Spese di guerra. Fortune bruciate
Siamo, continuiamo a essere, in guerra, da una parte all’altra del Pianeta. E là dove non facciamo guerra, ci industriamo per prepararla. Nella storia folle dell’Homo bellicus si sono spese, bruciate, ingenti fortune finanziarie per uccidere, distruggere. Anche noi ci siamo gettati in una corsa demenziale per costruire “nemici” e per tentare di annientarli, usando risorse che non avevamo, incrementando debiti da capogiro con Nazioni ricche, spremendo all’ultima goccia l’anelito a vivere della nostra gente, che arrivò ad alimentarsi di segatura per non soccombere. Perché le risorse destinate all’economia non c’erano più, erano state usate per mandare i nostri ragazzi al macello, mentre nelle loro famiglie si moriva di fame e di morbo. Quel che segue si propone di quantizzare i movimenti finanziari usati per alimentare le guerre, quelle della nostra Italia, nel solo volgere del “Secolo breve”.
Nell’Italia del 1915 si pensava già alle spese di guerra per coprire le quali si stanziarono 600 ulteriori milioni rispetto alla piattaforma finanziaria, gravando conseguentemente sulla popolazione con una serie di nuove imposte erariali.
Alla Camera si giunse a un accordo fra il Ministero della Guerra e il capo dello SME, che avrebbe consentito di attuare un programma di preparazione per la formazione di un Esercito efficiente e pronto a cimentarsi in confronti bellici. L’accordo portò all’accettazione di nuovi stanziamenti in vista di una possibile conflagrazione: furono previsti altri 177 milioni che fecero ammontare i provvedimenti assunti dal mese di agosto sino alla metà di ottobre alla cifra di 358 milioni.
Per sopperire alle spese di guerra in vista di un nuovo impegno in Macedonia furono stabilite particolari tassazioni che fruttarono circa 100 milioni e furono richiamate alle armi le classi dal 1884 al 1882.
LE SPESE DI GUERRA. Il prof. Luigi Einaudi compì uno studio su come l’Italia fece fronte alle spese di guerra dal 1° luglio 1914 al 30 settembre 1915, concludendo che “la spesa complessiva della preparazione e della condotta della guerra italiana fu, a tutto il settembre scorso (1915), di circa 3.500 milioni di Lire e che la spesa corrente totale dei due Ministeri della Guerra e della Marina superava i 500 milioni di Lire al mese di cui 100 circa di spesa ordinaria e più di 400 circa di spesa straordinaria di guerra. Luigi Einaudi stese un resoconto del fabbisogno dello Stato per pagamenti eseguiti nei 15 mesi dal 1° luglio 1914 al 30 settembre 1915, dei quali un mese di pace, 10 di guerra europea e 4 di guerra italiana: Lire 7.962.554.479,68 ossia quasi 8 miliardi di pagamenti a cui il Tesoro italiano dovette far fronte: 3 miliardi e mezzo per la guerra e 4 miliardi e mezzo per le spese effettive e i “vari pagamenti di tesoreria. Come vi si provvide?”
E qui Einaudi compose una lista delle entrate, composta da entrate effettive e ordinarie (tasse e imposte); dal soprappiù degli incassi sui pagamenti per conti correnti; dalla diminuzione del fondo di cassa; dai debiti all’interno per costruzioni ferroviarie, per prestiti nazionali al 4,5% e buoni del tesoro; dai debiti all’estero per buoni speciali del Tesoro, per emissione biglietti di Stato e somministrati dagli Istituti di emissione, per soprappiù dei vaglia del Tesoro emessi su quelli pagati. Il tutto, come già visto, per un importo complessivo di Lire 7.962.554.479,68. Ricordo di sfuggita quali erano le entrate da lavoro in una famiglia del popolo negli anni del primo Conflitto: un muratore qualificato o un bravo artigiano riusciva a spuntare dai 25 ai 30 centesimi l’ora, come dire da 2,50 a 3 Lire al giorno. Le retribuzioni medie oscillavano fra le 50 e le 60 Lire al mese.
Luigi Einaudi comunicava, sul Corriere della Sera del 25 novembre 1916, il costo totale della preparazione e della condotta della guerra, annotando l’aumento della spesa negli 11 mesi dal 1° luglio 1914 al 31 maggio 1915 in confronto allo stesso periodo del 1913-1914. “Erano complessivamente 400 milioni in più che lo Stato aveva dovuto spendere. Partirono subito nuove disposizioni per provvedere ai bisogni straordinari del Tesoro ossia nuove misure fiscali: il contributo del censimento di guerra, l’imposta sui profitti dipendenti dalla guerra, modificazioni alla legge sule tasse da bollo e per le tasse sui velocipedi, alla legge sulla fabbricazione dei fiammiferi, alla vendita dei Sali. Alla tariffa postale e abrogazione dei privilegi sulle tasse di registro.
“I contribuenti pagarono, nonostante la crisi, 3.108 milioni di imposte e tasse. I capitalisti interni fornirono 1946 milioni di Lire a mutuo allo Stato… All’estero si ricorse per quasi 440 milioni con la emissione di buoni speciali del Tesoro della durata da 3 a 12 mesi… il Tesoro, oltre ad attingere per 62 milioni al preesistente fondo di cassa, emise biglietti di Stato per 1.902.500.000 Lire… Economie, imposte e prestiti: ecco il programma dell’ora presente”.
Spese di guerra. Il 4 dicembre 1917 il ministro del Tesoro, Carcano, delineava la situazione finanziaria italiana del momento. Le spese effettive avevano raggiunto la cifra, nell’esercizio 1915-1916, di 3.260 milioni e le spese di guerra erano salite a 7.365 milioni, per un totale di £. 10.625 milioni. Le entrate effettive ammontarono a 3.734 milioni, oltre a quelle dovute all’accensione di debiti ossia al movimento di capitali per 6.123 milioni. Cifre di molto superiori a quelle registrate nel novembre 1914, che davano per le entrate 2.917 milioni e per le spese reali 2.871 milioni, per un attivo di 46 milioni.
Nel bilancio 1915-1916 pesarono spese di 37 milioni richieste dal terremoto del 13 gennaio 1915, di 12 milioni per opere pubbliche, di 11 milioni per occorrenze, di 29 milioni per spese di cambio, di altri 16 milioni e mezzo al Ministero poste e telegrafi, di un milione per il credito agrario in Sardegna, di 32 milioni per il bilancio della guerra in Libia, di oltre 50 milioni per il bilancio delle Colonie. Nella gestione di bilancio 1915-1916 “al Ministero della guerra furono assegnati 6 miliardi e 990 milioni, dei quali 444 milioni per sussidi alle famiglie bisognose dei militari richiamati. Al Ministero della Marina vennero assegnati 375 milioni. Nell’insieme, per le spese di guerra, furono posti a disposizione delle due amministrazioni militari 7 miliardi e 365 milioni”. Altre spese: 255 milioni per interessi e spese di emissione dei titoli per i tre prestiti nazionali, di buoni del Tesoro all’estero, di buoni triennali e quinquennali. Inoltre: 34 milioni per la difesa della Colonia in Eritrea, per l’assistenza ai connazionali rimpatriati e per i pescatori dell’Adriatico.
Le entrate provennero: per un miliardo e 71 milioni dal secondo prestito nazionale; per 3 miliardi e 964 milioni dal terzo prestito nazionale; per 2 miliardi e 179 milioni da buoni speciali del Tesoro all’estero; per 454 milioni da buoni del Tesoro triennali e quinquennali; per un totale di 7.668 milioni, “ma l’ausilio effettivo recato al bilancio 1915-1916… si riduce a 6 miliardi e 21 milioni. ‘In definitiva’, la gestione dell’esercizio 1915-1916 si chiudeva con una differenza passiva di 762 milioni e mezzo”. La gestione patrimoniale dello Stato nel rendiconto generale del 1915-1916 denunciava un peggioramento di 6.788 milioni.
Nel bilancio per il 1916-1917 a carico delle due amministrazioni miliari nel complesso furono stanziati 4 miliardi e 715 milioni, “dei quali 4 miliardi e 500 milioni alla guerra, ivi compresi 315 milioni per sussidi alle famiglie bisognose dei richiamati e 215 milioni alla Marina”. Tenuto conto dei vari titoli di credito per far fronte alle crescenti esigenze della guerra, la previsione di spesa dovette essere aumentata di 285 milioni e, ancora, di oltre 31 milioni per assistenza ai connazionali rimpatriati, per la difesa della Colonia eritrea, per i soccorsi ai pescatori dell’Adriatico e dei laghi di Garda e d’Iseo in conseguenza del divieto di pesca, per gli orfani di guerra, per i mutilati e invalidi di guerra.
Quasi 75 milioni si sono aggiunti al bilancio per oneri vari a Ministeri. Altri 610 milioni furono impiegati per spese richieste dall’occupazione in Libia. Complessivamente la spesa per l’esercizio 1916-1917 il 3 novembre 1916 ammontava alla cifra di 8 miliardi e 982 milioni. In quanto alla situazione dell’esercizio in corso, il ministro del Tesoro, Carcano, aggiungeva che allo stato attuale la situazione presentava un disavanzo di 4.860 milioni e nel movimento di capitali una differenza attiva di 1.598 milioni per una differenza passiva di 3.362 milioni, assicurando che “A siffatta deficienza si è provveduto e si continua a provvedere con mezzi di tesoreria, con operazioni all’estero, e più specialmente mediante l’amissione di buoni del Tesoro”. Riferendosi poi all’esercizio finanziario di previsione per il 1917-1918, il ministro Carcano comunicava la necessità di un aumento di 499 milioni sulla spesa reale. Di tale cifra ben 373 milioni sarebbero stati necessari per coprire l’aumento delle spese effettive “quasi esclusivamente rappresentato dai maggiori oneri conseguenti dalla guerra”.
Per l’esercizio finanziario a venire si presumeva fossero disponibili su 3 miliardi e 455 milioni di entrate principali nella previsione di 3 miliardi e 338 milioni. “Il credito dei risparmiatori, che al 1° luglio 1915 era di un miliardo e 861 milioni, è asceso a 2 miliardi e 122 milioni” nella previsione che a fine 1916 sarebbe arrivato a 2 miliardi e 200 milioni. “Ed è pur degno di nota che siffatti risultati si debbano specialmente al risparmio da parte delle classi agricole femminili; poiché la donna in Italia ha mostrato, durante questa aspra guerra, una insperata forza di volontà e una sublime virtù di sacrificio”.
Per i dodici mesi dal novembre 1915 al 31 ottobre 1916 si poteva “desumere il movimento di cassa per le spese di guerra in circa 9 miliardi ossia a una media mensile di spesa per 750 milioni”. Con riferimento alle condizioni economiche del Paese, nel secondo anno di guerra, Carcano riferiva: “Si lavora di più, si produce di più, si risparmia di più. Ognuno sente il dovere di cooperare efficacemente, nell’interesse della collettività; ognuno comprende l’intima connessione dell’economia colla finanza, e della finanza con la guerra; ognuno vede la necessità di intensificare la produzione e il risparmio, per poter fornire allo Stato, all’Italia, i mezzi per vincere”.
I depositi a risparmio nel 1916, il 30 giugno erano saliti a 7 miliardi e 902 milioni, puntando verso quota 8 miliardi. Preoccupante il rincaro dei generi alimentari che, importati nel 1914 per 478 milioni, nel 1916 richiesero una spesa di circa un miliardo e mezzo. Nella necessità di far fronte alle spese di guerra fu d’obbligo aumentare la circolazione di biglietti bancari: “per conto dello Stato la circolazione dei biglietti bancari da 2.069 milioni al 31 dicembre 1915, crebbe nei mesi successivi, per effetto specialmente degli acquisti di derrate alimentari e di materiali da guerra, fino a raggiungere 2.472 milioni a fine ottobre”.
Il ministro Carcano concludeva la propria dissertazione, convinto di aver “non solo enunciato, ma altresì dimostrato chiaramente, come la nostra finanza sia buona e salda, e come anche le condizioni economiche del Paese, fatti relativi riflessi e confronti, si possono dire confortanti”.
Il fattore “energia” per la guerra. Il 5 dicembre 1916, alla Camera, il ministro dei Trasporti, Arlotta, forniva “una nozione chiara e precisa della situazione del nostro Paese in relazione all’approvvigionamento del carbone”. Il ministro dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, De Nava, comunicava che “La produzione delle miniere inglesi era andata diminuendo fino del dodici per cento. L’Inghilterra aumentava il suo consumo per la guerra. La Francia, che aveva avuto una parte dei territori delle sue miniere invasi, ricorreva all’Inghilterra e otteneva l’impegno di una larga provvista. L’Inghilterra cominciava d’altro canto a ridurre l’esportazione verso i Paesi neutrali, principalmente verso l’America del Sud, e scarseggiava anche l’importazione in Italia”. Il Governo inglese assicurò di soddisfare tutto il fabbisogno per l’Italia, favorendo l’Italia nel sottrarsi agli acquisti di carbone dall’America del Nord.
Fatti di notevole gravità erano dovuti alla mancanza di navi, per cui si rendevano necessarie le requisizioni per una prima necessità, quella del trasporto dei cereali necessari all’alimentazione della popolazione. All’interno del Paese si sarebbe dovuto provvedere a una disciplina rigida e severa del consumo di carbone, mediante una equa distribuzione per i fabbisogni e a una notevole economia nei consumi. In alternativa al carbone si consigliava di fare uso della legna. “Circa l’impiego delle ligniti… la produzione delle ligniti nel 1914 fu di tonnellate 778.000, nel 1915 salì a 939.000 e per quest’anno si prevede la produzione di 1.400.000 tonnellate… si potrebbe avere nel 1917 una quantità che si avvicini ai 2 milioni di tonnellate. De Nava sollecitava alla “sostituzione del gas, o di altro combustibile, al coke”.
Il Senato fu convocato per fine dicembre 1916; con l’approvazione della proroga dell’esercizio provvisorio si considerò anche la proposta austro-tedesca di pace. Il ministro dell’Agricoltura, Giovanni Raineri, affermava che nel secondo semestre 1916 “se noi sommiamo le cifre per i mesi dal luglio al novembre dello scorso anno, abbiamo che l’importazione è stata di 6.050.000 quintali in cifra tonda; se sommiamo le importazioni degli stessi mesi di quest’anno abbiamo 6.550.000 quintali”. Comunicava poi che nel 1913 l’importazione delle farine era poco più di 15.000 quintali, nel 1915 era di 78.428, nel 1916 era, già a fine novembre, di 1.167.000 quintali, la maggior parte importato dall’America. E aggiungeva: “Noi acquistiamo attraverso Londra con difficoltà che sono eguali per tutti i Governi alleati. La prima di queste difficoltà è data dalla deficienza della produzione mondiale granaria; la seconda dalla deficienza mondiale del tonnellaggio di fronte alle necessità della guerra… parlando soltanto del grano, dirò che l’abburattamento (separazione con lo staccio – buratto – della farina dalla crusca, azione dello stacciare) dell’80 per 100, dal Gabinetto precedente fu portata all’85”.
Raineri proponeva poi, come già si faceva in Inghilterra, di ricorrere alle miscele di pane mescolando alla farina di grano le farine di orzo e di avena, residui del riso o della farina di granoturco. Il ministro del Tesoro, Paolo Carcano, aggiungeva: “… mi consenta il Senato che… dica esattamente quali sono i debiti causati dalle spese di guerra che non sono già coperti dalle entrate effettive del bilancio. L’esercizio 1914-1915 ha lasciato una somma di Lire 2 miliardi 835 milioni, non coperta da entrate effettive; l’esercizio 1915-1916 ha lasciato una deficienza, causata sempre dalle spese di guerra e non coperta da entrate effettive di 6 miliardi e 891 milioni. Sono in complesso 9 miliardi e 726 milioni… abbiamo già assicurato una somma di circa 900 milioni per nuove entrate, in virtù dei provvedimenti tributari già adottati. È quindi evidente che abbiamo già preparato tutti i mezzi per pagare gl’interessi non solo di tutti i debiti contratti e di quelli che andiamo accendendo, ma che c’è ancora un supero di alcune centinaia di milioni, vale a dire son pronti i mezzi bastevoli per fronteggiare parecchi miliardi di debiti nuovi”. Sul deficit di bilancio influiva anche il fattore “cambio”: “Il disagio dei cambi e delle monete dipende da un complesso di cause, tra le quali… lo sbilancio dei pagamenti tra l’Italia e l’estero: al quale sbilancio, oltre l’eccesso delle importazioni di fronte alle esportazioni… contribuiscono anche i noli altissimi…”.
Immagine di Copertina tratta da Lerverk.

