RELIGIONE – RELIGIOSITÀ (in quattro puntate)

2.    Credere e sperare. La salvezza

La missione della Chiesa cattolica fu sempre, da quanto apertamente dichiarato, un mandato divino, quello di diffondere la parola di Dio fra le genti e in ogni angolo del mondo.
Con queste parole Gesù si rivolgeva al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quanto hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi.” (Matteo, 19°, 21). In altre occasioni così si esprimeva alla presenza dei suoi discepoli: “Non vogliate accumulare tesori sulla terra…” (Matteo, 6°, 19)… “un ricco entrerà difficilmente nel regno dei cieli… è più facile per un cammello passare per una cruna d’ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli.” (Matteo, 19°, 23-24).
Vorrei aggiungere, per inciso, che i primi cristiani erano molto rigorosi, quasi rigidi nell’interpretare i passi che leggevano sui Vangeli, li prendevano integralmente, alla lettera. Così intendevano che il giovane ricco, non sentendosela di rinunciare a tutti i propri beni, voltando le spalle all’invito di Gesù avesse sottoscritto anche il proprio reciso rifiuto alla salvezza. Ma con il passare del tempo quell’atteggiamento così ortodosso mutò e ciò accadde con Clemente Alessandrino (150 – 211,216, maestro della scuola catechetica di Alessandria, Quis dives salvetur?Chi fra i ricchi si salverà?) il quale trovò una via d’uscita alle restrizioni imposte dal primordiale modo di interpretare le scritture, proponendo due modi d’essere della vita di un cristiano: la perfezione che sarebbe stata il distintivo di pochi eletti, e la bontà a cui avrebbero anelato tutti gli uomini nella ricerca della salvezza. Tornando al giovane ricco, allora, egli era sicuramente una persona buona e giusta, lo aveva apertamente professato a Gesù assicurandogli la propria continuità nell’assolvimento del dovere. Quindi, anche i ricchi si salvano, il cammello si assottiglia così tanto che, simile a un esile filo, passa agevolmente attraverso la cruna dell’ago. Non solo, ma, come categorizzò Origene, nessuna delle anime volute da Dio può, neppure volendolo, rinunciare alla salvezza, poiché le anime, venute da Dio, a Lui sono destinate a tornare, cosa che fanno immancabilmente all’estinzione del corpo.
Già, la salvezza! Dalle pene dell’inferno, immagino. Ma qui mi imbatto in una delle ricorrenti contraddizioni, perché l’uditorio che aveva ascoltato quelle sentenze estreme proferite da Gesù non poté fare a meno di attraversare un momento di sconcerto, di profonda inquietudine. Dice infatti Matteo: “Udito ciò i discepoli, molto meravigliati, esclamarono: Chi potrà dunque salvarsi? E Gesù, guardatili, disse loro: Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile.” (Matteo, 19°, 25-26). Resto anch’io alquanto perplesso nel trovarmi di fronte a tale enunciato verbale. Dunque un ricco non può entrare nel regno dei Cieli, a nessun costo, se proprio un cammello non può passare per la cruna d’un ago. Per salvarsi non si può essere ricchi, occorre fare dono di tutto il superfluo a chi ne ha più bisogno. E i discepoli che, come anche accade a noi tutti, cercavano di superare alla meglio le traversie della vita terrena con la conquista di maggiore agio, di maggiore sicurezza, il che vuol dire con l’accumulazione di ricchezze, devono essere rimasti di stucco nel dedurre che nessuno di loro sarebbe andato in Cielo, ma che tutti sarebbero finiti tra le fauci di Belzebù. La logica stringente del “se…allora” non lasciava alternative, il giovane ricco non si sarebbe salvato, pur osservando i Comandamenti, e neppure essi, i discepoli, avrebbero conservato qualche speranza di salvezza. Ma Gesù li rassicura: se gli uomini non ci possono far nulla, a Dio tuttavia tutto è possibile. Un po’ come dire: tranquilli, non ci pensate, non fatevene un cruccio, voi siete fuori dalla scena delle grandi decisioni, è il Padre mio che farà ciò che è giusto, a lui ogni cosa è possibile. Già, ma farà le cose per trarci fuori dalla palude oppure si scorderà di noi e ci lascerà nelle tenebre dell’abisso? Se dobbiamo avere fede nelle parole di Gesù, allora o prendiamo alla lettera le sue prime sentenze in materia di possesso di beni e, di conseguenza, riduciamo la nostra vita terrena al minimo delle possibilità di sussistenza per favorire chi vive nell’indigenza più nera oppure, e pare la via più comoda e rassicurante, chiudiamo un occhio su quel che ha detto inizialmente e poniamo fede al prosieguo delle sue parole, portando in alto il “tutto è possibile a Dio” rappacificando le nostre coscienze, sicuri che Dio ci aprirà le porte del paradiso anche se abbiamo tenuto per noi le ricchezze accumulate. Non ci chiederà che cosa abbiamo fatto dei nostri beni superflui allorché sapevamo benissimo che ogni cinque secondi al mondo moriva un bambino per fame? Un bell’inghippo davvero, e quanti dubbi!
Intanto il concetto di cui si parla tanto, quello della “salvezza” alla quale tutti aneliamo, che ripropone il quesito: “salvezza da che cosa?”. Una salvezza che, già dai primi tempi della Chiesa di Gerusalemme, veniva ora considerata in senso universale – i prodromi del cattolicesimo – ora in dimensione privata, riservata ai soli “eletti”. Il concetto, poi, della “genuinità” del messaggio di Gesù, nella forma che a noi è pervenuta e che è stata rivelata: un messaggio originale o rimodellato attraverso un progressivo processo di modernizzazione? Che cosa aveva a che fare quella corrente nazionalista zelota e antiromana con la figura di un Gesù che, dalla lettura dei Vangeli canonici, si pone per certi aspetti in palese contrasto con le correnti messianiche coltivate fra il popolo, apparendo addirittura, in alcune sue espressioni, nella luce di personaggio filo-romano e anti-ebraico? Tutto ciò che senso avrebbe o non avrebbe avuto se i Romani non avessero messo piede in Palestina?
Gli zelanti della Legge, risalenti a quella parte dei discendenti di Mosè, chiamati “ebioniti” – o poveri – sostenevano essere Gesù un uomo nato e vissuto come tutti gli altri, distintosi tuttavia per particolari virtù, e propensi a collocare la salvezza nelle opere, oltre che nella fede.


La Verità


La chiave di tutto il sistema che regge il potere politico-religioso sta qui: nella verità indiscutibile che proviene dalla volontà divina. Una verità che viene rivelata, una volontà che viene trasmessa soltanto a pochi eletti, papi e vescovi, di fronte ai comandamenti dei quali le enormi turbe non possono fare altro che chinare il capo, con “timore e tremore”. Questi profeti della verità divina, guai a sospettare il contrario, sono infallibili, e lo sono senza la minima ombra di dubbio perché ispirati direttamente da Dio.
Interpretare le Scritture, la Parola di Dio, ispirati da Dio. Sono tre profili di uno stesso volto che non può fare a meno di porre pesanti interrogativi. Ho già scorso, in un mio attuale lavoro (Regno celeste, Impero terreno – Volumi I – II – III, IBN Editore, Roma 2019-2020) del quale riporto qui alcuni stralci, una serie di occasioni in cui sono emerse contraddizioni, enormità, incongruenze, anacronismi concettuali assurdi, discordanze all’interno della Bibbia. Ma per gli esegeti cattolici tali non sono. Lo ribadisce la Costituzione Dogmatica del Concilio Ecumenico Vaticano II Dei Verbum, come spiega con piacevole vivacità Piergiorgio Odifreddi (Perché non possiamo essere cristiani, pag. 28). Perché tutto va interpretato, e allora quel che sembra così non è da intendersi così ma cosà, e chi detiene l’esclusiva dell’interpretazione è il sacerdote; mai azzardarsi, l’uomo qualunque, a muovere una propria seppur piccolissima interpretazione. Come il pittore con la tavolozza in mano e il pennello ad accarezzare una bozza, libero di usare i colori e i tratti aggiuntivi che meglio ritiene opportuni. Ne verranno edizioni diversissime, e può darsi che nessuna di quelle risponda alle nostre richieste estetiche. Perché quella è Parola di Dio e Dio ha parlato ai Profeti. Già, chi me ne dà garanzia? Quelli si professano chiamati da Dio, come Paolo di Tarso si autoproclama investito dalla voce di Dio a portare la buona novella fra i pagani, come il papa si autodefinisce infallibile. Possibile che tanta confidenza con il Padre eterno sia virtù soltanto di qualcuno? Possibile che esistano ancora i prescelti? Ah, ma essi sono ispirati. Vorrei chiedere due cose soltanto: che cosa intendono per essere ispirati? Quale sigillo tangibile sanziona l’essere un’idea, un concetto, un’affermazione frutto di ispirazione? A me sembra di trovarmi nel bel mezzo di una bella favola, bella forse neppure tanto ma sicuramente assurda e del tutto irrazionale. Non mi resta che andare in piazza a declamare che ho conosciuto personalmente il Messia e che la mia testimonianza attuale è frutto di ispirazione divina; a seconda dei tempi non ho che due vie d’uscita: il manicomio o il rogo! – Fine della divagazione.
Sarà il Concilio Ecumenico Vaticano I, riunito da Pio IX nel 1869, a sancire l’essenza dogmatica dell’infallibilità papale, a investire il pontefice di un’autorità spirituale che travalica e assume in sé ogni potere temporale, a sottomettere con assolutezza l’intero episcopato mondiale all’autorità di Roma.
Chi ha colto in pieno, a parer mio, la posizione di supremazia vantata dalla Chiesa cattolica su ogni altra espressione di potere terreno è stato il buon Gian Giacomo Rousseau con un’affermazione assai sagace che così suona: “La Chiesa decide che la Chiesa ha diritto di decidere”. Un aforisma così prepotentemente tautologico non ha che una giustificazione: l’ispirazione divina. La Chiesa, infatti, fonda la propria supremazia sulle verità rivelate. Da chi? Da Dio. A chi? Ai profeti. Quando? In tempi lontani, molto prima che arrivassimo noi su questa terra. E, queste verità, dove le trovo? Nei Testi Sacri, naturalmente, tutti scritti sotto ispirazione divina. Con questo ipotetico e un po’ bizzarro viaggio a ritroso mi porto ai Libri Sacri. Ma, chi l’ha detto che sono stati scritti sotto ispirazione divina? L’ha detto Dio stesso? A chi? In quale forma e circostanza? Ah, bella questa, l’ha proclamato niente meno che in un’assise di Padri autorevoli, tutti sorretti dall’ispirazione divina. Quale, di grazia? Più di una, almeno due per l’esattezza. Prima il Concilio di Trento nel 1546 che stabilì essere sacri e canonici, quindi irrefutabili nella loro interezza, dunque senza esclusione di parti, i libri che usualmente vengono letti nelle funzioni celebrate dalla Chiesa cattolica. Pena l’anatema. Non c’è dubbio, dal momento che anche il Concilio Ecumenico Vaticano II – questa la seconda circostanza – ribadisce, a quattro secoli di distanza, la medesima sentenza, con la dovuta precisazione che i libri sacri sono stati composti per ispirazione dello Spirito Santo e come autore eleggono Dio stesso il quale ne ha fatto deliberata consegna alla Chiesa cattolica; di più: sono stati scritti da quelle precise persone che la Chiesa cattolica individua, perché scelte da Dio affinché, sotto la sua direzione, scrivessero esclusivamente quelle cose che Egli aveva deciso fossero scritte, in direzione avversa a qualsiasi altra fonte non dichiarata canonica.

È così che si arriva, giocoforza, a dichiarare che il papa non può sbagliare in quanto in materia di fede è assistito dallo Spirito Santo che ne garantisce l’assoluta infallibilità.
La Chiesa cattolica si para sempre dalla parte della ragione, e lo fa accampando quell’onnipresente istanza chiamata “ispirazione divina” che sarebbe prerogativa soltanto di certe persone sedicenti sacre nonostante, spesso assai, la loro palese indegnità emerga di fronte al Vero e al Giusto. Così accade a Pio XII il quale può dunque affermare, nel 1950, che i primi undici capitoli del Genesi sono da annoverarsi senza remore nel genere storico, accettando anche l’intrusione di eventuali narrazioni popolari le quali non guastano tuttavia, perché sorrette – anche quelle, alla bisogna! – dall’ispirazione divina e quindi esenti da qualsivoglia errore.
Dicevo della possibilità di accreditare storicità e autenticità alla narrazione evangelica quale essa si presenta oggi ai nostri occhi. Per citare l’autorevole studioso Messori (Vittorio Messori, Patì sotto Ponzio Pilato?), dirò di avere l’impressione che l’Autore si preoccupi quasi esclusivamente della veridicità dei fatti esposti dagli evangelisti, ma senza sfiorare il problema che concerne l’eventuale contraffazione che ne sarebbe seguita più tardi a opera di copisti e Padri della Chiesa. Messori confuta la tesi cosiddetta filo-romana secondo la quale i Vangeli sarebbero stati scritti per compiacere ai romani dominatori in Palestina. Così, per essere precisi, almeno nella prima parte della sua esposizione. Per quanto riguarda le manomissioni egli stesso arriva a un certo punto ad ammettere che i testi evangelici possano essere incorsi in variazioni di qualche tipo nel corso del tempo, come quando annuncia che è possibile scoprire l’omissione operata da alcuni copisti, già a partire dal secondo secolo, del versetto 34 nel capitolo 23 di Luca. Quel versetto poneva sulle labbra di Gesù l’implorazione al Padre perché perdonasse i suoi carnefici. Messori vuole tuttavia edulcorare il peccato di omissione sostenendo che molti di quei copisti, di fronte a una simile declamazione, rimasero sconvolti a tal punto da rifiutarsi di riportarne le parole. Farei subito osservare che un’ammissione di innocenza in un simile frangente si pone come una scusante inspiegabile e assai grave nei confronti di ciò che si voglia pensare attorno all’autenticità dei Vangeli. L’ammissione della liceità di una debolezza siffatta, anche per un solo caso, basta da sola ad autorizzare il lettore a gettare sospetti su qualunque altro episodio – e quanti ce ne sono! – rivestito di acuta drammaticità o di intollerabile inumanità.
Su tutte le discussioni che si possono intavolare attorno all’autenticità, alla storicità, alla Verità rivestite dai Testi spicca in conclusione, lasciata sola a se stessa, la figura di un uomo, attorno alla quale si sono accatastate testimonianze e anche costruzioni chimeriche, un uomo che è venuto alla ribalta quasi nell’anonimato, che sapeva parlare persino a un pubblico scelto e competente, che adduceva argomentazioni talvolta inarrivabili e incomprensibili, che ammaestrava il proprio seguito di discepoli per lasciarli infine disillusi nella sua scelta consapevole di esporsi a una fine ignominiosa, degna di infamia. Un uomo che si dice abbia profuso promesse audaci, difficili a decifrarsi, un uomo che forse ha lasciato di sé una traccia visibile su un telo di lino, una traccia che per fede non era necessaria, ma che per ragione crea confronti e scontri di idee senza rivelare ancora nulla di sé e della presunta divinità che in essa potrebbe celarsi, un uomo sulla cui stessa natura si sono innalzate numerose strutture concettuali e alla cui ombra si sono svolti fatti storici di grande portata sociale e di enorme implicazione nell’evoluzione culturale dei popoli, non senza ampie parentesi riempite di atroci sofferenze inferte da uomini a uomini.
La questione, ribadisco, risiede in ciò che è stato fatto dei testi originali nel corso dei secoli, allorquando le manipolazioni consapevoli e tendenziose veramente trovarono, così va correndo il mio pensiero, terreno favorevole in occasione delle ricopiature. Messori circoscrive il problema dell’autenticità sì o no all’opera degli evangelisti; non lo sfiora minimamente l’idea che il problema possa essere spostato avanti nel tempo e collocato in contesti caratterizzati da spinte ideologiche evolutive mutate. Cioè, in parole povere, di Gesù e dei suoi discepoli ci possiamo fidare; non di coloro che ne hanno preso in mano l’eredità deformandola, plasmandola e rimodellandola a loro piacere. D’altra parte, nonostante tutte le contraddizioni interne dei Vangeli e le discordanze fra i quattro, credo che su queste, volendo, si possa ampiamente sorvolare nella considerazione della differenza di esperienze e di modi d’intendere i fatti reali propri di ciascuno dei quattro estensori. I vangeli integralmente autentici, allora, ce li possiamo sognare: non sarebbero quelli che leggiamo oggi, di loro non v’è più traccia se si vogliono escludere i ritrovamenti di frammenti di Qumran e di Nag Hammadi.
Nell’anno 1955 presso la grotta n° 7 di Qumran furono trovati diciannove frammenti scritti in greco, i primi in assoluto dei ritrovamenti che sarebbero seguiti. Un valente studioso, padre José O’Callaghan, analizzò il frammento n° 5 impiegando il procedimento così detto della “sticometria” consistente nel prevedere ogni riga scritta composta da un numero costante di lettere, circa venti per quanto riguarda la Bibbia, e riuscì a individuare alcuni versetti attribuiti a Marco. Se le grotte di Qumran furono sigillate nell’anno 68, in piena guerra giudaica, il frammento doveva essere certamente anteriore al 70, anno della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio perpetrata dai romani. Fu un altro studioso, Jean Carmignac, a sostenere che il vangelo completo di Marco datasse a tempi anteriori addirittura al 45. All’inizio del 2012 ci si convinse che Qumran era luogo di culto degli Esseni. Gli ultimi accertamenti hanno confermato la teoria dello studioso Roland de Vaux secondo la quale l’area archeologica di Qumran, dove furono rinvenuti i “Rotoli” del Mar Morto, avrebbe costituito, nel primo secolo dopo Cristo, un “luogo adibito al culto” del gruppo ebraico degli Esseni. Le grotte dei dintorni sarebbero state usate come nascondiglio dove proteggere i manoscritti ai tempi della rivolta antiromana, nell’anno 70 dopo Cristo. Per la prima volta un’équipe italiana, nell’ambito di una missione internazionale, ha potuto fare oggetto di studio le giare, conservate da sessant’anni nei sotterranei del Museo Rockfeller di Gerusalemme, nelle quali erano custoditi i Rotoli. Torniamo a constatare fra l’altro, dall’esame condotto sui testi antichi recentemente ritrovati, che la crocifissione era una pratica recisamente vietata dal giudaismo e condannata nei Rotoli di Qumran, così come non si ha traccia scritta che il popolo del Vecchio Testamento avesse perseguitato i profeti. I Rotoli di Qumran possono essere fatti risalire a un periodo che si pone tra il 225 a.C. e il 115 d.C., non essendo facile la loro collocazione cronologica. Esami più circostanziati, tuttavia, fondati sul tipo di linguaggio usato nei Rotoli, ne fissano la datazione al primo secolo d.C. – Si può dunque credere che essi riguardino fatti avvenuti nel primo secolo e in particolare quelli implicati nella rivolta antiromana del popolo palestinese.
I cinquantadue frammenti rinvenuti a Nag Hammadi nel 1945, sopravvissuti con probabilità grazie a qualche persona illuminata che volle sottrarli alla distruzione ordinata dalle autorità ecclesiastiche dopo averli dichiarati portatori di eresia, giacquero relativamente al sicuro in alcune giare per circa sedici secoli. Dan Burstein riferisce di un Vangelo di Maria, all’interno del quale è rinvenibile la raccomandazione, a chi cerca la Verità divina, di concentrare i propri sforzi in se stesso. – Tommaso stesso riporta le parole di Gesù Cristo: “Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto.”
I ritrovamenti dei reperti di Nag Hammadi nel 1945 e dei manoscritti di Qumrān nei pressi del Mar Morto nel 1947, se servirono a sollevare un mare di dubbi costituirono nondimeno una documentazione di nuove rivelazioni e motivo di confronto per aprire la via a ulteriori studi sul caso. I manoscritti rinvenuti a Kirbet Qumrān, nella fattispecie, ci hanno fortunosamente restituito brani di tutti i libri protocanonici dell’Antico Testamento e le copie quasi complete dei Libri di Isaia e di Abacuc, ma anche testi apocrifi e scritti che narrano interessanti particolari circa l’organizzazione e il credo coltivato dagli esseni, chiamati anche “setta di Qumrān”. Si pensa che tali documenti fossero stati sottratti ai danni che loro avrebbero arrecato gli eventi distruttivi della prima guerra ebraica svoltasi attorno al 66-70; sono tutti datati a prima dell’anno 70 d.C.
Come pare esistano più di uno Vangeli di Giuda, la stessa cosa si potrebbe sostenere per il Vangelo di Tommaso, quello compreso nei Vangeli dell’infanzia e che appare di gran lunga discordante dal testo rinvenuto a Nag Hammadi. Sembra verosimile dover abbracciare la tesi che ogni singolo scriba godesse di un repertorio tutto particolare di informazioni, di testimonianze e riflettesse nei propri resoconti il clima storico-culturale imperante nel contesto al quale egli apparteneva. Chi crede nell’ispirazione divina, dunque, deve tornare un momento sui propri passi e scegliere: o affermare che ognuno dava voce al proprio strumento scrittorio a seconda delle conoscenze, delle vedute personali e dell’influenza ambientale-sociale e negare di conseguenza l’intervento di una fonte divina ispiratrice oppure selezionare una e una sola di quelle voci e farne oggetto di fede attribuendole origine divina e, nel medesimo tempo, combattere sino all’annientamento le altre versioni dell’accaduto.

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