Crescere sani

Crescere sani

Non mi inoltro nel merito della crescita fisiologica, per la spiegazione della quale non posseggo le competenze richieste né è questa la mia intenzione del momento. Senza voler apparire poco modesto, mi occupo più in particolare della crescita culturale, soprattutto dell’età evolutiva, nel quale termine credo possano andare a collocarsi molte espressioni della personalità individuale, a iniziare dall’intelligenza, dai legami affettivi, dalle reazioni e relazioni emozionali, sino alle occasioni di incontrare ambienti favorevoli e la possibilità di manipolare materiale, scambi linguistici, per approdare ai significati simbolici di varia specie e natura.

Metto giù queste poche righe dopo aver fatto un’osservazione, apparentemente banale, ma foriera di riflessioni circostanziate. A seguire, riporterò tre esempi, il primo riferito a un bambino molto piccolo, il secondo a un bambino un po’ più cresciuto e il terzo a un bambino neoscolarizzato; tutti i tre esempi di notevole significato per quanto riguarda la crescita intellettuale.

Ecco la prima osservazione: nel compiere la mia solita camminata quotidiana mi accade di imbattermi in persone di un po’ tutti i tipi; fra esse, talvolta, donne che spingono una carrozzina per portare all’aria aperta un neonato o poco più, di un’età che non consente ancora una deambulazione sicura e spedita. Ebbene, ho osservato un atteggiamento ripetutissimo ossia quello di sistemare seduto il bambino in carrozzina con il viso ovvero con lo sguardo rivolto in avanti, nel senso di marcia. Vorrei dire, se mi volete dare ascolto, che nulla vi è di più sbagliato, non perché il bambino possa vedere e osservare, oppure no, le forme dell’ambiente che lo circonda.

Non è questo il punto, ma bensì per il fatto che gli viene impedito di usufruire di alcune opportunità formative di grande rilievo. Il suggerimento che mi permetto di formulare è il seguente: sedete il bambino (bambina) con la schiena verso la direzione di marcia, esattamente a 180 gradi rispetto alla precedente posizione.

Perché questa misura? Il bambino, si dirà, avrà un’ampiezza visuale più ridotta e gli sarà negata la possibilità di osservare tutto quello spazio che la precedente posizione gli assicurava. È vero, ma questo non ha la minima importanza ai fini del concetto che cerco di sviluppare. In questa nuova posizione si presenta una grande opportunità, quella di creare un rapporto di interazione soggetto-soggetto.

Mi spiego meglio, dicendo che il bambino avrà minori possibilità di osservare il paesaggio, ma gli sarà offerta una opportunità saliente, quella della corrispondenza visuo-verbale con un altro ego. Ciò che risulta consigliabile, da questa posizione, riguarda la disposizione e la volontà dell’adulto di incrociare lo sguardo con quello del bambino e, poi, parlare, parlare, parlargli; non importa se di cose banali, ma continuare a parlare.

Direte: è così piccolo che non può capire una parola di quel che gli dico. È vero, ma questa constatazione non riveste alcuna importanza. “La parola – cito da A.R. Luria, F. Ia. Yudovich (Linguaggio e sviluppo dei processi mentali nel bambino, Giunti Barbera Editori, Firenze 1975) – svolge una funzione fondamentale… perché astrae e isola il segnale necessario, generalizza i segnali percepiti e li classifica in determinate categorie… Il linguaggio verbale non è solo un mezzo per comunicare. La verbalizzazione gioca un ruolo decisivo anche nella organizzazione di tutti i processi di comportamento, inclusi quelli cognitivi e le azioni coscienti… Le primissime parole rivolte dalla madre al bambino hanno un’importanza decisiva per la formazione dei processi mentali infantili”.

Altre ricerche confermano l’essenzialità rilevata da interventi pedagogici che si propongano di agire sui processi mentali ancora in fase di formazione (da Psicologia Contemporanea, “La formazione dei concetti. Sviluppo mentale e apprendimento”, Giunti Barbera Editori, Firenze 1977). Il bambino non ha fatto ancora il proprio ingresso nella logica della comunicazione simbolica, ma per lui sono di immensa importanza la prosodia del linguaggio che gli viene rivolto, la tonalità, il ritmo, le inflessioni, l’accompagnamento delle espressioni facciali e pure la mimica delle mani. Nella sua mente in rapida crescita si accendono quindi, in questo rapporto di sonorità attentiva, fiammelle cognitive che andranno a supportare il nascente mondo interno delle conoscenze e delle attitudini verso il conoscere. Ovvero questa semplice tecnica di rapporto interpersonale, benché vi possa apparire un muoversi a senso unico, predispone il bambino ad aprire i sistemi recettivi del suo apparato mentale, a elaborare il valore comunicativo dei primi engrammi e a rivestire dei primi embrionali significati le esperienze di rapporto con un altro da sé.

Sto sottolineando a grandi falcate i termini “rapporto”, “interazionale” perché, come si vedrà ancora in seguito, è sul rapporto fra due menti attive che si vanno creando le possibilità evolutive più felici oppure il loro scadere nell’affievolirsi qualora l’interattività non dimostri di possedere e agire la vivacità necessaria a risvegliare qualche sorta i interessi.

Il bambino non lo sa, ma voi sì, che state facendo qualcosa di grande, con una semplice rivalutazione di modalità organizzative fra le più incredibilmente banali. Parlate con il vostro bambino (bambina), non fatevi un cruccio se pensate che non vi capisca. Non è così, il vostro pargolo vi capisce, a qualche livello di consapevolezza che noi non riusciamo a spiegarci, ma vi capisce e quel rapporto sicuramente lo va ricercando, come il latte di cui si nutre.

Il secondo esempio preannunciato riguarda un bambino (bambina) più grandicello/a, ormai in grado di comprendere ciò che gli si dice e di tradurlo in intenzioni e in comportamenti. Parliamo di un bambino dell’età di Scuola dell’Infanzia, da tre a quattro-cinque anni di età dunque. Disponete di un momento giornaliero, anche solo di una decina di minuti, per leggergli, con lui vicino, una fiaba da uno dei suoi tanti volumetti, fra i quali potrà essere egli stesso a operare la scelta. Leggetegli la fiaba, modulando la voce con timbri idonei a dare forma agli enunciati, a rappresentare la scena descritta, e con espressioni facciali aderenti al momento presente nell’atto della lettura. Leggere ai bambini di questa età si costituisce come un presupposto alla ricerca successiva di letture, al piacere per il leggere. Potrà accadere che il bambino (bambina) ripeta più di una volta il far cadere la propria scelta su uno stesso libro o su uno stesso racconto. È una scelta da accettare, l’importante è il destarsi del suo interesse per le parole da voi emesse durante la lettura. Ma può anche accadere che il bambino si sottragga a questo stimolo; in tal caso sarà meglio rimandare a un’occasione successiva.

Sono state fatte ricerche mirate su questo sistema del leggere in presenza e di fronte ai bambini e si è trovato che, oltre al benessere derivante dallo stare insieme, gli effetti di questo modo di fare si prolungavano addirittura portando, in età scolare, a una elevata padronanza di lettura e di comprensione del contenuto dei brani letti.

Ora è tempo di concludere, passo quindi al terzo esempio, quello riguardante bambini e ragazzini anche già un poco più cresciuti, ancora nel merito della lettura, questa volta della lettura in coppia. Si può addirittura decidere di valersi di un metodo sperimentato; quello che intendo presentare è il Paired Reading Kirklees Project, una delle invenzioni di grido della pedagogia avveniristica, come si suol dire, ma di una validità constatata da chi ne ha provato l’applicazione. È un sistema di lettura in coppia genitore-bambino. Ecco come si presenta:

Questo progetto è una forma di lettura in coppia che mira a migliorare la lettura dei bambini, concentrando l’attenzione su alcuni parametri: la scorrevolezza, la comprensione, l’uso del contesto e l’estrapolazione del significato dal testo. Il progetto viene illustrato e proposto all’interesse dei genitori degli alunni per una applicazione a domicilio, con rapporto uno a uno.

Metodo. Si lascia che sia il bambino a scegliere il libro, o altro materiale di lettura al quale egli possa essere interessato. Quando il bambino incappa in un errore di lettura o non riesce a leggere una parola correttamente nel tempo di cinque secondi, il genitore semplicemente legge la parola in modo corretto e subito dopo la fa ripetere correttamente al bambino, di modo che la lettura possa proseguire. Non si fa alcun rimprovero per gli errori in cui il bambino si imbatte, mentre si elogia o si ricompensa in qualche modo il bambino quando legge in modo corretto.

Prima fase. Si legge insieme al bambino: genitore e bambino leggono tutte le parole del testo insieme, allo stesso tempo, a voce alta. Il genitore deve aggiustare la velocità in modo che la lettura avvenga in sincronia, allo stesso passo e allo stesso ritmo, con il bambino. Quest’ultimo, se vuole, può accompagnare la lettura seguendola con il dito, soprattutto se ciò gli rende più facile l’esecuzione. Terminato di leggere il brano che era stato scelto, si discute, insieme al bambino, sul significato delle parole, delle frasi e sul contenuto del testo.

Seconda fase. Il bambino legge da solo, quando inizia a sentirsi più sicuro e non appena le letture gli appaiano più facili. Si può concordare in precedenza, con il bambino, che si incomincerà a leggere in coppia. Quando, nel corso della lettura, il bambino si sentirà sicuro abbastanza, potrà fare un cenno qualsiasi (sul quale ci si deve mettere prima d’accordo) al genitore, il quale in quel momento starà zitto e lascerà leggere solo il bambino, per intervenire unicamente in caso di errata lettura. In questa circostanza si può riprendere a leggere per un altro po’ in coppia, lasciando nuovamente che il bambino continui da solo appena si sentirà sicuro e lo richiederà con il cenno convenuto. Ci si comporta nel modo descritto per tutto il resto dell’attività di lettura.

Tempi. Il genitore e il bambino leggono insieme a casa per un minimo di 5 minuti e per un massimo di 15 minuti, per 5 giorni a settimana (principio del poco e spesso). Si concordano con il bambino i tempi da dedicare alla lettura lungo l’arco della giornata. Durata dell’esperimento: il periodo iniziale può durare dalle 6 alle 10 settimane. In seguito, i genitori valuteranno la situazione e decideranno se continuare con la stessa frequenza oppure no.

Vantaggi. I bambini acquistano sempre maggiore sicurezza nell’eseguire le letture. Grazie anche al sentimento di fiducia rafforzato e al conseguente incremento dell’autostima, imparano a essere più autonomi, indipendenti, a prendere iniziative per conto proprio e a leggere per periodi via via più lunghi. L’insuccesso dovrebbe essere praticamente eliminato. Si accresce il tasso di comprensione del significato intrinseco al materiale di lettura. La coerenza, la completezza, la flessibilità del metodo consentono ai genitori di evitare ai propri figli le cattive abitudini nell’esecuzione della lettura. Il bambino apprende a provare piacere per l’atto del leggere. La rapidità con la quale i bambini leggono i libri e il numero dei libri letti aumentano in misura notevole. Gli esperimenti già effettuati (Kirklees Psychological Service, Huddersfield – UK, Regno Unito) hanno ottenuto spettacolari successi con gli alunni tra i 6 e i 14 anni. Dagli studi pubblicati è emerso che il progresso medio o tipico per i bambi-ni coinvolti in questo progetto di lettura in coppia è tre volte superiore al progresso “normale”, se riferito all’accuratezza della lettura, e cinque volte superiore per quanto riguarda la comprensione del testo. È un modello, infine, di ampia applicabilità e ad alta efficacia, che consente ai genitori di dispiegare le proprie capacità educative in modo naturale e facile.

Da quanto esposto sin qui immagino che non sia sfuggito al lettore un particolare che, in fin dei conti, risulta essere la chiave di tutto il discorso: la presenza interattiva dell’adulto nel mondo di esperienze del bambino. In ciascuna delle circostanze suggerite c’è sempre un soggetto adulto che ricopre il ruolo di mediatore tra l’ambiente, le sollecitazioni di ordine cognitivo, la manipolazione di contenuti, l’acquisizione di significati, e il bambino nella sua corsa evolutiva. L’aspetto metodologico degli approcci presentati ha indubbiamente la sua parte, ma non è come una pillola che si assume nell’attesta che faccia scomparire un insopportabile mal di capo. È piuttosto qualcosa di dinamico, di empatico, agente in via primaria come semplice strumento nelle mani di un esperto.

Qui è meglio chiarire che cosa intendo per esperto. Partiamo dall’adulto che interagisce con il bambino: è una persona che parla, chiede, osserva, reagisce nei suoi modi personali di affrontare la realtà, invia segnali determinati al bambino che li accoglie e metabolizza nella propria vita intellettiva e affettivo-emozionale. Non è una persona che si comporta in modo specifico di fronte a una macchina o a un apparato complesso di produzione, non è un controllore passivo del procedere di un piano d’azione, non si affida ad atteggiamenti neutri e di puro calcolo, ma entra in comunione, con tutta se stessa, nel rapporto verbale e comportamentale con il bambino a cui ha deciso di dedicare parte del suo tempo.

Parlando di tempo, per specificare, è bene ricorrere ad alcune considerazioni di base, nei confronti della quantità e della qualità di detto periodo temporale. Intanto diciamo subito che prestare tempo per fare qualcosa di significativo con il proprio bambino ha valore in quanto accettazione di giocare con lui, per il motivo stesso che la forma privilegiata di attività personale nella primissima infanzia, e non solo, è il gioco. Non occorre stare l’intera giornata a inventarsi attività ludiche capaci di attrarre l’attenzione e l’interesse dei bambini; sono sufficienti alcuni spazi, a intervalli, nel corso del tempo libero di cui l’adulto può disporre.

Caratteristica fondamentale, tuttavia, nella scelta di questi spazi, è che il “fare” insieme al bambino si rivesta di piacere anche per il suo partner adulto, non appaia dunque come un obbligo o un’auto-costrizione da cui cercare di liberarsi al più presto; in quest’ultimo caso l’approccio sarebbe tossico per la crescita psico-affettiva del bambino, perché a lui non sfuggirebbe il sentore di un atteggiamento insincero e men che accettabile.

Giocare con il bambino vuol dire provare gioia a interagire con lui e questa realtà viene in luce a muovere dall’amore che lega adulto e bambino, amore percepito, sentito nella sua pienezza di trasparenza e manifestato con entusiasmo e vivacità emozionale; aspetti, questi, per i quali la mente del bambino è costantemente predisposta e indirizzata. L’efficacia derivante dall’applicazione delle metodologie sopra menzionate darà segni di effettiva funzionalità soltanto qualora fra l’adulto e il bambino si crei quel legame d’intesa grazie al quale entrambi provano piacere nell’esibire determinati comportamenti e lo fanno con esultanza.

Qui sta il collante che unisce le intese educative dell’adulto e i bisogni evolutivi del bambino. Qui sta il concetto del volersi bene e dell’esserci in pienezza di accordo e di consapevolezza. Sarà poi la stessa attività svolta con il bambino a restituire segnali gratificanti per entrambe le figure in coppia.

Vado a chiudere questa breve dissertazione con una personale osservazione di ordine educativo: oggi, si constata, va per la maggiore l’uso di sovraccaricare di regali la vita dei bambini; balocchi di ogni genere, “signorsì” a ogni richiesta mirata all’avere, al possedere, al prevalere; e, ancora, sommergere l’ambito di intrattenimento del bambino con attrezzature le più sofisticate, persino di tipo digitale, perché il bambino non si senta annoiato né solo. E  pensiamo di avergli dato tutto ciò di cui egli abbisogna e che, con questo, crescerà sano e felice. Ma non è così. Più aumentiamo l’archivio dei regali, più facciamo scontento il nostro piccolo. L’unico risultato che otteniamo, senza dubbio alcuno, è quello di aver trasmesso al bambino un messaggio di comodo: basta chiedere e sarò accontentato; se, poi, incontrerò resistenze, ricorrerò ai capricci o al pianto; ho capito che nulla vi è di più straziante e colpevolizzante per papà e mamma del vedermi piangere, e questa sarà la mia arma fondamentale per ottenere ciò che voglio. Questo è quanto andiamo – non sempre e non dappertutto per fortuna – a insegnare ai nostri bambini, e chiamiamola educazione!

Ricordo – perché no! – la mia infanzia, tanto per portare un esempio. Si era nel secondo dopoguerra e l’ambizione vincente era quella di avere sempre fra le mani qualcosa da mangiare. Quanti bambini a quel tempo facevano la fame! Altro che giocattoli. Quelli ce li costruivamo da soli, usando la fantasia, l’ingegno e le mani per modellare quanto ci serviva per divertirci, mediante semplici attrezzi, qualche listello di legno recuperato da cassette di frutta abbandonate e cose che la semplice natura ci offriva senza oneri né pericoli di sorta. A Natale si parlava per lo più di doni in generi alimentari: frutta secca, qualche mandarino e simili. Fu un’eccezione per me, ricordo come fosse ieri, l’aver trovato sotto il cuscino un “gioco dell’oca”: si trattava di un semplice foglio da disegno riportante il percorso del gioco che veniva effettuato con il lancio di due dadi numerati. Ebbene, quel foglio era costato così poco, da poterselo permettere anche una famiglia abbastanza numerosa come la mia, sei bocche da sfamare e il solo papà al lavoro, retribuito con un mensile assai modesto. Era costato poco, dicevo, anche perché i disegni, di casella in casella, finemente colorati, erano stati opera della mano artistica e dell’inventiva della mia sorella maggiore, dotata di ottime capacità grafiche, fatti dunque a matita.

Chiedo venia per questa digressione, ma tanto è per mettere in scena alcuni confronti d’obbligo e per rimarcare quale sia stato il cambiamento qualitativo e ponderale da allora ai tempi d’oggi. Tanti bambini come me vissero esperienze simili e si adattarono alla realtà così come essa si imponeva loro. Eppure, siamo cresciuti bene, abbastanza bene, e non siamo diventati idioti o disadattati per le privazioni che ci sommergevano nel novero delle condizioni di vita, e neppure abbiamo riportato traumi affettivi o problemi evolutivi di qualche sorta.

Tutto sta nel voler dare priorità alle alternative che ci si presentano, nella considerazione dei limiti per così dire estremi, come quello del dare tutto ai bambini, persino il superfluo con la convinzione di farli contenti, soddisfatti e felici, mentre riusciamo soltanto a comunicare loro la facilità gratuita con cui si può ottenere sempre di più, tanto c’è ovunque chi ci pensa a soddisfare desideri e capricci.

Oppure, preferire un approccio educativo improntato alla serietà di propositi, alla chiarezza degli obiettivi, alla moderazione degli atteggiamenti volitivi, regalando ai bambini la cosa più preziosa che potremmo dare loro: il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro interesse dimostrato nell’ascolto attento, il nostro giocare insieme con gioia genuina.

Immagine di Copertina tratta da Auxologico.

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