Che cosa sarà? Parte 3 di 3

Che cosa sarà?

Parte III di 3

Eccomi allora alle formidabili intuizioni di Arthur Schopenhauer. Devo innanzitutto premettere che per Schopenhauer la realtà alla quale ci rivolgiamo esiste soltanto in quanto rappresentazione. In quale realtà, allora, siamo mai immersi? Forse in un presente, che è peraltro privo di estensione e di durata? Forse in un attimo presente che esiste soltanto per aver spodestato dalla scena l’attimo che lo precedeva e che altrettanto rapidamente viene eliminato dall’attimo susseguente? Forse in un passato e in un avvenire illusori quanto lo sono i sogni? Schopenhauer va più a fondo e lo dimostra sostenendo che ogni causalità, “perciò ogni materia, e quindi l’intera realtà, esiste soltanto per l’intelletto, mediante l’intelletto, nell’intelletto”, per cui oggetto e rappresentazione sono tutt’uno e tutto il mondo che percepiamo è nulla senza l’intelletto, rimanendo costantemente nella pura veste di rappresentazione.

Nella nostra percezione del tempo che fugge, il passato e il futuro non possono che contenere semplici concetti e fantasmi: è nel presente che deve essere ravvisata l’essenziale forma del fenomeno della Volontà. Il presente esiste e perdura incrollabile. Una considerazione consolante, infine, ci viene da una definizione di Schopenhauer: principio e fondamento del contenuto del presente è la Volontà di vivere ossia la Cosa in sé, che siamo noi stessi. Viene pertanto fugata la paura di perdere il presente con la morte, quando invece “Alla Volontà di vivere è certa la vita e la forma della vita è un presente senza fine”.  

Su questa corrente di analisi intuitive, Schopenhauer arriva ad affermare che il mondo come rappresentazione possiede un altro aspetto oltre la rappresentazione, da lui denominato “Volontà” o “Cosa in sé” che, nella sua forma di intera essenza del mondo, va cercata al di fuori sia del soggetto sia dell’oggetto. È in questo senso, allora, che lo scopo della scienza non lo si ritrova nel raggiungimento di maggiore certezza, ma bensì in una maggiore facilità del sapere. La nostra conoscenza si ferma sui fenomeni e sulla induzione di leggi regolatrici del tutto. Ci resta tuttavia sconosciuta quella “forza in sé” che si manifesta come intima essenza dei fenomeni, che Schopenhauer riconduce al termine “Volontà”. Infatti, non troviamo risposta agli interrogativi “Che cos’è il magnetismo? Che cos’è la gravità?”, e molti altri.

Possiamo soltanto raggiungere un ventaglio di spiegazioni sul loro formarsi ossia ci è dato di ricorrere a un elenco di forze e di regole di funzionamento di quelle forze, fino ai fenomeni che se ne deducono, ma non riusciremo mai a conoscere quale sia l’intima essenza di quelle forze.

Arriviamo dunque a descrivere fenomeni e a classificarli, ma oltre questo termine non ci è dato procedere. Eppure, la nostra tensione epistemofilica ci spinge a non accontentarci e a cercare incessantemente il significato racchiuso nel volgersi dei fenomeni ossia il significato delle nostre rappresentazioni, formulando una serie interminabile di “perché?”.

A questo punto dell’indagine Schopenhauer giunge a una svolta di pensiero, con il riconoscere che al soggetto conoscente è data la parola dell’enigma, e questa parola si chiama “Volontà”, la chiave per dare spiegazione dei fenomeni, per manifestarne il senso. “L’essenza in sé del nostro proprio fenomeno”, dice Schopenhauer, “è la nostra Volontà che costituisce l’elemento immediato della nostra conoscenza”. Essa è “la chiave per conoscere l’intima essenza della natura intera” e “non è conoscibile nel suo complesso dall’individuo, ma solo nei suoi singoli atti”.

La Volontà sarebbe, in quest’ottica, l’intima essenza di tutte le forze, intesa a sua volta come un’unica forza”. La Volontà è estranea al principio di ragione (che è la forma di tutti gli oggetti, il modo costante del loro apparire), quando anche “ogni sua manifestazione sia in tutto sottomessa al principio di ragione”. Così pure, standone fuori, si manifesta abbondantemente nel tempo e nello spazio.

Ognuno di noi non è Volontà nel senso di Cosa in sé, ma fenomeno della Volontà. La Cosa in sé, afferma Schopenhauer, è inconoscibile, se non al momento di oggettivarsi “passando nelle forme a priori di spazio, tempo e causalità”. Noi siamo in grado di attribuire un motivo a ciò che vediamo accadere, ma non riusciamo a darci ragione del perché accada proprio ciò che è stato. Schopenhauer precisa in modo risolutivo: “L’intima essenza delle cose è imperscrutabile, perché priva di ragione, perché è il contenuto, la sostanza del fenomeno, la quale non può mai essere ridotta alla forma di esso, al come, al principio di ragione”.

In questa luce Schopenhauer ammette esservi un privilegio all’indirizzo del nostro corpo, in quanto unico oggetto del quale si conoscono i due aspetti, Rappresentazione e Volontà. Questa forza imperscrutabile ossia la Volontà, si manifesta in tutto e con identica estensione in un solo individuo come in milioni di individui, da cui deriverebbe l’assioma che, se “un unico essere venisse del tutto annientato, sarebbe on lui annientato il mondo intero”.

L’essenza in sé, infatti, nel parlare di Schopenhauer, “è presente in ciascun essere vivente, tutta intera e indivisa”. Schopenhauer paragona i differenti gradi di obiettivazione della Volontà alle Idee di Platone, in quanto immutabili, eterne e immobili, al contrario degli individui che hanno un’esistenza limitata, “diventano e non mai sono”.

Nelle oscure dinamiche dell’Universo e dell’attività umana, quest’ultima e le forze che dirigono l’evolversi delle sfere celesti sono fenomeni immediati della Volontà. Per questo è perfettamente inutile chiedersi quale sia la causa del peso, della conduzione elettrica e via dicendo, poiché la forza in sé si pone al di fuori della sequenza delle cause e degli effetti, così come sta fuori del tempo.

Nei riguardi delle meraviglie che scopriamo in Natura, Schopenhauer sottolinea l’infallibilità con la quale operano le leggi naturali, così sorprendenti e persino quasi terrificanti, tale che “c’è da stupire che la natura non dimentichi neppure una volta le sue leggi”. La Volontà, come detto, si obiettivizza in tutte le forme presenti nel mondo, per cui queste sono l’una uguale all’altra nella loro intima essenza, in perfetta reciproca analogia. L’obiettivazione attraverso cui procede la Volontà progredisce in complessità, poiché ogni fenomeno della Volontà si trova in perenne lotta contro l’insieme delle forze fisiche e chimiche; da qui scaturiscono nel mondo contese, battaglie, vittorie e sconfitte. Le contese si estendono per difendere il diritto delle forze fisiche e chimiche, a ogni superiore grado di obiettivazione, sulla materia, sullo spazio e sul tempo. È una lotta che, infine, rivela la presenza di un “dissidio essenziale tra la volontà e se stessa”.

Molto nebulose mi pervengono le seguenti affermazioni di Schopenhauer: “In tal modo la Volontà di vivere divora se stessa e in diversi aspetti si nutre di sé”. Il sillogismo che procede da queste dichiarazioni va considerando ciascuno dei corpi apparsi nel mondo come fenomeno di una Volontà e quest’ultima si porta sulla scena del mondo nella forma di lotta, in costante movimento, per una “spinta a procedere oltre nello spazio infinito, senza posa e senza meta”.

La Volontà non conosce un suo fine ultimo, è come se essa vagasse nel nulla e in questo senso si presenta “come un cieco impulso, un’oscura, sorda agitazione, come inconscia aspirazione” presente nella Natura inorganica e in tutte le forze elementari. Essa agisce in modo incosciente, rivelandosi nella qualità di “oscura forza impulsiva”.

Fa molta impressione leggere l’interpretazione con la quale Schopenhauer attribuisce alla Volontà uno strano atteggiamento, quello di essere una Volontà affamata e che, non trovando alcunché al di fuori di se stessa per sfamarsi, finisce per divorare se stessa. L’ansia e la sofferenza proverrebbero da questo stato di cose. È un dissidio che interessa senza sosta la Volontà, che starebbe a monte e si realizzerebbe “nell’incessante guerra sterminatrice degli individui appartenenti alle varie specie e nel perenne lottare delle forze naturali fra loro”. Non è forse ciò che si verifica nel mondo animale, vegetale e umano, dove creature di un certo tipo si nutrono divorando altre creature, consentendo tuttavia con ciò al sempiterno ciclo vitale di rinnovarsi? Non può essere altro che la Volontà, nel momento di affondare i denti nelle proprie carni.

Guardando più avanti, vorremmo sapere che cosa vuole veramente la Volontà, ma non c’è ragione di saperlo, per lo stesso fatto che la Volontà si pone al di fuori del principio di ragione. Come già ho accennato, per noi è possibile, di fronte al manifestarsi dei fenomeni, indagarne la causa, ma non riusciremo mai a conoscere l’essenza della forza naturale che nei fenomeni si manifesta. La Volontà è lanciata lungo un percorso – vogliamo chiamarlo evolutivo? – le cui mete raggiunte non sono altro che l’inizio di un nuovo percorso, così all’infinito.

L’essenza della Volontà in sé non è dotata di finalità né è racchiusa fra confini. L’unica conoscenza che la Volontà ha di sé è la rappresentazione nel suo complesso, che si esprime nella totalità del mondo intuitivo, nel quale la Volontà si obiettivizza, si rivela, come nel riconoscersi allo specchio.

Tenendo in conto le teorie sviluppate sia da Platone sia da Kant, il mondo percepito sarebbe soltanto un’apparenza di nessun valore di per sé, ma acquisterebbe significato e realtà riflessa soltanto nel fatto che la Cosa in sé, l’Idea, in esso venga a esprimersi.

Per Schopenhauer il tempo e lo spazio sono fenomeni, visibili, della Volontà (qui faccio un punto: ma questa Volontà, di cui Schopenhauer continua a fare citazione, come fosse qualcosa di già conosciuto, alla fine che cos’è? Siamo, ancora una volta, partiti da un “motore primo” per spiegare deduttivamente tutte le cose? Di che natura è? Perché è? Potrebbe non essere? Quali i suoi scopi?). Ecco quel che possiamo comprendere: il grado più basso di oggettivazione della Volontà è, secondo la tassonomia prevista da Schopenhauer, l’impulso; il più alto, il motivo; a metà fra i due si pone la causa.

Sappiamo che l’essenza delle forze e delle idee non è raggiungibile e pertanto non è conoscibile da parte di noi umani, ma esiste un canale che si avvicina a cotanto mistero, ed è quello dell’arte, in particolare della musica. La musica non è, a differenza delle altre arti, l’immagine delle Idee, bensì l’immagine della Volontà stessa, della quale sono oggettività anche le Idee. Le arti ci danno appena il riflesso della Volontà, mentre la musica ne esprime l’essenza.

La Volontà considerata in se stessa è inconsapevole; conosce se stessa per passaggi progressivi, nel mondo quale rappresentazione. Il grado più completo di questi passaggi è l’uomo con le sue azioni e la sua ragione. La Volontà, che è espressamente Volontà di vivere, conosce il proprio volere ossia il mondo e la vita che è manifestazione del proprio volere.

Nell’accennare alla consapevolezza individuale, Schopenhauer ammette che il sonno e la morte ne provocano l’interruzione in modo completo. Viene dimenticata l’individualità, ma tutto il rimanente (l’Identità dell’Io) si risveglia o, meglio, non si è mai addormentato.

L’individuo, come lo concepisce Schopenhauer, ha valore effimero soltanto in quanto fenomeno, ma quando viene considerato come Cosa in sé si colloca fuori del tempo e non conosce l’estinzione. Noi viviamo nell’illusione che tiene separata la nostra consapevolezza dall’Universale e, con la morte, anche questa illusione svanisce. È questo il vero concetto di eternità. Questo concetto, detto forse per curiosità, è richiamato da Schopenhauer allorché il filosofo cita la sapienza hindù, avvalsa della creazione di una mostruosa cronologia: noi viviamo all’interno di quattro epoche del mondo, della durata complessiva di 4.320.000 anni. Mille di tali periodi di quattro epoche del mondo costituiscono un giorno di Brahma e altri mille la sua notte. (Tale disposizione cronologica riporta facilmente all’idea del big-bang e del big-crunch). Allorché, al termine dei suoi cento anni, Brahma muore, nasce subito un nuovo Brahma, e così di eternità in eternità.

Siamo dunque di fronte a un evento che non si esaurisce, che non finirà mai e, per connessione temporale, che mai ha avuto inizio, ma sempre sarà ossia “è”. Mi piace, a questo punto, tornare alla pagina del Vangelo di Giovanni dove Gesù Cristo esprime in poche parole quel concetto di eternità che così intensamente scandalizzava i suoi interlocutori Giudei: “Prima che Adamo fosse nato, io sono” (Giovanni, 8°, 58), ed è quel “io sono” l’affermazione che pone l’intera discussione fuori del tempo, perché l’eternità non ha spazio né tempo né causalità.

Tornando rapidamente a Schopenhauer, mi rendo conto quanto sia arduo riflettere sulle sue costruzioni teoriche e quanto sia pressoché impossibile contestualizzarle in una mentalità come la nostra che ha bisogno di concretezza assoluta nel fare ricorso alla ricettività dei sensi. Molto faticoso e difficile mi risulta il tentativo di seguire lo svolgimento del filo sul quale si snodano le riflessioni di Schopenhauer, tanto più se mi ci provo a elaborarle nella mia facoltà di comprensione e a recepirne il significato senza cadere in errori di interpretazione. Metabolizzarne il messaggio recondito presenta ancora maggiori difficoltà. Non mi vanto dunque di possedere quel tono filosofico con il quale si esprime Schopenhauer. Mi limito tuttavia, per quanto mi pare giusto, a procedere con qualche sorta di interpretazione ingenua nel riferirmi ad alcuni opportuni accostamenti.  uale si esprime

Ho parlato, nelle righe precedenti, di come si svolge il pensiero seguito dagli Gnostici, dai Catari e da quanto si legge nel Vangelo apocrifo di Giuda. Mi soffermerò alquanto su quest’ultima fonte che presenta un Gesù nell’atto di insegnare a Giuda i misteri dell’Universo, rivelandogli che al principio dei tempi il tutto era sovrastato da una Divinità trascendente e padrona dell’infinito, emanante luce e gloria sul Creato. Di altra natura sarebbe il nostro mondo, dominato da un arconte ossia da una Divinità malvagia, chiamata Nebro, il Ribelle oppure Yaldabaoth.

Torno a ripetere: i discepoli, per conto loro, credevano che Gesù fosse figlio del loro Dio, rappresentato dalla figura di Yaldabaoth, ma Gesù li sconfessa, affermando che nessuno dei presenti sarebbe riuscito a comprendere l’identità della sua persona.

In quanto alla creazione dell’uomo, nulla di ciò provenne dall’Ente sublime che domina l’intero Creato. Fu Saklas, l’angelo proveniente da una nube, chiamato anche “lo stolto”, servo di Nebro, a volere la generazione dei cieli. E fu Saklas che si rivolse ai propri angeli annunciando la creazione di Adamo “a somiglianza e immagine”. Si dice anche che il Dio creatore di questo mondo non è l’Essere unico, ma svolga la propria opera fra uno stuolo numeroso di divinità, delle quali egli non detiene neppure il primato di potenza e di conoscenza. Si tratterebbe, infatti, di un Ente spirituale inferiore, persino ignorante.

Compiendo un balzo indietro per riportarci a quanto sostenevano gli Gnostici, e osservando le miserie da cui è gravato il nostro mondo, il medesimo veniva definito come un disastro cosmico che riserva la salvezza soltanto a chi ne sa rifuggire le blandizie di ingannevoli promesse

. Non tutti gli uomini, come si può inferire dal Vangelo di Giuda, si salveranno: la salvezza nell’eternità sarà riservata a quelli che hanno ricevuto e coltivato la scintilla divina. Gesù fa comprendere a Giuda, chiamato in disparte per rivelargli i misteri del Creato, che ogni persona è dotata di corpo, di spirito e di anima. È lo spirito la forza che sostiene il corpo in vita. Alla morte del corpo, lo spirito lo abbandona. Per coloro che hanno creduto all’inganno di falsi dei, sarà anche l’anima a morire. Ma per chi possiede la scintilla del Divino, la sua anima parteciperà dell’immortalità.

Il paragone che balza agli occhi in queste dissertazioni riguarda il mondo creato dagli arconti, malvagi, sanguinari e stolti, un mondo che non può fare a meno di prolungarne le tristi attribuzioni, il che spiegherebbe il male e il dolore che pervadono la nostra natura umana.

Qui mi corre l’obbligo di aprire una parentesi, richiamata dal ritorno al concetto di “anima”. Mi accorgo che sto per affrontare, direi inevitabilmente, il problema attinente a una nuova dualità capace di trascendere persino la realtà di questo nostro mondo pregnante di dualismi. È quella dell’anima e della sua collocazione nel grande caos dell’esistenza. Parto dal presupposto che l’anima sia un’entità vera e propria, che ognuno di noi possieda la propria anima, che è quella parte inafferrabile di noi, come “cosa in sé” e pertanto estranea al principio di ragione, mediante la quale ci è dato di attivare il pensiero, il ragionamento, la discriminazione concettuale e di dare spazio alla vasta gamma di sentimenti e di affetti dei quali si colora senza sosta la nostra razionalità.

Dunque, ho esposto altresì l’ipotesi secondo la quale tutti noi viviamo sotto l’egida di una divinità malvagia e, per un momento almeno, ammettiamo che sia così. Questa divinità avrebbe voluto la nostra presenza sul teatro delle vicende umane, facendoci partecipi di una immagine a sua somiglianza e scagliandoci nel gran vortice degli eventi materiali e dei conflitti che dallo scontro reciproco fra tali eventi si accendono e deflagrano a ripetizione.

Tutto questo riguarda esclusivamente la nostra parte fisica, mi pare ovvio, quella che consuma il proprio tempo in un determinato arco di vita. C’è, ma un fatale giorno non ci sarà più, tornerà a immergersi nel ciclo inesorabile della trasformazione delle componenti organiche, perdendo del tutto i tratti che ne costituivano la propria individualità. È così per tutti, non possiamo farci nulla.

Se vado seguendo i suggerimenti proposti dalla catechesi cattolica, allora dovrei credere che Dio, dall’alto, instilli un’anima nel corpo di ogni creatura che verrà alla luce. Sì, se vogliamo stare a tale affermazione, ma, poi, di quale Dio vado parlando? Di quello che è Signore supremo di ogni cosa o di quello Spiurito che si è ribellato facendosi demonio? Perché anche questo esisteva originariamente in un tutt’uno con la Potenza ineffabile e con sé porta ancora l’impronta della divinità trascendente la condizione umana. Se si allude a quest’ultimo Ente, con i requisiti negativi e di separazione che si è tirato addosso, abbiamo allora poco da sperare, dal momento che dalle sue mani nulla di buono potrebbe scaturire e, perciò, anche l’anima che prende possesso di un corpo sarà di per sé un’anima dannata, sin dal primo attimo del suo apparire.

Ma poniamo il caso che quest’anima goda di un’origine più fortunata, che sia emanata dalla potenza d’amore dell’Essere sublime, insuperabile nella sua grandezza, potenza e maestosità. Allora parliamo di un’anima che porta con sé il bene. Tuttavia, venendo a contatto con un corpo corruttibile, troverà di fronte a sé il duro compito di scegliere uno fra due percorsi evolutivi contrastanti: ne seguirà le sorti avverse oppure sceglierà un’altra direzione alternativa ossia negherà il corpo e le sue tentazioni, anelando a tornare presso il Creatore che l’ha voluta e forgiata.

In quest’ultimo caso l’anima assegnata a un corpo sarebbe un’Entità immortale, eterna, presente da sempre e per sempre nell’essenza dell’essere, anzi è più esatto dire allora che a lei sarebbe stato assegnato un corpo. Ma è proprio qui che si accende la fiamma di una contraddizione insanabile: abbiamo anche qui una lotta senza condizioni fra la luce e le tenebre, le ricorrenti tensioni manicheistiche.

Una probabile congettura induce a pensare che la divinità ribelle non sia dotata della facoltà anche di disporre degli aspetti spirituali degli esistenti, requisito che perse nel momento di separarsi dal Tutto eterno, altrimenti avrebbe in mano la chiave per dominare il Creato intero. Si può allora essere autorizzati a immaginare una sorta di atteggiamento tollerante di reciproca intesa o necessità, responsabile del sollevarsi di contrasti che saranno l’equivalente delle sofferenze compagne dell’umana progenie. Il motivo di siffatto connubio, peraltro, se si consente di ammetterne la presenza, resterebbe sempre avvolto da un’aura di mistero, incomprensibile dunque alla luce della nostra logica inquisitiva. Si arriverebbe quindi, a completamento di questa visione più fantasiosa che improbabile, alla presenza di un piano universale per il quale i confronti dualistici sarebbero necessari perché sia raggiunta infine una completezza di conoscenza e di identità degli Universi nel loro complesso.

Ma, ancora, quale la fonte, quale il criterio di necessità e di volontà attuativa, quale lo scopo intimo alla base del piano suddetto? Se, come credo di esserne sufficientemente convinto, nulla si crea da sé e dal Nulla, a Chi dobbiamo la decisionalità di tali dinamiche? C’è un Chi?

Torno a Schopenhauer per richiamarmi a un altro motivo di accostamento concettuale: lo trovo nella spiegazione che il Filosofo tenta di dare della Volontà. Invero egli la dipinge con vari attributi, tormentata nel mezzo di una vera e propria lotta: essa risponderebbe, come già ricordato, alla qualità di cieco impulso, di un’oscura e sorda agitazione, di un’inconscia aspirazione presente nella natura inorganica e in tutte le forze elementari, di un’oscura forza impulsiva. Con questo dire, per quanto mi concerne, Schopenhauer non fa che rendere più complessa e difficoltosa la ricerca di una definizione esauriente dalla quale se ne possano determinare e dipingere i contorni. D’altra parte, come asserisce Schopenhauer, la Volontà non può essere conosciuta nel suo complesso, ma solo nelle sue singole manifestazioni; è dunque imperscrutabile perché sta al di fuori del principio di ragione.

Ecco allora che ci troviamo da capo: parliamo di qualcosa per la definizione della quale non riusciamo a trovare i termini appropriati. È un po’ come quando crediamo di poter dissertare con cognizioni di causa sul mondo spirituale, sull’eternità, su Dio stesso. Abbandoniamo le nostre forze e ci fermiamo, restando in attesa che una formidabile quanto improbabile intuizione ci riveli qualcosa di accessibile.

Poi mi accorgo, e non è certo la prima volta, che vado continuando a intervallare di domande le varie trattazioni alle quali ricorro, sempre presenti il “come?”, il “perché?”, “chi?”, e rincorrendo invano il pensiero fra un interrogativo e il successivo.

Resto alle dichiarazioni di Schopenhauer, secondo le quali tutto quel che c’è è fenomeno immediato della Volontà, e allora la stessa Volontà mi appare sotto la forma di un Programma di enormi dimensioni, entro i confini del quale non ci è consentito penetrare. Sto parlano ancor sempre della Volontà, inconoscibile, inafferrabile, presente nei fenomeni sotto le sembianze di un dettagliato programma, discendente a sua volta da un ampio progetto i cui scopi stanno al di fuori della nostra capacità di intendere, partorita da qualcosa di superiore che intende dare attuazione a un’intenzione a lungo maturata. Un programma di cui noi, esseri fenomenici, siamo le maglie costitutive. Un programma che si dispiega in direzione di un fine prestabilito, immerso nell’ignoto.

Potrebbero esserci affinità, a qualche livello di struttura, fra Volontà e Programma? Altrove ho lanciato una mia congettura, secondo la quale potrebbe esistere un’Entità assoluta che ha voluto dare vita a un Universo qual è il nostro, senza darci la possibilità di indagare verso quale scopo si muoverebbe questo Universo. Tale Entità, sconosciuta, inarrivabile, inafferrabile, avrebbe ideato un progetto per conseguire i propri fini e avrebbe lanciato tale progetto sulle direttive di un programma finemente articolato, ordinando infine all’Universo, portatore di una intelligenza intrinseca, di obbedire alle regole di quel programma, dandogli il via e lasciandolo a se stesso e alla sua capacità di razionalità e di discriminazione. In questo senso possiamo tradurre nel termine “Volontà” l’intera sequenza di fedeltà alle leggi di cui quel più ampio programma si compone.

Più in là, nel chiederci ancora tanti perché, non vedo per il momento si possa andare.

Tutti, ovviamente, sono liberi di prestar fede alle congetture fin qui esposte, soltanto congetture, ma che, tuttavia, ci danno modo di riflettere su qualcosa che attrae molti di noi, proprio per causa della sua incomprensibilità.


Immagine di Copertina tratta da Silere Non Possum.

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