Alpini nella Grande Guerra
Parte I di 3
Quanto va a seguire è un estratto – a cura dell’alpino Mario Bruno del Gruppo Alpini di Paularo, Sezione Carnica – dal testo La Guerra d’Italia 1915-1918, Frat.i Treves Editori, Milano 1932. Le parti trascritte dall’originale sono citate fra parentesi, come pure le episodiche osservazioni formulate dal curatore del lavoro. A questo lavoro introduttivo seguirà, prossimamente, una redazione dettagliata e approfondita dell’argomento qui preso in esame.
Una breve presentazione preliminare: Mentre l’origine dei nostri alpini risaliva al 1872, quella degli alpini austriaci datava a partire dal 1906. I nostri avversari calzavano un berretto celeste-grigio con la piuma di gallo di montagna. Erano armati di moschetto Mannlicher mod. 1895, calibro 8 mm, a ripetizione con cartuccera da cinque colpi e l’alzo graduato fino a 2600 metri.
Il decimo giorno dall’inizio della Grande Guerra italiana, il 3 giugno 1915, da Roma, l’Agenzia “Stefani” diramava un primo rapporto che poneva in luce il valore degli alpini italiani nell’assalto di una trincea nemica: “Si tratta di un’azione di valore compiuta da un plotone di alpini del battaglione Dronero al Passo di Valle Inferno, alla testata di Val Degano in Carnia. Condotto dal sottotenente di complemento Pietro Ciocchino di Pinerolo, il plotone si lanciò di notte, di propria iniziativa, alla conquista di una trincea occupata da forze austriache superiori. Ferito gravemente al braccio sinistro, il sottotenente Ciocchino non desisteva dall’incuorare i propri soldati dando loro mirabile esempio di sangue freddo e di coraggio. Prese allora il comando un caporal maggiore che venne ucciso. Un altro caporal maggiore, Antonio Vico, assunse a sua volta il comando del plotone e sebbene ferito al braccio destro lo guidò animosamente all’assalto. Conquistarono una trincea nemica e uccisero 25 austriaci facendone altri prigionieri. Il caporal maggiore Vico riassunse poi con questa frase in dialetto piemontese la brillante azione compiuta da lui e dai suoi camerati: “I l’oma fait polissia” (abbiamo fatto pulizia). S.M. il re di “motu proprio”, volle conferire la Medaglia d’Argento al V.M. al sottotenente Ciocchino e al caporal maggiore Vico. La medaglia al sottotenente Ciocchino fu personalmente consegnata dal sovrano; quella al caporal maggiore fu consegnata nell’ospedale in cui era degente, da S.E. il tenente generale Porro”.

Sul fronte orientale, in terra di Carnia, divampavano le prime scaramucce e i primi scontri armati del conflitto, in particolare nella zona critica contrassegnata da tre cime divenute famose per le lotte ingaggiate dagli alpini: il Pal Grande, il Pal Piccolo e il Freikofel. A est del Passo di Monte Croce Carnico si rivestiva di notevole importanza tattica e strategica il Freikofel, nodo di mulattiere e sentieri, occupato l’8 giugno dai nostri Alpini con il bottino di un centinaio di prigionieri austriaci.
“Una delle imprese più difficili e più ardite nella metà di giugno era stata la conquista – per merito specialmente degli insuperabili alpini – del Massiccio del Monte Nero. Gli alpini erano armati di fucile, baionetta e bombe a mano (le bombe a mano comparvero sui campi di battaglia italiani all’inizio del XVI secolo) e dovevano gettarsi sul nemico possibilmente senza sparare. Alcuni reparti si tolsero persino le scarpe e con i piedi fasciati, al buio, fecero un’ascensione che sembra quasi incredibile. Gli alpini giunsero alle 2,30 del mattino a due metri dalle trincee nemiche senza essere avvertiti, schiacciarono letteralmente i nemici; furono sgominate due compagnie e altre due in un secondo tempo. Nella stessa zona del Monte Nero, sorte non diversa da quella subita dall’intero battaglione austriaco distrutto dai nostri alpini meravigliosi, era toccata successivamente a un altro battaglione nemico, un battaglione di quei valorosi anti-ungheresi che i soldati italiani conobbero già nel 1848. Tanto maggiore era quindi l’importanza dell’occupazione del Monte Nero, poiché nel sistema austriaco di difesa era stata aperta una breccia pericolosa. La conquista di questo monte sotto il fuoco nemico rappresentò veramente un atto grandissimo di valore per gli alpini italiani. E successi non meno importanti di quelli sul Monte Nero e sul Monte Vrata venivano ottenuti sul rimanente del fronte dell’Isonzo”.

Diamo voce ad alcuni fra i primi commentatori dell’epoca. Per il corrispondente dell’americana “United Press” i soldati alpini erano stati una rivelazione. William Shepherd aggiungeva: “L’Esercito italiano è composto dai più robusti soldati che io abbia mai visto”.
Il Bollettino ufficiale italiano del 2 luglio 1915 affermava: “Nella giornata di ieri (1° luglio) un nostro reparto alpini attaccò e conquistò un trinceramento nemico sul versante settentrionale del Pal Grande di dove gli austriaci tempestavano i nostri appostati sul Freikofel. Il colonnello Repington scriveva sul Times di Londra lodando “le imprese degli alpini, le loro quotidiane sorprese contro il nemico, l’abilità con la quale consolidavano le conquiste, armandole con possenti cannoni, rendendo sempre più difficile l’offensiva austriaca dalle montagne”. La “Gazzetta di Losanna” da Milano pubblicava: “… gli alpini sono tra i soldati italiani quelli che hanno da sopportare le maggiori fatiche e sono sempre di ottimo umore”.
Sulle cime si trascinavano i cannoni: per un 149 la bocca da fuoco con l’affusto e l’avantreno a caricamento completo (compresi le munizioni e gli attrezzi) pesava 2900 kg, la bocca da sola ne pesava 870. Per trainare in altura un 149 occorrevano da 40 a 60 uomini, circa il triplo per un 305.
“Gli alpini nostri avevano dovuto scalare la Tofana per sorprendere i trinceramenti nemici nella Valle di Travenanzes, che costituiscono come una via traversa dalla regione di Falzarego all’alta Valle del Boite a nord di Cortina d’Ampezzo, come una scorciatoia della via delle Dolomiti, la quale dal Passo di Falzarego per Cortina raggiunge la regione di Podestagno”.
Il 20 luglio veniva ferito, nel settore alpino delle Tofane, il generale Antonio Cantore, colpito a morte con un proiettile in fronte.
Il Bollettino ufficiale italiano del 2 agosto recitava: “La lotta in Carnia segna un nuovo brillante episodio per la conquista del Monte Medatte (Medetta, nel testo) a nordest della Cima Cuestalta (settore nord-est, nel Comune di Paularo). I nostri alpini riuscirono, con grande valore e ardimento, a sloggiare dalla posizione l’avversario”. E il Bollettino ufficiale del 3 agosto enunciava: “In Carnia, l’avversario tentò il 1° agosto un nuovo ritorno offensivo contro la cima di Medatte (Medetta, nel testo) da noi conquistata il 30 luglio; fu respinto con gravi perdite. Il 2 agosto, con il favore della nebbia, attaccò di sorpresa le nostre posizioni di Scarnitz e Monte Cuestalta; fu parimenti respinto”. Nella notte dal 14 al 15 agosto un violento attacco austriaco contro le posizioni del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande a oriente del valico di Monte Croce Carnico era stato respinto. Il nemico aveva subito gravi perdite.
“I nostri alpini avevano varcato i ghiacciai e scalato vette nevose, ma vi erano rimasti portando una effettiva minaccia al nemico. L’ardita operazione si era svolta (agosto 1915) nel massiccio dell’Ortler, a nord nel massiccio del Cevedale. Partiti dalla capanna Milano in Valle Zebrù, gli alpini nostri avevano raggiunto prima il Passo dei Camosci (3084 m); divisi in cordate l’avevano varcato e avevano attraversato la Vedretta di Campo. Sul Tuchett Spitz (3469 m) era posto un drappello nemico. Gli alpini avevano scalato la vetta ghiacciata e sorpreso il drappello nemico. Poi dal Tuchett Spitz si erano diretti sulla Hintere Madatsch (3432 m), avevano assalito e disperso il distaccamento nemico che la teneva e, occupata saldamente la cima, da quella minacciavano la via dello Stelvio tra la Franzenshohe e Trafò” (sic, più verosimilmente Trafoi). La battaglia si svolse a 3000 metri di altezza… gli austriaci posseggono posizioni dominanti… i nostri alpini sono riusciti a occupare e a consolidarsi sopra un altro ciglio, e avanzano”.
Sul Corriere della Sera del 19 agosto 1915 si legge: “La montagna contribuisce alla guerra con risorse incommensurabili. Essa moltiplica l’efficacia delle forze in lotta, fornisce delle difese che danno talvolta a un pugno d’uomini il valore di un esercito. Tre quarti della guerra in montagna è fatta dalla montagna; essa ha un’ostilità sua che gli avversari sfruttano, sulle sue vie sta di guardia la morte. Il freddo, i crepacci, gli abissi, le tormente sono le sue armi terribili. La montagna si difende, si oppone, minaccia, ammazza per conto suo”. Da Luigi Barzini sul Corriere della Sera, 19 agosto 1915: “Uomini e roccia pare che formino una cosa sola. Sdraiati nelle anfrattuosità, sull’orlo dell’abisso, per intere giornate e per lunghe notti, gli alpini di vedetta rimangono fermi e desti, come cacciatori alla posta. Taciturni e serii, partono in fila indiana dai loro attendamenti, e salgono, salgono, col loro passo eguale, lento, misurato da montanari, verso le cime, qualunque sia il tempo. Ogni ricognizione è una lotta contro gli elementi. Per bruciare un rifugio austriaco s’inerpicano tutta una notte, legati a cordate marciano sulle nevi con una temperatura di 10, di 14 gradi sottozero, valicano crepacci tenebrosi, sfidano cento volte la morte, e tornano raggianti di una contentezza raccolta silenziosa, carichi di bottino. L’austriaco è per loro il nemico meno terribile dopo aver vinto la montagna”.
Il Bollettino del 26 agosto così dichiarava attorno alle operazioni militari in Conca di Plezzo: “Nell’alto Isonzo i nostri reparti alpini espugnarono alcuni forti trinceramenti nemici lungo le ripide balze meridionali del Monte Rombon: furono presi una trentina di prigionieri, tra i quali un ufficiale, inoltre due mitragliatrici, fucili e grande copia di munizioni”. “Monte Rombon (2208 m) è il pilastro occidentale della famosa chiusa o stretta di Plezzo che conduce per il Passo del Predil a Tarvisio, e ai suoi piedi trovasi annidato uno dei forti eretti dagli austriaci a difesa dell’accesso alla gola, il forte Hermann, già danneggiato dal fuoco delle nostre artiglierie. Il sistema fortificato Plezzo-Tarvisio ha il suo nocciolo nelle opere della sella del Predil e di Raibl. Appunto verso il Predil, nel lago di Raibl, sbocca quel torrente Seebach lungo il quale, in un vallone di riva sinistra, le nostre artiglierie avevano bombardato un accampamento nemico”. Il Bollettino del 27 agosto affermava che “Nella zona di Plezzo la nostra artiglieria eseguì tiri efficaci contro accampamenti nemici in Valle Lepenje e contro colonne di truppe e di autocarri in marcia lungo la rotabile dell’alto Isonzo determinando l’arresto completo del transito”. “Sulla sommità del Monte Rombon, gli austriaci avevano costruito un fortissimo sistema di trincee a più ordini”. Tale disposizione, in montagna, favorisce la difesa e pone serie difficoltà a chi assale. Il 27 agosto 1915 un nostro reparto alpino, muovendo dal Cukla (m 1768), “con arditissimo colpo di mano si era gettato sui trinceramenti della sommità del Rombon (m 2208)”. Il versante occidentale del Rombon era particolarmente ripido e aspro, difficile da superare e gli austriaci difendevano la posizione con fucili, bombe a mano e cascate di macigni. Nonostante tutto ciò gli alpini riuscirono a espugnare alcune trincee. “Chi è padrone del massiccio del Rombon è padrone della stretta di Plezzo”. Il 30 agosto la Conca di Plezzo era ormai italiana. Dal Bollettino del 1° settembre: “Nella Conca di Plezzo l’avversario lanciò numerose granate incendiarie provocandovi nuovi incendi. Nella notte del 31 accennò anche a un attacco efficace contro le nostre posizioni sulle pendici del Rombon limitandosi però a dirigere su di esse intenso fuoco di artiglieria e fucileria”.

Il pubblicista Jean Carrère scriveva su “Temps”: “È un vero miracolo di volontà umana questa guerra di montagna, un miracolo quotidiano, multiforme, che è divenuto talmente abituale che migliaia e migliaia di uomini lo compiono tranquillamente davanti a noi senza farci caso”. E, ancora: “Ci sembra incredibile come degli uomini come noi, sorridendo, come questi esseri nostri simili, abbiano fatto per trasportare qui tutto questo formidabile macchinario di guerra, a questa altezza, tra gli abissi. Si prova un immenso conforto pensando a tutta l’energia di cui è capace, sotto l’impero di una necessità urgente, la razza umana in generale, e la latina in particolare. Abbiamo visto dei pinnacoli ove certamente l’aquila sola aveva dovuto annidare finora; ora, dietro le rocce, vi sono i cannoni”.
“In realtà, non vi era, non vi è montagna, in suolo austriaco, che non fosse stata trasformata dagli austriaci in formidabile fortezza; montagne solcate di strade, rigate di trincee di cemento. Scavate da appostamenti per le artiglierie, sbarrate da reticolati; ivi pareti di 2000 o 3000 metri d’altezza facevano da spalla ai forti, e burroni e precipizi facevano da fossi”.
Sul Mrzli Vrh, dagli alpini chiamato Cima Fredda, dalle lettere di un reduce al Corriere della Sera: “… l’assalto per conquistare una trincea, per avanzare di pochi metri. La lotta è dura, il risultato non si matura che per virtù di tenacia e d’ardore. Così è avvenuto e avviene intorno a Cima Fredda. I nostri l’hanno attaccata fin dai primi giorni di giugno, e non è ancora debellata. Le hanno dato la scalata per tutti i versi, l’hanno battuta con i cannoni, sono montati fino a 100, a 80, a 60 metri dalle posizioni austriache e hanno dovuto rinunziare all’impresa. Non è una vetta: è una strozzatura di montagna, cui si accede per un canalone unico e angusto, ripido e sdrucciolevole, in capo al quale gli austriaci hanno apposto un ventaglio di mitragliatrici. È inutile sacrificare un reggimento per conquistare una cima”. Il Mrzli Vrh era importante come cardine del triangolo strategico della difesa di Tolmino.
Il Times di Londra scriveva il 14 settembre 1915: “A parte gli alpini, i quali sono impareggiabili nel loro speciale servizio, vi sono oggi, sugli alti passi, dei reggimenti di fanteria che si sentono giustamente di poter fare imprese da veri alpinisti”.
Nella Conca di Plezzo le nostre truppe avevano attaccato il 13 settembre contro lo Javorcek e lo Svinjak, facendo progressi. Il corrispondente dell’alto Cadore alla Gazzetta di Losanna scriveva: “Gli ufficiali italiani, gli alpini e la fanteria si sono molto distinti per il loro valore, per l’energia e la costanza di cui hanno dato prova”.
Dal Col di Toront al Col di Lana, segnanti i limiti delle nostre posizioni nella Valle di Livinallongo, era tutto uno sfolgorare di colpi. “La Valle della Zeglia (La o il Gail, in sloveno Zilja, in italiano Zeglia o Zelia, in friulano la Gail, è un fiume austriaco, il più grande affluente di destra della Drava), la lunga diritta incisione che separa la catena delle Carniche da quella delle Alpi di Gail, costituiva un’ottima zona di concentramento per gli austriaci contro la frontiera italiana… Lungo quei 30 km, o poco più, di creste veniva a urtare il 14 settembre l’attacco austriaco là tra l’alto Degano e l’alto Chiarsò”.

Il ministro della Guerra britannico, Lord Kitchener, il 15 settembre così si esprimeva: “l’ardimento delle truppe alpine e dei bersaglieri, che ascendono montagne inaccessibili, è meraviglioso esempio di iniziativa coronata da successo”.
Il Bollettino ufficiale del 16 settembre dichiarava che reparti alpini, attraversate le vedrette dell’estremità meridionale del gruppo del Cevedale, erano calati sulla cresta di Villacorna (3447 m, nelle vicinanze del Passo di Gavia, sulla dorsale S-O della Punta San Matteo) alla testata della Val di Noce, dove assalì trinceramenti nemici devastandoli. “Oltre simile scorreria, coronata da successo, avevano compiuto altre imprese vittoriose gli alpini a sud del valico del Tonale nell’alta Val di Genova”.
L’attacco al Rombon (nell’immagine) si svolse in Conca di Plezzo l’11 e il 12 e fu ripreso il 15-16 settembre fino ai pendii boschivi dello Javorcek e al roccioso Lipnik, con la cattura di 50 prigionieri. La Conca di Plezzo era destinata dagli austriaci a servire di base per un’offensiva dall’Isonzo.

Alla testata della Val di Sulden erano saliti gli alpini nostri per distruggere le difese che il nemico vi aveva erette. La colonna era salita unita, in tre marce notturne per non scoprirsi al nemico in allerta, dalla Val Furva. Raggiunta una vetta a 3251 metri, la colonna irradiava drappelli intorno e con azione concentrica assaliva la Sulden Spitze (3376 m, Cima di Solda) che il nemico teneva fortemente e la espugnava distruggendone i trinceramenti. E pure al Passo di Cevedale, il 20 settembre, i trinceramenti nemici erano stati conquistati e distrutti, e una colonna nemica accorrente alla riscossa era stata ricacciata nel fondo della Valle di Sulden.
Immagine di Copertina tratta da Liber Liber.

