Battaglione Alpini Saluzzo. Prima e dopo Caporetto
Parte I di 3
Il 24 ottobre 1917 è ormai lontano nel tempo, ma rimane come una data utile per rimembrare un momento difficile occorso alla nostra Nazione gettatasi in un conflitto armato assurdo per la generale impreparazione del nostro Esercito e per gli esiti assai incerti, a volte traballanti, che ne scossero le sorti. Avevamo già incontrato una situazione, due anni prima di Caporetto, che avrebbe minacciato molto da vicino la nostra integrità territoriale, quella che si sviluppò attorno alle vicende del Monte Lodìn e Cima Val di Puartis, nell’Alta Carnia, ma di questo già ho trattato minuziosamente in precedenti occasioni e, pertanto, non vi ritorno nel prosieguo delle analisi che mi accingo a sviluppare.
Qui mi voglio occupare dei sacrifici e degli eroismi di un battaglione del 2° Reggimento Alpini, il Saluzzo, che prese parte in prim’ordine sulla scena finale del Primo Conflitto mondiale. Due saranno i punti cardine sui quali prederà forma la descrizione a seguire: le battaglie occorse sul complesso montano del Cukla-Rombon, alle falde del fronte italiano con l’Austria e i confronti armati seguiti al disastro di Caporetto, verificatisi nella zona che, dai pressi del Monte Canin, si sporge verso il Canal del Ferro lungo le Valli Resia, Venzonassa e Raccolana, sul territorio che si apre a Ovest dell’Isonzo. Sul primo dei punti cardine annunciati estrapolerò da quanto apparso nella mia edizione del volume Il Battaglione Saluzzo, nato con l’Editore Elena Morea, Torino 2013. Per quanto concerne la complessità del lavoro unirò, a quanto ripreso dal testo di mia mano, alcuni dati tratti da due lavori di indiscusso interesse storico-descrittivo, di grande portata analitica: 1915-1917. Destinazione Rombon di Massimo Peloia, Edizioni DBS, luglio 2018, e La Battaglia dimenticata della Val Resia, del dr. Marco Pascoli, Gaspari Editore, Udine 2014. Le citazioni, ovviamente, sono riportate previo consenso rilasciato dagli Autori.
Rombon-Cukla
L’Esercito italiano si ritrovava in prossimità del Fronte Orientale già dal 1914 e, per il settore che qui interessa più da vicino, dispiegava, fra l’altro, le forze del XII Corpo d’Armata, detto “Zona Carnia”, disposte a collegamento fra la 4a Armata del Cadore e la 2a Armata dell’Isonzo. La Zona Carnia copriva il territorio a muovere dal Monte Peralba, dove nascono il Piave e il Degano, per estendersi alla zona Lodin-Pontebbana-Val Resia. Contava una forza di 31 battaglioni con 189 pezzi d’artiglieria. Al suo comando ricordiamo il Ten.Gen. Clemente Lequio che svolgeva la propria giurisdizione con il sostegno di 16 battaglioni alpini.
Sul teatro interessato dalla presente analisi si estendeva il settore del Fella, a partire dal Monte Cullar sino al Montemaggiore e al Settore But-Degano, terreno delle operazioni della 26a Divisione comandata dal Gen. Salazar. La 26a Divisione annoverava la I Brigata Alpina, alla quale erano subordinati tre Sottosettori orientali: Monte Paularo, Alto Chiarsò e Monte Pizzul. Il Comando si trovava a Paluzza, sul canale di San Pietro, agli ordini del Gen. Giovanni Arrighi.
Rammenterò l’impiego in zona del 2° Reggimento Alpini, comandante il Col. Matteo Quaglia, la cui influenza si estendeva al limite della Val d’Incarojo, sui Monti Lodìn, Zermula, Cullar e sulla Forca Pizzul. In seno al 2° Alpini operava il battaglione Saluzzo, primo interprete e protagonista delle vicende riportate più avanti. La sua responsabilità d’armi si prolungava per il tratto che collegava lo Zermula con il Cullar. Al comando del batt. Saluzzo stava, a inizio conflitto, il Ten.Col. Alceo Cattalochino, sostituito dal Ten.Col. Luigi Piglione il 26 giugno 1915. Completavano il 2° Regimento Alpini i battaglioni Borgo San Dalmazzo, agli ordini del Ten.Col. Alfonso Gazzano, e il Val Varaita, agli ordini del Ten.Col. Giovanni Amico, posizionato in zona Monte Lodìn.
La zona rischio di Val di Puartis, oggetto di tentativi di intrusione austriaca già nei primi mesi di guerra, era presidiata, fra altri, dalla 21a Compagniadel batt. Saluzzo, dapprima al comando del Cap. Pasquale e, dal 9 giugno 1915, dal Cap. Mario Musso di Saluzzo.
Fin qui ho elencato toponimi che hanno riferimento con la Val d’Incarojo, ma ora è il momento di spostarci più a Est, verso l’Isonzo. Sul versante destro dell’Isonzo fa bella mostra di sé il Monte Rombon. Di qui, per tornare verso la Val d’Incarojo, si offrono alcuni passaggi fra erte pareti montuose: il Passo del Predil che conduce in Val Rio del Lago e, in successione, al Canale di Raccolana, quindi Chiusaforte sul Canal del Ferro; la Sella Prevala e la Sella Nevea che confluiscono sull’itinerario precedente; la Stretta di Saga e il centro abitato di Uccea, da cui si diparte un bivio che, Verso Nordovest, superata le Sella Carnizza, raggiunge la rotabile della Val Resia presso Gniva e Prato di Resia oppure, in direzione Ovest, risale al Passo di Tanamea per poi gettarsi nella Val Venzonassa, sino allo sbocco su Venzone. Queste erano anche le direttrici che le truppe austro-tedesche avevano preso in seria considerazione per insinuarsi in territorio italiano.
Il Gen. Krauss aveva ricevuto l’ordine di sfondare un passaggio critico, la Stretta di Saga. Il successo in quel punto avrebbe garantito la possibilità di sferrare un colpo decisivo sul collegamento esistente fra la 2a Armata italiana e il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia, aprendo la strada per l’invasione della pianura fra Cividale e Udine, sulle direttive della Valle Uccea e della Val Resia. L’intenzione del Gen. Krauss volgeva ad accerchiare le truppe della Zona Carnia prima che trovassero una via d’uscita dall’insidia austro-ungarica. Quella era la zona che cadeva sotto la responsabilità del Gen. Giovanni Arrighi, 50a Divisione, in seno al IV Corpo d’Armata comandato dal Gen. Alberto Cavaciocchi. Sarebbe stato indispensabile tenere la stretta di Saga per bloccare sul posto l’avanzata nemica, ma il Gen. Arrighi, che aveva alle proprie dipendenze il 2° Reggimento Alpini, quindi anche il Batt. Saluzzo, udite le infauste notizie delle cattive sorti per le nostre truppe al comando del Gen. Cantoni sul Rombon, temendo di essere quanto prima aggirato, decise di lasciare la Stretta di Saga e di cercare una via di salvezza più a valle. Era la sera del 24 ottobre 1917. Ne conseguì anche la caduta di speranze per il Gruppo Cantoni che, se avesse scelto la Stretta di Saga per portarsi in salvo, già vi avrebbe trovato forze avversarie ben munite di mitragliatrici e di artiglierie. Molto si disse e si scrisse attorno a questo atto di abbandono, allorché la Stretta si sarebbe potuta tenere con le buone postazioni esistenti per mitragliatrici, e per gli austriaci avrebbe costituito un ben problematico filo da torcere. Il 26 ottobre una compagnia di Kaiserjäger poté infatti varcare la Stretta di Saga, senza particolari problemi.
Eccoci dunque arrivati sullo scenario di guerra che interessò le regioni Nordest estreme, ma prima di proseguire nella esposizione dei fatti di guerra, tuttavia, sarà utile lanciare uno sguardo su una scena più generale, dove le operazioni erano guidate dall’alto e che, infine, interessarono le nostre formazioni di combattimento. L’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria e si era premurata di mobilitare le forze da mandare al fronte, ma subito si presentò un evento di non poco conto per come si sarebbe sviluppata la situazione nelle fasi successive. Intanto le posizioni dalle quali i nostri combattenti si muovevano erano inferiori per funzionalità rispetto a quelle occupate dagli austriaci, poste queste ultime su alture dominanti munite di opere difensive e di reticolati. In molti casi, poi, i nostri avversari già avevano provveduto a impossessarsi dei siti favorevoli alla difesa e i nostri erano costretti a correre seri rischi nei tentativi di avanzare. Uno dei fattori che concorsero in primo piano a vanificare gli sforzi delle nostre Armate fu la lentezza con la quale le direttive di avanzata si esprimevano. Tutto l’impianto offensivo si riduceva in effetti, per ordine del Gen. Cadorna, a una generalizzata impostazione difensiva che, in momenti opportuni, avesse consentito l’occupazione di posizioni dominanti da utilizzarsi, in un secondo tempo, come “sbocchi offensivi”. Fu così che le ottime occasioni della prima ora furono lasciate andare e, come sostiene il Gen. Emilio Faldella (la Grande Guerra. Le battaglie dell’Isonzo, 1915-1917, Nordpress Edizioni, Chiari, Brescia 2004), “Il periodo favorevole a un’irruzione delle forze italiane era, a fine maggio, ormai superato”. Dunque, prudenza, lentezza, ritardi, sino anche all’inazione assoluta. Furono pressoché limitatamente occupate posizioni che gli avversari avevano lasciato sguarnite. Fu solo con una direttiva del 22 maggio 1915 che il Comando Supremo spinse i Comandi d’Armata a “imprimere alle operazioni spiccato vigore” e, cinque giorni dopo, a impadronirsi di posizioni al di là del confine anticipandovi la presa da parte degli avversari, per evitare la grave dispersione che sarebbe derivata da sacrifici successivi. Nello stesso tempo, però, gli avversari si stavano rafforzando: avevano avuto invero l’opportunità di predisporre le difese secondarie accessorie.
Tutta la cresta che attraversava le Alpi Carniche aveva allora, ai fini tattici e strategici, una importanza fondamentale; era così ambita anche dagli austriaci che questi ne fecero subito oggetto di conquista. Lo stesso Rombon sarebbe stato per noi un obiettivo eccellente allorché non era ancora presidiato dalle truppe austriache. Dalla sua sommità era possibile operare un controllo a largo raggio verso il Passo del Predil e la Conca di Plezzo. Erano le Armate 2a e 3a che avrebbero avuto la consegna di dare vigore a un primo sbalzo offensivo sull’Isonzo. In particolare, il IV Corpo d’Armata, al momento comandato dal Gen. Di Robilant, per ordine del Comando Supremo, avrebbe dovuto superare l’Isonzo, dal Monte Nero allo Sleme, al Mrzli Vrh per “avvolgere da nord la testa di ponte di Tolmino”. Il IV Corpo d’Armata era composto da una notevole dotazione per l’attacco ossia 38 battaglioni e 25 batterie. La titubanza e la prudenza affermatisi al tempo, però, ebbero il sopravvento e furono alcuni battaglioni, il Pinerolo, il Susa, l’Exilles, il Val Pellice, il Val Dora, il Val Cenischia a essere impensabilmente richiamati indietro, con la rinuncia, altrettanto impensabile, alla conquista dell’intera dorsale del Monte Nero in un momento in cui, si parla del 25-26-27 maggio 1915, le difese austriache erano assai scarse o inesistenti. Gli attacchi italiani sferrati successivamente, il 29 e il 30 maggio, allorché gli austriaci avevano avuto modo di organizzarsi in fretta e furia ma con efficacia, fallirono, con il risultato di gravi perdite conseguenti agli scontri armati.
Gli austriaci non avevano perso tempo. L’intenzione di fondo, oltre quella di difendersi dai tentativi italiani di intrusione, si spostava su una posizione contrastante ossia si andava verificando come rivalsa e punizione contro l’Italia che, dopo 33 anni di alleanza, si era allontanata dalla Triplice, con Austria e Germania, per passare dalla parte opposta, come nemica dei suoi precedenti alleati. L’occhio dei Comandi austro-tedeschi si era soffermato con attenzione sulla Conca di Plezzo che, a determinate condizioni, avrebbe offerto una buona base di transito per invadere le campagne delle pianure italiane. La Conca di Plezzo era dominata dal Monte Rombon, sede di osservazione a largo raggio e di munizionamento efficace per battere le valli circostanti. Già il 27 agosto 1915 gli austriaci stavano ben acquartierati sulla cima del Rombon allorché, come primo tentativo, le nostre truppe cercarono di forzarne l’accesso, riportando purtroppo il triste bilancio di 47 caduti sul campo e di molti tra feriti e dispersi.
La posizione in cui erano dislocate le compagnie del Batt. Saluzzo non offriva protezione dai colpi delle artiglierie avversarie che, a un ritmo frenetico, ne scompigliarono le formazioni. Da parte italiana fu avanzato un ulteriore vano tentativo per il possesso del Rombon, era il 12 settembre 1915. Sopravvenne l’anno successivo, il 1916, allorché furono gli austriaci a prendere possesso del Cukla, sulla dorsale occidentale digradante dal Rombon, con una compagnia al comando dell’Oblt (Primo Tenente) Johann (Hans) Mickel, che ne scalzò il nostro presidio il 12 febbraio 1916 e respingendo successivamente nostri reiterati attacchi, come comunica il Gen. Emilio Faldella il quale accenna agli attacchi austro-ungarici portati avanti dal 17 marzo al 7 aprile 1916 sul Rombon, sul Mrzli, fino a Tolmino e alla testa di ponte di Gorizia, con proseguimenti, l’8 aprile, verso le Lunette del Mrzli e il Trucchetto del Vodhil. Attorno al 16 marzo il Rombon, con la Carnia e il Carso, furono teatri di scontri armati, in omaggio all’accordo di Chantilly, approvato nelle tre Conferenze di Chantilly.
Un breve cenno al significato di queste Conferenze il cui proposito generale era stato quello di coordinare le strategie fra gli Alleati dell’Intesa, mediante la pianificazione di offensive congiunte ossia tentativi per impegnare simultaneamente gli austro-tedeschi su vari fronti e indebolirne la potenzialità offensiva e difensiva. Si trattava dunque di realizzare un supporto reciproco nell’intento di alleggerire la presenza nemica. La prima Conferenza di Chantilly si tenne il 7 luglio 1915 con l’obiettivo di mettere in piedi una strategia comune. La seconda, dall’8 al 12 dicembre 1915, lavorò per pianificare l’offensiva anglo-francese sulla Somme per l’estate 1916. Nella terza Conferenza, il 15-16 novembre 1916, si parlò di eliminare la Bulgaria dal teatro di guerra, di riequipaggiare l’Esercito russo e di inviare una forza di 23 divisioni a Salonicco.
Ancora il 4 maggio, riferisce il Gen. Faldella, si scatenò un attacco sferrato dagli austro-ungarici in zona Rombon. Però il 10 maggio furono i nostri Alpini a riprendersi il Cukla, centro importante di osservazione sui teatri di battaglia circostanti.
Intanto, il 12 aprile 1916, si portarono sulla linea del Rombon due battaglioni bosniaci i quali, il 26 aprile, sferrarono l’attacco a quota 1583. Il 4 maggio 1916 le bocche da fuoco austriache si accanirono contro la Conca di Plezzo e il Cukla, arrecando notevoli perdite ai nostri del batt. Saluzzo in prima linea. Erano ancora i bosniaci a gettarsi sulle trincee del batt. Saluzzo, ma furono respinti dagli Alpini della 22a compagnia. Poco dopo, i bravi Alpini del batt. Saluzzo subirono un attacco per aggiramento,la nuova tattica usata dai nostri avversari. Ancora intervennero i plotoni della 22a, ma gli Alpini rimasti sul terreno furono davvero numerosi.
Ancora perdite nei confronti armati del 6 maggio 1916, con sacrifici in atti di puro eroismo, ma cinque giorni appresso, con uno slancio formidabile, gli Alpini conquistarono la cima del Cukla. Erano, con altre formazioni affiliate, le compagnie 22a e23a dell’indomito batt. Saluzzo.
Il 10 di maggio fu il giorno che segnò l’inizio di pesanti disavventure, allorché venne colpito il Ten.Col. Piglione, al comando del batt. Saluzzo. Con lui anche il capitano comandante la 23a, Ten. Martino Besozzi, del quale è di onore riportare un’acuta osservazione rilasciata dal medesimo per iscritto: “Si aveva bisogno di un battaglione bello e sicuro di Alpini, è arrivato il Saluzzo”.
Immagine di Copertina tratta da SUPERMONTIFVG.


