PROSPETTIVE EDUCATIVE NO SCADENZA #02

Il mio “spero” pedagogico

2. La formazione del Sé agli inizi della relazione educativa

Il modo in cui si forma il Sé del bambino ha molto a che vedere con la struttura di personalità dei genitori e con le modalità interattive che si sono stabilite fra genitori e bambino.
Il Sé di una persona è una struttura interna della psiche, è un contenuto del suo apparato mentale, è la risultante del modo in cui l’Io si percepisce e di come si vede rispecchiato in base alle risposte e ai giudizi che gli tornano dagli altri.
I genitori con un Sé distorto possono presentare una struttura di personalità rigida, compulsiva, distimica, ossessiva, narcisistica: non riescono a “leggere” i bisogni del bambino e non sanno adattarvi un adeguato comportamento educante.
La distorsione del Sé dei genitori con carente equilibrio emotivo, poveri di sicurezza e serenità quando si tratta di creare rapporti “sufficientemente buoni” con il Sé in formazione del bambino, inadeguati a creare rispecchiamento, produce facilmente una conseguente distorsione nel Sé del bambino. I bambini con distorsioni del Sé (psicosi simbiotica) si sviluppano all’apparenza normalmente fino a 2-3 anni di età; poi il processo evolutivo sembra subire un arresto (chiusura in sé, stranezze comportamentali, asocialità, caduta dell’interesse, bizzarrie ed ecolalie nel linguaggio): sono bambini, spesso molto intelligenti, che hanno operato una fusione, una identificazione con una parte distorta, incomprensibile, del Sé materno; questa parte, all’interno dell’apparato mentale del bambino, agisce come un impedimento, in senso paralizzante; il bambino non riesce a procedere oltre sul processo di separazione-individuazione (M. Mahler); si costruisce un falso Sé precario.
Per diventare se stesso il bambino deve forzatamente passare attraverso le interpretazioni affettive e comportamentali che di lui restituisce la madre (rispecchiamento); ai fini dell’integrazione del Sé è fondamentale che la madre sia in grado di decifrare gli stati emotivi del bambino in modo corretto (disponibilità affettiva della madre e sua identificazione proiettiva). Una situazione interattiva “sufficientemente buona” si instaura alla presenza di azioni della madre fatte con gioia, elasticità, prevedibilità; il bambino interiorizza identificazioni parziali o totali per realizzare il Sé potenziale.

2.1. Famiglia nucleare e stili educativi.

La famiglia del tempo antico poteva essere autoritaria, rigida e gerarchica. La famiglia nucleare intima può essere caratterizzata da chiusura verso l’esterno e da forti tensioni interne (eccesso di dipendenza dei bambini dai genitori, bisogno di affetto e di protezione che diventa motivo di repressione, violenza e sensi di colpa).
Quanto più la struttura della famiglia è chiusa verso l’esterno e autoritaria al suo interno, tanto maggiori saranno le tensioni; quanto più è aperta sulla società e paritaria nei rapporti interni, maggiori saranno le possibilità di intesa e di reciproca soddisfazione. Figli autoritari hanno in genere avuto genitori (specialmente padri) rigorosi e distanti (stretta identificazione più ostilità). Più un genitore è chiuso, più tende ad avere un atteggiamento educativo autoritario e a impostare il proprio stile educativo su un sistema di credenze positive.
Il “dogmatismo educativo” esprime un atteggiamento di chiusura mentale nei confronti del bambino: le esigenze e le opinioni del bambino sono ritenute irrilevanti e le tecniche educative vengono usate in modo inibitorio e repressivo.
Personalità dogmatica: si salvaguarda la positività dei modelli genitoriali tramite rigidi meccanismi difensivi che riescono ad appagare le esigenze di un elevato ideale dell’Io mantenendo l’indispensabile livello di autostima. La personalità viene strutturata sulla base di modalità cognitive e affettive rigide e intolleranti di ogni ambiguità, di ogni idea ed esperienza nuova e “diversa” che potrebbero alterare l’identità e la sicurezza del sottosistema famiglia. L’impossibilità, nei figli, di tollerare ed esprimere l’ambivalenza verso i genitori, l’angoscia per la perdita del modello ideale positivo, la difesa contro il pericolo di insopportabili ferite narcisistiche capaci di mettere in crisi l’intero equilibrio emozionale, conducono alla formazione di una mentalità globalmente rigida, chiusa e intollerante.

Gli stili educativi:
1) autoritario: regole e norme indiscutibili, stabilite a priori dai genitori;
2) permissivo: evitare al bambino qualsiasi occasione di frustrazione, spianargli la strada;
3) autorevole: poche regole che tengano conto dei bisogni del bambino, fondate su valori stabili, garanti di sicurezza;
4) incoerente: sbalzi emotivi tra autoritarismo e permissività, doppio segnale.

In questo quadro si inseriscono i comportamenti, per lo più aggressivi, esibiti dai bambini:

Educazione autorevole: bambini meno aggressivi (70%).
Educazione autoritaria: bambini aggressivi (67%).
Educazione permissiva: bambini aggressivi (95%).
Educazione incoerente: bambini aggressivi (100%).

L’atteggiamento incoerente o permissivo della famiglia priva il bambino di precisi punti di riferimento ed è fonte di grande insicurezza emotiva che induce forte aggressività difensiva: impossibilità di elaborare cognitivamente adeguate regole di relazione sociale.
Lo stile autoritario struttura personalità caratterizzate da conformismo e da sottomissione acritica. Con lo stile autorevole si dà la possibilità alla verbalizzazione dei propri sentimenti e delle proprie difficoltà, alla capacità di elaborare ed esprimere verbalmente i conflitti interpersonali, alla elaborazione di modalità cognitivamente più evolute di risoluzione dei conflitti e di superamento delle frustrazioni, alla affermazione di se stessi in un clima di sicurezza, alla strutturazione di una buona identità personale, alla mobilitazione di aggressività espansiva in senso adattativo e non distruttivo, e di scarsa aggressività difensiva.
(Da una ricerca) I padri dei bambini “timidi” tendevano (come anche le madri) a non intessere conversazioni con i propri figli e a prendere poche iniziative di interazione. I padri delle figlie “timide” erano molto accondiscendenti con le loro richieste e iniziavano spesso a interagire con loro. Le bambine facilmente “distraibili” avevano madri che tendevano a incoraggiarle e a essere positive verso di loro (conformismo). I maschi “distraibili” avevano madri che prendevano poche iniziative di interazione con loro. Il comportamento paterno era correlato alla distraibilità delle figlie, e poco a quella dei figli maschi.

2.2. Trasmissione intergenerazionale dei modelli genitoriali

Schemi di comportamento parentale vengono trasmessi da una generazione all’altra.
I bambini vengono generalmente trattati come i loro genitori sono stati trattati dai propri genitori.
(Da una ricerca): Il 32% di stile educativo (parenting) materno può essere spiegato dal precedente parenting della nonna.
Le modalità parentali della madre saranno determinate soprattutto dalle caratteristiche psicologiche della nonna (trasmissione prevalentemente diretta) e dalle caratteristiche acquisite dalla madre come i valori e gli atteggiamenti (trasmissione prevalentemente indiretta).
L’affettuosità nelle cure del bambino è l’unica dimensione che appare direttamente trasmessa dalla nonna alla madre.
Vi sono rilevanti differenze di parenting nel passaggio da una generazione all’altra.

2.3. L’annoso dilemma “ereditarietà-ambiente”

L’origine sociale ha molto peso nel futuro scolastico dei bambini. Ma, ci si può chiedere, come diventerebbero i figli di estrazione socio-culturale bassa se fossero inseriti fin dalla nascita in famiglie di elevato livello socio-culturale? Gli esiti di una ricerca dicono che i bambini adottati in queste famiglie, a confronto con i propri fratelli e sorelle rimasti nel loro ambiente d’origine (deprivato), dimostravano più tardi un guadagno di 14 punti QI (quoziente intellettivo) e insuccessi scolastici in numero quattro volte minore.
Un ambiente affettivamente caldo, sicuro, coerente e continuativo, dove si usa un linguaggio in codice elaborato e dove ci sono stimoli culturali, sociali e affettivi può far realizzare tutte le potenzialità genetiche.
Un ambiente insicuro, scostante, discontinuo, ambiguo e contraddittorio, dove si usa un linguaggio in codice ristretto e culturalmente povero, restringe e frena lo sviluppo del potenziale, molto spesso in forma irreversibile.
È vero che le componenti genetiche hanno un forte peso sullo sviluppo, ma esse interagiscono sempre con l’ambiente che, fra l’altro, esercita un’influenza più forte nei primi anni di vita, quelli attraversati da puntuali periodi critici e caratterizzati da maggiore plasticità.

L’ambiente, in particolare, esercita potente risonanza su due conseguenze per lo sviluppo:

a) l’effetto cumulativo dei deficit di esperienze culturali e di linguaggio sullo sviluppo delle operazioni logiche,
b) gli effetti delle esperienze di successo o insuccesso, della qualità delle relazioni interpersonali, sulla formazione dell’immagine di sé, sul senso di fiducia e sul sistema delle motivazioni che influiranno in modo determinante nei confronti dell’efficienza, del rendimento e della realizzazione della persona.

Un ambiente ottimale organizza mezzi, strategie, situazioni capaci di sviluppare la pulsione cognitiva (curiosità per il sapere) e la motivazione intrinseca (piacere del conoscere per se stesso).

2.4. Le vie sbagliate

Ho già accennato, nei punti precedenti, ad alcuni fattori teratogeni, così chiamati per la loro influenza nel modificare, sino a deformarlo, il processo evolutivo di una persona. Molti di questi fattori, purtroppo, vengono veicolati proprio dalle persone che dovrebbero avere a cura gli esiti migliori del processo di crescita del bambino. Vediamone un paio fra i più significativi.
Si parla anche di deprivazione culturale. Da noi non esiste più – si dice – cose d’altri tempi! Non è vero; esiste, eccome! Basta analizzare un po’ a fondo certe forme di disturbo di apprendimento. Nei vissuti dei bambini con difficoltà di apprendimento e di adattamento scolastico c’è quasi sempre una storia segnata da esperienze limitate o confuse, povera di apporti socio-culturali, disarmonica nelle proposte e nelle stimolazioni di tipo espressivo-creativo, inglobata all’interno di una configurazione familiare che ha stabilito ruoli individuali impostati al semplicismo, all’apatia, alla concretezza essenziale, al fatalismo, all’ambiguità comunicativa, alla con-fusione e alla contraddizione di significati. In un quadro simile si dà per probabile che molte forme di ritardo intellettivo e scolastico provengano dalla inadeguata preparazione cognitiva e linguistica dei primi anni di vita. È stato detto che il rapporto tra l’intelligenza potenziale e quella effettivamente sviluppata è mediato da un sistema linguistico, in quanto un codice linguistico limitato mantiene il pensiero a un basso livello di concettualizzazione. Un ambiente in costante deprivazione nei primissimi anni di vita del bambino può generare un deficit cumulativo di capacità funzionali nella sfera cognitiva (il codice linguistico ristretto è caratterizzato da: uso estremamente contestualizzato del linguaggio, di carattere più implicito che esplicito, povertà esplicativa, rimbalzo rapido della conversazione da un argomento all’altro, confusione nell’uso dei fonemi, mancanza di creatività nella formulazione del linguaggio). Il disturbo di apprendimento può dipendere, in particolare, dal fatto che in età precoce non sia stata curata l’organizzazione della capacità di udito fonematico differenziato, essendo il bambino stato privato della opportunità offerta da semplici esercizi-gioco di analisi e di articolazione dei suoni (in primo piano spicca l’importanza della interazione verbale impostata in modo da avvalersi di: conversazioni dialogiche, analisi verbali di soggetti figurativi, attività narrativa nei vari codici espressivi, prosodia del linguaggio). Su un piano più generale, peraltro, lo svantaggio può essere addebitato alla presenza di carenze nei riguardi delle seguenti acquisizioni:

  • esperienze percettive precoci,
  • esperienze relative alla discriminazione uditiva e percettiva in genere,
  • interazione linguistica: pronuncia precisa e strutturata del linguaggio,
  • possibilità di imitare un’ampia varietà di modelli di azione e di linguaggio motorio,
  • acquisizione di appropriate immagini uditive di modelli linguistici,
  • formazione di immagini e di rappresentazioni,
  • abilità nell’uso dei simboli, in specie quelli linguistici e matematici,
  • analisi delle relazioni causali (confronti),
  • acquisizione del “significato” relativo ai concetti (esito delle dinamiche interpersonali su oggetti linguistici condivisi).

2.5.  Il mondo dell’inconscio

Il trauma psichico. La nozione di inconscio, di rimozione e di trauma servono di base per l’elaborazione di un modello del funzionamento psichico in chiave psicoanalitica. Nell’infanzia dell’essere umano possono subentrare avvenimenti drammatici e tali da imprimersi in forma determinante sulla scorta del divenire infantile. Una delle circostanze peggiori può ravvisarsi in un errato rapporto affettivo tra genitori e figlio: il senso di questa relazione viene pervertito e sono introdotti i primi elementi nevrotizzanti.
Il conflitto psichico. Sorge allorquando la pulsione libidica del soggetto è in opposizione alle funzioni di controllo dell’Io. Se tra le pulsioni istintuali e le esigenze limitanti dell’ambiente non viene trovato un compromesso, la pulsione viene allora rimossa in veste inconscia, ma riapparirà più tardi nella forma di sintomo. Il conflitto psichico nasce nel soggetto stesso e risulta nevrotizzante quando è stato interiorizzato. Tutti i conflitti antichi non risolti restano allo stato latente in forma inconscia. Nel bambino un conflitto psichico in apparenza privo di importanza può produrre effetti sproporzionati rispetto alla loro causa movente.
La nozione di inconscio. La realtà inconscia si svolge in noi, ma la ignoriamo. La riconosciamo attraverso le sue manifestazioni. L’inconscio può venire rivelato sia attraverso l’interpretazione dei sogni sia mediante l’analisi delle associazioni libere. L’inconscio è il fondamento di ogni vita psichica; esso si manifesta tramite i fenomeni coscienti i quali rappresentano soltanto la parte più superficiale della nostra vita psichica. L’inconscio traspare, in forma nascosta e all’insaputa dell’Io cosciente, nei sogni così come nelle dimenticanze, negli atti mancati, nei lapsus della vita quotidiana. La rimozione. Determinati moti pulsionali e rappresentazioni psichiche, nel tentativo di accedere alla coscienza, si imbattono in resistenze dovute al fatto che una gratificazione pulsionale è ostacolata da una interdizione proveniente dall’Io. Il rappresentante della pulsione viene cacciato nell’inconscio dove si organizza, germoglia, stabilisce nuovi legami. La rimozione ha trasformato un tentativo di manifestazione attiva cosciente in una stasi delle rappresentazioni e degli affetti ridotti a essere percepiti senza essere identificati. La pulsione rimossa può facilmente ridiventare attiva. In questo caso, non potendo affiorare alla coscienza perché fermata della rimozione, si manifesta sotto forma di un sintomo. La rimozione implica il dispendio di una grande quantità di energia psichica da parte del soggetto.
L’amnesia infantile. Si riferisce a tutti i contenuti inconsci respinti fin dai primi anni di vita, inaccessibili ma attivi e fondamentali ai fini del comportamento ulteriore. Di ciò che successe prima dei 4 o 5 anni di età difficilmente ricordiamo qualche cosa. La scomparsa dei ricordi è da attribuire al fatto che il bambino attraversa, fin dalla sua primissima età, penosi momenti di conflitto. Si tratta di pulsioni della libido, sessuali e aggressive, che non possono trovare realizzazione a motivo della proibizione oppure dell’affiorare di un’angoscia insopportabile: per questa ragione vengono ributtate nell’inconscio dove danno luogo all’amnesia infantile. Per pura associazione vengono trascinati nell’inconscio anche tutti i ricordi piacevoli di quel periodo.
L’io e l’Id. L’Id, in termini psicoanalitici, è il sistema più profondo, quello che rappresenta la forma originale dell’apparato psichico, governato fin dalla nascita fisiologica dalle pulsioni innate, appetitive. L’Io è sottomesso al principio di realtà, l’Id al principio di piacere. L’Id è essenzialmente costituito dall’inconscio, quindi sfugge interamente alla coscienza. L’Io fa da mediatore fra il soggetto e il modo esterno.
Altri meccanismi di difesa. La negazione permette che il bambino venga lasciato nell’ignoranza, momentaneamente al riparo da ogni conflitto psichico. Con la proiezione il bambino pone in un altro soggetto un suo affetto, positivo o più spesso negativo. La introiezione ha il significato di impossessamento di un oggetto buono. Per annullamento retroattivo si intende la riparazione di un’azione o di un pensiero giudicati inammissibili dall’Io. La fantasmatizzazione permanente è una produzione di fantasticherie difensive.
Fissazione e regressione. La fissazione è un attaccamento a un oggetto libidico appartenente a stadi anteriori dello sviluppo. La regressione è il ritorno a forme di comportamento caratteristiche di stadi anteriori e già superati.
Il Super-io. Corrisponde alle forze repressive incontrate dal soggetto nel corso dello sviluppo e poste come proibizione di una gratificazione istintuale; queste forze sono interiorizzate. La rinuncia alla soddisfazione pulsionale è dettata da una morale interiorizzata. Il Super-io del bambino è il successore e il rappresentante della legge morale imposta dai genitori. Il Super-io e l’Id sono affini in quanto il primo rappresenta un’influenza del passato nella sua forma parentale e sociale, il secondo rappresenta un’influenza dell’eredità; mentre l’Io è soprattutto determinato dall’esperienza personale.
Il Complesso di Edipo. Così teorizza Sigmund Freud: Edipo, figlio di Laio re di Tebe, e di Giocasta, era stato preannunciato da un oracolo come l’uccisore del padre. Questo fatto si avverò e, come l’oracolo aveva predetto, Edipo divenne re nella sua stessa patria sposando inconsciamente la propria madre. Quando venne a sapere la verità su accecò e abbandonò la patria. La triste conclusione della tragedia di Sofocle, sotto un punto di vista psicoanalitico, rivela la soddisfazione dei desideri infantili di ciascun uomo. Noi, tuttavia, siamo riusciti a sviare i nostri impulsi sessuali dalle nostre madri e a superare la nostra gelosia nei confronti dei nostri padri. A somiglianza di Edipo re noi generalmente ignoriamo questi desideri ripugnanti ma nello stesso tempo imposti dalla natura umana, in quanto gli impulsi di incesto infantile permangono nell’inconscio. Nei primi periodi di vita il bambino è unicamente teso a divenire l’oggetto del desiderio materno. Presto scopre che il desiderio stesso della madre è rivolto verso il padre. Il bambino vorrebbe emulare il padre in prestigio e in autorità. Desidera identificarsi con lui. Tuttavia si avvede che il padre rappresenta un ostacolo al suo moto di amore verso la madre. Ora considera il padre con ostilità. Il suo sentimento diventa ambivalente fra la tenerezza e il desiderio di soppressione. L’attrazione per la madre pone il bambino in un atteggiamento aggressivo nei confronti del padre, ma nello stesso tempo provoca un’equivalente paura di essere aggredito a sua volta dal padre. Il senso inconscio di colpa si accresce nel bambino. A questo punto diviene rilevante il ruolo del padre il quale deve dimostrarsi in grado di sostenere l’atteggiamento aggressivo del bambino sia come figura di rivale in amore sia come modello da imitare. Il bambino non tarderà a rendersi conto che la meta della sua libido è una cosa impossibile e che i propri sforzi sono inutili. Da questa posizione seguirà la sublimazione della libido genitale con il devolvere delle energie a fini etici, culturali, sociali.
La bambina perviene al Complesso di Edipo (di Elettra) con la consapevolezza dell’inferiorità fisiologica sessuale, ciò che porta a un indebolimento del legame con la madre. Ella sostituisce presto il desiderio della parità sessuale con quello di avere un figlio dal padre. Inizia la gelosia nei confronti della madre. Questo spostamento dell’attività libidica dalla madre al padre fa ravvisare una prima fase di superamento della dipendenza infantile. Nel maschio il Complesso di Edipo non solo viene respinto, ma si disintegra sotto lo choc della minaccia di castrazione. Gli effetti si riducono alla interdizione dell’incesto e alla instaurazione della morale, ed è quanto appare come una vittoria della specie sull’individuo. Per la bambina il Complesso di Edipo (di Elettra) viene rimosso. Il superamento nel maschietto invece, come accennato, si delinea con una vera e propria distruzione del Complesso, fatto che ha come conseguenza immediata la liberazione di una grande quantità di energie psichiche che possono venire dirette verso interessi intellettuali. La fase del Complesso di Edipo consente lo sviluppo della sessualità e la strutturazione della realtà. Questa fase viene superata con la sublimazione delle energie libidiche. Se la sublimazione non si verifica, se certe componenti del Complesso di Edipo restano attive, sarà allora probabile l’apparizione di difficoltà scolastiche, a motivo di una indisponibilità delle energie pulsionali che restano arenate nella fissazione erotica. Come erede del Complesso di Edipo viene strutturandosi il Super-io in base alla interiorizzazione della legge morale assorbita dalle imposizioni e dalle proibizioni dell’autorità paterna. Nello stesso tempo viene introiettata l’immagine parentale come modello da imitare: L’Ideale dell’Io.

2.6.   Sviluppo di nevrosi infantili. Elaborazione di tipi schizoidi e schizofrenici.
Epilogo delle psicosi.

La nevrosi infantile. Certi comportamenti tipici possono spesso far pensare a sintomi di una nevrosi in via di sviluppo. Essi possono presentarsi come: disturbi del sonno, incubi, angoscia notturna, cerimoniali nell’andare a letto, tic, intolleranze alimentari, timidezza, astensione dai giochi di gruppo, passività, enuresi, aggressività. Spesso non si tratta ancora di disturbo nevrotico, ma di un disturbo nella forma di reazione a indicare la non accettabilità da parte del bambino di una determinata situazione familiare. Nel caso propriamente delle nevrosi si tratta di un conflitto inconscio interiorizzato che riemerge sotto forma di sintomi nevrotici. Talvolta un disturbo reazionale può mascherare un conflitto inconscio. La nevrosi è uno stato morboso reso evidente da specifiche perturbazioni quali la fissazione o la regressione dell’evoluzione libidica, l’inefficacia dell’Io di fronte alle esigenze della realtà esterna, il ricorso ai meccanismi di difesa, le manifestazioni dell’angoscia. La gravità sta nel fatto che il conflitto venga interiorizzato dando origine a una attività psichica duratura. La nevrosi in una persona adulta è legata a un’angoscia infantile. Nell’infanzia la nevrosi è un episodio normale dello sviluppo e non è detto che essa debba sempre sfociare in una nevrosi adulta. Secondo Anna Freud è essenziale che, nel passaggio da uno stadio evolutivo al successivo, la maggior parte della libido si organizzi nell’intensità propria dell’età del bambino, evitando la regressione e la fissazione. Se invece la costellazione libidica si arresta o procede stentatamente in forma rigida, allora si può dedurne l’esistenza di uno stato morboso. L’evoluzione del bambino è caratterizzata da un conflitto tra l’Io, aderente al principio di realtà, e l’Id, sinonimo della vita istintuale. Secondo Anna Freud lo sviluppo della personalità consiste in un equilibrio di forze fra le pulsioni dell’Id e la potenza dell’Io. La nevrosi calcifica questo equilibrio di forze: essa è caratterizzata da un uso intensivo e durevole dei meccanismi di difesa i quali ne rivelano la presenza solo se usati con estensione e permanenza. Per Anna Freud può essere intravista una nevrosi quando il bambino si fa un’idea erronea del mondo esterno, quando gli divengono estranee le proprie emozioni, quando egli rivela lacune mnesiche eccedenti la norma dell’amnesia infantile, quando si può notare una carenza sostanziale nella sua personalità, quando la motilità diviene incontrollata.

Anche secondo Melanie Klein nel bambino è possibile scoprire la presenza di una nevrosi di fronte all’incapacità di risolvere il suo conflitto psichico interiorizzato. La studiosa sottolinea i segni dell’angoscia infantile facendo riferimento ai disturbi del sonno, alle difficoltà alimentari e ai sintomi fobici. Si tratta di inibizioni varie del comportamento le quali indicano sempre la presenza dell’angoscia e dei sentimenti di colpa. Dette inibizioni possono coinvolgere le attività scolastiche manifestandosi nel rifiuto a conoscere, nell’indolenza, nella mancanza di interesse, in deficit parziali. Secondo Melanie Klein nel primo anno di vita si creano situazioni conflittuali ansiogene che esigono il ricorso a difese patologiche lasciando poi dei postumi importanti, manifesti o latenti. La nevrosi può provocare restrizioni allo sviluppo psicologico imponendo una rimozione massiccia della curiosità normale ed estendibile a tutto il sapere, inibendo le possibilità della vita immaginativa, suscitando incapacità di tollerare frustrazioni, instaurando un adattamento eccessivo alle esigenze educative, favorendo comportamenti troppo aggressivi o troppo affettuosi. Un aspetto che nella sua forma più acuta si trova in molti pazienti nevrotici e psicotici si manifesta nella tendenza a rimanere nella chiusura della cerchia familiare o di ritornarvi. Così il sonno eccessivo può essere un’espressione nevrotica, nel senso di un desiderio di sfuggire i contatti con il mondo.

La personalità schizoide. Non si tratta ancora di una vera malattia mentale. Alcuni bambini schizoidi sono intelligenti, ma presentano difficoltà scolastiche e disturbi relazionali. Sono bambini socialmente schivi e preoccupati dei loro studi. Possono essere timidi e tranquilli, oppure inclini a esprimere liberamente le proprie idee. Talvolta esternano interessi che di norma sopravvengono a un’età superiore. In genere essi stessi si sentono diversi dagli altri. Questi bambini non sottostanno al principio della collaborazione, tendono a isolarsi e a sentirsi oggetto delle critiche degli altri. Essi sono caratterizzati da una rigidità del comportamento, da attaccamento alle abitudini, da intolleranza per il conformismo sociale. Di fronte a una contrarietà possono essere colti da crisi molto violente di collera. I tipi più comunicativi amano parlare per metafore. Tutti questi disturbi appaiono spesso in età prescolare, ma si intensificano nel periodo della scuola, all’ingresso cioè in un contesto sociale di collaborazione. Spesso la reazione di intolleranza da parte dell’adulto non fa che rendere più grave lo stato psichico schizoide nel bambino.

Una psicosi dell’infanzia: l’autismo. È una malattia che inizia nei primi tre anni di vita. Essa si manifesta innanzitutto con l’incapacità del bambino a entrare in un rapporto normale con la gente e con le situazioni. Il bambino si avvolge in se stesso e nelle proprie fantasie senza riguardo per la realtà esterna. La comunicazione è ridotta al minimo. Si denota un’ossessione per l’uniformità a detrimento delle attività spontanee; ogni variazione produce attacchi di rabbia o di panico. L’interesse è prevalentemente rivolto agli oggetti. Sussistono tuttavia buone capacità conoscitive. Si stabilisce un caratteristico comportamento motorio ripetitivo. Alcuni bambini possono ridursi al mutismo. Un aspetto caratteristico è l’incapacità del bambino di guardare negli occhi le altre persone. Persiste una fissazione psicologica a modelli di comportamento relativi a stadi evolutivi anteriori. La causa dell’autismo infantile può essere una lesione cerebrale oppure può derivare da genitori emotivamente introversi, ossessivi, eccessivamente intellettuali, goffi nei loro rapporti con la gente, ipersensibili, sospettosi. Esistono all’incirca quattro o cinque bambini autistici su diecimila. L’autismo è più comune della cecità e frequente quasi come la sordità dei bambini. Viene generalmente colpita una bambina ogni quattro maschietti.

Studio di psichiatria esistenziale secondo Ronald D. Laing. Nel considerare l’individuo schizoide si dice che la sua totalità di esperienza personale è scissa a due livelli principali: nei rapporti con l’ambiente e nei rapporti con se stesso. “Psicotico” è il nome riservato alla persona che sta con un’altra sana di mente in un rapporto disgiuntivo particolare. Se l’individuo non è in grado di accettare come cose naturali la realtà, l’autonomia, l’identità, l’essere vivo suo e degli altri, deve continuamente inventare dei modi per conservare la propria identità, per non smarrire la propria esistenza ontologica. Il paranoico, per esempio, è perseguitato dall’idea che qualcuno complotti contro di lui. Nell’individuo schizoide vengono gradualmente distrutte la spontaneità, la freschezza, la gioia. L’io dello schizoide elimina i rapporti diretti con gli altri e cerca di divenire l’oggetto di se stesso usando due funzioni principali, che sono la fantasia e l’osservazione. Lo schizoide tenta disperatamente di essere se stesso, ma ciò gli è quasi impossibile. Ne risulta una scissione tra un Io per gli altri e un Io interiore. Quest’ultimo perde la propria identità, diviene irreale, si impoverisce e si svuota; per altro verso si carica di odio, di paura e di invidia. L’Io desidera restare unito al corpo, ma nello stesso tempo teme questo legame. Odiando l’ambiente e rifugiandosi nel proprio Io, l’individuo si avvede a un certo punto che anche questo rifugio per lui è una fonte di tormenti. Lo schizofrenico desidera essere amato, ma l’idea di tale realizzazione lo terrorizza. Egli teme di perdere la propria identità nel rapporto di amore.

Già da bambini occorre creare e sentire la propria identità: è un traguardo che difficilmente viene raggiunto in bambini che non danno mai fastidio, che fanno sempre come si dice loro, che non dicono mai bugie, che non si impongono, che non si ribellano. Una madre o, meglio, una famiglia può risultare schizofrenogena quando determina un fallimento da parte del bambino nell’ottenere le proprie soddisfazioni istintuali. Ogni bambino possiede determinate tendenze innate verso il normale sviluppo delle fasi primarie della sicurezza ontologica. Tutta la costellazione familiare deve essere incline a favorire la capacità del bambino di partecipare realmente al mondo con il suo Io, insieme con gli altri. La maggior parte degli studiosi concorda nell’affermare che lo psicotico e, in particolare, lo schizofrenico, siano individui sopravvissuti a un disastro originario dovuto a una eccedenza di frustrazioni. Queste frustrazioni si rifanno in sostanza all’insorgere di gravi difficoltà incontrate dal bambino nel tentativo di divenire una persona intera insieme con gli altri. Gli schemi di vita proposti al bambino dall’ambiente familiare devono accordarsi con le cose nelle quali il bambino deve e dovrà vivere e respirare. Non può il bambino costruirsi da solo una visione chiara del mondo. È con i primissimi legami affettivi che si sviluppa nel bambino l’iniziale capacità di vivere da sé.

2.7.   Far rifiorire la personalità

  • Possibilità e dovere di far rifiorire la personalità del bambino in modo armonico e in tutte le sue manifestazioni.
  • Le possibilità espressive del bambino in età prescolare: valore e importanza di incoraggiamenti in tale senso; implicazioni psicologiche in quanto fattore evolutivo.

Dallo scarabocchio al disegno (Marthe Bernson). Si danno tre stadi riferibili all’espressività pittorica del bambino: 1°) Stadio vegetativo-motorio, a iniziare dall’età di 18 mesi. 2°) Stadio immaginativo-rappresentativo, fra i due e i tre anni. 3°) Stadio comunicativo-sociale, fra i tre e i quattro anni. Il passaggio da uno stadio a quello successivo è passibile di ampie sfumature. Verso i quattro anni il bambino inizia a eseguire figure chiuse. A cinque anni i cerchietti e i vertici diventano abbozzi di quadrati e forme oblunghe molto vicine al modello dato. A sei anni il bambino è in grado di eseguire i quadrati, le linee oblique e i punti in modo chiaro. Psicologicamente intese, le prime espressioni grafiche del bambino, e cioè gli scarabocchi, consentono all’Io di chiarirsi, di definirsi, di consolidarsi.

Il significato del disegno infantile (Anna Oliverio Ferraris). Il disegno nella prima infanzia va inteso come una forma di stimolazione in grado di accrescere lo sviluppo di alcune strutture cerebrali. Ogni tipo di attività artistica rappresenta, nel caso del bambino, una delle forme o fasi di gioco più evoluto e creativo. Attraverso il disegno il bambino è posto nella condizione di rivelare i propri problemi, le proprie scoperte, le proprie ansietà. Il disegno può essere considerato come un mezzo di indagine e di scambio con l’ambiente sociale e anche come indice dello stato emotivo del soggetto. Il bambino che ricopre tutta la superficie del foglio, ad esempio, desidera con ciò occupare il maggior spazio possibile nell’affetto della madre. Verso i tre anni di età lo scarabocchio elaborato dal bambino rappresenta le sue sensazioni interne vissute intensamente. Il bambino disegna non ciò che vede, ma ciò che sa delle cose: nelle sue creazioni si appoggia a un realismo intellettuale. Per lui il disegno è prevalentemente una definizione di significati. Verso i tre-quattro anni appare il cefalopode al quale presto verrà completato il volto: se ciò non avviene, si può pensare a una forma presente di disadattamento. A quattro anni e mezzo si nota il primo abbozzo del tronco. All’età di cinque anni l’omino è completo. A sei anni si affinano le proporzioni delle forme. Le figure in movimento indicano estroversione, attività, intelligenza buona. L’artefice del disegno si colloca sempre all’interno della propria opera e ne resta coinvolto. Nei disegni della prima infanzia generalmente non è rispettata la collocazione dei colori in quanto il bambino, a causa di fattori emotivi profondi, sceglie i colori seguendo un impulso interiore. Inoltre il bambino presenta una spiccata sensibilità all’astrattismo. È necessario lasciare che si esprima, quando lo desidera, con forme non realistiche e non figurative. Contenuti espressivi di tipo impersonale e convenzionale rivelano la presenza di introversione nel bambino. La ripetizione dello stesso tema nei disegni rivela una personalità disturbata con una percezione unilaterale della realtà. Essa, tuttavia, può essere dettata da motivi psicologici, da stati conflittuali, da esiguità di stimolazioni, da particolari situazioni emotive; può esprimersi come un’esigenza di consolidamento e di perfezionamento. La ripetizione diventa preoccupante soltanto qualora si noti un prolungamento eccessivo nel tempo, tale da compromettere le stesse capacità di esplorazione. L’attività artistica deve servire al bambino in quanto arricchimento emotivo e intellettuale. Non è tanto il prodotto del disegno ad avere valore educativo, quanto piuttosto il momento realizzativo tramite il quale prendono forma esigenze personali, stati inconsci, sensibilità, intelligenza.

Arte infantile (Arno Stern). Il bambino piccolo non fa altro che sovrapporre i colori inconsapevolmente. In genere si tratta di attività fine a se stesse. È inutile cercare punti di confronto fra arte infantile e arte adulta. Il fanciullo non restituisce le immagini visive, ma traduce plasticamente sensazioni e pensieri. Ogni disegno è uno specchio che filtra il volto interiore del bambino. La creazione grafica inizia con lo scarabocchio e la creazione plastica con l’agglomerato o pasticcio di colori. Il bambino disegna rappresentando l’immagine proiettiva di sé. Il disegno è un atto che permette al bambino di essere se stesso, totalmente, profondamente, senza isolarsi.

I disegni infantili e l’arte primitiva (Jacques Depouilly). Esistono similitudini tra il graffito di un fanciullo e un graffito preistorico di Gargas. Appiattimenti come quello di una pittura tombale di Hierakompolis sono molto frequenti nei disegni dei bambini. Esistono in raffigurazioni antiche altri esempi di appiattimento: una pianta medioevale di Roma, la volta del Battistero degli Ariani di Ravenna, una miniatura persiana. I bambini tendono ancora a disporre i disegni a piani paralleli e sovrapposti come si può ammirare nelle scene di mietitura nella tomba di Nakht. Così un altro fenomeno espressivo, come l’espansione degli oggetti in contrasto con le regole della prospettiva, appare in disegni di bambini come in una miniatura del Pentateuco di Ashmurnham. Una miniatura degli inizi del XV secolo raffigurante il cavallo di Troia ricorda l’atteggiamento dei bambini alla composizione in trasparenza.

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