Analisi e studio su:
Jean Piaget
Il linguaggio e il pensiero del fanciullo
Giunti B., Firenze 1967
Parte II di 3
I tipi e gli stadi di conversazione tra bambini dai 4 ai 7 anni.
Stadio del monologo collettivo: fra i 3 e i 4-5 anni.
Inizio della socializzazione del pensiero: verso i 7 o 8 anni. Vi è dimostrazione (e dunque discussione propriamente detta) quando il bambino lega la propria affermazione e la ragione fornita per la sua validità con un termine che serva di congiunzione (poiché, perché, allora) e che renda esplicito il fatto di dimostrazione stessa. La collaborazione nel pensiero astratto non appare ugualmente in media prima dei 7 o 7 anni e mezzo. Prima di una certa età il bambino serba per sé, senza socializzarlo, tutto ciò che nel suo pensiero ha a che fare con la spiegazione causale o la giustificazione logica. E, per discutere, occorre prima rendere esplicite dimostrazioni, legami logici, altrettante operazioni che sono contrarie all’ egocentrismo del bambino al di sotto dei 7 anni.
Il “perché” logico lega due idee, di cui una è la ragione e l’altra la conclusione. Dai 7 agli 8 anni i “perché” logici e i “poiché” compaiono in gran numero nelle conversazioni dei bambini, il che consente loro contemporaneamente l’uso della discussione propriamente detta e la collaborazione nel pensiero astratto,
“Perché” logici = congiunzioni tra due idee o due definizioni.
“Perché” psicologici = congiunzioni tra un’azione e la sua spiegazione psicologica. La discussione propriamente detta, come la collaborazione nel pensiero astratto, appare soltanto dopo i 7 anni o i 7 anni e mezzo nello sviluppo del bambino: è l’assenza del bisogno di discutere e di collaborare che spiega l’apparizione tardiva delle forme verbali in questione. È proprio verso i 7-8 anni che possiamo situare l’apparizione nel bambino di uno stadio logico, durante il quale si generalizza il fenomeno di riflessione e cioè la tendenza a unificare le credenze e le opinioni, a sistematizzarle per evitarne le contraddizioni.
Fin verso i 7-8 anni i bambini non pensano la contraddizione perché, quando passano da un punto di vista a un altro, dimenticano ogni volta il punto di vista precedente; è proprio l’abitudine alla discussione che porta con sé il bisogno di fare l’unità in sé, di sistematizzare le proprie opinioni. Ogni riflessione è il prodotto di una discussione interiore, discussione che giunge a una conclusione.
La comprensione e la spiegazione verbale tra bambini della stessa età, dai 6 agli 8 anni.
Conversazione parlata: i bambini collaborano o discutono a proposito di una storia che essi cercano di ricostruire, di un ricordo da valutare, di una spiegazione da dare (o conversazione “verbale”).
Conversazione agita: la collaborazione o la discussione si accompagna con gesti, dimostrazioni con il dito e non con la parola.
La conversazione tra bambini non basta dunque di primo acchito a fare uscire gli interlocutori dal loro egocentrismo perché ognuno di essi, che cerchi di spiegare il proprio pensiero o tenti di comprendere quello degli altri, resta chiuso nel proprio punto di vista. I bambini credono di capire e di essere capiti, donde le divagazioni che si producono quando parlano fra loro.
Linguaggio infantile egocentrico. Ne sono dimostrazione il sincretismo verbale, il disinteresse per i particolari dei rapporti logici o per il come delle relazioni causali, l’incapacità di maneggiare la logica delle relazioni, la quale suppone sempre che si pensi a due o più punti di vista contemporaneamente.
I bambini dai sei ai sette anni, dai 7 agli otto anni. Le storie sono capite meno bene dal ripetitore che non le spiegazioni meccaniche. In una buona parte dei suoi discorsi il bambino dai sei ai sette anni parla ancora per se stesso, senza sforzarsi di farsi ascoltare dall’interlocutore. I bambini evitano di usare, quando parlano tra loro, le relazioni causali e le relazioni logiche (perché, ecc.).
Fin verso i 7-8 anni il bambino non dà spiegazioni spontaneamente, o dimostrazioni, ai suoi coetanei, perché il suo linguaggio è ancora impregnato di egocentrismo. La ragione del suo egocentrismo spiega in realtà tutto l’egocentrismo del pensiero infantile: i bambini si capiscono male tra loro perché credono di capirsi. Persuasi come sono che l’interlocutore ne sappia quanto o più di loro e capisca subito di che si tratta. Nel loro linguaggio spontaneo i bambini si parlano con la stessa imprecisione nelle espressioni, perché parlano molto più per se stessi che per l’interlocutore. Tali caratteri di stile egocentrico sono ancora più accentuati tra i sei e i sette anni, e questo prova bene che non si tratta di abitudini scolastiche.
Mancanza di ordine nel racconto dello spiegatore il quale parla per sé più che per l’interlocutore. Lo spiegatore non ha l’abitudine di esprimere il proprio pensiero ai suoi simili, di parlare socialmente. Se il bambino che spiega il proprio pensiero si crede senz’altro capito dall’interlocutore, salterà di palo in frasca a capriccio delle proprie associazioni di idee, senza curarsi dell’ordine naturale né dell’ordine logico soprattutto.
L’ordine naturale è considerato come noto all’interlocutore, e l’ordine logico come inutile. Il termine “e poi” (anafora) indica semplicemente un nesso tutto personale tra le idee che vengono in mente allo spiegatore.
La mancanza di ordine è più o meno eccezionale tra 7 e 8 anni; è la regola tra i sei e i sette.
Una particolarità che è in relazione con la mancanza di ordine nelle spiegazioni: il bambino che racconta il tale avvenimento o descrive il tale fenomeno, non si preoccupa del “come” dei fenomeni stessi. Il bambino ha la tendenza a indicare semplicemente i fatti senza occuparsi del loro nesso. Ammesso il tal fatto, la tale conseguenza segue necessariamente, poco importa come. La ragione che viene fornita è sempre incompleta. Lo spiegatore ha capito questo “come” ma lo giudica ovvio e privo d’interesse (perché non tiene conto del punto di vista dell’interlocutore). Il “perché” non indica ancora un nesso univoco da causa a effetto, ma un nesso più vago, indifferenziato, che potremmo chiamare “nesso di giustapposizione” e la cui traduzione è tutto sommato la parola “e”.
La giustapposizione. Il bambino è incapace di fare di un racconto o di una spiegazione un tutto coerente, e ha la tendenza al contrario a polverizzare il tutto in una serie di affermazioni frammentarie e incoerenti. Queste affermazioni sono “giustapposte” nella misura in cui non esiste tra loro né nesso causale, né temporale né logico; manca ogni espressione verbale che indichi una relazione.
Giustapposizione ossia vera incoerenza nella sequenza delle proposizioni. Il bambino preferisce la descrizione statica alla spiegazione causale. L’incomprensione relativa tra bambini non è un fenomeno artificiale prodotto solo con le nostre esperienze, essa ha le sue radici nel linguaggio infantile verbale quale può essere osservato in condizioni naturali. Una conseguenza di tale linguaggio statico, cioè non adattato alla causalità, è che il bambino si esprimerà meglio raccontando storie che non fornendo spiegazioni meccaniche.
Comprensione tra bambini di 7-8 anni. A questo livello la comprensione tra due bambini è data dalla misura in cui c’è incontro di schemi mentali identici e già esistenti in ciascuno. Per questo, le spiegazioni meccaniche sono meglio capite delle storie, quand’anche siano più difficili. Si tratta dunque non di comprensione vera e propria, ma di convergenza di schemi acquisiti. Nel caso delle storie questa convergenza non è possibile e gli schemi sono di regola divergenti. In occasione di una sillaba o di una parola mal capita si crea nella mente del ripetitore tutto uno schema che oscura e trasforma il seguito della storia. Un tale schema è dovuto al fatto che più il pensiero è egocentrico, meno esso è analitico.
I bambini non parlano tra loro della causalità prima dei 7-8 anni: le spiegazioni che si forniscono fra loro sono rare e sono statiche. Le domande che si pongono l’un l’altro contengono pochissimi “perché” e quasi nessuna domanda una spiegazione causale. La causalità è oggetto della sola riflessione egocentrica, prima dei sette e fino agli otto anni (tra i sette e gli otto anni emerge l’obiettività). Lo sforzo per comunicare obiettivamente il proprio pensiero: per comprendere quello degli altri, appare nei bambini solo verso i sette anni o sette anni e mezzo circa. Non è stato il fatto di fabulare che ha impedito ai piccoli di capirsi; è il fatto di restare egocentrico e di non sentire il bisogno di comunicare né di comprendere che permette al bambino di fabulare seguendo la propria fantasia, e che spiega la sua scarsa preoccupazione per l’obiettività dei suoi racconti.
Alcune particolarità della comprensione verbale dai 9 agli 11 anni
Sincretismo del pensiero. Ha 4 attributi: 1) il carattere non discorsivo del pensiero (egocentrismo), che va dritto dalle premesse alle conclusioni per mezzo di un solo atto intuitivo e senza passare attraverso la deduzione; 2) l’impiego di schemi di fabbricazione fantastica e 3) di schemi di analogia, incomunicabili e arbitrari; 4) un certo coefficiente di credenza e di sicurezza per cui il soggetto fa tranquillamente a meno di ogni tentativo di dimostrazione.
Fino a sette anni e mezzo le conseguenze dell’egocentrismo, e in particolare il sincretismo, altereranno dunque tutto il pensiero del bambino, sia esso puramente verbale (intelligenza verbale) o che poggi sull’osservazione diretta (intelligenza di percezione). Tra i sette anni e mezzo e gli 11-12 il bambino potrà non presentare alcun resto di sincretismo nell’intelligenza di percezione, cioè nel pensiero legato all’osservazione immediata, e conservare tracce evidenti di sincretismo nell’intelligenza verbale, cioè nel pensiero distaccato dall’osservazione immediata. Noi chiameremo sincretismo verbale questo sincretismo posteriore ai sette o otto anni. Il sincretismo verbale si esprime in sincretismo della comprensione e in sincretismo del ragionamento.
Le percezioni dei bambini non solo procedono per schemi d’insieme, ma tali schemi sostituiscono la percezione dei particolari (contrario ad analisi). Nel linguaggio come nella percezione il pensiero va dal tutto ai particolari, dal sincretismo all’analisi, e non in senso inverso.
Sincretismo del ragionamento o della spiegazione: processo per cui una proposizione ne trae seco un’altra o una causa determinata conduce a un effetto, non grazie a una implicazione logicamente analizzata o a una relazione causale resa esplicita nei particolari (analisi del “come”), ma di nuovo grazie a uno schema d’insieme che lega le due proposizioni o le due rappresentazioni di fenomeni. Tra il sincretismo della comprensione e quello del ragionamento c’è naturalmente mutua dipendenza, anche nelle operazioni “mediate” come la comprensione (capire due singoli proverbi) e il ragionamento (capire il nesso di implicazione fra i due proverbi), si può avere sincretismo e cioè formulazione di blocchi, di schemi d’insieme, che legano le proposizioni l’una all’altra, che creano delle implicazioni, senza che vi sia analisi.
Si ha sincretismo del ragionamento tutte le volte che un proverbio viene assimilato a una frase corrispondente non in forza di una implicazione logica tratta dal testo dato, ma in forza di una implicazione costruita dalla fantasia del bambino per mezzo di uno schema d’insieme in cui le due proposizioni date vengono a fondersi. L’implicazione per sincretismo si ritrova in ogni ragionamento sincretico; consiste nella fusione globale di due proposizioni.
Si ha sincretismo del ragionamento quando due proposizioni isolatamente comprese si implicano l’una con l’altra, agli occhi del bambino, in forza di uno schema globale in cui vengono a fondersi; e si ha sincretismo della comprensione quando sono gli elementi stessi di queste proposizioni a essere snaturati in funzione dello schema globale.
Sincretismo della comprensione: non comprendo il senso di X; non comprendo il senso di Y.
Sincretismo del ragionamento: non comprendo la relazione implicatrice fra X e Y.
Ragionare sincreticamente significa dunque creare tra le due proposizioni implicazioni (“chi ha bevuto berrà” = “è difficile correggersi dalle cattive abitudini”) o rapporti non obbiettivi. Se gli schemi sono globali ciò è perché essi sono sovrapposti alle proposizioni e non ne derivano in seguito a una analisi. Il sincretismo è una “sintesi soggettiva”, mentre la sintesi obbiettiva presuppone l’analisi.
Da egocentrismo a sincretismo a sintesi soggettiva.
Da socializzazione ad analisi a sintesi obbiettiva.
Tra la formazione di schemi globali e quella delle analogie dei particolari c’è mutua dipendenza: in forza delle analogie di particolari sono possibili gli schemi globali, ma l’analogia di particolari non è sufficiente alla loro formazione; al contrario, è in forza degli schemi globali che le analogie di particolari prendono consistenza, ma essi a loro volta non sono sufficienti per la loro formazione.
Alla sua origine il sincretismo del ragionamento è dunque l’assimilazione di due proposizioni per il solo fatto di avere uno schema globale comune.
Giustificazione a ogni costo. Quando si pone un problema di ragionamento a un bambino che non è in grado di risolverlo, questi, invece di tacere, inventa sempre e a tutti i costi una risposta che è praticamente la prova del bisogno di collegare tra loro le cose più eterogenee. Il sincretismo, che è la negazione dell’analisi, fa sì che ogni percezione nuova o ogni idea nuova, cerchi, costi quel che costi, un legame con ciò che precede immediatamente. Il bisogno di giustificazione a ogni costo è una legge generale dell’intelligenza verbale del bambino. Per il fatto che per il sincretismo tutto è collegato, tutto può riferirsi a tutto, tutto è percepito attraverso schemi globali costruiti dalla fantasticheria, le analogie di particolari, le circostanze contingenti, è naturale che l’idea del caso o dell’arbitrario non esista per la mentalità sincretica, e che, quindi, sia possibile trovare la ragione di tutto.
Sincretismo della comprensione. Quando il bambino ascolta parlare gli altri, il suo egocentrismo lo spinge a credere di capire tutto e gli impedisce di discutere parola per parola le proposizioni del suo interlocutore. Non cerca di adattarsi all’interlocutore ed è causa di ciò che pensa per schemi globali. Quando una delle parole del proverbio o della frase corrispondente è sconosciuta al bambino, la parola sconosciuta è assimilata in funzione dello schema globale della frase. Il sincretismo della comprensione consiste precisamente nel fatto che la comprensione del tutto precede l’analisi del particolare e che la comprensione del particolare si opera – a torto o a ragione – solo in funzione dello schema del tutto.
Quando sente parlare, il bambino si sforza, non tanto di adattarsi o entrare nel pensiero altrui, ma di assimilare al suo proprio punto di vista e alle sue acquisizioni anteriori tutto ciò che viene detto. Quindi una parola sconosciuta non gli sembra sconosciuta come sarebbe se egli si sforzasse di adattarsi realmente agli altri: la parola viene fusa, al contrario, nel contesto immediato, che sembra al bambino più che sufficientemente compreso. Il sincretismo del ragionamento deriva da quelli della comprensione e della percezione attraverso una serie di prese di coscienza successive.
Immagine di Copertina tratta da El Despertador.

