CERVELLO E MENTE. Un dibattito interdisciplinare

Analisi e studio su:

CERVELLO E MENTE
Un dibattito interdisciplinare

A cura di Silvano Chiari

Milano, Franco Angeli, 1988

Sul problema mente-cervello e sugli studiosi che se ne occupano:
alcune considerazioni come apertura di un dibattito. (Silvano Chiari)

Gli interrogativi ai quali S. Chiari ha cercato di dare risposta (i punti-chiave del problema):

  1. La crescente incidenza delle acquisizioni neuroscientifiche e la sempre minore rilevanza esplicativa dell’interpretazione filosofica del problema mente-cervello.
  2. Il crescente declino delle posizioni dualistiche; la maggiore attendibilità interpretativa del monismo mente-cervello su basi materialistiche.
  3. Privilegio al binomio mente-cervello su quello mente-corpo.
  4. La crescente estraneità di linguaggio e di possibilità intercomunicative tra filosofi e neuroscienziati; la sempre più diffusa sensibilità degli scienziati ai problemi epistemologici.
  5. La presa di posizione a favore di un monismo su basi materialistiche; interpretazione materialistica: continua modificazione funzionale delle strutture cerebrali stesse nel loro rapporto con la cultura e con la storia.
  6. Diventa fondamentale il progresso delle conoscenze sui meccanismi attraverso i quali, mentre da un lato lo stesso cervello sviluppa una mente che produce cultura, dall’altro storia e cultura agiscono sul cervello e ne modificano i sistemi funzionali.

Tendenze attuali del dibattito sul problema mente-corpo: precisazioni e cautele
(Alessandro Antonietti)

Quattro punti sui quali sviluppare considerazioni:

  1. Il progressivo spostamento del dibattito dal campo della filosofia a quello della scienza.
  2. La progressiva precisazione del problema mente-corpo quale problema mente-cervello.
  3. Il crescente declino della prospettiva dualista.
  4. Il crescente successo della prospettiva monista.

Che cosa sono i processi psichici e i processi neurobiologici? Che tipo di eventi o oggetti sono? La crisi del Neopositivismo ha condotto a respingere la netta distinzione di osservazione e teoria e ha evidenziato come le osservazioni siano intrinsecamente intessute di teoria. Non esistono protocolli, referti osservativi neutri: vedere è già interpretare; si vede soltanto ciò su cui la teoria ha indirizzato l’attenzione e ciò che è visto è subito tradotto nell’apparato concettuale proprio di quella teoria; l’esperienza non è un dato, ma un costrutto.

Lo statuto di un potenziale di membrana pare essere simile a quello di un elettrone: nessuno ha mai visto gli elettroni, ma soltanto scie luminose sullo schermo di particolari strumenti. Eppure, l’elettrone è considerato oggetto reale e materiale. Il rilevamento delle entità del mondo fisico risulta essere non esito di immediati rilievi sensoriali ma termine di definizioni e interpretazioni concettuali.

Anche gli oggetti psichici sono reali e anch’essi, come gli oggetti fisici, sono prodotti dalla sinergia di osservazione e speculazione. Come il rilevamento e la definizione dell’oggetto fisico ‘potenziale di membrana’ presuppongono una teoria del neurone e, più in generale, una teoria della cellula, dell’elettricità, così la definizione e il rilevamento di un oggetto psichico rimandano a una generale teoria della mente. L’oggetto scientifico, sia esso fisico o psichico, viene ritagliato dall’indistinto fluire degli eventi in riferimento a precisi contesti teorici.

La segmentazione e stratificazione del sapere storicamente determinatesi permettono oggi di discutere più proficuamente i fenomeni cerebrali e mentali facendo riferimento a nozioni e teorie che li pongono in relazione, rispettivamente, con il consolidato patrimonio di acquisizioni delle scienze biologiche e di quelle psicologiche.

Il declino del dualismo pare oggi accompagnato da una crescente adesione a concezioni moniste, soprattutto a quelle espresse nei termini della teoria dell’identità. Secondo questa teoria ogni evento mentale è un processo o stato del cervello. Esisterebbe, cioè, un medesimo referente (il cervello) di cui si può però parlare attraverso due diversi linguaggi (mentalista o fisicalista). Data l’identità di referente, i diversi linguaggi sarebbero traducibili l’uno nell’altro. Per esemplificare questa concezione, i teorici dell’identità si sono talora rifatti a un’analogia originariamente proposta da Fechner: mentale o fisico sarebbero, rispettivamente, come la superficie convessa e quella concava della medesima sfera. Una rappresenterebbe la sua descrizione ‘dall’esterno’, l’altra ‘dall’interno’. Sorge però la seguente difficoltà: come si può dimostrare che la superficie convessa della sfera è identica a quella concava?

Non posso sapere direttamente che i miei eventi mentali sono identici ai miei eventi cerebrali, poiché non posso considerarli contemporaneamente. Il problema pare risiedere nella difficoltà di mostrare come i due diversi linguaggi (psicologico e neurologico) si riferiscano al medesimo oggetto o terzo linguaggio [come nella Stele di Rosetta].

Corpo, Mente, Totalità. Filosofia e scienze a confronto. 
(Franco Bosio)

Qualunque filosofia che pretendesse di entrare in competizione con le scienze particolari, deve a sua volta farsi scienza essa stessa, e assumere la prassi e l’habitus della ricerca scientifica, dimettendo ogni nascosta nostalgia per una costruzione metafisica.

Nella visione piagetiana non spetterebbe altro compito alla filosofia se non quello di porsi come autocoscienza culturale critica della razionalità scientifica.

È certamente più fruttuosa, per una presa di coscienza del problema, l’ammissione di una ‘mente totale’ di cui il cervello costituirebbe solo l’apparire a livello biologico di un sottosistema di una ‘mente parziale’ deputata a svolgere i compiti propri di un pensiero operativo, discorsivo e analitico, ma che non assume una struttura soddisfacentemente intelligibile se non viene ricondotto all’interno delle funzioni prelogiche, fantastiche, produttive e creative cui non partecipa soltanto il pensiero cosciente e riflesso.

Il problema ‘mente-cervello’: si possono coniugare ‘mente’ e monismo materialista?
(Ettore Caracciolo)

La ‘mente’ è il cervello? Certamente no. Tutt’al più la ‘mente’ è un costrutto ipotetico, una sorta di comodità teorica, che ci serve per indicare il dinamico insieme delle complesse attività cognitivo-comportamentali dell’uomo. Un costrutto teorico, in quanto tale, non può avere una corrispondenza ‘punto a punto’ con un organo biologico.

Il cervello, preso come organo a sé, non può assumere questo significato. È solo una struttura biologica componente. Rappresenta il substrato sul quale si andrà a evolvere quel non ben definito insieme di attività, tradizionalmente denominate ‘mentali’. Il vero problema è sapere ‘che cosa’ faccia evolvere il sistema nervoso in tal senso, e ‘come’ tali fattori agiscano.

Se un neonato venisse al mondo con un encefalo maturo e di dimensioni normali, durante il parto non potrebbe passare per il canale pelvico. La soluzione evolutiva – caratteristica peculiarmente umana – è stata appunto il rimandare gran parte dello sviluppo del sistema nervoso al periodo immediatamente successivo al parto. E questo è possibile perché, sin dall’inizio della vita embrionale, il s.n. si presenta come un’organizzazione estremamente plastica: caratterizzata da un accrescimento rapido ed esplosivo, tanto da essere iterativo e ridondante in molte sue parti.

Lo sviluppo dell’encefalo inizia sin dai primi giorni della vita embrionale e continua per molti anni dopo la venuta al mondo del bambino. È importante ricordare che solo nell’uomo il s.n. si sviluppa parallelamente al comportamento. Pertanto, il cervello rappresenta uno dei fattori fondamentali per attuare tale tipo di sviluppo. I dati lo dimostrano chiaramente. Infatti, 16 settimane dopo la fecondazione, le divisioni delle cellule neuronali si arrestano, e il numero massimo di neuroni corticali è raggiunto.

Conseguentemente, gli esseri umani alla nascita hanno la dotazione completa dei neuroni formatisi durante la vita fetale. E questi non si moltiplicano più. Sin dai primi giorni di vita migrano verso le loro destinazioni finali dove giungono prima della maturità dell’organismo. È appunto dopo la nascita che il s.n. continua il suo sviluppo. Rapido. Esplosivo. Complesso. Con un ritmo di accrescimento che non si riscontra in nessun altro essere vivente.

Il contingente medio di diecimila (o più) sinapsi per neurone, non si stabilisce in una volta sola: al contrario, la maggioranza delle sinapsi della corteccia cerebrale si forma ‘dopo’ il parto: esse proliferano per ondate successive dalla nascita sino alla pubertà, e forse anche oltre. E si è visto che nel numero e nel tipo le sinapsi non sono pre-codificate geneticamente, ma vengono progressiva-mente strutturate dalle stimolazioni sensoriali che il bambino riceve dal mondo esterno.

Una delle proprietà del cervello umano, durante lo sviluppo, è la sua plasticità, ovvero la sua capacità di essere plasmato dall’influenza dell’ambiente esterno. Sono le stimolazioni ambientali, e le acquisizioni mentali che ne derivano, i fattori che guidano una sorta di epigenesi del cervello.

Questi stimoli possono causare mutamenti sia strutturali che funzionali, i quali incideranno poi sul modo in cui il cervello risponderà ai medesimi stimoli in futuro.

Una malnutrizione della madre, durante la vita fetale, non porta a maturazione tutti i neuroni ed altera anche il processo di mielinizzazione. In questi neonati il numero di neuroni è minore che in altri. Se poi tale malnutrizione si protrae dopo la nascita, il numero delle sinapsi possibili diventa notevolmente minore, anche perché nel bambino denutrito mancano talune sostanze fondamentali che servono all’accrescimento degli assoni e dei dendriti e alla loro mielinizzazione.

Viene denominato di ‘deprivazione materna’ quello stato in cui viene a trovarsi un bambino che, sin dai primi mesi di vita, per un prolungato periodo di tempo, venga ricoverato in una istituzione. Si sono potute constatare numerose anomalie biologiche e comportamentali in bambini cresciuti in queste condizioni, cioè senza il fondamentale e costante rapporto madre-figlio e, soprattutto, senza quelle adeguate stimolazioni socio-culturali rappresentate dall’ambiente familiare. Anche se ben nutriti, spesso, questi bambini crescono con gravi problemi e presentano un minore sviluppo cognitivo. Le autopsie in bambini istituzionalizzati deceduti hanno dimostrato un minor numero di cellule neuronali e un’alterazione dell’arborizzazione sinaptica. La ‘mente’, per funzionare, non solo ha bisogno di un cervello integro, ma anche di una continua stimolazione ambientale.

Gran parte delle attività psico-cognitive rappresentano il risultato della ‘dinamica interazione’ fra organismo e ambiente. Interazione non solo in grado di sviluppare tali attività, ma anche di far proliferare le connessioni sinaptiche e di integrarle fra loro, facendo così evolvere gran parte delle funzioni della corteccia cerebrale e quindi mettendo progressivamente in gioco tutte quelle attività che, per consuetudine, si è soliti denominare ‘mentali’.

Nella ‘psicologia ecologica’ di James J. Gibson (1966, 1979) emerge un aspetto dinamico espresso nella ‘teoria delle occasioni’: le occasioni sono ciò che l’ambiente fornisce all’individuo (stimoli, percezioni, informazioni, interazioni, indicazioni pre-strutturate, relazioni interpersonali. L’approccio ecologico di Gibson rifiuta la teoria della elaborazione dell’informazione (HIP) perché mentalistica, mentre corrobora la tesi contraria: le informazioni ambientali non vengono elaborate, in quanto la partecipazione sarebbe un’attività diretta.

Nella prospettiva ecologica la mente può essere considerata come un insieme di attività, veri e propri processi evolutisi epigeneticamente e riflettenti la storia evolutiva di quel singolo organismo, la sua genesi, lo sviluppo biologico e l’insieme delle esperienze individuali. Ne consegue ovviamente che il cervello non è la mente, ma solo l’organo di integrazione e di controllo di tutti questi fattori. E lo dimostra il fatto che, mancando uno di tali componenti (deprivazione), il cervello tende a restare un sistema organico che con molte difficoltà riesce ad esprimersi in ‘mente’.

Contributo al dibattito sul problema mente-cervello.
(Marcello Cesa-Bianchi)

Si parla di crescente incidenza delle acquisizioni neuroscientifiche e della sempre minore rilevanza esplicativa dell’interpretazione filosofica del problema mente-cervello:

  1. Il primo periodo, fino alla metà del nostro secolo (Wündt, Freud, Köhler), è caratterizzato dal dominio pressoché esclusivo dei grandi sistemi filosofici. La psicologia viene definita come una scienza con un oggetto di studio sostanzialmente differente da quello di tutte le altre discipline biologico-naturalistiche. In questo primo periodo, se i sistemi filosofici dominano il campo, ma lo fanno osservando da lontano una realtà di cui non sono parte, le scuole psicologiche si combattono su temi sostanziali fra i quali il problema mente-cervello rientra in modo determinante.
  2. Il secondo periodo, dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni ’70, è caratterizzato dalla nascita di una nuova epistemologia (Popper, Kuhn) che ripropone il problema mente-cervello secondo nuove interpretazioni sul valore relativo del conoscere scientifico. Il secondo periodo tiene certamente conto dei risultati raggiunti dalla ricerca neurofisiologica e neuropsicologica, ma fa riferimento anche alle prospettive aperte da altre discipline, come la genetica e la biologia molecolare, la cibernetica e la teoria delle informazioni.
  3. Il terzo periodo, a partire dal 1978, nel quale le acquisizioni neuroscientifiche acquistano una rilevanza sempre maggiore.

Mente e corpo in Aristotele e Kant. 
(Federico Di Trocchio)

La tesi di fondo è che sia in Aristotele sia in Kant la soluzione esiste ed è quella del dualismo interazionistico.

Da una parte il cosiddetto ilemorfismo aristotelico (hýlè = materia; morfé = forma; dottrina metafisica che nega l’esistenza di forme separate e sostiene che ogni ente reale è composto di materia e di forma; negazione della pura spiritualità dell’anima umana e di Dio).

Dall’altra la ‘Critica’ di Kant, secondo la quale è possibile applicare le categorie solo a concetti e i concetti sono possibili solo a partire da intuizioni. L’anima, dal punto di vista della metafisica trascendentale proposta da Kant, non è un concetto bensì un’idea, cioè un concetto problematico alla cui base non si trova alcuna intuizione. O, meglio, si trova solo un’intuizione parziale: quella temporale, mentre manca totalmente quella spaziale.

L’entelechia (= la realtà giunta al suo pieno stato di compimento o perfezione) aristotelica e l’anima-noumeno di Kant possono essere considerate come interessanti proposte per una distinzione non metafisica di ambiti e competenze tra scienze naturali e ricerca filosofica.

Sul rapporto mente-corpo e sul posto della psicologia tra filosofia e neuroscienze.
(Marcello Lostia)

Sembra innegabile che esistano due tipi di reduplicazione, uno operato dalle strutture dell’organismo e dal s.n. nei confronti degli stimoli provenienti dal mondo esterno, l’altro operato dal cervello nei confronti delle modificazioni neuronali. Il problema cervello-mente riguarda la seconda reduplicazione e la traduzione degli impulsi nervosi, di natura elettro-chimica, in percezioni, pensieri e immagini, cioè in linguaggio propriamente psicologico.

È questa una seconda reduplicazione, o reduplicazione di secondo livello, che fa gridare al miracolo e, nella ignoranza che ancora la circonda, spinge al ricorso a impianti metafisici, siano essi di tipo dualistico, monistico o integrazionistico. In termini più generici, ma molto più noti, questa seconda reduplicazione prende il nome di ‘presa di coscienza’.

La coscienza, e la presa di coscienza, restano, in ogni caso, il risultato di uno dei molteplici tentativi di adattamento e di sopravvivenza.

La coscienza, scriveva William James nel 1905, come la si intende comunemente, e cioè come entità o come attività pura, inestesa, vuota di ogni contenuto, non esiste, come non esiste la materia cui Berkeley ha dato il colpo di grazia. Essa è tutta nella percezione di ‘una corrente interiore, attiva, leggera, fluida, delicata, diafana, per così dire, e assolutamente opposta a qualunque cosa materiale’.

La coscienza, dunque, non è né un apriori latente né un atto illuminante: essa si risolve nella percezione. Ma, più che nella percezione del continuum, la coscienza nasce dalla sua interruzione: essa si propone come captazione di una interpunzione nel flusso quotidiano della esistenza organica e vive nella durata. La durata non è porzione del tempo, ma sua genesi: Essa è garantita da due eventi: nasce dalla interruzione di qualcosa che già esisteva e muore nella propria interruzione. Ma la coscienza non si identifica nella durata, ne richiede solo la conservazione. Ecco perché percezione e conservazione delle esperienze sono le condizioni della coscienza.

La coscienza, come ha scritto Piaget (1974), il quale negli ultimi anni sentiva il richiamo e la suggestione dei grandi temi della psicologia, non è il frutto di una improvvisa illuminazione, ma il risultato di una progressiva operazione concettuale che, basandosi sull’azione priva di consapevolezza, si innalza su questa e la anticipa, attingendo prima il livello della operatività concreta e poi quello della operatività formale. Lungi, dunque, dall’essere lo specchio della realtà, la coscienza è una costruzione che elabora le esperienze interiori, sorge sulla riflessione condotta sulle proprie azioni e sulle proprie sensazioni e si configura come reduplicazione astratta e rappresentativa di queste.

Se la mente di cui andiamo parlando è questa coscienza, l’interrogativo sul rapporto cervello-mente coincide con l’interrogativo sul meccanismo di reduplicazione delle esperienze sensomotorie in esperienze cognitive e di traduzione di quelle in un linguaggio rappresentativo e discorsivo che le metta a disposizione del soggetto.

Ed è la scoperta di questo meccanismo a costituire la sfida più affascinante per la psicologia dei prossimi anni.

La mente come funzione conscia e inconscia del cervello.
Critica della teoria dualistico-interazionista di Popper e Eccles. 
(Raffaello Papeschi)

Popper sostiene che la mente non è un fenomeno soprannaturale; che ha una natura ‘reale’, in quanto è capace di agire attivamente sul mondo materiale; è una ‘quasi-essenza’ o un ‘processo’ dinamico; ci devono essere delle forze responsabili di essa, o deve essa stessa essere una forza.

Tre possibili soluzioni al problema di che cos’è la mente:

  1. È una forza che appartiene esclusivamente al mondo psicologico, senza una relazione dimostrabile con i processi biologici nervosi (Scuola Psicoanalitica).
  2. È una forza non-fisica che agisce sul cervello (ipotesi dualistico-interazionista).
  3. È uno speciale processo biologico, una funzione del cervello (ipotesi funzionalistica).

Popper sostiene l’ipotesi dualistico-interazionista. Egli deduce che la mente (Mondo 2) non appartiene al mondo fisico (Mondo 1), anche se agisce su di esso ed è pertanto ‘reale’; le sue azioni più importanti consistono nelle operazioni di rapporto diretto con il mondo della cultura (Mondo 3).

Da un punto di vista fisico, anche se la mente non fosse una ‘forza’ o una ‘sostanza’ fisica, per agire su una struttura fisica quale il cervello, dovrebbe esercitare una forza fisica. Questa forza dovrebbe essere misurabile.

Popper (1934) ha stabilito che ciò che non è misurabile non è falsificabile e pertanto è metafisico. Se accettiamo la teoria dualistica che la mente è ‘non fisica’, non si capisce come essa possa possedere, anche teoricamente e senza farne una questione di conferma sperimentale, una forza fisica dato che tutte le forze fisiche che si conoscono derivano da corpi fisici con nota massa e coordinate temporo-spaziali. La fisica moderna ha ricondotto le forze fisiche fondamentali a quattro: gravità, forza elettromagnetica, attrazione nucleare debole e forte. La gravità dipende dalla massa dei corpi che si attraggono. La forza elettromagnetica dipende dalla quantità degli elettroni che generano il campo elettromagnetico, la forza nucleare debole deriva dai neutroni, protoni, pioni, muoni, la forza nucleare forte è condizionata dalla presenza dei quark.

Nell’ipotesi dualistico-interazionista la mente non ha dimensioni fisiche né è localizzabile nello spazio, quindi non può esercitare una forza fisica.

La mente è influenzata dalle modificazioni biochimiche e funzionali del cervello (v. gli psicofarmaci, le droghe); assume forme specifiche durante stati funzionali specifici del cervello, fisiologici (sonno) o patologici (commissurotomia); è assente quanto il cervello è temporaneamente o permanentemente fuori funzione (coma, anestesia, convulsioni epilettiche, demenza); e, infine, si presume, muore insieme al cervello. Questi dati di correlazione grossolana sostengono il concetto che la mente è una funzione del cervello.

Possiamo distinguere tra i fenomeni mentali almeno due tipi fondamentali: quelli che possono essere comunicati verbalmente agli altri, e quelli che non possono esserlo. È inconscia quella componente delle funzioni globali emotive, spaziali, visive e artistiche che non può ‘mai’ essere espressa verbalmente, ma che può essere comunicata agli altri non verbalmente con la prosodia.

La mente cosciente dipende quindi dalla funzione del linguaggio. Le funzioni mentali possono essere studiate solo attraverso l’analisi della comunicazione verbale e non verbale e l’introspezione.

Per Russel (1921) i linguaggi psicologico e biologico sono semplicemente due modi diversi di parlare degli stessi fenomeni.

L’unica interazione che avviene in realtà non è fra mente e cervello ma fra cervello e cervello attraverso le funzioni psichiche di comunicazione verbale e non verbale, cognitiva e affettiva.

La mente è una funzione altamente specializzata del cervello che produce messaggi e segnali che hanno contemporaneamente una dimensione fisica e un contenuto soggettivo o psicologico.

Eccles suppone che la mente, che non ha ‘estensione spaziale’ né è focalizzata in alcuna parte del cervello, ha la capacità di ‘scansione’ e di ‘lettura’ dei moduli corticali delle aree associative dell’emisfero dominante, che sarebbero ‘aperti’ alla mente. In questo modo la mente è l’agente causale di tutti i processi coscienti. Questa ‘scansione’ dei moduli cerebrali continuerebbe senza tregua anche quando il cervello dorme o è danneggiato o forse anche morto!; l’unica differenza sarebbe che in questi casi i moduli sarebbero ‘chiusi’.

Immagine di Copertina tratta da Neuroscienze.

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