Poteva essere una Caporetto

Breve rassegna dell’epopea Alpina nella Grande Guerra, in 7 puntate

Episodio #05

Siamo ancora in Carnia, poco più a est del Passo di Monte Croce Carnico e delle cime contese del Pal Piccolo, del Pal Grande e del Freikofel. Era la zona di guerra dalla quale si apriva una dorsale dominata dal monte Lodìn e dalla cima Val di Puartis sulla testata dell’alta Valle d’Incarojo, Comune di Paularo. Qui erano appostati a presidio della zona frontaliera due battaglioni alpini, il Saluzzo e il Val Varaita insieme a un battaglione di Bersaglieri: più precisamente, la 21a compagnia del battaglione Saluzzo, la 223a del battaglione Val Varaita (2° regg. Alpini) e l’8a del XXXV battaglione 10° bis Bersaglieri.
Quella che stiamo per affrontare è una vicenda che, per i caratteri peculiari di ordine strategico, avrebbe potuto giocare, come poi avvenne con forte rischio, un ruolo di scacchiere determinante per le sorti della guerra già nelle sue fasi iniziali.
Alla base della cima Val di Puartis, quota 1579, poco a ovest del Passo Melèdis, era appostata la 21a compagnia del battaglione Saluzzo, comandata dal capitano saluzzese Mario Musso. I Bersaglieri e il grosso del battaglione Val Varaita occupavano il tratto occidentale di Val di Puartis ossia la massicciata del monte Lodìn sulla cima del quale erano state inviate tre squadre di Alpini del Val Varaita con un giovane sottotenente, il vicentino Michelangelo Casara.
Furono questi due, il Musso e il Casara, con la loro accanita resistenza, a frapporre seri ostacoli ai tentativi di penetrazione perpetrati dalle truppe austroungariche in quel fatidico martedì 14 settembre 1915.
Gli Austriaci avevano effettuato un fortunoso avanzamento spingendo la loro XII brigata da montagna, tra una serie e l’altra di attacchi di sorpresa e aspri scontri a fuoco, lungo la linea di frontiera. Con una diversione strategica su quei siti le armi austriache avrebbero avuto buon agio nell’esercitare un facile controllo che, da tale linea, poteva essere esteso su tutta la conca di Paularo e che avrebbe consentito di aprire la via alle truppe imperiali per una successiva infiltrazione nella vallata sottostante.
Lo scenario descritto divenne teatro delle eroiche imprese della 21a compagnia del capitano Musso, subito impegnata in una mischia furiosa su tutto il tracciato delle proprie trincee. Il fatto che gli Austriaci fossero infine riusciti, con forze preponderanti, a occupare la dorsale alpina, che avessero stabilito posizioni in punti capaci di dominare l’intera testata del Chiarsò, il torrente traboccante nel Canale d’Incarojo, che la sorte degli eventi avesse loro arriso consentendo la posa in linea di potenti rafforzamenti, tutto questo insieme faceva sì che ogni azione offensiva lanciata dai nostri Alpini si trovasse a dover superare immense difficoltà.
Il capitano Musso già presagiva quel che stava per accadere, messo in allarme dai ripetuti tentativi di penetrazione perpetrati da grosse pattuglie austriache.
Quelle che potevano sembrare scaramucce limitate a un territorio ristretto lasciarono il posto a preoccupazioni più gravi. Era il 5 luglio quando un fonogramma inviato dal generale Goiran avvertiva il ten. col. Cattalochino, comandante del battaglione Saluzzo, dell’approssimarsi di un attacco nemico contro il fronte “Cima Avostànis – Passo Promosio”. Al nuovo comandante del battaglione, magg. Luigi Piglione, subentrato il 26 giugno al collega Cattalochino, veniva affidato il compito di salvaguardare efficacemente il collegamento tra i battaglioni alpini Saluzzo e Borgo San Dalmazzo, con l’avvertenza di impedire qualsiasi tentativo di infiltrazione che gli Austriaci avessero prodotto in direzione Culèt-Cravostes.

Perché questa precauzione? Perché la direzione che sto per descrivere, cartina alla mano, era uno dei pochi passaggi critici utilizzabili per portarvi un tentativo di infiltrazione garante di esiti favorevoli. Se gli Austriaci fossero riusciti a transitare per il Passo Promosio (Kronhof Törl, m 1770) avrebbero avuto facile accesso a una rapida discesa verso Casera Malpasso (m 1619), al valico di Sella Cercevesa verso Casera Cercevesa, Casera Fontanafredda bassa (m 1541), poi breve risalita verso Casera Dimòn (m 1612) sino al M. Culèt (m 1591) e alla Csta Cravostes (m 1662) a 2500 metri circa in linea d’aria ovest del Cul di Creta.

Certamente da qui avrebbero potuto facilmente battere le nostre postazioni di mitragliatrici e di fucileria sul Cul di Creta e la Stua di Ramàz, ma per loro sarebbe stato anche abbastanza facile invadere il versante carnico verso nord-est attraverso la “Malelastre” sino a raggiungere la Stua di Ramàz oppure verso sud-ovest su sentieri e strade che ancor oggi discendono alle Casere Montute, Cuesta Robbia, Valdaier e, di seguito, attraverso la Forcella Liùs e la Forcella Duròn raggiungere Paularo. Da qui la prosecuzione verso la pianura avrebbe con forti probabilità creato un disorientamento crescente nelle nostre linee, e di questo i nostri avversari erano ben consapevoli. Attraversato il Canale d’Incarojo e il Canale di San Pietro che proviene dal Passo di Monte Croce Carnico avrebbero potuto incontrare facili occasioni per congiungersi con le truppe affini in discesa da Tarvisio-Coccau rafforzando una ulteriore irruzione verso Gemona del Friuli, Osoppo, San Daniele e oltre il Tagliamento. Una sinergia di sforzi vista in questi termini avrebbe costituito una potenza d’urto quasi irresistibile.
Spostandoci più a est c’è da dire, a questo proposito, che nel periodo maggio-giugno 1915 la Val Resia e la Val Raccolana, confluenti nel Canal del Ferro o di Tarvisio, rappresentavano direzioni di possibile infiltrazione per gli Austriaci, anche e soprattutto perché perdemmo prematuramente molte occasioni che sarebbero state assai favorevoli a un nostro balzo in avanti. Lo schieramento italiano, infatti, aveva lasciato trascorrere ben tre mesi cruciali prima di attaccare a fondo le difese austriache nella Conca di Plezzo, lasciandosi così sfuggire una possibilità di successo che non si sarebbe più ripresentata. Noi avevamo bei progetti come, ad esempio, l’appostamento di artiglierie nei pressi di Stolvizza (Val Resia), ma non si arrivò a realizzarli. Così disponevamo di postazioni di artiglieria non ultimate, non armate oppure attrezzate soltanto con pesanti ritardi. In quella che fu una guerra fondata sulla disponibilità di materiale bellico l’Esercito Italiano soffrì pesantemente, all’inizio delle ostilità, di uno stato di inferiorità che si protrasse per tutti i primi dodici mesi di conflitto armato, non solo, ma anche a motivo dell’insufficiente addestramento di cui disponevano ufficiali e truppa. Gli Austriaci, sì, contavano su un numero inferiore di battaglioni in prima e in seconda linea, e anche in riserva; erano tuttavia in grado di combattere in condizioni che li favorivano, come la mobilitazione di reparti già temprati al fuoco e la puntuale occupazione di posizioni forti, dominanti, arricchite quindi di numerose difese accessorie. Mentre nel lasso di tempo corrente fra il 24 e il 31 maggio 1915 la proporzione delle forze avverse volse a vantaggio degli Austriaci, noi agivamo con lentezza, indecisioni, ritardi, eccessiva prudenza. Non corre dubbio che gli Austriaci, forti degli iniziali successi conseguiti in Galizia sui Carpazi e a Gallipoli, avrebbero approfittato di questo nostro atteggiamento a temporeggiare e lo avrebbero fatto con solerzia se solo avessero trovato un cuneo di infiltrazione fra le nostre schiere. Il passo successivo sarebbe stato il tentativo di aggiramento delle nostre Armate sull’Isonzo. Sul fronte carnico, infatti, avevano iniziato a sferrare, già all’inizio di giugno del 1915, attacchi locali e verso l’Isonzo si erano garantiti il possesso delle teste di ponte di Tolmino e di Gorizia, mentre le nostre formazioni non avevano ancora raggiunto una linea adeguata a organizzare la difesa. Le nostre truppe dislocate lungo il settore del fiume Fella, forti dapprincipio di 13 battaglioni, si limitarono a occupare i colli di frontiera nel momento in cui avrebbero potuto spingersi sino al Rombon in Conca di Plezzo, non ancora presidiato, posizione di eccezionale importanza strategica. Come si legge in E. Faldella, il Batt. Pinerolo si era spinto, vittorioso, oltre l’Isonzo e avrebbe conseguito ulteriori successi se non fosse stato inspiegabilmente richiamato. Così i Battaglioni alpini Susa, Exilles, Val Pellice, Val Dora, Val Cenischia, con il risultato di vedere sfumata l’occasione buona per occupare la dorsale del Monte Nero, occasione colta invece dalla 3a Brigata da Montagna austroungarica. Allo stesso modo perdemmo la dorsale Sleme-Mrzli, pressoché indifesa, tra il 25 e il 27 maggio 1915, lasciata anche quella alla 3a Brigata da Montagna austroungarica. I Bersaglieri, per parte loro, vittoriosi sul Vrata, furono essi pure richiamati indietro. In conclusione la prevedibile invasione da parte delle truppe imperiali non sarebbe stata soltanto un’avventura episodica ma, da quel che s’è detto, pare fossero state allora presenti tutte le premesse per una pianificazione dagli esiti promettenti a vantaggio dei nostri avversari.


A conferma della gravità della situazione venutasi a creare sulla linea frontaliera Lodìn-Puartis-Meledis alla testata del Canale di Incarojo furono i copiosi provvedimenti assunti dal nostro Stato Maggiore a fatto compiuto, tardivi dunque e pressoché irrilevanti nei tentativi di sanare la situazione.
Sta di fatto che, a dispetto della critica storiografica che sull’avvenimento del 14 settembre 1915 in Alta Carnia non pose mai l’accento che l’evento avrebbe meritato per i suoi risvolti sugli sviluppi successivi della situazione di conflitto, furono due eroici Ufficiali del 2° Reggimento Alpini, con un pugno di valorosi difensori, a tener testa per lunghe ore alle incalzanti offese nemiche dando così la possibilità e il tempo, alle forze ripiegate, di organizzarsi per disporre un baluardo insormontabile al tentativo di infiltrazione nemica in territorio italiano sino anche a vanificarne gli esiti che si stavano profilando in forma minacciosa e devastante.
Torniamo di getto al Monte Lodìn.
L’Ufficiale difensore del Lodìn, il S.ten. Michelangelo Casara del Batt. Val Varaita, 223a Compagnia, adibito alla difesa del tratto strategico sommitale del Monte Lodìn, forte di appena una trentina di uomini, lasciato completamente solo dopo il ripiegamento del grosso delle forze, non venne meno alla consegna ricevuta e, anch’egli come Mario Musso, perseverò fino all’ultimo nel contrastare la risalita degli avversari ormai disposti ad avvalersi di un aggiramento a tenaglia. La sproporzione delle forze decretò infine la presa della cima del Monte Lodìn da parte degli Austriaci: era rimasto il Sottotenente Casara con soli sette uomini, in una situazione speculare a quella del Capitano Musso.
I due Ufficiali del 2° Alpini si batterono con eccezionale valore, a oltranza, eroici nello scongiurare il pericolo che si avverasse una Caporetto in anteprima. Una Caporetto in dimensioni all’apparenza minime ma tali da porre il rischio di aprire a un’invasione lungo il Canale d’Incarojo sino alla pianura, con gli sviluppi che ne sarebbero potuti seguire verso esiti nefasti non impossibili a immaginarsi. Il Sottotenente Casara, al termine del combattimento del 14 settembre, privato di alcuni suoi Alpini caduti o feriti e di un buon numero di sottoposti sfuggiti ai suoi ordini, poi dileguatisi pur di mettersi in salvo, era rimasto lassù con soli sette uomini, neppure tutti validi e con quelli gli alti Comandi avrebbero preteso che, senza armi automatiche, avesse affrontato, sino a respingerle, due compagnie di sanguinari bosniaci armati fino ai denti. Sue furono sicuramente la volontà di resistere sino all’impossibile, la sua tenacia e l’attaccamento al dovere.
Una breve puntualizzazione sul concetto accennato della piccola Caporetto. È necessaria giacché l’episodio della difesa della linea Lodìn – Val di Puartis – Meledis del 14 settembre 1915 non può definirsi come caso isolato perché limitato nelle dimensioni o privo di valenze tattico-strategiche a più ampio raggio, ma si va piuttosto a inserire in uno scenario possibilistico dalla cornice molto più ampia, costituendone l’aspetto determinante per la criticità del momento. Come avrebbero dimostrato i fatti del maggio-luglio 1916 con la terribile Strafexpedition sferrata dalle truppe del Generale Conrad per la conquista della piana vicentina, quelli più drammatici del 24 ottobre 2017 con lo sfondamento del fronte TolminoCaporetto e quelli risolutivi della Battaglia del Solstizio del giugno 1918, gli Austriaci non digerirono mai la defezione consumata dal loro alleato dei precedenti 33 anni. Per loro divenne un imperativo quasi ossessionante la determinazione di distruggere l’Esercito italiano, come risposta punitiva a quello che definirono senza mezzi termini “tradimento”. La pressione inarrestabile che esercitarono in Conca di Plezzo nel 1917 avrebbe avuto un antecedente esemplare proprio in quel 14 settembre di due anni prima. Avevano architettato per bene, i nostri avversari, come rifarsi dello scacco subìto, puntando a loro volta a violare i confini italiani proprio in quelle linee che erano più debolmente presidiate, avvalendosi sia dell’efficace effetto “sorpresa” connesso a nuove tattiche di infiltrazione-aggiramento, sia anche della propria superiorità in dotazione di armi automatiche e formazioni d’attacco. Ne fu riprova, il 14 settembre 1915, la pesante serie di bombardamenti scatenati dagli Imperiali sulla linea Pal Piccolo – Freikofel – Pal Grande allo scopo di coinvolgere massicciamente le truppe italiane e impedirne l’invio in zona Lodìn a rinforzo delle nostre tre Compagnie colà impegnate in difesa. Qui, in Carnia, non c’erano i tedeschi a violare i nostri confini, perché l’Italia non aveva ancora dichiarato guerra alla Germania, ma le forze in campo erano sicuramente soverchianti. Non sarebbe stato difficile per gli Austroungarici dare il via a un’invasione in grande stile. In questa, che fu una guerra di attacchi quasi esclusivamente frontali, la giornata del 14 settembre 1915 fu testimone della prima mossa di infiltrazione austroungarica al di qua delle Alpi.

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