wikipedia

F. È relativamente facile trascinare gli uomini nella mentalità di fare guerra, dato che la via per raggiungere, stimolare e ravvivare la pulsione all’odio e alla distruzione è perennemente aperta.
La cosa curiosa, ma anche drammatica, è che le due pulsioni presenti nell’uomo, l’Eros e la distruttività non agiscono disgiunte fra loro. La pulsione distruttiva è sempre presente [come una pentola in ebollizione] e opera per portare l’uomo alla rovina, per ricondurre infine la vita allo stato di materia inanimata.
Quando parliamo di pulsione distruttiva parliamo anche di pulsione di morte che diventa distruttiva nel momento in cui si rivolge all’esterno. Accade così che l’essere vivente protegge se stesso distruggendo l’altro da sé. Paradossalmente è un modo di scaricare una tensione con il conseguente effetto benefico per chi ne è l’artefice.
Non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Eliminare l’aggressività umana e dare la stura a parametri di uguaglianza tra i membri di una comunità non è altro che un’illusione. Il motivo di quanto ho enunciato non trova spiegazione nel progetto inattuabile di far scomparire l’aggressività umana, quanto invece nel tentativo di deviarla al punto che essa non arrivi a trovare espressione nella guerra.
Le cause che conducono alla deflagrazione dei conflitti armati sono oscure e il loro esito sempre incerto. Forse esse finiranno per portare all’estinzione del genere umano.
Dei caratteri psicologici della civiltà due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto per il dominio della vita pulsionale e l’interiorizzazione dell’aggressività.

C. Sempre che l’interiorizzazione dell’aggressività non prenda, nell’individuo, la meno auspicabile direzione contro se stesso, nel qual caso sarebbe distruttiva per il soggetto stesso che la gestisce. Anche qui occorre riformulare il significato di aggressività attraverso un rinnovato processo di sublimazione.
In un certo senso Freud, trattando di argomenti inerenti alla vita interiore, parla di sublimazione, termine che indica l’utilizzo dell’energia allo stato potenziale nelle pulsioni aggressive e il suo incanalamento verso scopi etici e sociali.

F. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, allora è d’uopo ricorrere al suo antagonista ossia all’Eros. Tutte le componenti umane capaci di far sorgere legami emotivi fra gli individui devono per loro natura agire contro la guerra. Legami emotivi che possono essere di due tipi: a) le relazioni che, al di fuori di quanto potrebbe essere inteso in un’ottica fuorviante di sessualità, siano simili a quelle che si hanno con un oggetto d’amore [per oggetto d’amore possiamo riferirci al lavoro, ai figli, alla Patria, alla famiglia, a un interesse scientifico-artistico-sportivo-speculativo, a una delle tante attività benefiche e altro ancora]; facile a dirsi, in vero, ma difficile e piuttosto improbabile ad attuarsi: b) l’identificazione con gli altri da sé, un processo, questo, che sviluppa solidarietà significative tra gli uomini.

C. Trattando il tema che riguarda l’oggetto d’amore, ricordo che spesso rammentavo agli studenti di Scuola Media, al seguito del verificarsi di casi importanti di conflittualità: “Sarebbe cosa bellissima che riusciste ad amarvi l’un l’altro. Non posso costringervi a tanto, ma una cosa la esigo da voi tutti, senza condizioni: che vi portiate reciproco rispetto!”.

F. C’è poi un secondo metodo per devitalizzare le tendenze che stanno alla base dei conflitti armati. S’è detto che l’organizzazione sociale porta inevitabilmente alla separazione fra capi e seguaci. I capi ci saranno sempre, questo è fuor di dubbio, sono coloro che detengono più raffinate capacità intellettive, intraprendenza e una formazione culturale di eccellenza, anche se non è detto che questi tre requisiti debbano per forza coesistere. Devono inoltre essere facili al pensiero e alla sua trasmissione tramite il linguaggio, accentratori spregiudicati dell’attenzione e votati a divenire notevoli punti di riferimento.

E. Già, i capi e il popolo che li segue in massa. In parte si può comprendere la dinamica attraverso la quale si riesce a soggiogare un popolo, con la posizione di forza data alla classe al potere dai mezzi di educazione-convincimento di cui dispongono sia la scuola sia la stampa, non escluse le organizzazioni religiose.
A questo riguardo mi pongo una domanda ancora: come è possibile che una gran quantità di persone si lasci suggestionare e convincere sino al punto di farsi invadere da spinte al furore e di accettare il sacrificio della propria vita?
Non vedo altra risposta se non nella constatazione che l’uomo coltiva in se stesso il piacere di odiare e di distruggere, un piacere che ne accompagna perennemente l’esistenza restando in attesa, quasi in dimensione di potenzialità e latenza, per scatenarsi qualora si presentino occasioni propizie di carattere, sì, eccezionale, ma sufficientemente gravi da indurre tale passione ai livelli nefasti di una psicosi collettiva.
Questa è una domanda con la quale concludo la mia richiesta di una spiegazione logica al sorgere della guerra fra gli uomini: se ho parlato di psicosi dell’odio e della distruzione possiamo ugualmente sperare in una possibilità di dare all’evoluzione psichica umana un corso tale che prometta di resistere alle spinte feroci di tale psicosi?  

F. Come stavo dicendo dei capi che sono nelle condizioni favorevoli per assoggettare i popoli, è proprio a essi, i capi, che va dedicato un particolare tipo di educazione perché abbandonino ogni forma di egoismo e di tornaconto personale, perché coltivino l’indipendenza di pensiero, amino e diffondano la verità, si rendano immuni alle intimidazioni. Ecco quali sarebbero le persone degne di guidare le masse alle quali sia stata negata l’autonomia. E sarebbe la realizzazione di una vera e propria dittatura della ragione, ma tale resta nel vagheggiamento di una speranza soltanto utopistica.
Forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alla guerra in un prossimo avvenire.

C. Gli eventi storici del 1940/1945 e tanti altri di pari distruttività non hanno dato sicuramente seguito alla magnifica esortazione di pace fra gli uomini.

F. Noi ci indigniamo fortemente contro la guerra per vari incontestabili motivi. Tuttavia non possono essere dati all’ostracismo tutti i tipi di guerra. Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa. Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

C. L’unica guerra ammissibile è quella difensiva, in contrapposizione alle campagne belliche di conquista, invasive e oppressive della libertà di altri popoli. Ma la guerra difensiva si erge contro un’offesa proveniente dall’esterno, e qui il cerchio si chiude. Chissà se dovremo cercare la quadratura del cerchio?!

(Adattamento di m.b.)

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