Analisi e studio su:
Jean Piaget
Il linguaggio e il pensiero del fanciullo
Giunti B., Firenze 1967
Parte I di 3
Metodo clinico: metodo dell’osservazione, “lasciar parlare il bambino e registrare il modo in cui il suo pensiero si svolge”.
La funzione del linguaggio di due bambini di sei anni.
“La parola è inizialmente legata all’azione, ne è un elemento, e in seguito basta a scatenarla. Essendo originariamente parte dell’azione, la parola è sufficiente a evocarne tutta l’emozione e il contenuto concreto”.
Linguaggio egocentrico: il bambino parla sia per se stesso, sia per il piacere di associare un ascoltatore qualsiasi alla sua azione immediata. Il bambino parla solo di sé, non cerca in alcun modo di porsi dal punto di vista dell’interlocutore. Piaget suppone tre categorie del linguaggio egocentrico:
1) ripetizione (ecolalia): giocare con le parole, principio di piacere;
2) monologo: il bambino è obbligato a parlare quando agisce, anche se è solo, ad accompagnare i propri movimenti e i propri occhi con gridi e parole, si serve delle parole per produrre ciò che l’azione da sola non saprebbe fare. Donde la fabulazione ossia creazione di una realtà attraverso la parola e il linguaggio magico, che consiste nell’agire senz’altro attraverso la parola. Il carattere generale dei monologhi è l’assenza della funzione sociale nella parola. La parola non serve a comunicare il pensiero, serve piuttosto ad accompagnare, rafforzare e sostituire l’azione. Non si può dire dunque che il monologo sia anteriore o posteriore alle forme socializzate del linguaggio: ambedue derivano da quello stadio indifferenziato in cui il grido e la parola accompagnano l’atto e in seguito tendono a prolungarlo: ambedue reagiscono l’uno sull’altro all’inizio del loro sviluppo. Ma dalla prima infanzia all’età adulta vedremo progressivamente sparire il monologo, che è funzione primitiva e infantile del linguaggio.
3) monologo a due o collettivo. Non vi è ancora comunicazione del pensiero: il bambino aggiunge al piacere di parlare quello di monologare davanti agli altri e attirare, o credere di attirare, il loro interesse sui propri pensieri o sulle proprie azioni. Egli non si rivolge ad alcuno, ma semplicemente parla ad alta voce per sé davanti agli altri.
Informazione adattata: il bambino riesce a farsi ascoltare dal suo interlocutore e ad agire su di lui e cioè a informarlo di qualche cosa. Il bambino questa volta parla dal punto di vista dell’interlocutore. Appena informa l’interlocutore di qualcos’altro da sé o quando, parlando di sé, suscita una collaborazione o semplicemente un dialogo, si ha informazione adattata; fin tanto che il bambino parla di sé senza collaborare con l’interlocutore, né dar vita a un dialogo, si ha monologo collettivo. Informazione adattata, domande, risposte: sono le sole categorie del linguaggio infantile che abbiano la funzione di comunicare il pensiero intellettuale del bambino.
Fra due soggetti di sei anni e mezzo, il linguaggio egocentrico costituisce quasi la metà del loro complessivo linguaggio spontaneo. I bambini in gran parte non parlano che per se stessi. Sono incapaci di serbare per sé, fino a un’età ancora indeterminata ma probabilmente oscillante intorno ai sette anni, i pensieri che vengono loro in mente. Parlano prima di tutto per se stessi. La parola detiene il compito di accompagnare e rafforzare l’attività individuale. Il bambino ha semplicemente una minore continenza verbale perché non conosce l’intimità del proprio io: parla come se fosse solo, come se parlasse ad alta voce per sé, non si chiede quasi mai se sarà compreso. L’adulto pensa socialmente anche quando è solo, e il bambino al di sotto dei sette anni pensa e parla egocentricamente anche quando è in compagnia. Permane un’assenza di vita sociale durevole tra i bambini al di sotto dei 7-8 anni.
Il bambino non è né individualizzato, perché non serba intimo alcun pensiero e perché ogni azione di uno dei membri del gruppo si ripercuote per imitazione su quasi tutti gli altri; né socializzato perché questa imitazione non si accompagna con uno scambio di idee propriamente detto, essendo i discorsi infantili, per una metà circa, egocentrici. Se il linguaggio del bambino è ancora così poco socializzato verso i sei anni e mezzo, e se le forme egocentriche vi hanno una parte tanto considerevole in confronto all’informazione, al dialogo ecc., i bambini si capiscono allora verbalmente assai meno bene di noi; il che non significa che nei loro giochi o attività manuali non abbiamo una sufficiente comprensione reciproca: quest’ultima però non è ancora precisamente e interamente verbale.
Linguaggio socializzato: definibile in 5 categorie: 1) informazione adattata, 2) critica, 3) ordini, preghiere, minacce, 4) domande, 5) risposte. Comunicazione del pensiero
La misura del linguaggio egocentrico negli scambi verbali
con l’adulto e in quelli dei bambini tra loro
L’attitudine caratteristica dell’egocentrismo è l’indifferenziazione tra l’altro e l’io. Si può considerare il linguaggio egocentrico tra bambini come l’inizio di una indifferenziazione relativa tra l’individuale e il sociale. Il dialogo e l’informazione adattata sono meglio rappresentati nella conversazione con altri bambini che non nella conversazione con un adulto. Lo scambio di pensieri tra compagni costituisce un tipo di socializzazione diverso dai rapporti con l’adulto soltanto. Il bambino si socializza di più, o per lo meno diversamente, con i suoi coetanei che non con l’adulto soltanto; mentre la superiorità dell’adulto impedisce la discussione o la cooperazione, il compagno crea l’occasione a tali condotte sociali che determinano la vera socializzazione dell’intelligenza. Al contrario, mentre l’uguaglianza dei compagni impedisce la domanda o l’interrogazione, l’adulto è a disposizione per rispondere. Esistono dunque due processi distinti di socializzazione, a seconda che si tratti di rapporti con l’adulto o di rapporti tra bambini.
L’egocentrismo è un assorbimento dell’io nelle cose e nelle persone, con indifferenziazione del proprio e degli altri punti di vista. Il coefficiente di egocentrismo verbale diminuisce più o meno regolarmente con l’età. L’egocentrismo verbale non varia completamente a caso, ma secondo determinate cause: queste possono riguardare sia l’attività del bambino sia i suoi rapporti con l’ambiente. Il coefficiente di egocentrismo è tanto più alto quanto l’attività del bambino tende a confondersi con il gioco (assimilazione); è invece tanto più debole quanto più l’attività si avvicina al lavoro (adattamento) propriamente detto. Negli ambienti non interventisti e nei quali il lavoro dei bambini può disperdersi ad arbitrio dei soggetti o concentrarsi su determinate ricerche speciali, il linguaggio è invece più egocentrico.
L’egocentrismo infantile è un fatto di conoscenza, un fenomeno epistemico, è l’insieme delle impostazioni pre-critiche e di conseguenza pre-obiettive della conoscenza. All’origine l’egocentrismo non è né un fenomeno di coscienza né un fenomeno di comportamento sociale, ma una sorta di illusione inconscia e di prospettiva.
Egocentrismo intellettuale: è un atteggiamento spontaneo che domina l’attività psichica del bambino ai suoi inizi e che sussiste tutta la vita negli stati di inerzia mentale; si contrappone alla formazione di relazioni nell’universo e alla coordinazione delle prospettive, consiste in un assorbimento dell’io nelle cose e nel gruppo sociale. Uscire dal suo egocentrismo significa dunque, per il soggetto, decentrarsi e dissociare il soggetto e l’oggetto. L’egocentrismo si contrappone dunque a obiettività.
Fenomenismo – Finalismo. Come correggerà il bambino questa doppia illusione? Situando se stesso nei confronti di un sistema di relazioni obbiettive, ciò che ha per effetti complementari di eliminare il fenomenismo a vantaggio di una realtà razionale e di ridurre i pre-legami soggettivi (finalità, forza, intenzionalità) dissociando il soggetto dall’oggetto. L’egocentrismo iniziale della conoscenza fisica è puro “realismo”, e cioè una presa di possesso immediata dell’oggetto.
L’ egocentrismo sociale è una impostazione epistemica come l’egocentrismo puramente intellettuale. Come infatti sul piano fisico il bambino è interamente volto verso le cose e per nulla affatto verso il proprio io in quanto soggetto della conoscenza, così sul piano sociale il bambino è volto interamente verso gli altri e si trova in tal modo agli antipodi di quel che nel linguaggio corrente si chiama egocentrismo, e cioè costante e cosciente preoccupazione di sé. Però, come sul piano fisico egli vede le cose colorate da determinate qualità nate dal suo proprio io, così sul piano sociale egli vede gli altri in una simbiosi, inconscia di se stessa, tra la sua persona e quelle che lo circondano. Se prendiamo il termine egocentrismo nel senso corrente, e cioè nel senso di una cosciente preoccupazione di sé che precisamente impedisce il sentimento di comunanza, va da sé che i due termini in questione sono contraddittori. Ma se prendiamo il termine egocentrismo in senso puramente epistemico, per designare la confusione di soggetto e di oggetto (principio del piacere / principio di realtà) nel corso di un atto di conoscenza in cui il soggetto si ignora lui stesso e non arriva a decentrarsi volgendosi verso l’oggetto, allora egocentrismo e sentimento di comunanza sono così poco contraddittori da costituire spesso un solo e medesimo fenomeno.
Egocentrismo infantile = socievolezza, confusione di soggetto e oggetto, assorbimento negli altri, suggestibilità, identificazione, confusione; è differente dalla cosciente preoccupazione di sé: il fattore primario è l’impostazione spontanea del pensiero individuale che tende direttamente all’oggetto senza aver preso coscienza della sua propria prospettiva.
Egocentrismo del bambino: tra gli altri e lui vi è identificazione e anche confusione più che differenziazione e reciprocità.
Socializzazione: diminuzione dell’egocentrismo, trasformazione di punti di vista, tale che il soggetto, senza abbandonare il punto di vista iniziale, lo colloca semplicemente nell’insieme degli altri possibili.
Egocentrismo: un punto di vista, il mio, ma non so di saperlo.
Socializzazione – differenziazione, decentramento: un punto di vista possibile fra altri conosciuti ugualmente possibili.
Preminenza del linguaggio egocentrico nei rapporti tra il bambino e l’adulto. La radice essenziale delle deformazioni o “illusioni” è dovuta al ruolo illegittimo delle “centrazioni”, mentre la decentrazione inerente all’attività percettiva ha una funzione regolatrice e coordinatrice. Quando hanno origine il linguaggio e la rappresentazione immaginosa con il suo simbolismo individuale, l’egocentrismo riappare sotto forma di centrazioni intuitive. Al suo punto di partenza, l’egocentrismo esprime fondamentalmente l’irreversibilità delle azioni, le quali si coordinano tra loro attraverso la composizione reversibile delle azioni che le trasforma in operazioni, e attraverso la reciprocità inter-individuale delle operazioni di ciascuno, che costituisce la cooperazione. È questo duplice processo che “decentra” l’individuo, nei confronti del suo egocentrismo iniziale.
Coordinandosi, anzitutto, le azioni si trasformano in operazioni, perché un’operazione è un’azione reversibile. I sistemi operativi, o raggruppamenti e gruppi, che esprimono la coordinazione delle operazioni, comprendono dunque, attraverso la stessa loro organizzazione, un entrare in corrispondenza con le operazioni degli altri. Più precisamente, poiché questo mettersi in corrispondenza e la reciprocità costituiscono i più importanti fra i raggruppamenti, le operazioni degli altri e le operazioni proprie si elaborano necessariamente insieme in un sistema di cooperazioni sia logiche sia sociali: in questo duplice senso della cooperazione inter-individuale e della coordinazione intra-individuale, il sistema delle operazioni costituisce il vero strumento di decentrazione che libera l’individuo dal suo egocentrismo iniziale.
Immagine di Copertina tratta da Very Well Mind.

