Una storia fantastica – Il Battaglione Saluzzo del 2° Reggimento Alpini (4)

Cukla, Rombon, Canin.

Tre cime che assistettero a sacrifici di molto superiori alla forza di sopportazione umana, poco conosciuti e poco analizzati dalla storiografia, se non nei versi di qualche mesto canto rimembrante le giornate di gelo e di fuoco. Degni di segnalazione, nel contesto, il lavoro di Massimo Peloia, 1915-1917 Destinazione Rombon, Ed. DBS, Rasai di Seren del Grappa (BL), luglio 2018 e quello affine di Marco Pascoli, La Battaglia dimenticata della Val Resia, Ed. Gaspari, Udine 2014.
Siamo al triste epilogo di Caporetto. Il Batt. Saluzzo stava per cadere nei lacci di un’insidia dai risvolti drammatici, per liberarsi dalla quale fu costretto a battere vie impervie, a superare ostacoli irti di difficoltà spesso insormontabili, a scontrarsi con un nemico ben organizzato sulle proprie posizioni, adeguatamente equipaggiato e armato. Il reparto era forte di quattro Compagnie di Alpini, la 21a, la 22a, la 23a e la Compagnia Complementare.
La 21a, già alle dipendenze del Capitano Mario Musso in Carnia due anni prima, era ora comandata dal valoroso Capitano Giovanni Mauro sino al 26 ottobre, poi dal Tenente Alessandro Radaeli. Già la sera del 23 ottobre, nel dirigersi verso il Monte Rombon, era stata bersagliata da un intenso bombardamento. Aveva poi ricevuto ordine dal Colonnello Cantoni, comandante il Gruppo Rombon, dapprima di coprire il grosso del Battaglione Saluzzo dal tentativo austriaco di aggiramento alle spalle, quindi di muovere in ripiegamento verso Sella Prevala, il valico che, sopra i duemila metri, conduceva nella Valle di Resia verso i centri di Resiutta e Moggio sul Canal del Ferro.
La 21a, ancora, si sarebbe posta in retroguardia rispetto al Gruppo Rombon. Lo spostamento si protrasse per l’intera notte fra il 24 e il 25 ottobre. Giunta sulla Sella Prevala il mattino del giorno 25, nel pomeriggio riuscì a neutralizzare un violento attacco sferrato dai contingenti austriaci. Ma gli Alpini dovevano continuare a combattere con altri non meno devastanti nemici: la fame, il freddo, il gelo, lo sfinimento fisico.
Allorché raggiunse il valico, la 21a Compagnia passò alle dipendenze del Colonnello Cavarzerani al cui comando era sottoposta la parallela Val Raccolana. Il Battaglione Saluzzo ebbe il compito di occupare i dossi sovrastanti per scongiurare sorprese di avanzata da parte di nuclei armati avversari. Il 26 ottobre era ormai ridotto, il Saluzzo, a 358 Alpini e 14 Ufficiali.
Nella notte sul 26 ottobre divamparono scontri ravvicinati nel corso dei quali si distinsero con valore gli Alpini del Saluzzo nonostante la scarsità di viveri, di munizioni e la dotazione di un vestiario leggero assolutamente inadatto al clima rigido di quelle quote in una stagione fattasi improvvisamente ostile. Là, come altrove, usciva vincitore chi poteva vantare la migliore dotazione di armamenti. I nostri avversari mettevano mano a numerose mitragliatrici, mentre su tutto il Battaglione Saluzzo era rimasta una sola arma automatica idonea al fuoco.
Accusammo pesantemente, anche nella situazione descritta, la disparità di dotazioni in fatto di armamento moderno, così come si verificava in altre zone di guerra e fra altri reparti combattenti. Come afferma Gianni Pieropan nel Saggio introduttivo al Diario “1916. Mancò un soffio” di Karl Schneller, l’esiguo numero di 600 mitragliatrici che costituiva la dotazione assegnata al nostro Esercito testimoniava clamorosamente “la pressoché cronica impreparazione e carenza di mezzi dell’esercito italiano”.
Nel bel mezzo della lotta i comandanti italiani di reparto inoltravano ripetute e sollecite richieste onde ottenere gli indispensabili rifornimenti, senza speranza alcuna di un riscontro positivo. Là in basso era ormai un fuggi-fuggi generale; i soldati, molto spesso abbandonati a se stessi dai quadri superiori, non ricevevano ordini ed erano ridotti allo sbando, i Comandi avevano pressoché smarrito i contatti reciproci, tutto si lasciava a un penoso e crescente stato di abbandono.

Intanto lassù, sulle creste a est e a ovest di Sella Prevala (nella foto), tra il 26 e il 27 ottobre i terribili confronti a fuoco con le truppe imperiali avevano lasciato inermi sulla neve un centinaio di Alpini e quattro Ufficiali. Una sorte impietosa aveva decretato che il giorno 27 sarebbe stato segnato da una lotta furibonda, protratta con esiti corpo a corpo. Si disse che le sparute formazioni dei nostri Alpini dovettero far fronte a una falange di ben tre reggimenti austriaci. Là dove non arrivavano i colpi mortali del fuoco nemico ci pensavano il gelo e la tormenta a falcidiare le compagini dei nostri Combattenti.Ora si trattava di trovare una via di salvezza: non si presentava altra direzione percorribile se non quella che avrebbe inciso le aspre pareti innevate del massiccio del Canin. Il passo incerto su un terreno quanto mai insidioso e difficile era accompagnato, per tutto il tragitto, da una incessante bufera di neve e ghiaccio. Numerosi casi di congelamento e di debilitazione fisica per la mancanza del sostentamento minimo necessario inchiodarono un numero spropositato di Alpini lungo quella via di vero Calvario.
La 21a Compagnia si trovava ridotta ormai a una quarantina di uomini validi. La sera del 27 ottobre le pervenne l’ordine di ripiegamento: si sarebbe dovuta raggiungere, attraverso il Canin, la località di Sella Buia, ma quel percorso disseminato di pericoli inghiottì le vite di molti di quei ragazzi rimasti sulla coltre ghiacciata o scivolati nei crepacci senza alcuna speranza di sopravvivenza. L’esodo infernale che avrebbe dovuto condurre in salvo il Battaglione Saluzzo si concluse infine, nei giorni 28 e 29 ottobre, con la caduta in mano austriaca di buona parte del reparto, insieme al comandante, Maggiore De Giorgis, in quel di Stolvizza verso la parte mediana della Val Resia.

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