Gli ordini sono ordini! – Parte 3 di 3

 Gli ordini sono ordini!

Parte III di 3

Le responsabilità legata alla decisione assunta dai generali Arrighi e Farisoglio furono così pesanti sulla scena degli avvenimenti, tanto da decretare la conseguente defezione della resistenza sulla linea che collegava Saga con Pleca. Al margine di un punto di rottura delle speranze di uscire da quel tunnel buio, i generali Cadorna e Capello si incontrarono per discutere sulla situazione e sui provvedimenti da adottare con il massimo delle priorità. Capello propose a Cadorna una tattica di arretramento della 2a Armata, addirittura fino al Tagliamento. Questo provvedimento avrebbe consentito di mantenere le riserve senza sciuparle preventivamente in una difesa disperata e probabilmente perdente, per poterle poi utilizzare su una linea arretrata di consolidata tattica difensiva. Cadorna, da subito, rifiutò di aderire all’idea esposta da Capello ma, come già abbiamo visto, in cuor suo stava ventilando la stessa possibilità, pensando addirittura al Piave; era piuttosto la perdita di altre falde del territorio nazionale ad addolorarlo e a incitarlo a persistere nella resistenza, prima di lasciare tutto all’invasore. Era infatti incoraggiato dal fatto che si stava continuando a resistere in numerosi punti, dallo Stol al Matajur, alla Valle Judrio, al Globocak. Anche se, come accadde nel pomeriggio del 25 ottobre, lo Stol e il Kolowrat avevano ceduto, lasciando via libera agli austro-tedeschi che puntarono decisamente su Ronzina, poco a nord di Canale d’Isonzo. Cadorna, allora, si risolse di ordinare la resistenza a oltranza, che voleva dire respingere l’assalitore o morire sul posto – questi erano gli ordini inflessibili – lungo la linea che congiungeva il Montemaggiore con il Monte Mladessena, il Korada e il Monte Santo.

Era l’ultimo tentativo di sbarramento, ma alla ritirata delle truppe non ci pensò affatto. La sera del 25 ottobre, dunque, fu sulla 2a Armata che cadde l’onere di proseguire la resistenza e fu qui che, con il disappunto del gen. Capello, le riserve furono logorate all’estremo, senza che ne derivassero vantaggi di qualche rilievo. Il gen. Capello dovette interrompere la propria azione di comando allorché fu costretto a ricoverarsi per una dolorosa nefrite, dal 9 al 23 ottobre 1917. Il Comando della 2a Armata fu assunto dal gen. Luca Montuori. Ripreso il Comando, Capello ricadde per un aggravamento della malattia e dal 25 non operò più sul campo. Il 26 novembre 1917 passò al Comando della 5a Armata, cessando l’attività di comando l’8 febbraio 1918. Tra marzo e maggio 1918 compose una documentata memoria difensiva, La 2a Armata e gli avvenimenti dell’ottobre 1917. Il 3 settembre 1919 fu collocato a riposo. Nel 1920 apparvero due suoi libri, editi da Treves, Milano, Per la verità e Note di guerra.

Le cose precipitarono nella maniera meno attesa allorché le riserve, mosse a rinforzo e a copertura delle perdite subite, pervennero in zona di conflitto con notevoli ritardi mentre gli austro-tedeschi, ormai risaputo, procedevano nella loro tattica di infiltrazione rapida e sorprendente, ottenendo successi su successi.

Quando sì è detto, poco sopra, del pericolo che si avverasse uno scollamento fra l’ala sinistra della 2a Armata e la Zona Carnia, torna ora di proposito perché qualcosa del genere stava minacciando proprio di avverarsi. Quello scollamento avrebbe aperto un varco a favore della divisione Edelweiss che dalla Val Resia, ormai nelle proprie mani, sarebbe avanzata fino alla Valle dei Musi, sulla direttrice che conduce a Tarcento. Allo scopo di impedire ulteriori intrusioni, il gen. Cadorna istituì un corpo d’Armata affidandogli il compito della difesa dei ponti di Pinzano e di Trasaghis. Nello stesso tempo, al pensiero di una possibile ritirata strategica, il capo dello Stato Maggiore pensò di farne partecipi le Armate 2a, 3a,4a e il XII corpo d’Armata Zona Carnia, i reparti cioè che insistevano sulla zona di più alta criticità.

Era il tempo in cui una nuova tragedia andava a colpire il comandante della 19a divisione del XXVII corpo d’Armata, gen. Giovanni Villani il quale, non reggendo allo strazio nel vedere come era stata ridotta la propria divisione, si suicidò nei pressi di San Leonardo, a sud-ovest del Kolowrat.

I punti di resistenza all’avanzata nemica cadevano in successione. La brigata Genova, che presidiava lo Stol, insieme al suo comandante, gen. Torre, il 26 ottobre fu preda degli austro-tedeschi. Sullo Stol resisteva anche parte della brigata Potenza che, guidata dal suo comandante, gen. Amantea, con 5 mila uomini cadde anch’essa in prigionia. La 22a divisione Schützen aveva guadagnato la vetta dello Stol dopo il ripiegamento delle nostre divisioni 50a e 43a. In parallelo, la divisione Edelweiss, lanciata lungo il corso della Valle Resia, si era impossessata del Passo di Tanamea. Fu la caduta del Montemaggiore a convincere infine il gen. Cadorna a diramare gli ordini per la ritirata sul Tagliamento. Il Montemaggiore e lo Stol furono persi anche per il motivo della eccessiva lontananza delle riserve della 2a Armata, in attesa di impiego dalla loro stazione sul Medio Isonzo, con ciò concedendo ancora una volta alle formazioni avanzanti di procedere con relativa facilità verso le Valli del Natisone e dello Judrio.

Con lo sfondamento operato dalle forze austro-tedesche si fece prioritaria la necessità di creare un forte collegamento fra le Armate 3a e 4a e, per raggiungere tale obiettivo, il capo di Stato Maggiore dovette escogitare un piano strategico valido a ridurre la lunghezza della linea del fronte, e a questo punto pensò al Piave fino al Monte Grappa. Non per nulla da tempo ormai aveva predisposto, su questa linea, l’effettuazione di lavori di rafforzamento che sarebbero confluiti nell’allestimento del campo trincerato di Treviso. La 4a Armata, poi, sarebbe arrivata a contatto con la 1a Armata per garantire la difesa del settore Montello-Grappa-Val Brenta. E, infatti, il pericolo dalla parte avversa si andava profilando, con la proposta avanzata dal gen. Conrad di portare l’offensiva sugli Altipiani e di rinforzare le proprie formazioni, con il consenso del gen. von Arz.

Il pericolo non era ancora diminuito: il Comando Supremo austriaco, infatti, il 30 ottobre lanciò le Armate 14a, 2° e 1a Isa con l’ordine di superare il Tagliamento. Per arrestare l’avanzata attesa si fecero brillare i ponti sul Tagliamento, lasciando indenni quelli di Mandrisio e di Latisana per assicurare il passaggio delle nostre forze. Nello stesso tempo il gen. Cadorna trasmetteva le direttive per lo schieramento lungo il Piave.

Il 31 ottobre la 3a Armata riuscì a portarsi sulla riva destra del Tagliamento, ma tanta fortuna non arrise alla brigata Bologna che rimase bloccata sulla sua riva sinistra: non poté usufruire del ponte di Pinzano, fatto saltare prematuramente, e cadde nelle mani del nemico.

Allorché fra il 2 e il 3 novembre la 55a divisione austro-ungarica prese possesso del ponte di Cornino, poco a nord di San Daniele del Friuli, del monte di Ragogna e di Pinzano nei pressi di Ragogna, la ritirata delle nostre truppe al Piave parve cosa urgente. Fu infatti alle ore 10 del 4 novembre che il gen. Cadorna diede ordine alle sue Armate di arretrare sino alla linea del Piave, e fu cinque giorni dopo che si fecero saltare i ponti per arrestare l’inseguimento degli austro-tedeschi.

Era necessario attuare al più presto il collegamento fra la 1a e la 4a Armata, comandate rispettivamente dai generali Pecori Giraldi e Di Robilant, sennonché quest’ultimo non si fece gran premura nell’ottemperare al piano di arretramento, in quanto pensava doversi mantenere il possesso del Cadore; finché non gli pervenne l’ordine perentorio di muovere rapidamente la 4a Armata per condurla sulla destra del Piave. Ma Di Robilant persistette nella propria determinazione e lasciò che trascorressero due preziosi giorni prima di dare corso ai movimenti di ripiegamento, decisione che concorse a favorire, il 10 novembre, le truppe di Rommel nel sorprendere l’ala destra della 4a Armata, discendendo dalla Valle del Vajont e facendo dei nostri circa diecimila prigionieri, impossessandosi pure di ben 94 pezzi di artiglieria.

Cadorna sistemò, in data 6 novembre, il II corpo d’Armata del gen. Albricci sul Montello e il XXIV del gen. Caviglia subito a tergo. Fu il gen. Cadorna a interpellare il generale francese Foch onde ottenere rinforzi da utilizzare sul Montello. L’esito della richiesta fu positivo, ma alla condizione, posta da Foch, che i soldati francesi non sarebbero entrati in linea. Parve allora che le truppe alleate fossero state inviate in Italia non tanto per combattere il nemico comune al nostro fianco, quanto invece per fare in modo da opporre una sicura barriera a un’eventuale avanzata delle compagini tedesche sino alle Alpi Occidentali e oltre. Al momento di assumere il Comando, al gen. Armando Diaz questo atteggiamento era sicuramente ben noto, tant’è che, con opportuno orgoglio militare e patrio, si astenne dalla richiesta di rinforzi di contingenti alleati.

Si avvicinava intanto il tempo in cui il gen. Cadorna doveva vedere concludere la propria direzione della guerra, a seguito delle decisioni assunte nel Convegno di Rapallo del 6-7 novembre 1917. Il gen. Cadorna veniva sostituito dal gen. Armando Diaz, coadiuvato dai sottocapi, generali Giardino e Badoglio. Fu anche il momento in cui si svolsero accordi con gli Alleati dell’Intesa per ottenerne un aiuto concreto. 

Un espediente di carattere positivo si riscontrò, al momento, nell’aver costituito una linea frontaliera, per ripetere, di appena 300 chilometri ossia meno della metà della precedente e pertanto di migliore gestione a tutti gli effetti. Noi avevamo, pronte all’impiego in battaglia, 33 divisioni atte a fronteggiare 53 divisioni austro-tedesche. Il 10 novembre ebbero inizio i confronti armati.

Le condizioni dei nostri soldati erano, come osserva il gen. Faldella, “quanto mai precarie” in fatto di organizzazione delle linee preposte alla difesa, di reticolati che non c’erano, di artiglierie che lasciavano a desiderare nel compito di sbarrare il passo al nemico. In queste osservazioni, tuttavia, emerge una contraddizione con quanto Faldella aveva assicurato, un paio di pagine prima sul suo libro, l’avere Cadorna predisposto tutto per la difesa, dalla costruzione viaria a quella delle risorse e condutture idriche, oltre che alle postazioni da assegnare alle artiglierie.

Ma c’era qualcosa di più a corroborare il morale dei nostri combattenti ovvero i cambiamenti sopravvenuti, favorevoli alla conduzione della difesa e dell’attacco, opera del gen. Diaz. E così le nostre formazioni erano pronte a sostenere l’urto delle 7 divisioni austro-ungariche spinte dal gen. Conrad il 12 novembre sull’Altipiano e, dieci giorni appresso, di 33 battaglioni ai quali opposero eroica resistenza appena 11 battaglioni italiani che, tuttavia, furono in grado di ottenere indiscussi successi.

Sul Grappa si era mosso il gen. Krauss con 9 divisioni contro 4 italiane, nel momento in cui il gen. Boroevic superava l’ansa di Zenzon sul Piave, che dovrà definitivamente sgombrare il 27 dicembre.

Arrivò il 23 novembre, quando i Comandi austro-tedeschi decisero di sospendere l’offensiva. Le truppe alleate, rassicurate dai successi della resistenza dimostrata dai nostri combattenti, decisero infine, il 4 dicembre, di entrare in linea, affiancandosi ai “Ragazzi del ’99” che diedero altissimo esempio del proprio valore in battaglia.

Erano gli inglesi a occupare la linea del Montello e i francesi a portarsi sul settore Tomba-Monfenera. Al 10° Gruppo Alpini fu attribuita la gloria di aver conquistato il Cornone alla fine del gennaio 1918, mentre la brigata Sassari riprendeva il Col del Rosso e il Col d’Echele e la IV brigata Bersaglieri liberava la Cima di Valbella. In tutto caddero nelle nostre mani 2.500 prigionieri avversari. Ormai la vittoria arrideva ai nostri soldati, era cosa certa!

I retroscena della disfatta.

Vediamo quali furono i punti sui quali si verificò il cedimento delle nostre truppe dalla loro posizione di resistenza. Intanto una constatazione: la resistenza protratta dava la sensazione del diminuire di nerbo a partire dalle prime linee verso le retrovie; così pure si verificava l’accrescersi dell’abbandono del posto. Sulle prime linee i nostri fanti combattevano e morivano, mentre interi reparti di artiglieria e di altre Armi se ne andavano, pure disarmati, dalle linee arretrate, abbandonando al nemico pezzi di artiglieria, materiale vario, combustibili e derrate alimentari. Successe con la brigata Napoli sul Monte Piatto, con la brigata Arno sul Kolowrat tra il 24 e il 25 ottobre 1917, con la brigata Salerno il 26. Il 24 ottobre si arresero le brigate Taro e Napoli su Costa Raunza e sul Podklabuc. In senso opposto pervenivano al fronte brigate di riserva, ma arrivano alla meta già affaticate e disorientate. Si poteva assistere a un movimento a doppio senso: gruppi di sbandati in allontanamento dalle posizioni di linea e formazioni di supporto che accorrevano per arrecare rinforzo e che certamente, alla vista di quelle scene frontali, non avranno coltivato pensieri ottimistici. Non solo, ma vi si aggiungevano anche le colonne di profughi civili, costretti ad abbandonare le proprie dimore, a vedere accentuarsi i sentimenti di sconforto e di crescente apprensione.

In ambito politico e militare si discusse a lungo su quali fossero state le cause a monte della disfatta di Caporetto. Furono stimate nel crollo morale delle truppe che si sarebbero lasciate andare a quello che fu chiamato “sciopero militare”, ma altre opinioni cadevano sui notevoli difetti organizzativi e su errori commessi dagli addetti al comando, comprendendo questi due parametri in una vasta gamma di errori tecnico-militari. Altri punti di vista collocarono l’insieme delle cause di cui stiamo trattando nel malgoverno con il quale i Comandi gestivano le truppe loro affidate. Fu quest’ultima la versione adottata dai lavori della Commissione di Inchiesta, con il peso delle responsabilità addossato in primis ai generali Cadorna e Capello. Sul piano specificamente politico fu Leonida Bissolati (1857-1920), interventista, combattente fra le truppe alpine e ministro con le legislature Boselli e Orlando, a denunciare, nel dicembre 1917, la propaganda disfattista alla base dei casi di diserzione.

Furono fatali ai nostri difensori, sintetizza il gen. Faldella, l’avverarsi di ritirate improvvise, l’eccessiva distanza delle riserve, il verificarsi di un panico dilagante e di un generale sbandamento. Il gen. Faldella attribuisce, senza esitare, la disfatta di Caporetto a errori tattici nella conduzione delle azioni di guerra, all’inadeguatezza al combattimento in campo aperto e alla divampata depressione morale.

Le autorità militari, per ordine del gen. Cadorna, reagirono duramente ai casi di abbandono del posto di combattimento o alle ribellioni divampate fra i soldati, deferendo i colpevoli ai processi intentati dai Tribunali militari. Furono 729 le condanne a morte comminate, oltre alle esecuzioni sommarie e alle decimazioni perpetrate sul terreno di battaglia, calcolate in un totale ulteriore di 114 casi. Furono capi espiatori di tali condanne i Fanti delle brigate Ravenna, Napoli, Lombardia, Padova, Mantova, Catanzaro, Rovigo.

Fanti in trincea e popolazione civile invocavano l’avvento della pace: facendo un passo indietro, ricordiamo che era stata indetta una Conferenza a Zimmerwal già all’inizio del Conflitto, nei primi giorni di settembre 1915, per trovare il modo di far prevalere la volontà di pace, alla cui eco si sarebbe dovuta sollevare la supplica di papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1854-1922) che nell’agosto 1917 definì la guerra come “inutile strage” e “suicidio dell’Europa civile”, tanto che il giornale L’Avanti! scrisse che il papa parlava il linguaggio di Zimmerwald, con l’incitare i Governi a cessare le ostilità per salvare l’Europa. Oltre al papa, furono indiziati di ostilità al proseguimento della guerra deputati socialisti come Modigliani e Treves (da ricordare la sua sentenza previsionale “non un altro inverno in trincea”). Una personalità particolare tacciata di disfattismo fu il gen. Angelo Gatti (1875-1948), comandante della 1a Armata nel 1915 e segretario particolare di Cadorna nel 1917, scrittore di vicende relative alla Grande Guerra.

Una cosa vera e sacrosanta fu, tutto sommato, che dal Piave i nostri combattenti si resero conto che le orde nemiche non accennavano a demordere e stavano aumentando la pressione per impadronirsi del nostro territorio patrio. Fu questo lo stimolo essenziale che spinse le nostre truppe a ergersi in un ultimo supremo atto di eroismo per cacciare indietro l’avversario. L’arresto del nemico sulle sponde del Piave fu un tutt’uno con la consapevolezza crescente dei nostri difensori che si percepivano vittime dell’invasore.

Le condizioni sul campo di battaglia, con Diaz, erano mutate radicalmente: non più obbligati a gettarsi all’assalto per ordini superiori non compresi e non condivisi, ma la percezione bruciante di un pericolo per le proprie vite non solo, ma per le proprie famiglie, quindi l’emergere di un nuovo spirito di corpo, come quello che spingerà i nostri ad aprirsi un varco, con uno sforzo estremo, Valuiki 26 anni dopo.

Era stato, come afferma il gen. Faldella, un vero e proprio “rivolgimento spirituale”, tale da potersi affermare che la Battaglia del Piave-Grappa non si configurò affatto come una ritirata o come n cedimento, ma assunse in crescendo l’aspetto di una resistenza tenace e risolutiva che dal fronte Piave-Grappa-Asiago portò alla conclusione finale di Vittorio Veneto.

In questa, che fu la fase conclusiva della guerra, gli equilibri tra le potenze e al loro stesso interno stavano vacillando: era per tutti il momento dell’esaurimento delle energie e della disponibilità di risorse. Da parte dell’Intesa erano molti coloro che dubitavano del poter portare avanti una situazione fattasi ormai assai critica; si attendeva che entrassero in guerra gli Stati Uniti per poter risolvere i problemi più pressanti.

Da parte italiana si conversero in massima misura gli sforzi sull’industria bellica la quale riuscì a mettere in campo una dotazione di circa 7 mila bocche da fuoco nel giugno 1918, in previsione della battaglia del Piave. L’Esercito, come fa notare il gen. Faldella, rinforzato con la costituzione della 5a Armata affidata al gen. Capello, poté disporre di 54 divisioni da dispiegare alla difesa. Gli austriaci si mossero in effetti all’attacco, sul fronte italiano, il 14-15 giugno 1918, avanzando con una rapidità incredibile e scontrandosi con la contropreparazione italiana accesasi su tutta la linea frontaliera. Si era scatenata quella che fu detta “Operazione Valanga” che si proponeva di portare le truppe attaccanti lungo la Valtellina e la Val Camonica per invadere la Lombardia. Dal Tonale si muovevano le divisioni Schützen 1a e 2a, mentre gli Alpini bavaresi dirompevano sullo Stelvio, ma inutilmente, perché arrestati dalla nostra ferrea difesa.

La situazione era meno rassicurante sul Montello e sul resto del fronte fino al mare, dove gli scontri a fuoco si inasprirono in modo impressionante, sino alla nostra controffensiva del 19 giugno, talmente energica da convincere il gen. Boroevic ad avanzare la proposta di riportare indietro i propri schieramenti, sulla sinistra del Piave. Cosa che gli fu autorizzata dal Comando Supremo austriaco e che ebbe luogo nella notte fra il 22 e il 23 giugno.

Per quanto riguarda i nostri alleati le cose non andavano così bene. I tedeschi erano sempre più un osso duro da scalfire e ne diedero segno ancora il 21 marzo 1918 con la propria superiorità d’attacco ai danni della 5a Armata inglese, spingendo i britannici a pensare seriamente a una ritirata per non cadere nel culmine di una catastrofe annunciata. I francesi si fecero premura di premunirsi riprendendosi alcune divisioni dal fronte italiano, mentre i tedeschi, a muovere dal 9 aprile, stavano sfondando sulla Lys, dall’Artois alla pianura fiamminga, recando panico e disordine fra i difensori.

Gli Austriaci, per parte loro, lavoravano nella previsione di sferrare un formidabile attacco fra l’Astico e il mare, da realizzarsi il 20 maggio, allorché entrarono in scena i tedeschi che si inoltrarono fino alla Marna, in data 27 maggio. Il 15 luglio i tedeschi avevano attaccato tra Reims e la Marna, catturando 14 mila uomini e 50 pezzi d’artiglieria. A Reims partecipò alla resistenza, lo stesso giorno, il II corpo d’Armata italiano, agli ordini del gen. Alberico Albricci, soffrendo la perdita di oltre 9.300 uomini su una forza iniziale di 24 mila. Le perdite a carico dei francesi furono enormi: 85 mila prigionieri e 1200 cannoni persi.

Mentre in Europa giungevano i rinforzi americani, si parlò di un milione di soldati, i nostri alleati non si stancavano di spingerci verso lo sviluppo di una nuova offensiva contro l’Austria, per il motivo sempre valido di alleggerire i loro fronti bersagliati dalle forze tedesche, ma per noi il problema sussisteva nel fatto che l’Esercito austriaco poteva disporre di ancora numerose risorse sia in uomini sia in armamenti. Per noi, invece, si protraeva una grave carenza di complementi e di munizionamento.

Foch, dalla Francia, continuava a richiedere un intervento offensivo all’Italia, scontrandosi con il parere negativo del gen. Diaz. Di altra idea era il presidente del Consiglio Orlando (presidente dal 29 ottobre 1917) che avanzò addirittura la formulazione di un progetto per l’inizio dell’offensiva alla data del 25 settembre, progetto la cui stesura fi affidata al col. Cavallero. Fu in base a questo progetto che la 4a Armata, il 24 ottobre 1918, diede inizio all’attacco che si portò dietro la perdita di 24.700 uomini.

Tra il 26 e il 27 ottobre 1918 la ricostruzione di una serie di ponti sul Piave permise ai nostri di inseguire gli avversari in ripiegamento, sino all’epilogo felice di Vittorio Veneto.

Immagine di Copertina tratta da Liber Liber.

Lascia un commento