Che cosa sarà? Parte 2 di 3

Che cosa sarà?

Parte II di 3

La cosa più sorprendente è che questo mondo così controverso ci induce a porgere i nostri favori verso tutto ciò che è bello, attraente, piacevole, seducente e ammaliante. Siamo attratti dalla bellezza, ma ampiamente da quella fisica, materiale, quella che sollecita con immediatezza e pienezza i nostri sensi, per cui il cervello si trova nella condizione di rilasciare dopamina, creando a livello corticale una sensazione di piacere. Siamo stati programmati così, per dare la preferenza a ciò che definiamo bello; seguiamo un percorso obbligato, che nessuno potrebbe stravolgere. I nostri meccanismi cerebrali vengono attivati in tale direzione, ma se il programma che ci pervade ci dicesse che dobbiamo amare il brutto, della bellezza allora non sapremmo proprio che cosa farcene, e la nostra libido si riverserebbe sugli oggetti dotati della maggiore bruttezza, quella che, come esito finale del programma impostato, ci procurerebbe il maggiore piacere. Lo scopo relativo è sempre quello del procurare piacere immediato, perché da questa sensazione di piacere scaturiscano altre finalità come, ad esempio, quella della prosecuzione della specie.

Penso a un giovane che ammira una bella donna. Per prima cosa è attratto dal suo volto e, in misura estrema, dai suoi occhi, nel momento in cui gli sguardi dell’uno e dell’altro si incrociano. Poi l’attenzione può scivolare lungo i lineamenti fisici del corpo e trarne conferma per il senso di bellezza percepito oppure per aver notato qualche disarmonia di forma o di proporzione. Il volto della ragazza rappresenta la parte del corpo che sa esprimere le emozioni provate dall’essenza incorporea di lei, lo schermo che ci consente di leggere, fino a una certa misura, le emozioni che vi si rivelano attraverso la muscolatura facciale, il pallore-rossore, la luminosità degli occhi. Tutti abbiamo presenti le immagini che appaiono talvolta su FB riproducenti ragazze bellissime ma mutilate degli arti; ebbene, la bellezza del viso fa superare anche il senso di pena o di rifiuto provato per la menomazione osservata, ed è facile innamorarsi di quella bella ragazza anche priva di braccia. Al contrario, immagino la scena di una donna avvenente vista di spalle, con un corpo venereo e una lunga chioma di capelli biondi, lievemente ricciuti, discendente sulla schiena; ma quando quella donna si volta indietro, vedo un volto di vecchia, segnato da rughe e grinze: tutta la mia meraviglia svanisce nell’attimo, e pure il senso di attrazione che avrei in un primo tempo provato.

Come si dice, che gli occhi sono lo specchio dell’anima, due occhi affascinanti dovrebbero rivelare un’anima parimenti bella, ma non è sempre così. La parte spirituale ossia quella della sfera affettiva-emozionale-relazionale, l’innamorato non la vede; ci vorrà del tempo prima che gli si riveli, forse anni, e sarà la condizione primaria del mantenimento-accrescimento degli affetti reciproci oppure del loro incrinarsi sino a svanire.

Ora succede che bene e male, bello e brutto, buono e cattivo, desiderabile e repellente e così via trovino spazio sufficiente per esprimersi nel corso della nostra esistenza. Vediamone qualche riferimento. Se mi soffermo sugli Scritti gnostici apprendo che la conoscenza mistica si raggiunge solo attraverso un’unione spirituale, intima e personale con la Divinità. Ma, ecco la botta iniziale, inaspettata, sconcertante: la Divinità del nostro mondo, sempre nel pensiero degli Gnostici, è un’entità inferiore, malvagia, generatasi a causa di una caduta che si verificò nel buio dei tempi nella sfera dell’Altissimo. Fu Satanael, il primo figlio di Dio, a ingannare la fiducia dell’Assoluto. E fu questo momento fatidico, l’atto di ribellione di Satanael alla Volontà dell’Altissimo, a costituirsi come l’origine di tutti i mali abbattutisi sugli uomini e sulla loro progenie.

Il Dio del Vecchio Testamento, in questa ottica, nominato El, sarebbe accompagnato da due entità esecrabili: Nebro o Nebroel o Yaldabaoth o il Ribelle lordo di sangue, e Saklas, un’entità dotata di pura stupidità, figlio di Sophia, la Sapienza. Lo stesso Saklas avrebbe ingiunto ai propri angeli subordinati di creare “un uomo a somiglianza e immagine”.

Si sa che, già all’inizio del secondo secolo dopo Cristo, si pensava di indicare in Yahweh, il Dio del Vecchio Testamento, il principe malvagio di quegli Spiriti celesti che presiedono al nostro mondo.

Anche i Catari erano dell’idea che il nostro fosse il regno del male, governato da Satana. Per loro il Dio della storia ebraica non è altro che il diavolo in persona, grande maestro di seduzione e di perdizione. Noi, dunque, saremmo figli di un Dio minore, figli del demonio, eredi del male.

Sia i Catari sia gli Gnostici valutavano la Chiesa cattolica come un’istituzione asservita ai voleri di un padrone malvagio, Satanael o Yaldabaoth che instupidisce e inganna gli uomini con promesse fallaci di godimento terreno e di potere materiale. Un padrone persino avveduto e scaltro, Satanael, tanto da non esporsi mai più del necessario, quanto invece da agire, come si suol dire, “per interposta persona”, forte della stupidità degli uomini e della loro connaturata inclinazione al male. Satanael neppure si sarebbe sforzato molto nel perseguire i propri fini perversi: a lui era bastato offrire lo spunto iniziale, poi se ne sarebbe andato per i fatti propri e l’uomo si sarebbe occupato di fare il resto. Come diremmo noi oggi, avrebbe impostato un programma e imposta una programmazione autoregolante.

E come si fa a pensare il contrario, se soltanto diamo ascolto a ciò che avviene attorno a noi: delitti, efferatezze, soprusi, corruzione, sfruttamenti demenziali, sopraffazioni, inganni, devastazioni, guerre. Non soltanto noi, ma anche il resto del mondo vivente: c’è tutta una corsa a perpetuare la vita, a prolungarla, a renderla più confortevole e ricca, quasi dappertutto a dispetto di altri esseri viventi. Per riprendere un concetto già sfiorato in precedenza, vediamo che le piante crescono per cercare la luce e fanno questo sopprimendo quelle rimaste in ombra, catturano gli insetti con l’astuzia e l’inganno, si dotano di sostanze velenose e di protuberanze offensive per non essere divorate. Negli animali, i predatori cacciano e catturano le proprie prede per cibarsene e queste ultime sviluppano strategie per sfuggire alla cattura. L’arte del mimetismo concede a molte specie di confondersi per non essere attaccate e per sorprendere le prede. Il mondo, tutto, è qualcosa che si potrebbe paragonare a un grande stomaco: un terreno di battaglia dove vige una lotta continua che ognuno ingaggia per mangiare e per non farsi mangiare.

In queste dinamiche si può notare la presenza di un’intelligenza capace di creare programmazione progressiva, forse alla ricerca di un equilibrio che, in ultima analisi, dia la sicurezza di conservazione alla vita in sé.

Non solo intelligenza, ma malizia, calcolo, previsione degli effetti, espressione raffinata delle personali capacità convogliate alla trasmissione della vita. Ne riporto un esempio illuminante. Nell’immenso mondo degli insetti esiste un tipo di vespa dal comportamento sorprendentemente singolare. La femmina, come tutte le mamme nei confronti dei propri figli, cerca di porre le condizioni più favorevoli per lo sviluppo della prole, dall’uovo all’insetto perfetto, e lo fa in modo straordinario. Quando s’approssima il momento della deposizione va in cerca di uno scarabeo della specie ritenuta la più adatta allo scopo. Lo raggiunge, lo attacca e lo penetra con il pungiglione. Non in un punto qualsiasi del corpo, ma senza errori proprio nella zona cerebrale. Il veleno iniettato ha la capacità di bloccare sia il movimento degli arti sia le funzioni vitali ascrivibili alla dopamina. Quando la vittima quasi più non muove, la vesta depone un uovo nel suo organismo. Ora qui si pongono due possibilità: la dose di veleno è troppo debole e lo scarafaggio riesce a ribellarsi e a mettersi in salvo oppure è troppo forte e lo scarafaggio muore; ma se muore succederà che la larva di vespa, al momento della fuoriuscita dall’uovo, troverà un organismo sfatto e rinsecchito, non adatto come cibo. Il veleno, invece, viene dosato, oserei dire sapientemente, affinché la vittima resti intrappolata ma nello stesso tempo continui a conservare le proprie funzioni vitali, un vero e proprio zombie, cosicché la larva della vespa, alla propria nascita, possa cibarsi dei suoi umori vitali e completare il proprio ciclo di metamorfosi. Che cosa dire di questo formidabile insetto che inietta il veleno dove serve e nella misura richiesta per ottenere l’effetto voluto? Come minimo diabolico, non pare vero? E che dire di quelle piante che “sviluppano” strategie particolari per ché sia favorita l’impollinazione dei propri fiori?

Orbene, se per vivere e sopravvivere si arriva a usare tanto di malizia, vorrei ipotizzare che quel Demiurgo che ha voluto questo nostro mondo sia un’entità davvero indecifrabile. Tornando a piè pari allo scenario veterotestamentario, o questo Dio, nel suo essere e dimostrarsi spietato, assetato di sangue, grondante odio per i nemici dichiarati, un Dio che arma il proprio popolo di altrettanto odio e di furore sadico spingendolo a massacrare i propri simili, o questo Dio, dicevo, è l’incarnazione stessa del male, quindi non è il Dio che cerchiamo e a cui aneliamo, ma Satana in persona; oppure è nulla di tutto ciò, ma semplicemente una metafora a cui qualcuno ha dato un volto umano perché gli serviva come realtà metafisica generatrice della volontà universale e quindi, in quanto tale, prima e sola responsabile di ogni attività umana e di ogni atto decisionale voluto dai potenti.

Un cenno a quanto si ritrova nei Vangeli così detti apocrifi può essere utile a collegare le idee con quanto sopra esposto a proposito della Divinità che ci sovrasta. La mia scelta cade sul Vangelo di Giuda, tratto da un manoscritto in lingua copta, scoperto nel Medio Egitto al termine degli anni ’70 del “secolo breve”: Il regno del divenire sarebbe stato generato da un tentativo ardito e fuori misura prodotto da Sophia, la Sapienza, spinta dal desiderio di contemplare lo Spirito Invisibile. Tentativo che Sophia riuscì a portare a termine e che le consentì di partorire qualcosa che non si sarebbe mai attesa, un essere imperfetto e del tutto diverso da lei[1], frutto della trasgressione[2]. Da qui ogni imperfezione esistente nel nostro mondo che sarebbe opera di quell’essere imperfetto generato da Sophia.

I discepoli, allorché ascoltavano Gesù parlare per ammaestrarli, neppure sapevano di riconoscerlo, con netto errore di valutazione, per il figlio del dio minore, Yaldabaoth o Saklas, oscuro protagonista delle vicende narrate nel Vecchio Testamento, quel dio che era ancora oggetto della loro adorazione e delle offerte rituali consumate nei riti religiosi. Essi adoravano e pregavano Nebro, il Ribelle o Yaldabaoth[3] e, senza rendersene conto, pensavano fermamente che Gesù fosse figlio di quella divinità inferiore.

La gerarchia degli esseri, stando al Vangelo di Giuda, prosegue con l’apparizione dei mondi corruttibili e delle figure mostruose di divinità inferiori come Nebro o Yaldabaoth il Ribelle o come Sophia dal volto di sangue. Fu Saklas, lo stolto, come già ricordato, a ordinare ai propri angeli di creare “un uomo a somiglianza e immagine”. Ossia Gesù avrebbe rivelato a Giuda, che già non ne ignorava del tutto la verità, la propria natura divina e la necessità che gli uomini anelassero alla meta spirituale dell’esistenza, abbandonando tutto ciò che si legava alla vita corporea. Giuda era l’unico fra i dodici ad aver inteso l’origine divina di Gesù, confessando che sapeva essere Gesù disceso dal regno di “Barbelo”, uno degli Esseri divini primari nel regno perfetto del vero Dio.

È, questo, un passo del Vangelo di Giuda che mi induce a soffermarmi su una riflessione di rilievo. Il corpo: ebbene, è quello che abbiamo, che percepiamo, che curiamo con particolare dedizione, il tramite per il quale ci pervengono le sensazioni di piacere e di dolore e di ogni altro atteggiamento fisico o emotivo. È la cosa più banale e immediata quella del voler dedicare ogni cura al nostro corpo, che amiamo più di ogni altra cosa. Eppure, se vogliamo dare credito al Vangelo di Giuda, ostracizzato dalla Chiesa cattolica, al corpo non dovrebbe essere attribuita quell’importanza che ci è normalmente congeniale. Dovremmo pensare piuttosto al vero Io che possediamo ossia alla nostra identità che è fatta di sostanza immateriale e per questo impercettibile dai nostri sensi.

Il nostro corpo, se ben andiamo a considerare, ci è in realtà piuttosto di disturbo e di imbarazzo il più delle volte. Pensiamo alle malattie, tanto per fare un esempio, ma anche quando godiamo di perfetta salute, nulla toglie che possiamo avvederci dei requisiti negativi che in esso si esprimono. Il corpo nel quale ci troviamo, intanto, per bello, appariscente e desiderabile che sia, come quello della donna avvenente sulla quale mi sono soffermato, richiede una pulizia meticolosa e metodica, altrimenti non può fare a meno di emanare cattivi odori ossia di puzzare di sudicio. Al suo interno si svolgono operazioni di perfetto automatismo che trasformano sostanze in altre sostanze, isolando ed espellendo quelle che, in forma di rifiuto, sarebbero di danno sicuro qualora venissero trattenute oltre un certo tempo. Se ci trovassimo nel bel mezzo di queste operazioni interiori ne moriremmo in breve tempo per intossicazione acuta. Poi esso invecchia, si ricopre di rughe e di formazioni epiteliali indesiderate. Dobbiamo nutrirlo sistematicamente, altrimenti muore o perde energia utile. L’atto della nutrizione ci appare una parentesi piacevole della giornata, ciò che mettiamo in bocca e che deglutiamo nel corso di un pasto sontuoso ci fornisce piacere immediato.

Ma pensiamo a un evento tanto assurdo quanto inaugurabile, per portarci un po’ a lato di queste considerazioni. Amiamo il nostro corpo, non è vero? Ci compiacciamo quando vediamo il nostro volto ben curato allo specchio, mettiamo ordine a qualche piccola imperfezione che ci è balzata alla vista, apprezziamo i cibi che ingeriamo e tutto il resto avverrà senza che la nostra volontà decida di intervenire.

La situazione assurda e paradossale è quella, facciamo l’ipotesi, dell’imitazione dei ruminanti, ma in foggia peraltro dissimile. Ecco l’esempio: abbiamo nel piatto che ci sta di fronte una invitante bistecca; ne tagliamo una parte e cominciamo a masticarla, gustandone il sapore, ma ci asteniamo dal deglutirla, anzi, il bolo alimentare dalla bocca lo sputiamo letteralmente in un altro piatto. Così per tutto il resto del pasto che attende di essere gustato. Ne avremo infine una portata poltigliosa che sarebbe dovuta essere quella indirizzata a prendere la direzione dell’esofago, dello stomaco e così via, ma è lì, agglomerata, nel piatto che abbiamo sotto gli occhi. Al solo guardarla ci passa d’incanto l’appetito, quasi ci prende un conato di vomito. Ma è roba nostra, quella che si trasformerà in parti del nostro organismo e genererà l’energia di cui abbiamo bisogno.                                                                            

Già questo ci fa capire che, se dovessimo assistere da vicino alle operazioni che si susseguono al nostro interno dalla masticazione alla digestione, all’espulsione, rifiuteremmo di volgere mente e sguardo a quel ripetersi di operazioni repellenti. Di più. Afferrate le posate e atteggiatevi a rimangiare il contenuto del secondo piatto. Non lo fareste, credo di esserne certo, eppure è roba vostra. È così, dunque, che diamo segno di amare il nostro corpo? Diciamo di amarlo, di curarlo, ma soltanto per l’aspetto visibile, esteriore, e ciò che curiamo con maggiore dedizione è la sua estetica.

Ora io ho arzigogolato un po’ qua e un po’ là, seguendo la mia domanda di fondo sul futuro della vita sul nostro Pianeta, su dove andremo a finire se le cose continueranno a evolversi con il ritmo al quale si sono assuefatte. E, soprattutto, in merito allo scopo di tutto ciò che procede in noi e nel Cosmo, provo meraviglia guardando alla piccolezza della nostra persona di fronte agli estesi spazi e agli infiniti mondi che popolano il Creato. Piccoli e presuntuosi, piccoli e superbi, piccoli e megalomani, piccoli e incapaci, piccoli e privi di senno: ecco la nostra verace realtà.

Al cospetto, poi, dei vasti cambiamenti climatici e delle nefaste conseguenze che ne derivano in ambito naturale e antropico, c’è proprio da mettersi le mani nei capelli. Se leggi le notizie sciorinate sui mezzi di informazione, ti rendi conto che i maggiori responsabili delle organizzazioni umane non fanno che parlare di “crescita”, di sviluppo a tutti i costi, di competitività sul mercato della produzione e degli scambi commerciali. Non sento mai, o quasi mai, forse solo nelle sedi specialistiche, accennare al confronto che il nostro “crescere” deve e dovrà sostenere con le possibilità di risposta del nostro ambiente naturale. Con la spropositata massa di anidride carbonica che ogni anno disperdiamo nell’atmosfera (nel 2023 le emissioni di CO2 hanno toccato il massimo storico di 57,1 miliardi di tonnellate) stiamo creando le condizioni più favorevoli allo sconvolgimento dell’ordine e dei parametri naturali. Non è di poco conto, a proposito, quanto si ricava dalla lettura dei mezzi di informazione emessi il giorno giovedì 6 novembre 2025: I ministri dell’Ambiente UE sono giunti a un accordo sul taglio delle emissioni del 90% entro il 2040. L’intesa include una serie di flessibilità per rendere la traiettoria meno rigida. L’OK dopo oltre 24 ore di negoziati. Ma, ci arriveremo al 2040? E, quelle flessibilità rammentate, che cosa starebbero a significare?

Qui si manifesta, nel nostro piccolo estremo, la nostra grandezza: quella che ci porta a distruggere un’impalcatura ultra-millenaria che è sempre stata garanzia di sopravvivenza. Non si pensa, o non lo si dice apertamente, che la nostra Terra è ormai un corpo celeste a rischio, colpita gravemente su molti fronti da insidie costruite dalla mano dell’uomo: fusione dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, carestie, alluvioni devastanti, riduzione di intere popolazioni alla miseria, disuguaglianze estreme, spostamenti di massa, emigrazioni senza regole, tensioni di ogni genere in rapido incremento.

Torno su un argomento che ho richiamato in più di un’occasione: mi dite come faranno i nostri posteri a trovare ancora condizioni minime di esistenza sul Pianeta, a livello generalizzato? Le previsioni e gli sforzi prodotti sono solo per la crescita, per il benessere immediato, per l’arricchimento e l’appropriazione del superfluo riservati a pochi eletti. Intanto l’ombra della fame, della fine delle risorse energetiche e alimentari, della sicurezza da agenti esterni teratogeni sta dilagando coprendo via via intere falangi umane inermi. E le guerre fanno il resto, appoggiando la corsa furiosa del male che travolge piano piano tutto e tutti, se non proprio accelerandone la progressione.

Credo di voler concludere con il portare sulla scena di queste disquisizioni, un po’ cervellotiche, la presenza di una forza sconosciuta, che nel nostro Universo si colloca oltre la materia oscura e oltre l’energia oscura che dello spazio occupano una parte preponderante.

Poco sopra avevo riportato, parlando di argomentazioni introduttive, il termine “volontà” e questo incontrarmi con esso ha risvegliato in me la curiosità di conoscere che cosa ci sta a fare la volontà in tutto questo discorso.

Ebbene, mi sono rivolto, non senza buone motivazioni e per averlo già visitato in studi precedenti, ad Arthur Schopenhauer, dal quale ho ricavato alcune preziose illuminazioni. La mia scelta di sapere proviene da una domanda tanto banale quanto ancor priva di chiarimento: questo mondo, così bello e ambiguo, affascinante e minaccioso, incomprensibile e contraddittorio, chi l’ha voluto? Religioni a parte, che ti forniscono pacchetti gratuiti e garantiti di spiegazione e di guida, vedo che anche la scienza si pone fuori da questo argomentare.

Gli sforzi della scienza sono tesi, mirabilmente, a sondare il “che cosa” del mondo che ci circonda, il “come” e il “quando” per descriverne le dinamiche, ma, allorché ci si pone l’interrogativo “perché?”, sopravviene il momento di fermarsi per non aver trovato risposte soddisfacenti. Se, poi, al “perché?” apponiamo l’ultimo anelito al sapere ossia il quesito sul “chi?”, ecco allora che non si sa più dove andare a parare e si ricorre all’avverbio che tutto dice e nulla dice, “spontaneamente”, come se da cosa, o dal nulla, nascesse cosa, in modo del tutto spontaneo, senza l’intervento di forze generatrici; una realtà che a me, con tutti gli sforzi che riesco a produrre, risulta incomprensibile. Anche perché, qualora si ricorra a questo termine, “spontaneamente”, sarebbe necessario che qualcuno ci spiegasse qual è il suo significato e come esso in quali fasi di elaborazione si manifesti e possa dare esiti di vera e propria formazione di elementi fisici.


[1] Così nel Libro segreto di Giovanni.

[2] Anche qui, l’eco del peccato originale.

[3] Divinità che può essere identificata perfettamente con il Dio del Vecchio Testamento. Yaldabaoth, ripeto, a quanto asseriscono gli scritti gnostici, talvolta sovrapposto all’altra divinità inferiore, il demiurgo Saklas lo stolto, sarebbe il figlio di Sophia, la Sapienza che, a causa di un difetto di giudizio, forse arroganza, rovinò in pericolosa caduta trascinandosi nell’inganno e nell’illusione, destinata a essere poi riassorbita, dopo lungo peregrinare, nella pienezza del Divino.


Immagine di Copertina tratta da Artstation.

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