Una trasvolata su vita e opere di rinomati Autori Latini
Per una conoscenza propedeutica al classicismo
AUTORI LATINI – SCHEMI
Parte VI di 11
Legenda:
n-m data di nascita-morte
isg inquadramento storico generale
op opere
tropp trama delle opere principali.
TERENZIO
(POETA COMICO)
La prima commedia di Terenzio fu rappresentata nel 166 a.C. (quasi 20 anni dopo la morte di Plauto).
N.B.: Quando il nuovo poeta comico si affaccia alla ribalta, Roma ha appena completato una fase decisiva del suo travolgente processo di espansione nel Mediterraneo: ha vinto la III e ultima guerra macedonica che ha portato tutta la Grecia, anche se non ancora ridotta a provincia, sotto il dominio romano.
Fu proprio il vincitore dell’ultima battaglia di quella guerra, Lucio Emilio Paolo, il protettore di Terenzio.
Lucio Emilio Paolo fu molto importante come uomo politico di quegli anni ma fu anche una figura di grande spicco nel quadro della ellenizzazione della cultura latina. Proprio Lucio Emilio Paolo, con alcuni suoi atteggiamenti e comportamenti (comuni agli aristocratici romani del tempo) ci aiutano a capire l’ambiente culturale in cui si formò l’arte terenziana.
Fatti fondamentali nella vita di L.E. Paolo:
- ebbe rapporti con Publio Cornelio Scipione Emiliano (il futuro distruttore di Cartagine) che sarà anche amico e protettore di Terenzio;
- aprì la sua casa allo storico greco Polibio, venuto a Roma come ostaggio nel 167 a.C., che contribuirà agli sviluppi della cultura romana.
Molto importante fu il cosiddetto CIRCOLO SCIPIONICO, un gruppo di uomini politici e letterati, romani e greci, che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano. Tale Circolo è considerato un momento decisivo nel processo di ellenizzazione della cultura romana perché, per la prima volta, in ambiente scipionico si andava realizzando una sintesi armoniosa tra le due diverse tendenze (romana e greca = conservatrice e innovatrice) con la prima consapevolezza, da parte dei Romani più qualificati intellettualmente, della necessità di vivificare e di arricchire il loro mondo spirituale con l’apporto della cultura greca, pur nel rispetto e nella salvaguardia dei valori tradizionali.
Il Circolo, dunque, fu un momento importante del processo di ellenizzazione della cultura romana.
Vita di Terenzio.
Terenzio è il primo poeta della letteratura latina di cui possediamo una biografia antica scritta da Svetonio nel II secolo d.C., in cui però i dati dubbi sono più numerosi di quelli sicuri.
Nacque forse a Cartagine nel 185 a.C.
Venne a Roma come schiavo di un senatore (Terenzio Lucano) il quale, per la sua intelligenza e bellezza (come dice Svetonio), lo fece istruire come libero.
Il poeta assunse poi il nome gentilizio del suo patrono e si chiamò Publio Terenzio Afro (di provenienza africana).
Ebbe come amici e protettori molti illustri personaggi, tra cui Scipione Emiliano e Gaio Lelio (suo amico inseparabile).
Proprio per le sue amicizie altolocate, fu accusato di essere il prestanome dei suoi nobili protettori e che, in realtà, sarebbero stati questi a comporre le sue commedie, i quali però, per questioni di prestigio, non vollero esporsi.
Lo stesso Terenzio accennò di questa accusa nel prologo di una commedia (Adelphoe: leggi Adelfe) senza fare il nome di quelli che egli chiamò genericamente Homines Nobiles.
Gli scritti di Terenzio.
Sei Commedie: tutte conservate e di cui si conoscono le date di rappresentazione. Furono portate sulla scena da Turpione.
- ANDRIA (La ragazza di Andro). – 166 a.C. – Fu accolta bene dal pubblico. Tratta dall’omonima commedia di Menandro, ma con inserti di un’altra commedia dello stesso autore. È la storia del giovane Panfilo che ama Glicerio, una ragazza originaria dell’isola di Andro, che vive presso una cortigiana mentre il padre vorrebbe darlo in sposo alla figlia di un vicino di casa.
- HECÝRA (La suocera) – 165 a.C. – Non fu accolta bene dal pubblico e si rivelò un vero e proprio fiasco, con abbandono del teatro da parte degli spettatori. È la storia di Panfilo, innamorato della cortigiana Bacchide, il quale, per obbedire al padre, ha sposato la giovane Filumena alla quale a poco a poco si è affezionato. Rientrando da un viaggio di affari, scopre che la moglie è tornata dai genitori a causa di screzi con la suocera; ma poi si scoprirà che il vero motivo sarà il fatto che Filumena è incinta, per essere stata violentata da uno sconosciuto prima delle nozze. Tale sconosciuto si scoprirà essere Panfilo e il matrimonio si ricomporrà.
- HEAUTONTI – MORUMÈNOS (Il punitore di se stesso) – 163 a.C. – Ancora una volta prese come modello la commedia di Menandro. Il titolo si riferisce al vecchio Menademo che conduce una vita di privazioni e di dure fatiche per punirsi di avere ostacolato il figlio Clinia nel suo amore per una ragazza povera, causandone l’arruolamento come mercenario.
- EUNUCHUS (L’eunuco) – 161 a.C. – Fu il più grande successo di Terenzio, tale da procurargli un compenso esorbitante e da essere replicato addirittura il giorno stesso della prima rappresentazione. Tale commedia punta decisamente su effetti di comicità convenzionale. È tratta dall’omonima commedia di Menandro, “contaminata” con un’altra dello stesso autore, da cui Terenzio derivò i personaggi del soldato e del parassita. È la vicenda intricata in cui si muovono il soldato Trosone e il giovane Fedria, che si contendono l’amore per la cortigiana Taide (il vero centro della storia).
- PHORMIO (Formione) – 161 a.C. – Come già l’Hecyra, il modello fu una commedia di Apollodoro di Caristo. È questo l’unico caso in cui Terenzio non ha conservato il nome greco. La vicenda, molto complessa, ruota intorno agli amori di due adulescentes che, aiutati da uno schiavo e da un astuto parassita, riescono a conquistare le donne amate.
- ADELPHOE (I fratelli) – 160 a.C. – Ultima opera di Terenzio, rappresentata in occasione dei Ludi funebri per la morte di L.E. Paolo (organizzati dal figlio Scipione Emiliano). Ancora una volta il modello fu una commedia di Menandro, “contaminata” da una scena di una commedia di Difilo. È la storia di due fratelli allevati da due genitori (maschi) con metodi diametralmente opposti: uno affettuoso e compiacente, l’altro autoritario e severo.
N.B.: Terenzio, dopo la sua ultima commedia, partì per un viaggio in Grecia e in Asia Minore da cui non fece più ritorno. Incerte le cause della morte. Secondo Svetonio sarebbe morto nel 159 a.C. all’età di 25 anni non ancora compiuti.
Particolarità delle commedie di Terenzio.
Sono commedie di tipo psicologico (i caratteri dei personaggi).
Quattro di esse derivano da Menandro.
Cicerone lo ha elogiato per aver riprodotto fedelmente Menandro a differenza di quanto fece Plauto.
Però anche Terenzio “contaminò” introducendo, come ad esempio nell’Eunuchus, due personaggi estranei al modello principale.
Terenzio fu definito da Cesare “Menandro dimezzato” (è un giudizio negativo), a causa delle sue contaminazioni.
Le sue trame seguono gli schemi tipici della NEA (commedia “nuova” che risale a Menandro) già di Plauto: al centro della vicenda uno o più amori ostacolati che, dopo una serie di peripezie, si risolvono felicemente.
Anche i personaggi sono i soliti: “senes” (vecchi), “adulescentes”, schiavi, cortigiane, parassiti.
Anche gli stereotipi sono gli stessi: equivoci, inganni, riconoscimenti (questo “topos” è presente in 5 commedie; manca solo negli Adelphoe dove non è necessario che la povera ragazza sia riconosciuta di famiglia benestante perché la liberalità di Micione fa accettare senza difficoltà una nuora priva di dote).
I veri protagonisti sono i padri e i figli.
LUCILIO
Nacque a Suessa Aurunca (nel Lazio, al confine con la Campania) da una ricca famiglia appartenente all’ordine equestre.
Fu contemporaneo di Scipione Emiliano e gli sopravvisse per più di 25 anni, morendo nel 102 a.C.
Fu amico di Scipione Emiliano e di Gaio Lelio e li sostenne contro gli avversari con la sua opera letteraria senza mai impegnarsi in politica.
A differenza di Ennio, ad esempio, incarnò una nuova figura di uomo di cultura che non fu un letterato di professione ma un ricco signore, più interessato alla cultura che alla politica e che si cimentò in un unico genere letterario: la Satira.
Scrisse infatti 30 libri di Satire di cui ci sono pervenuti circa 1370 versi sotto forma di frammenti che sono per lo più brevissimi.
Da un punto di vista metrico queste raccolte sono molto diverse: si passa dai metri della commedia all’esametro, cioè si assiste a un graduale passaggio dai versi della commedia a quello che diventerà poi il verso canonico della satira.
N.B.: Il discorso della metrica, per i Greci e i Romani, era molto importante perché essi consideravano la metrica uno dei principali elementi caratterizzanti un genere letterario.
Lucilio, con la sua opera, introdusse nelle lettere latine un genere nuovo e originale che non aveva un corrispondente nel mondo greco. Questo fu motivo di orgoglio per i Romani, attestato, ad esempio, da Quintiliano.
Sarà Orazio a far progredire la satira a uno stadio successivo conferendole uno spiccato carattere aggressivo e moralista.
La tematica delle satire di Lucilio.
Lucilio si cimentò in una vasta gamma di argomenti: dall’invettiva alla trattazione di problemi grammaticali e critici.
Il nucleo centrale fu sicuramente l’attenzione divertita e spiritosa per gli aspetti più normali e quotidiani della vita.
Trattò ampiamente il settore dell’eros e del sesso. Il Libro XVI, ad esempio, era dedicato a una donna di nome Collyra.
Trattò anche dell’amore per i fanciulli e della vita coniugale nonché della infedeltà femminile.
Ma soprattutto furono le occasioni sociali e mondane di Roma contemporanea che attirarono maggiormente l’attenzione della satira di Lucilio:
- prima fra tutte la cena che compare più volte nell’opera dell’autore;
- gli avvenimenti sportivi (es: combattimento dei gladiatori);
- i processi importanti come quello contenuto nel Libro II in cui, con notevole “verve”, presentava un processo che opponeva Tito Albucio a Quinto Muzio Scevola;
- la vita pubblica (es: la corruzione);
- la virtù (es: contro i lussi);
- i motivi funerari.
La poesia di Lucilio, dunque, fu tutt’altro che lineare e uniforme, ma fu piuttosto come un’arte che, oscillando tra moralismo e gusto dell’intrattenimento, riunì temi e motivi profondamente diversi. Si può dire che questa “miscellanea” si avvicinasse un po’ al carattere di Ennio.
Lucilio fu anche, in un certo qual modo, un censore che non esitò a bollare il vizioso per nome, come conseguenza del suo impegno morale.
N.B.: Se si esclude, forse, il precedente delle opere minori di Ennio, quella di Lucilio fu un tipo di letteratura sostanzialmente nuovo nel panorama culturale romano, poiché non è legato ad occasioni pubbliche rigidamente fissate (come la tragedia e la commedia), ma è destinato alla privata fruizione dei lettori.
CATULLO
e l’ambiente dei “poetae novi”
I “Poetae novi” (poeti nuovi, moderni) furono, nell’insieme, un movimento letterario che si sviluppò nell’età di Cesare e che operò un profondo rinnovamento nella poesia latina.
Fu Cicerone che denominò “Poetae novi” o “Neoteroi” tale movimento con intenzioni ironiche e dispregiative in quanto egli disapprovava, soprattutto per ragioni ideologiche, l’ostentato distacco dalla tradizione della poesia romana arcaica, tipico dei neoteroi.
Non si trattò di una vera e propria scuola, bensì di un Circolo letterario, di un gruppo di amici che condividevano gusti e programmi, che mettevano insieme le loro esperienze e che si ispirarono palesemente alle concezioni alessandrine e risentirono notevolmente dell’influenza ellenica.
Canoni fondamentali della poesia neoterica furono:
- impegno e raffinatezza di stile;
- sfoggio di dottrina (mitologica, geografica, linguistica) mediata dai Greci;
- brevità dei componimenti perché, secondo la loro opinione, solo un carme di piccole dimensioni può essere composto con la cura necessaria per farne un’opera raffinata e preziosa.
N.B.: I suddetti canoni (= programma poetico) emergono chiaramente dal Carme 95 di Catullo: un epigramma in cui viene salutata con entusiasmo la pubblicazione di un poemetto mitologico dell’amico Gaio Elvio Cinna (Zmyrna). Catullo ci informa che Cinna aveva impiegato ben nove anni per comporre, perfezionare, rifinire quella sua elegantissima operetta di cui Catullo esalta l’altissimo pregio, contrapponendola agli spregevoli Annales di oscuri poeti tradizionalisti.
La Zmyrna di Elvio Cinna, dunque, è da considerarsi il “manifesto” letterario dei “Poetae novi” e del quale rimangono solo tre versi.
In realtà, di tutti i “poetae novi”, tranne Catullo, possediamo solo pochissimi ed esigui frammenti.
N.B.: Virgilio, in un passo delle Bucoliche, esaltò il grande valore di Cinna dichiarando addirittura la propria inferiorità (letteraria) rispetto al poeta più anziano, evidentemente molto celebre e stimato anche dai suoi contemporanei, capace di realizzare un carme talmente dotto da risultare astruso e oscuro (ai non esperti e dotti), bisognoso di approfonditi commenti filologici per essere compreso.
CATULLO
Nacque a Verona, secondo San Girolamo, nell’87 a.C. e morì nel 57 (dunque a 30 anni).
Gli stessi versi di Catullo, tuttavia, dimostrano l’inattendibilità della data della morte: Catullo dovette infatti essere ancora in vita nel 55, come si desume dalle sue allusioni al secondo consolato di Pompeo e all’invasione cesariana della Britannia.
N.B.: Sembra dunque più probabile, accettando la notizia geronimiana sulla morte del poeta nel 30° anno di età, fissare le date di nascita e di morte nell’84 e nel 54 a.C.
Apparteneva ad una famiglia di alto rango provinciale, tanto che Cesare, come testimonia Svetonio, ne era talvolta ospite al tempo del suo governatorato di quella provincia.
Catullo venne a Roma giovane; entrò a far parte della società letteraria e mondana della città, ma mantenne sempre un profondo legame per la sua terra di origine.
A Roma si innamorò perdutamente di una donna che nelle sue poesie chiamò con lo pseudonimo di Lesbia. Fu questa una donna intelligente, colta, bellissima e corrotta, il cui vero nome era Clodia, sorella del famoso (e famigerato) Clodio che fu tribuno della plebe e potente alleato di Cesare, agitatore del partito dei “populares” e capo di bande armate, ucciso (nel 52 a.C.) da Milone, anch’egli capo di squadre d’azione dell’avverso partito, quello conservatore degli “optimates”.
Secondo alcuni biografi, la relazione fra Clodio e Cesare ebbe inizio nel 59 quando il marito di Clodia (Metello, che fu governatore della Gallia Cisalpina) morì.
Clodia però non intraprese soltanto la relazione amorosa con Catullo, ma anche con altri tra i quali quel Celio Rufo che fu difeso da Cicerone nell’orazione Pro Coelio.
La tormentata storia d’amore tra Clodia e Catullo durò probabilmente cinque anni. L’ultimo messaggio indirizzato dal poeta all’amata è del 55 o 54 a.C., che potrebbe essere interpretato come una sorta di commiato anche della vita.
Forse anche il viaggio in Asia Minore, al seguito di Gaio Memmio, governatore della Bitinia, dal 57 al 56 a.C., attestato da parecchi componimenti, costituì per Catullo un tentativo di distacco da una vicenda d’amore che rischiava di travolgerlo e forse anche di distruggerlo.
LE OPERE.
Le poesie di Catullo sono raccolte nel Liber che è giunto a noi come manoscritto ma che quasi certamente non fu da lui strutturato come ci è pervenuto.
I Carmi (= I vari componimenti) sono ripartiti in base ai metri: questo tipo di ordinamento prescinde sia dall’ordine cronologico dei componimenti sia dagli argomenti; le poesie scritte per Lesbia, ad esempio, si leggono nella prima sezione come nella terza.
Nel Carme 1, che apre la silloge, è una dedica all’amico Cornelio Nepote: Catullo definisce “libellus” l’operetta offerta all’amico e indica le sue poesie come “nugae” (leggi: nuge), cioè “poesiole” o poesie leggere.
Le Nugae di Catullo sono da intendersi come qualcosa di ben separato, rispetto ai Carmina Docta contenuti anch’essi nel Liber, molto più lunghi e impegnati stilisticamente.
N.B.: Ciò che è importante, e che si deduce dalla dedica a Cornelio Nepote, è una implicita dichiarazione di poetica: il “libellus” è definito come “lepidus” (piacevole, amabile, ma anche spiritoso) e “novus” (nuovo) soprattutto perché ispirato a una nuova concezione della poesia, diversa da quella tradizionale.
Sono “nugae” (dal greco lett. “scherzi”), cioè poesie volutamente non impegnate sul piano dei contenuti, ispirate alla concezione alessandrina della poesia come gioco.
Catullo, anche altrove, indicò la sua poesia come disimpegnata e leggera, ma nello stesso tempo raffinata ed elegante, che segue regole ben precise e che può essere apprezzata soltanto da chi, come Nepote, ne conosce e ne condivide i presupposti ideali e artistici.
Catullo viene dunque considerato il poeta d’amore per antonomasia. Si può dire che l’intera sua vita fu illuminata, ma anche logorata, da passionalità e tenerezza, capace di contenere la sensualità senza mai esserne sovrastato.
Con i “poetae novi”, ma soprattutto con Catullo, irrompe la cosiddetta lirica soggettiva, cioè l’espressione diretta dei sentimenti personali e spesso privatissimi dell’autore.
I “poetae novi” sono gli inventori (“inventores”) del formalismo latino, caratterizzato dalla ricerca di un equilibrio fra contenuti lirico-narrativi e soluzioni stilistiche di una raffinatezza estrema. In ciò i “poetae novi” ci appaiono dunque fortemente dipendenti dalla poesia ellenistica.
Catullo dimostrò un assoluto disimpegno e distacco dalla vita politica. Insultò i governatori corrotti, si scagliò contro i pedanti, i moralisti e i potenti senza mai chiedersi nemmeno a quale schieramento politico appartenessero.
L’ “indignatio” (indignazione) di Catullo fu esclusivamente umana e morale, astratta da ogni giudizio politico determinato.
Fu dunque poesia che nacque da esperienze intense e sentimenti profondi.
Per Catullo, in particolare, fu una vita illuminata e spenta da un eccesso d’amore.
In sintesi, furono 4 i temi di ispirazione di Catullo:
- la vita amorosa con tutte le sue contraddittorie vicende;
- la vita mondana, con la sua farragine di amicizie, inimicizie, pettegolezzi, ripicche;
- la propria vita interiore;
- i miti d’amore (soprattutto contenuti nei Carmina Docta).
Un verso famoso di Catullo: Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris (Odio e amo. Forse mi chiedi come ciò sia possibile).
N.B.: Carmina Docta. Sono contenuti nella parte centrale della raccolta, sono più ampi e più elaborati delle Nugae, con una lingua più ricercata anche se priva di abbellimenti artificiosi.
Immagine di Copertina tratta da Domus Rental.

