Alpini: specialisti del fronte montano

Breve rassegna dell’epopea Alpina nella Grande Guerra, in 7 puntate

Episodio #04

Il fronte di montagna impegnò per quasi tutta la durata del conflitto i soldati in una lotta feroce che si svolgeva drammaticamente dal basso verso l’alto tra le cime e le vallate di montagna.
Nel maggio 1915 la frontiera tra Italia e Impero austro-ungarico correva lungo la linea risalente al 1866, quando si concluse la terza guerra dell’Indipendenza italiana: era una linea prevalentemente montuosa che si elevava sino ai quasi 4000 metri del gruppo Ortles-Cevedale
Fin dall’inizio del conflitto i contendenti furono impegnati per occupare le posizioni più alte che avrebbero consentito un maggiore controllo sui movimenti del nemico. Migliaia di combattenti furono costretti ad adattarsi a un ambiente difficile, con condizioni molto rigide: venti fortissimi, tempeste, fulmini, temperature rigide, scariche di slavine e valanghe.
In base ad alcune stime si valuta che sul fronte alpino, per entrambi gli schieramenti, per circa i due terzi furono le vittime degli elementi e solo per un terzo nel corso di scontri a fuoco.
Il 26 maggio 1915 sul Fronte Carnico si svolsero combattimenti per la riconquista della linea di cresta del Pal Piccolo lungo il confine fra la provincia di Udine e la Carinzia. 
Gli Austriaci avevano occupato in precedenza alcuni importanti punti strategici sul territorio italiano. Qui, fra l’altro, si racconta essersi svolta una scena inusuale per le forze in lizza, qualcosa di sicuramente originale e unico nella storia della prima Guerra mondiale. Dalla parte austriaca si dovevano organizzare i volontari carinziani nella Valle del Gail; fu comandato a tale incarico il capitano Gressel, un ufficiale di carriera in convalescenza domiciliare per via di una grave ferita. Il capitano Gressel era anche un ricco proprietario possidente di vari beni immobili e di alcune segherie sull’area confinaria adiacente al Passo di Monte Croce Carnico. Alle sue dipendenze, prima che scoppiasse la guerra, lavoravano molti Carnici, provenienti soprattutto da Timau. Erano lavoratori che conoscevano bene il capitano, loro datore di lavoro. 

La guerra, però, contrappose funestamente i lavoratori, ora vestiti in divisa militare, nonostante le amicizie maturate in anni di lavoro comune. 
Noi, con la guerra, dovevamo occupare il maggior numero possibile delle cime ritenute punti strategici. La stessa cosa ovviamente era stata comandata ai volontari carinziani. Le cime contese furono da subito il Pal Piccolo, il Freikofel e il Pal Grande a est del Passo di Monte Croce Carnico. Avvenne che, nel momento in cui i Carinziani salirono al Pal Piccolo, ci trovarono già i nostri, armati di tutto punto, col cappello alpino in testa e la penna al vento. Stupiti, ma non troppo, si guardarono e nessuno sparò: sia da una parte sia dall’altra avevano di fronte parenti e compagni di lavoro. Ma litigare, far volare parole di fuoco non era proibito. Eccoli dunque tutti impegnati in una accesa battaglia verbale, ricca anche di pittoresche espressioni della più antica sapienza popolare. A lungo durò la disputa, ma nulla di concreto fu deciso. Si arrivò tuttavia al punto che si comprese di non poter andare avanti a quel modo. Successe allora che, d’un tratto, uno dei Carinziani voltò i tacchi e si diresse di corsa a Mauten, di là del Passo, raggiungendo la dimora del capitano Gressel. Questi, udita la notizia, non esitò a montare a cavallo, spronandolo sino al Passo di Monte Croce Carnico per poi salire, con grande fatica, alla cima del Pal. Quel che avvenne subito dopo ha dell’incredibile. Appena gli Alpini di Timau si trovarono di fronte il capitano, si levarono il cappello e gli porsero educatamente il buongiorno. Di riscontro Gressel esclamò con il fiato in gola: “Cosa fate quassù voialtri? Guardate di sparire all’istante!”. E quei bravi giovani rimisero il fucile in spalla, si scoprirono ancora una volta il capo ed abbandonano il campo di battaglia. Così si racconta e si può credere o meno, anche perché quegli Alpini dotati di buona creanza sarebbero tutti stati deferiti al Tribunale Militare per “abbandono del posto in faccia al nemico” e quindi per diserzione, passibili delle pene più severe.

Restiamo ancora da quelle parti. L’inizio della guerra vedeva il battaglione Tolmezzo schierato nei pressi di casa, in Carnia, sulla sinistra della zona But-Degano, in compagnia di altri 15 battaglioni alpini, al comando del generale Clemente Lequio. Il sottosettore affidato all’8° Reggimento Alpini si estendeva da Monte Coglians al Pizzo Timau ed era presidiato, oltre che dal Tolmezzo, anche dal Val Tagliamento. Qualche giorno prima dell’inizio della guerra il battaglione venne dislocato tra il Pal Piccolo e il Pal Grande.
Il 24 maggio il Tolmezzo fu subito protagonista dei primi scontri sulla linea di confine. Unità avversarie riuscirono a occupare il Pal Piccolo, ma un paio di giorni dopo ne vennero respinte dagli Alpini. Il 27 maggio arrivò da quelle parti la 59ª Brigata austriaca rinforzata da un paio di battaglioni di Landesschützen. Comincio fin da subito un lungo susseguirsi di attacchi e contrattacchi tra il Pal Piccolo e il Pal Grande, senza risultati di una qualche importanza, nonostante i continui combattimenti. La caratteristica tattica di quell’arco di fronte era rappresentata dalla cima del Freikofel che sul versante italiano precipitava pareti rocciose quasi verticali, difficilmente accessibili. Mentre gli Alpini mantenevano il possesso del Pal Piccolo e del Pal Grande, il Freikofel, interposto tra i due Pal, restava in mano nemica, cosa che costituiva un problema non di poco conto.

Una pattuglia di scalatori, tutti volontari del Tolmezzo, iniziò l’arrampicata della difficile parete mentre l’artiglieria batteva efficacemente la cima. Il piano, ben diretto ed eseguito, si concluse nel primo mattino con la conquista della vetta e la cattura dei suoi occupanti.
Accaniti combattimenti si susseguirono fino a sera, sino a quando le Penne Nere si trovarono costrette a indietreggiare verso il Pal Piccolo, da dove erano partite. Il giorno seguente l’azione venne ripetuta: stessa manovra ma con forze maggiori. A mezzanotte la vetta fu espugnata nuovamente dalla 221ª compagnia del battaglione Val Varaita corsa in aiuto ai cugini alpini del Tolmezzo. Purtroppo nella difficile scalata alcuni alpini persero la vita precipitando a valle.
Il possesso della cima del Freikofel divenne un’ossessione. Attacchi, contrattacchi, ripetuti cambi di conquista della vetta si alternarono nei giorni. Nella notte del 10 giugno gli Austriaci attaccarono con cinque battaglioni. Dopo furiosi combattimenti e svariati passaggi di mano della cima, alla fine gli Alpini ne restarono padroni. L’importanza dell’obiettivo, lo sforzo e il logoramento subìto dalle compagnie era stato tale che, finalmente,giunsero adeguati rinforzi e il giusto e sospirato cambio. Al posto degli Alpini si portarono i reparti della Guardia di Finanza.
Il 14 giugno il nemico ritenne propizio ritentare un attacco. Gli Austriaci attaccarono risolutamente e riuscirono a occupare il PalPiccolo. La reazione degli Alpini non si fece attendere. Accorse una compagnia del Val Tagliamento e, dopo aspri combattimenti durati alcune ore, venne riconquistata la quota 1.859 del PalPiccolo, mentre la vetta a quota 1.866 restò in mano austriaca. Le perdite furono pesanti: gli Italiani lasciarono sul campo 75 morti, 170 feriti e 90 prigionieri. Per gli Austriaci si parlò di 190 morti e 500 feriti. In quell’occasione i due battaglioni alpini Tolmezzo e Val Tagliamento meritarono la Medaglia d’Argento alla Bandiera.

Durante il mese di luglio si rinnovarono i tentativi per la riconquista della cima del Freikofel, ma non ebbero altro esito se non quello di lasciare sul terreno altri morti e feriti. 
Verso la fine di marzo del 1916 gli Austriaci aggredirono in piena notte le posizioni del Pal Grande senza che alcuno se lo aspettasse. L’attacco non ebbe esito. Il vero obiettivo del nemico era quota 1.859 che fu attaccata scavando gallerie nella neve e cogliendo nettamente di sorpresa gli uomini nel trincerone e nelle gallerie-rifugio. Il nostro contrattacco per riprendere il sospirato trincerone e per liberare la 272ª compagnia rimasta tagliata fuori fu immediato. Dopo una giornata di combattimenti venne riconquistata quota 1.774 e liberata la compagnia intrappolata che aveva subito perdite rilevanti.
Alle 21, col favore della tenebre, i nostri mossero di nuovo verso quota 1.859. Il Tenente Colonnello Poggi, responsabile dell’azione, rinnovò l’attacco, ma verso le 23 l’azione fu sospesa. Verso le tre di notte la 212ª compagnia del capitano Graziosi ricevette l’ordine di attaccare il rovescio del trincerone. Doveva essere un’azione dimostrativa, ma il fuoco di un paio di cannoni da 75 e di qualche mitragliatrice ben piazzata consentì agli Alpini di scalare lo zoccolo di roccia e di piombare alle spalle dei difensori. La lotta, che si protrasse ancora per qualche ora, ebbe termine con la riconquista della posizione. Per recuperarne il possesso erano occorse 36 ore di combattimenti in condizioni climatiche difficili e la perdita di circa 600 uomini tra morti e feriti.

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