Gli ordini sono ordini!
Parte II di 3
Altra cosa che mancò nel piano italiano di difesa fu il riferimento ai punti dai quali le fanterie nemiche sarebbero balzate in avanti per l’assalto, punti che si sarebbero dovuti conoscere alla perfezione se fossero stati in precedenza verificati; ma anche questo non fu. Non si sfiorò neppure da lontano l’obiettivo messo in chiaro dal gen. Cadorna ossia quello che prevedeva di schiacciare letteralmente le fanterie nemiche sul punto di muovere per l’avanzata e di neutralizzarne la portata offensiva mediante il fuoco delle nostre artiglierie, già ai primi cenni dei tiri partiti dal fronte nemico. Si parlò poi di mutismo delle nostre bocche da fuoco e il nemico ebbe via libera per inoltrarsi nelle pianure friulane e venete.
Si sapeva, per la notte sul 24 ottobre, che le batterie austro-tedesche avrebbero battuto le nostre zone in due momenti, dalle ore due alle sei di notte e dalle sei e trenta alle sette e trenta – otto del mattino. La nostra risposta repentina e puntuale, secondo gli ordini pervenuti dal Comando Supremo, sarebbe dovuta scattare alle ore due. Fu lo stesso Montuori, in sostituzione del gen. Capello al comando della 2a Armata, a ordinare, già il 22 ottobre, le operazioni dell’artiglieria italiana volte e rintuzzare il bombardamento nemico sin dal suo primo manifestarsi, in pieno accordo con le direttive emanate dal Comando Supremo. Fra gli alti Comandi, tuttavia, insorse con fatale frequenza il dubbio se le nostre bocche da fuoco avessero dovuto iniziare a sparare appena sviluppata la prima fase del bombardamento nemico e cioè alle ore due del 24 ottobre oppure al presentarsi della seconda fase ossia alle sei e trenta del mattino, e tutto ciò ingenerò ulteriori motivi di confusione e di indeterminatezza sul da farsi. Non potevano esserci dubbi, se soltanto ci si fosse attenuti alla volontà espressa dal capo di Stato Maggiore.
Avvenne in sostanza che gli ordini del gen. Cadorna fossero lasciati nel vago, benché fossero stati prescritti per una contropreparazione da affidare ai grossi e ai medi calibri, intensa e di lunga durata, con lo scopo, ripetiamolo ancora una volta, di inchiodare le fanterie nemiche sulle posizioni di partenza, facendo seguito a uno sbarramento operato dai piccoli calibri per arrestare l’avanzata delle fanterie residue attaccanti. Si osservava inoltre una grande disparità di organizzazione fra le nostre e le forze tedesche. Per noi insorgeva una generalizzata confusione causata da divergenze nella considerazione della conduzione bellica e da presunte divergenze di interpretazione degli ordini, tutto questo lasciato sul molto vago. Soprattutto erano insorte divergenze fra il punto di vista di Cadorna, relativo al contrattacco, e quello di Capello improntato sulla controffensiva. L’uno e l’altro confluivano in uno stato di pesante incertezza dovendo attribuire il giusto significato al termine “contropreparazione”. Un dato di fatto certo e sicuro sussiste, comunque la si voglia intendere: compito di Capello era quello di obbedire tassativamente agli ordini di Cadorna, cosa che non avvenne: ossia il dovere di procedere a una rapida diminuzione delle forze schierate sulla Bainsizza e di portare indietro le batterie pesanti. L’aver addossato i motivi della mancata reazione al momento giusto, ossia alle due della notte sul 24 ottobre, alla nebbia, alle condizioni meteorologiche avverse e al frastuono rimbombante delle cannonate non reggeva, perché tali circostanze non erano soltanto per noi ma, nello stesso tempo e nella stessa misura, anche per i nostri avversari, con la differenza che questi avevano provveduto per tempo a farvi fronte. Dubbi, incertezze, interpretazioni divergenti ed equivoci conseguenti fecero il resto nell’andare incontro a una disfatta clamorosa.
Con tutto ciò rimase irrisolto il silenzio delle artiglierie del XXVII corpo d’Armata. Si viene poi a sapere da Mario Silvestri (Isonzo 1917, RCS Libri S.p.A., Milano 001) che Badoglio si era recato a Cosi (Kosi, in Valle Judrio, era la sede invernale del Comando del XXVII corpo d’Armata. Il torrente Judrio scorre a ovest dell’Isonzo per gettarsi nel Natisone nei pressi di Romano d’Isonzo) rendendosi irreperibile. Vi era arrivato trasferendosi, nella notte dal 23 al 24 ottobre, dalla precedente sede di Ostri Kras. Dalle notizie riportate in questo ambito pare che Badoglio si trovasse in una sorta di pellegrinaggio che lo portò, attraverso i Molini Klinak, sino a Kambresco, intanto che gli venivano inviati messaggi dai suoi subalterni, senza che ne seguisse risposta alcuna. Lo stesso gen. Giovanni Villani della 19a divisione gli aveva segnalato il pericolo incombente sul Globocak e sullo Jeza, con messaggi partiti a mezzogiorno e pervenuti a Badoglio alle 15,25, ma Badoglio di persona risultava introvabile. Dovettero arrivare le ore 16 del 24 ottobre perché Badoglio riuscisse finalmente a conferire, da Kambresco, con la 2a Armata. Da Kambresco, poi, dove rischiò pure di cadere nelle mani del nemico, Badoglio si spostò a Liga, sei chilometri distante, dove fu problematico localizzarlo. Badoglio, inoltre, segnalò al Comando della 2a Armata che il crollo verificatosi nella brigata Puglie sul Globocak era stato causato dalle diserzioni delle truppe, notizia successivamente smentita.
Accadde addirittura, come afferma Alberto Di Gilio (Caporetto. Giorni d’inferno, Gino Rossato editore, Novale-Valdagno, Vicenza 2012), che nella giornata del 24 Badoglio trasmettesse, senza la copertura di codici segreti, le posizioni dei suoi reparti, facendo il gioco del generale tedesco von Barendt che seppe con precisione dove dirigere i tiri delle proprie artiglierie. Insorse poi, per voce del reduce di guerra e deputato, Rutigliano, che ebbe occasione di conoscere da vicino il capo del XXVII corpo d’Armata, l’accusa di maggiore responsabilità attribuibile a Badoglio per la disfatta di Caporetto.
Il generale, come osserva ancora Alberto Di Gilio (cit.), aveva lasciato sulla sinistra dell’Isonzo tre sue divisioni senza Comando, per il solo fatto che si era premurato di raggiungere Udine e Padova per motivi strettamente personali. E fu lo stesso Cadorna a osservare la perdita di tre fortissime linee di difesa da parte del XXVII corpo d’Armata comandato da Badoglio. Con tutto ciò la Commissione di Inchiesta fece di tutto per scagionare il gen. Badoglio dalle responsabilità attribuitegli e pare certo che la stessa Commissione di Inchiesta avesse fatto sparire ben tredici pagine dalla Relazione concernente i fatti relativi al comportamento di Badoglio. A questo proposito fu anche osservato (Gerardo Unia, Dalla Bainsizza a Caporetto, L’Arciere Edizioni, Dronero-Cuneo 2008) che nel diario militare del XXVII corpo d’Armata erano introvabili gli allegati relativi ai giorni 22 e 23 ottobre 1917.
Il gen. Faldella non esita a metter luce sulla vicenda misteriosa delle pagine scomparse, facendo il nome del senatore Paratore il quale avrebbe accolto l’invito di conferire con il presidente Orlando per chiedergli di ottenere a sua volta dall’on. Raimondo, allora membro della Commissione di Inchiesta, di non fare cenno alcuno sulle responsabilità accollate al gen. Badoglio, nel merito delle quali sarebbero state eliminate dalla Relazione di Inchiesta le tredici pagine contestate, da cui le responsabilità furono dirottate sui generali Cadorna, Capello e Cavaciocchi. Il gen. Faldella non manca di scagliare invettive nei confronti dei lavori effettuati dalla Commissione di Inchiesta, addebitando a quest’ultima una serie di errori di valutazione dei fatti, a iniziare dall’aver cercato di alleggerire il peso degli errori tattici commessi e dell’aver creato un vuoto tra i corpi d’Armata IV e XXVII.
Fu lo stesso Orlando ad ammettere, per iscritto, che le 700 bocche da fuoco disponibili sarebbero senza dubbio bastate a capovolgere i risultati del 24 ottobre 1917, ponendo all’Alpenkorps e alla 12a divisione Slesiana una barriera insormontabile.
Rimane il fatto realistico che al XXVII corpo d’Armata le artiglierie non iniziarono il fuoco di contropreparazione, ma soltanto quello di sbarramento alle 6,30 perché così aveva disposto il gen. Badoglio. Era stato il colonnello Cannoniere, responsabile di quel reparto di artiglierie, a chiedere l’autorizzazione a iniziare i tiri alle due della notte del 24 ottobre, ma ricevette risposta negativa. La conseguenza prossima fu una relativa facilità di irruzione da parte della 14a Armata austro-tedesca, per gettarsi su Plezzo e sulla linea Sleme-Vodhil, per dilagare quindi lungo tutta la zona precedentemente considerata sulla destra dell’Isonzo, da Pleca a Foni al Monte Plezia, sino a Caporetto.

Sulla questione degli ordini partiti, e almeno parzialmente ignorati, c’è da aggiungere che, in ambito di IV corpo d’Armata, il gen. Cavaciocchi diramò l’ordine di aprire il fuoco con i medi calibri alle ore due appena divampato il fuoco nemico e tale ordine fu puntualmente eseguito, con esiti incoraggianti nel bloccare le fanterie nemiche sui punti di iniziale movimento, cosa che le artiglierie del XXVII corpo d’Armata trascurarono di attuare del tutto, per non essere pervenuto l’ordine dal gen. Badoglio, secondo sue precise disposizioni in merito, come già detto.
(L’immagine riprodotta qui a lato, gentilmente concessa dal Dr. Marco Mantini di Gorizia, rappresenta un tratto della linea contesa, dal Monte Nero allo Sleme).
Le batterie di medio calibro, che avrebbero dovuto rispondere dalla zona comprensiva della Val Doblar, della Val Judrio e del Kolowrat, rimasero quasi del tutto inattive. In sostanza, Badoglio si era preoccupato di gestire soltanto il fuoco di sbarramento, quello che si sarebbe dovuto avviare al pronunciarsi della seconda fase di attacco nemico ossia alle 6,30 del 24 ottobre e per questo incorse in un atto di grave insubordinazione nei confronti degli ordini superiori.
La confusione che emerse da tutto questo intrico di avvenimenti si rifà anche a un dato di fatto non trascurabile: a non essere stati istruiti, i comandanti di batteria, sulla modalità di attuare un fuoco di contropreparazione, ancora per molti un’oscura novità, ma nulla valse a giustificare l’ignoranza dimostrata in merito agli ordini emessi da Cadorna il 10 ottobre 1917, ordini chiari e certamente non forieri di dubbi, tanto più che il tempo per preparare i tiri come da istruzioni ricevute c’era stato. Per altro verso le artiglierie della 2a Armata erano rimaste sulla Bainsizza in posizione avanzata, non adeguata quindi al raggiungimento degli obiettivi prescritti, ed erano quelle di medio e di grosso calibro, gestite dalla 19a divisione e dal IV corpo d’Armata. Mancarono l’azione di arretramento delle stesse e il loro posizionamento in difesa a oltranza, non oltre, quindi, la linea di resistenza.
Il Gen. Faldella colpisce nel segno quando si appresta a fare l’analisi del settore ora accennato: le bocche da fuoco di medio calibro si sarebbero dovute trasportare dietro la dorsale presentata dal Monte Cucco, dal Kolowrat e dal Monte Xum, di dove avrebbero avuto buon gioco per colpire le posizioni avversarie su tutto il percorso che correva dallo Sleme a Tolmino. Il fatto che non si fecero muovere dalle posizioni avanzate comportò la perdita, oltre alla gravità attinente alla rinuncia all’azione, di 25 batterie di medio calibro, insieme ad altre 18 batterie schierate sulla sinistra dell’Isonzo. Sicché alla fine della giornata del 24 ottobre furono ben 43 i pezzi di artiglieria, fra cannoni e obici di medio calibro, a essere stati trafugati dall’avversario.
Un capovolgimento preannunciato ma inatteso.
Seguendo ancora il filo conduttore tracciato dal gen. Faldella nella sua analisi sulla situazione relativa allo sbandamento delle nostre linee difensive (la Grande Guerra, cit.), veniamo a scoprire l’attività delle nostre artiglierie, una decina appena, che, scoccate le due di notte del 24 ottobre, aprirono un fuoco decisamente efficace in Conca di Plezzo, messe tosto a tacere dal tiro di proietti nemici a gas asfissiante. Le batterie in zona Drezenca e quelle della 46a divisione del gen. Amadei sul Mrzli e sul Vodhil si dimostrarono poco efficaci nelle loro risposte all’avanzata nemica, in quanto svilupparono un fuoco assai lento e poco ordinato. Per giunta, la contropreparazione apparve addirittura assente fra i reparti del XXVII corpo d’Armata. Tutt’al più i tiri raggiungevano le retrovie avversarie, eludendo del tutto il progetto di colpire i nuclei nemici in formazione di scatto per l’attacco. A conseguire qualche obiettivo di efficacia nella controffensiva furono unicamente i piccoli calibri.
La defezione di contropreparazione e di sbarramento a carico della 46a divisione del gen. Amadei fu una delle cause del crollo della difesa di fronte all’avanzata nemica, anche per la sottrazione di appoggio di cui le fanterie avevano assoluta necessità. Fu facile e proditorio lanciare allora l’accusa ai nostri fanti infamandoli di non aver voluto combattere, quando si sa che sulla prima linea, così come sul Rombon, fino al Monte Nero, i nostri difensori sacrificarono le proprie vite per mantenere i posti loro assegnati. La difesa dimostrò sempre meno mordente quanto più si procedeva verso le linee arretrate, e questa constatazione era la testimonianza del difetto sostanziale di addestramento di cui soffrivano le nostre truppe nei confronti di una guerra impostata sul movimento e sulla difesa. Nulla sapevano, i nostri soldati, degli attacchi di sorpresa, delle infiltrazioni di piccoli nuclei ben armati, dell’iniziativa, della sorpresa; cose alle quali invece i nostri avversari erano ormai avvezzi per averle adottate da tempo nella loro preparazione tecnica. Diciamo pure che, di fronte a questa disparità di dotazioni, i nostri fanti fecero miracoli, superando le proprie possibilità di affrontare il pericolo.
Anche l’artiglieria italiana non era preparata a seguire obiettivi in movimento. Altro motivo contrario all’azione delle nostre linee difensive, oltre alla visibilità ridotta per il sollevarsi di fitta nebbia e ai collegamenti telefonici distrutti dalla tempesta dell’artiglieria austriaca, era quello relativo ai rinforzi richiesti, che arrivavano sul posto sempre con notevole ritardo rispetto alle attese, ma anche nel merito delle riserve che stavano accampate a una distanza eccessiva, ostacolo perenne al bisogno di tempestivo intervento. Così successe all’ala sinistra della 2a Armata che, priva dell’apporto delle riserve poste a notevole distanza, non poté avvalersi della forza necessaria per uscire con esito positivo dalle lotte per Bergogna, per lo Stol e per la Valle Uccea.
Ci furono poi incomprensioni, disaccordi, travisamenti di ordini pervenuti ai Comandi in linea, come accadde per lo sfondamento della 46a divisione del gen. Amadei e per la decisione di ritirare la 43a divisione del IV corpo d’Armata, decisione assunta dal gen. Farisoglio che aveva ricevuto ordine, dal Comando di Armata, di contrattaccare in direzione del fondovalle, ordine ignorato e seguito dal ripiegamento, quando ancora non si erano fatti vivi gli avversari. Il XXVII corpo d’Armata di Badoglio non aveva messo in piedi un piano di difesa sulla linea che congiungeva Plezia con Foni sull’Isonzo. Nello stesso tempo il IV corpo d’Armata non aveva assolto al compito di sbarrare la viabile di congiunzione fra Tolmino, Idersko e Caporetto, mancando così il collegamento con il XXVII corpo d’Armata.
C’era, poco a nord di Caporetto, una località chiamata “Stretta di Saga” sulla quale gli austro-tedeschi avevano posato l’occhio per la facilità che un suo superamento avrebbe aperto la via verso Tarcento e Udine. A metà giornata del 24 ottobre, a presidio della stretta di Saga stavano tre battaglioni di Alpini e due di Fanteria. Allorché pervennero le notizie dello sfondamento prodotto dagli austro-tedeschi in Conca dio Plezzo, la responsabilità e la colpa furono di netto addossate al IV corpo d’Armata del gen. Cavaciocchi, ma in verità accadde che il crollo segnalato fosse stato causato dal difetto della difesa opposta dalla 46a divisione del gen. Amadei e dal XXVII corpo d’Armata del gen. Badoglio, difetto che aveva offerto la via di transito alla colonna della 12a divisione Slesiana che poté dirigersi a capofitto su Caporetto. Cavaciocchi, uno dei maggiori indiziati dalla Commissione di Inchiesta, fu deposto dal comando: venne a sapere dal collega gen. Gandolfo, la sera del 25 ottobre, di essere stato sostituito con Gandolfo stesso al comando del IV corpo d’Armata.
Fu il gen. Villani, unico fra i suoi colleghi, a poter scrutare materialmente il campo di battaglia, essendosi portato sul Monte Jeza, a comunicare verso le 15,25 del 24 ottobre l’avanzata de nemico e a constatare la gravità a cui era giunta la situazione. A Cosi, ove sostava, il gen. Badoglio non prese la determinazione di impiegare la brigata Puglie e la lasciò inattiva, come riserva, a Kambresco; e neppure si preoccupò molto di trasmettere un minimo di notizie al Comando della 2a Armata.
Alla fine, i maggiori indiziati furono i generali Cadorna, Capello, Porro e, in sott’ordine, Cavaciocchi e Bongiovanni, allorché trapelò la voce secondo la quale dalla Relazione della Commissione di Inchiesta sarebbero sparite le 13 pagine già accennate, ed erano quasi sicuramente quelle riguardanti la conduzione del XXVII corpo d’Armata. In quella Relazione gli accenni al gen. Badoglio scarseggiarono, se non per lo sciorinamento di particolari episodici elogi. Sembrerebbe proprio che Badoglio procedesse sotto la protezione di un possente scudo, o fu fortuna frammista a casualità?
Il vezzo di contravvenire agli ordini pervenuti aveva preso piede, come sembra, anche a livello di divisione. Successe infatti che il gen. Bongiovanni, comandante del VII corpo d’Armata, avesse impartito alla 62a divisione del gen. Viara, si era a metà giornata del 24 ottobre, l’ordine di muovere alcuni reparti da Golobi verso Idersko nell’intento di stabilire un contatto con il IV corpo d’Armata ma, come rammenta il gen. Faldella, l’ordine non venne eseguito.
Molti altri furono i fattori negativi che concorsero al triste esito dei fatti d’arme del 24 ottobre. Si parlò, da parte delle nostre formazioni, di tattiche di movimento estremamente lente, di ritirate premature, di crollo della linea presidiata dal IV corpo d’Armata sotto la pressione della 12a divisione Slesiana e, in conseguenza, dell’abbandono della Stretta di Saga a carico della 50a divisione, dell’aver lasciato tempo abbondante all’avversario perché potesse riorganizzarsi in ogni fase della lotta.
I comandanti in capo avevano avuto a che fare con gravi responsabilità, anche quando poco o nulla decisero in merito alla mobilitazione dei reparti sui punti salienti e all’organizzarli per una diligente controffensiva. La lentezza nei movimenti si era accompagnata alla lentezza nelle comunicazioni, tanto che al Comando Supremo toccò di venire a conoscere del travolgimento, incentrato su Caporetto, soltanto verso le ore 11 del 24 ottobre, quando ormai il danno era stato arrecato e acquisito. Per gli stessi generali Cadorna e Capello ci volle del bello e del buono perché si fossero potuti rendere conto della tragedia che si stava profilando sul XXVII corpo d’Armata, fisso lo sguardo com’era sugli esiti interessanti il IV corpo d’Armata.
Il gen. Faldella, nella sua analisi dei movimenti relativi allo sbando dopo Caporetto, non desiste dal constatare una vera e propria abulia all’interno di non pochi Comandi italiani, una sorta di inerzia che rimandava le decisioni urgenti quasi sempre a momenti meno opportuni, senza che si fosse prodotto il dovuto sforzo per impedire l’accrescersi di un disordine generale e lo stesso abbandono delle artiglierie, lasciando così che numerose cadessero nelle mani del nemico.
Soffermandoci ancora alla Stretta di Saga sappiamo che lo sbarramento della stessa non sarebbe sicuramente stato impossibile, per l’angustia obbligata del passaggio e per la sistemazione di molti nidi italiani di mitragliatrici che, a fuoco incrociato, sarebbero state in grado di neutralizzare qualsiasi tentativo di intrusione nemica. A presidiare la Stretta erano dislocati bel quattro battaglioni, ottima garanzia per un successo imperdibile. Accadde invece che le decisioni premature, di cui si è detto in via generale, raggiungessero anche le divisioni 50a del gen. Arrighi e 43a del gen. Farisoglio che cedettero lasciando il passaggio alla portata delle truppe nemiche, quando queste addirittura non erano ancora giunte a distanza osservabile.
L’abbandono della Stretta di Saga e della Conca di Drezenca da parte delle divisioni 50a e 43a consentì all’avversario di avanzare con una rapidità inaudita, ingenerando una seria temuta minaccia di scollamento fra l’ala sinistra della 2a Armata e il XII corpo d’Armata della Zona Carnia. Ormai l’ultima speranza di arrestare la corsa invasiva degli austro-tedeschi sarebbe andata al ricorso per erigere un baluardo in un ennesimo tentativo di estrema difesa. Ma già il gen. Cadorna, nella formulazione dei propri piani per salvare la situazione, stava architettando un arretramento ulteriore, sino al Piave.
In tutto questo marasma si apprende che le truppe alpine a difesa del Rombon non mollarono la presa. Dovettero ritirarsi solo in seguito a ordini superiori, sfuggendo alle razzie della CCXVI brigata della 3a divisione Edelweiss e puntando verso Sella Prevala nel tentativo di cercare una via di uscita in direzione della Valle di Resia o del Canale di Raccolana. Sul fronte della 46a divisione del gen. Amadei, peraltro, fu uno sfacelo. Il mattino del 25 ottobre cedettero all’improvviso la brigata Napoli in zona Monte Piatto e la brigata Arno sul Kolowrat. Anche lo Stol cadde verso la mezzanotte del 25 ottobre, in seguito a una dura resistenza protratta dai nostri difensori. Nella mattinata del 26 cedette e si arrese pure la brigata Salerno posta a presidio del Matajur.
Immagine di Copertina tratta da Roads To The Great War.

