Gli ordini sono ordini! – Parte 1 di 3

 Gli ordini sono ordini!

Parte I di 3

Torno a prendere in mano alcune questioni riguardanti lo svolgimento del primo Conflitto mondiale in Italia, per l’interesse che le vicende susseguitesi nell’anno fatale 1917 suscitano, a partire dalle incongruenze rivelatesi nel considerare e valutare i vari momenti evolutivi dei confronti armati. Rimango in questo ambito in memoria e onore di mio Padre, fante e sottotenente di Fanteria nella Grande Guerra, chiamato alle armi all’età di diciotto anni e nove mesi.

Poiché vedo le cose da povero ignorantello quale mi considero, non mi resta, per andare sul sicuro, che affidarmi a chi la sa lunga mille miglia più di me in fatto di storiografia della prima Guerra. E allora mi metto nelle mani del gen. Emilio Faldella, per prendere spunto dal suo lavoro di minuziosa analisi del primo Conflitto, La Grande Guerra. Da Caporetto al Piave. 1917-1918 (Nordpress Edizioni, Chiari, Brescia 2004).

Anticipo quanto verrà dalla mia analisi del periodo più critico della Grande Guerra con una constatazione sulla posizione assunta dal gen. Faldella nei confronti dei maggiori responsabili di quell’evento e della direzione verso cui esso si diresse nell’anno 1917. Nelle esplicazioni di Faldella si trova una reiterata difesa dei comportamenti esibiti dal gen. Cadorna, capo dello Stato Maggiore dell’Esercito, e un’aperta condanna degli atti di disubbidienza attribuiti ad alcuni ufficiali superiori, in particolare ai gen. Badoglio, capo del XXVII corpo d’Armata, e Capello, comandante della 2a Armata.

Detto questo in premessa, passo ora a esprimere le mie considerazioni sull’anno 1917, con la cura di non scostarmi troppo dai significati esposti nelle riflessioni del gen. Faldella, non già per esprimere giudizi di condanna all’uno o all’altro dei responsabili degli esiti che l’anno 1917 ebbe sul rivolgimento delle scene belliche, ma più propriamente per mettere chiarezza su alcuni concetti fondamentali, quelli che riguardano il cedimento delle nostre Forze Armate sul Fronte Orientale delle Alpi.

Entro allora in un contesto nel quale il protrarsi insperato delle attività offensive ai nostri danni, con tutti i loro gravi effetti sul fisico e sul morale sia dei soldati sia della popolazione civile, aveva causato un senso generale di stanchezza. Sul fronte che unisce la Conca di Plezzo a quella di Tolmino insisteva la 14a Armata austro-tedesca, agli ordini del gen. von Below, forte di 8 divisioni austriache e 7 germaniche. Altre due Armate, nei pressi della Bainsizza, presidiavano l’Isonzo, al comando del gen. Boroevic von Bojna. Contro l’Italia si era mossa la Germania dopo che l’Austria, avendo dichiarato che non sarebbe stata in grado di reggere ancora una successiva “spallata” delle forze italiane, pensò bene di chiedere aiuto all’alleato per evitare una disfatta già sul punto di preannunciarsi.

Noi fronteggiavamo questi schieramenti con la 2a Armata del gen. Capello e con la 3a alla cui guida stava il Duca d’Aosta ossia secondo Duca d’Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia. Cadorna aveva impartito l’ordine alle due Armate di rimanere sulla difensiva: era il 18 settembre 1917, riconoscendo l’inutilità di un’azione offensiva conto una potenza avversaria al momento assai minacciosa. Anzi, già si temeva un movimento di tentata invasione sui nostri confini da Tolmino al Monte Nero, con il massimo della pressione da Tolmino fino alla Conca di Plezzo.

Verso il crollo della difesa.

Di qua e di là del fronte le preoccupazioni per il prossimo futuro evolversi della guerra, fattesi sempre più pesanti per il continuo reciproco logoramento, aveva alimentato incertezze di fondo sul da farsi. Già il 18 settembre 1917 il gen. Cadorna aveva impartito ordini all’indirizzo della 2a e della 3a Armata per una predisposizione alla difesa. Di là dell’Isonzo il gen. Boroevic temeva per le sue Armate qualora l’Esercito italiano si fosse mosso con una ulteriore offensiva, prevedibile per la primavera del 1918, di fronte alla quale le forze da lui dirette sarebbero facilmente crollate, per via della spossatezza e dello sfinimento in cui, dopo la feroce battaglia della Bainsizza, si erano trovate.

Anche il gen. Konrad Krafft von Dellmensingen, capo di Stato Maggiore della 14aArmata di von Below, temeva per un attacco in zona Chiapovano dalla testa di ponte di Tolmino, e i suoi timori si rivolgevano pure al dubbio di poter ancora reggere sul San Gabriele sul Vipacco e magari di perdere addirittura Trieste. Gli Austriaci, in questa prospettiva, pensarono bene di affidarsi a due vie d’uscita: la prima, quella di preparare una iniziativa di attacco sul settore Tolmino-Plezzo-Caporetto dove si poteva stimare una dotazione di forze italiane alquanto diluita e sottile; la seconda, quella di richiedere all’imperatore tedesco, Guglielmo, la garanzia di adeguati rinforzi per quell’impresa. La strategia sarebbe stata quella di cogliere le truppe italiane con la sorpresa e con un sistema di ricongiungimento a tenaglia operato a nord dal 1° corpo austriaco agli ordini del gen. Alfred Krauss, dal Monte Nero a Plezzo al Rombon e, a sud, dalla 14a Armata su Tolmino-Caporetto.

Il timore di un attacco austro-tedesco divenne pressoché certezza al pervenire di alcune dichiarazioni portate da disertori romeni e dall’aver intercettato notizie precise che parlavano della notte dal 23 al 24 ottobre 1917. L’apprensione di Cadorna era anche quella indirizzata al verificarsi di un attacco nemico, oltre che sull’Isonzo, anche dalla parte del Trentino, la qual cosa sarebbe stata oltremodo pericolosa, ponendo il caso che un movimento nemico a doppio taglio fosse riuscito a prendere alle spalle le nostre formazioni del fronte isontino.

È da dirsi che Cadorna incappò comunque in un errore di rilievo quando decise di lasciare libertà e piena iniziativa ai comandanti d’Armata nel preparare l’assetto difensivo, astenendosi inoltre, per troppa fiducia, dal portare un serio controllo sull’operato dei suoi collaboratori.

Già da queste prime fasi dello svolgimento dei piani di battaglia, Cadorna aveva predisposto una strategia di difesa a oltranza che avrebbe consentito di affrontare di petto la situazione e di rintuzzare l’offesa mossa alle nostre linee. Il gen. Capello deviò alquanto da questa impostazione: per lui una difesa a oltranza si doveva intendere come pronta risposta di contrattacco, in pieno contrasto con le direttive imposte da Cadorna. Questo atteggiamento, direi quasi di sfida agli ordini superiori, ebbe a protrarsi per tutto l’anno 1917, oggetto di disanima fra queste pagine.

Per Cadorna la controffensiva era da farsi dopo che l’offensiva nemica fosse stata piegata. Per Capello, invece, essa sarebbe dovuta scattare in contemporanea con l’offensiva nemica. Cadorna non esitò a sconfessare i piani escogitati da Capello e gli impose di non pensare più a una grande controffensiva della 2a Armata (che comprendeva 338 battaglioni, 2.500 pezzi di artiglieria e 1134 bombarde), e di limitarsi a disporre di tutto punto uno schieramento difensivo. Capello aveva in testa un progetto grandioso, quello di partire dalla Bainsizza per travolgere le forze austro-tedesche nei pressi di Tolmino. Cosa assai grave, si ritiene che si fosse astenuto dal condividere con i corpi d’Armata il cambio di prospettiva dovuto agli ordini perentori di Cadorna.

Come puntualmente osserva il gen. Faldella, una controffensiva che si rispetti avrebbe dovuto rispondere a precisi requisiti, vale a dire il ricorso a una precedente preparazione senza soprassedere ad alcuno dei particolari, come gli obiettivi perfettamente localizzati, l’efficace concentramento delle fanterie e delle artiglierie, con l’appoggio della struttura logistica adeguata allo scopo. Ma, come ancora annota Emilio Faldella, “nessuna preparazione era stata fatta”. Faldella non esita a collocare le cause militari che portarono allo sfacelo del 24 ottobre nella mancata esecuzione degli ordini diramati dal Comando Supremo, e questo già la dice lunga sul susseguirsi di una serie di errori di fronte alla palese minaccia degli attaccanti austro-tedeschi.

A iniziare dall’ordine emanato il 18 settembre 1917, concernente la predisposizione di una resistenza a oltranza, si intravede un atteggiamento simile nei confronti del successivo ordine datato 10 ottobre 1917 che riteneva possibile l’effettuazione di un’offensiva proveniente dagli avversari e per questo era stata disposta dal gen. Cadorna una difesa da affidarsi alle linee avanzate presidiate da un numero limitato di effettivi, onde evitare il logoramento del grosso della forza. Il XXVII corpo d’Armata di Badoglio era destinato, in quell’ottica, a dispiegarsi in parte preponderante sulla destra dell’Isonzo. Sulla Bainsizza sarebbero rimasti soltanto i medi calibri più mobili dell’artiglieria, senza scordare di doversi tenere pronti per un eventuale ripiegamento, nei casi meno propizi.

Cadorna aveva emesso l’ordine di scatenare una contropreparazione di inaudita violenza, puntando là dove si prevedeva il movimento delle fanterie nemiche che sarebbero state annientate appena avessero accennato a muoversi ossia l’attacco nemico si sarebbe dovuto smantellare e vanificare ancora prima che avesse potuto dare voce alla propria potenza devastante. Non aveva dubbio, il gen. Cadorna, che queste azioni si sarebbero potute realizzare, nella certezza dello schieramento delle nostre artiglierie che, per potenza di fuoco, erano veramente temibili.

La maggior parte del XXVII corpo d’Armata, come detto, era disposta sulla destra dell’Isonzo. Il gen. Capello aveva dislocato in quel settore la 19a divisione che avrebbe dovuto assicurare buoni esiti su un percorso esageratamente ampio per una divisione, allorché Cadorna aveva stabilito che il grosso delle forze fosse disposto in quel senso. Capello aveva predisposto lo spiegamento di due linee per fronteggiare l’eventualità di un attacco: quella avanzata e quella di resistenza. La prima si estendeva, con direzione nord-sud, dallo Sleme al Mrzli, a Gabrie fino all’Isonzo, lato est.

La seconda congiungeva il Kozliak con le località di Pleca, Vrsno, Kamno, Selisce, più a ovest, tutte sulla sinistra dell’Isonzo, come dire, pronte per la partenza. La linea avanzata era, sì, pericolosa per la prossimità agli schieramenti avversari, ancor più per la limitazione numerica che le era stata imposta. È tuttavia da dire che quelle poche forze dislocate così in avanti non avevano il compito precipuo di scontrarsi con il nemico, alla ricerca di una vittoria improbabile sul campo: sarebbero state quasi sicuramente massacrate e annientate. Al contrario, toccavano loro soprattutto doveri di vigilanza e di segnalazione per poi riunirsi, in caso di sopraffazione nemica, alla linea di difesa.

(Lo schizzo qui a lato è stato fatto a mano rispettando le proporzioni con una certa approssimazione, ma abbastanza utile per comprendere i campi di battaglia del momento).

Qualcosa però non avrebbe funzionato dal momento che, secondo quanto relazionato dal gen. Faldella, i tentativi di tenere la linea avanzata produssero la perdita di quattro reggimenti di Fanteria, presto sopraffatti dall’incombente aggressione austro-tedesca, di 27 batterie di piccolo calibro e di altre 17 di medio calibro, che non tardarono a passare nelle meni del nemico.

La nostra linea avanzata, per di più, si svolgeva ai piedi del Mrzli e del Vodhil, sulla vetta delle quali alture già stavano appostati nuclei austro-tedeschi con la consegna di effettuare un controllo capillare sui movimenti che procedevano a valle; in altri termini, le nostre posizioni stavano sotto l’occhio vigile del nemico. L’assurdità si rivelava nel fatto che i nostri erano soggetti a guardare dal basso verso l’alto, disturbati e minacciati nei propri movimenti.

L’intendimento discendente dagli ordini del gen. Cadorna sarebbe stato quello di riportare forze e mezzi sulla linea di resistenza, ma anche questo non fu realizzato, profilandosi, anche qui, come atto di insubordinazione a ordini superiori. A questo difetto si aggiunse la presa di posizione assunta dalla Commissione di Inchiesta nel dichiarare che la mancata disposizione di arretramento della linea avanzata non sarebbe stata imputabile ad aspetti strategici o tecnici, ma bensì al livello morale indesiderato serpeggiante tra le file dei nostri combattenti. Eppure, la critica storiografica non può esimersi dal valutare tale mancanza nella dimensione di un errore tattico che, in fin dei conti, subentrò a portare in campo la sconfitta di Caporetto.

Qui si tratta di analizzare il sovrapporsi di due errori tattici. Del primo ho già detto, al riguardo delle sproporzioni di schieramenti fra la linea avanzata e quella di difesa. Su quest’ultima, se le direttive del Comando Supremo fossero state applicate fedelmente, ci sarebbero stati ben 18 battaglioni nostri a fronteggiare la 55a divisione austriaca e la 12a slesiana. Accadde invece, nella realtà dei fatti, che la sorte avversa si abbattesse sui nostri 7 battaglioni della linea avanzata e su altri 8 fra la linea avanzata e quella di resistenza.

Passo ora al secondo errore, questo pure segnalato dal gen. Faldella, quello relativo all’utilizzo della brigata Napoli. Riportandoci nei pressi di Tolmino, troviamo il IV corpo d’Armata (gen. Cavaciocchi, Comando a Creda) con la consegna di sbarrare il passaggio nella Valle dell’Isonzo, sul percorso Gabrie-Volzana. Al IV corpo d’Armata (privo di riserve e debolissimo di artiglierie) era inoltre stata affidata la resistenza a oltranza nella zona compresa tra la località di Foni e l’Isonzo, consegna che in data 22 ottobre fu passata al XXVII corpo d’Armata di Badoglio. La brigata Napoli, dal 12 settembre 1917 alle dipendenze del XXVII corpo d’Armata, doveva difendere il tratto di linea d’Armata che correva tra il Monte Piatto, in zona Kolowrat, e l’Ostri-Kras ossia, secondo ordini superiori indiscutibili, nella zona compresa tra il Monte Plezia e l’Isonzo, che era lo sviluppo della linea di resistenza di competenza del XXVII corpo d’Armata, il quale non dispose un assetto difensivo come da previsione sarebbe stato da farsi.

Il gen. Montuori, che sostituiva interinalmente Capello assente per infermità, aveva disposto che la brigata Napoli occupasse l’intero settore che collegava il Monte Plezia a Foni, sulla destra dell’Isonzo, fra questo e il Monte Piatto. Si arrivò al 20 ottobre allorché il gen. Cavaciocchi, comandante il IV corpo d’Armata, ebbe il sospetto che, favorito dalla nebbia sollevatasi molto fitta, tanto da impedire la visuale sul campo di battaglia, il nemico si sarebbe buttato di sorpresa contro la barriera costituita dai corpi d’Armata XXVII e IV.

Badoglio aveva avuto a disposizione la brigata Napoli proprio per quell’obiettivo, ma non si hanno notizie che avesse deciso in quel senso. A difesa della linea Plezia-Foni-Isonzo, Badoglio aveva sistemato un solo battaglione che avrebbe dovuto garantire la sicurezza a un fronte dell’ampiezza di due chilometri e mezzo su terreno particolarmente difficile a gestirsi, dimostrando pertanto di non aver ottemperato all’ordine di Capello, che imponeva una gestione efficace della linea di fronte affidata. C’erano, è vero, alcuni battaglioni di riserva, ma i medesimi furono lasciati a una distanza tale da eluderne la possibilità di un intervento tempestivo.

Sulla responsabilità di quanto accaduto o non accaduto si chiamò in causa la 19a divisione del XXVII corpo d’Armata, con a capo il gen. Villani. La 19a schierò le proprie truppe fra il Monte Plezia e Foni, fra il Monte Piatto e il Monte Podklabuc a presidio del Passo Zagradan, e la località di case Ardielh più a sud. Le forze di riserva, sistemate presso i Casoni Solarie, erano ancora troppo distanti dai luoghi critici, a circa tre o quattro ore come fu calcolato, per consentire un intervento fattivo. Le brigate Taro e Spezia, che saranno protagoniste dei fatti a venire, erano state schierate ancora più a sud, alle falde meridionali del Monte Jeza.

L’analisi stesa dal gen. Faldella sulla situazione in parola porta a concludere che le forze della 2a Armata si sarebbero dovute distribuire a nord-est del Kolowrat ovvero verso Foni e il Monte Plezia, non come fu fatto per la brigata Napoli che rimase, al momento del bisogno, come impedita. Fu così che tutto l’insieme consentì l’infiltrazione in terra italiana della 12a divisione germanica, ma dalla Commissione di Inchiesta sia Badoglio sia Villani furono semplicemente scagionati. Permane tuttavia la constatazione di un’organizzazione difensiva che lasciava molto a desiderare, tale da mantenere la linea Plezia-Foni-Isonzo in uno stato precario di presidio, contrario a una ben intesa logica difensiva.

Il 24 ottobre, giorno infausto per le nostre truppe, si contavano 27 battaglioni sulla destra dell’Isonzo, e altri 22 sulla sinistra. Si trattava di uno schieramento invero poco adatto ad affrontare una situazione che si stava profilando nei suoi risvolti più pericolosi. Si distinse, in quel frangente, il gen. Villani al comando della 19a divisione, che, come riferisce il gen. Faldella, aveva portato il Comando divisionale sulla cima dello Jeza, da dove poteva disporre di un controllo a largo raggio sulla zona circostante.

Ancora, si rilevarono incongruenze nel dare attuazione agli ordini pervenuti dal Comando Supremo: è quanto accadde per le artiglierie che si sarebbero dovute disporre in posizione difensiva arretrata, ma quasi nessuno spostamento fu effettuato. Capello insisteva per lasciare le artiglierie sulla Bainsizza e non pensò punto di trasferirle dove agivano il IV corpo d’Armata e la 19a divisione del XXVII. La tattica difensiva, prevista per il 24 ottobre dal gen. Cadorna, prevedeva l’effettuazione di violentissimi tiri di contropreparazione con i grossi e i medi calibri, quei tiri che avrebbero dovuto sbarrare il passo alle fanterie nemiche, e di concomitanti tiri di sbarramento eseguiti dai piccoli calibri.

A questo punto l’emanazione di ulteriori ordini non sarebbe stata più necessaria, perché i tiri sarebbero stati diretti in modo automatico, secondo la tattica prevista e ordinata dal gen. Cadorna. Fu qui che emerse una nuova incongruenza: Badoglio aveva disposto che le sue artiglierie avrebbero aperto il fuoco soltanto dietro suo ordine, ma quest’ordine non arrivò. Badoglio, al momento opportuno, non si trovava sul posto e le linee di comunicazione telefonica (su filo allora) erano massicciamente saltate in aria sotto i primi bombardamenti.

Immagine di Copertina tratta da ThoughtCo.

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