Che cosa sarà? Parte 1 di 3

Che cosa sarà?

Parte I di 3

Su Televideo, domenica 12 ottobre 2025, leggo: “Palazzone milanese in fiamme, tre morti. Le vittime sono padre, madre e figlio. Evacuate 50 persone. Forse si tratta di un gesto volontario. – Uccide la moglie malata e si suicida. – Nel Modenese, un ottantaseienne si getta dal balcone. – Accoltella i genitori, quattordicenne arrestato. Colpiti nel sonno. Sabato di sangue sulle strade, morti e feriti. Diversi incidenti e strage fra giovani: sette i morti e quattro erano ventenni. – Ucciso a coltellate in strada a Roma. – Rissa di minori davanti a una scuola di Forlì, con l’esibizione di coltelli, tre feriti”.

Sono le notizie tragiche di un solo giorno, ma se andiamo a scorrere la cronaca dei giorni precedenti ne troviamo numerose in riproduzione fedele. Il mercoledì 28 ottobre, sullo stesso canale televisivo, leggo: Ottantunenne in carrozzina investito e ucciso. – Si toglie il braccialetto e va a uccidere l’ex della quale aveva anche violentato la sorella. – Dopo 27 anni a giudizio presunto killer che uccise due donne in un bar. – Rapina a portavalori sulla A14. – Ventitreenne morto incastrato in un macchinario. – Raffica di raid aerei israeliani a Gaza, nonostante la tregua. – Uragano Melissa: una potenza devastante mai vista a memoria d’uomo si abbatte sulla Giamaica. – Italia sotto assedio del caldo estremo: tra il 2012 e il 2021, ogni anno 7.400 morti per il caldo. Allarme di Lancet Countdown sulla crisi climatica: senza azioni forti, salute ed economia subiranno danni irreversibili; sono le conclusioni dei lavori di cento ricercatori in collaborazione con l’OMS. Ondate dio calore, siccità e inquinamento sono una minaccia senza precedenti.

Poi i dissidi armati: lunedì 13 ottobre inizia a Gaza la liberazione degli ostaggi israeliani e lo scambio di prigionieri, con i migliori auspici, ma già il gruppo islamista afferma che un suo disarmo “è fuori discussione”. E Netanyahu aggiunge che, se Hamas non sarà fedele alle clausole concordate, Israele riprenderà la guerra e sarà un inferno. Sono 500 mila i palestinesi che tornano a casa, per trovare solo macerie. Nonostante la tregua e il cessate il fuoco, si contano ancora 19 morti.

Disastri, calamità naturali, violenza, conflitti armati, il tutto corroborato dal valore aggiunto di terremoti, uragani, alluvioni, bombe d’acqua, frane, smottamenti, siccità estrema, fusione delle masse ghiacciate ai Poli e sulle catene montuose. Intanto ci diamo assiduamente da fare per violentare la Natura con uno sfruttamento demenziale delle sue risorse, tanto da consumare molto più di ciò che la Natura stessa riesce a fornirci in un determinato ciclo temporale. Di qui sofferenze per mancanza dell’indispensabile a sopravvivere. Quindi il peso insostenibile della disperazione che costringe falangi umane a fuggire dal proprio paese di origine per cercare di non soccombere. Si verificano migrazioni sempre più corpose, destinate ad assumere la forma di spostamenti di massa, sospinti dalla flebile speranza di incontrare infine condizioni minime di esistenza.

Tutto questo marasma va a ricadere con maggiore incisività sulle generazioni nuove, le più deboli e vulnerabili, lanciate in un vuoto di prospettive tale da lasciarle interdette, disorientate, disilluse e facilmente soggette all’inganno su loro ordito da una società minoritaria sprofondata nei fasti e nell’opulenza.

Se mi sforzo di definire con poche parole la situazione accennata, alla luce di quanto ho brevemente descritto, posso dire che quello in cui siamo capitati a vivere è un mondo estremamente conflittuale. Lasciamo per un momento da parte l’umanità e i suoi problemi. Guardiamo con un po’ di attenzione a ciò che succede a più largo raggio, nel mondo animale e nel mondo vegetale, per precisare. La vita stessa delle piante è tutto uno sforzo per cercare le fonti garanti dell’esistenza: dall’affondamento delle radici nel tentativo di raggiungere falde intrise dall’acqua e dai sali minerali necessari all’alimentazione degli organismi vegetali, all’ergersi in alto per cercare l’indispensabile luce solare, fonte di vita nel ciclo della fotosintesi clorofilliana. Non solo, ma una lotta poco pacifica spinge queste creature verdi a sorpassare altre concorrenti meno dotate di energia, rubando letteralmente loro il terreno e l’aria, facendole spesso avvizzire per mancanza del necessario spazio vitale.

È questa la constatazione che mi spinge a guardare più in profondità a quanto accade nel mondo animale: qui è tutto un ricorrere a strategie e tattiche comportamentali volte a porre in essere due fondamentali obiettivi per continuare a vivere: quello di assicurarsi i pasti e quello di non essere trasformati in pasti per i relativi predatori. È straordinario quanto le creature, dotate di movimento autonomo, riescano a realizzare o semplicemente a sfruttare per il raggiungimento di questi loro scopi di continuità. È una lotta senza sosta che ha inizio fin dalla nascita dei soggetti particolari e si protrae, con brevi tregue, per tutto il loro ciclo vitale.

Stiamo osservando il volgersi di una catena interminabile, rinnovantesi all’infinito, lungo la quale un essere si nutre di altre creature e, poi, finisce a sua volta nello stomaco di un animale più forte e più grosso di lui. A ben guardare, pare veramente un va e vieni di mosse perché la sequenza non si interrompa, una corsa di confronti persino crudeli, nella nostra ottica umanistica, che riesce anche a comunicarci una sensazione di orrore per il triste verismo esibito.

Eppure, nonostante le nostre apprensioni, si tratta di un volgersi necessario di avvenimenti, tale da dover mantenere l’unità e la prosecuzione delle operazioni, destinato a subire alterazioni significative qualora venga a mancare un solo anello alla catena di riferimento.

Nel seguire una serie di documentari televisivi si può assiste alla trasmissione di immagini e filmati dal vero che danno notizia della voracità con la quale animali di varie specie si tendono agguati per ingannare la vista di possibili prede e farsene bottino alimentare. Impressionante è l’arte, se tale termine può essere qui utilizzato per eufemismo, impiegato per mimetizzarsi, per assumere, cioè, forme e colori dell’ambiente prossimo, nel confondersi visivamente con gli organismi vegetali ospitanti il predatore mentre questi, inosservato, attende che la preda gli cada direttamente in bocca.

Tragicamente stupende queste scene di adattamento alla situazione desiderata, foriere di una triste constatazione: non c’è pace fra i viventi, ma soltanto conflittualità; non si tratta qui di odio o di ostilità a qualche livello di consapevolezza; soltanto nudo bisogno, necessità di continuare a vivere, a scapito della morte di altri esseri viventi. È una lotta incessante che sa fare uso della forza, del raggiro, di strategie di avvicinamento, di rapidità aggressiva o di fuga, sottese da una generalizzata volontà di continuare a vivere, quella Volontà richiamata nella teorizzazione di Arthur Schopenhauer, il cui pensiero al riguardo mi riservo di sviluppare, almeno parzialmente, più avanti.

La conflittualità che si mette in evidenza in questo nostro mondo è il derivato di comportamenti per così dire necessari a mantenere un ciclo di evoluzioni più o meno comprensibili sotto il punto di vista consentito dalla nostra logica attuale. Nel caso dell’essere umano c’è di più, in quanto l’uomo guarda avanti per appropriarsi delle fonti di benessere e di potere, scavalcando diritti altrui e facendo il vuoto attorno a sé con la sopraffazione e l’insensibilità più acuta. È l’uomo che ricorre alle guerre e di guerre ha inondato, da sempre ossia fin dalla sua apparizione sul suolo terrestre, il Pianeta Azzurro. L’uomo è succube della determinazione alla conquista, alla supremazia, alla pulsione di superamento a ogni costo, e in questo agire non pone mente alle possibili conseguenze che ne potrebbero derivare. Egli prende, usa, consuma, svelle e distrugge a piacimento pur di avere di più, sempre di più, guardando avanti, è vero, ma soltanto a un palmo dai propri passi, tutto il resto gli resta indifferente.

Questo, senza dubbio, rientra nella nozione di egoismo, che è da sempre una spinta sfrenata ad accaparrare beni, consensi politici, prestigio, potere decisionale. Ed è su questo punto che la bilancia degli eventi naturali rompe il proprio equilibrio, con effetti indesiderati per l’intero Creato.

Ultimamente stiamo diventando miseri testimoni delle calamità che ci siamo tirate addosso: segnali funesti dell’evoluzione naturale sono il prodromo, con molte probabilità, di avvenimenti terrificanti, contro i quali ogni nostra possibilità di salvezza sfumerà; non ultimo il rischio per la caduta sul suolo terrestre di meteoriti con effetto devastante.

Chissà, forse qualcosa che vado leggendo in ambito cattolico, nell’Apocalisse di Giovanni, sta già facendo le prime timide apparizioni sulla scena del nostro piccolo Universo. Può essere di aiuto, nel tentativo di comprendere come stanno andando le cose, ricorrere a qualche comparazione, qualcosa che sappia “maravigliar”, per dirla con il poeta Giovan Battista Marino. E allora andrò a sfogliare qualche pagina dell’Apocalisse di Giovanni descritta nella Sacra Bibbia (Edizione S.A.I.E. – Torino), e subito mi imbatto in parole terribili, contenute in alcuni passi che qui di seguito vado a riportare: “l’Agnello aveva aperto uno dei sette sigilli… Quando aperse il secondo sigillo… uscì un altro cavallo che era rosso, e a colui che v’era sopra fu dato di togliere la pace dalla terra, affinché gli uomini si ammazzassero fra di loro, e gli fu data una grande spada”. “E quando aperse il quarto sigillo… ecco un cavallo pallido, e chi vi stava sopra si chiamava ‘morte’ e gli teneva dietro l’inferno, e gli fu data potestà sopra le quattro parti della terra per uccidere colla spada, colla fame, colla mortalità e colle bestie feroci. E quando aperse il quinto sigillo vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio”. Gli uomini gridavano ai monti e ai massi: “Cadeteci addosso: nascondeteci dalla faccia dell’assiso sul trono e dall’Ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira”. “Quando aperse il settimo sigillo… vidi i sette Angeli. I sette Angeli si accinsero a sonare… ne venne grandine e fuoco misto a sangue… la terza parte della terra fu arsa… una specie di grande montagna di fuoco ardente fu gettata in mare, e la terza parte del mare diventò sangue… cadde una stella grande e cadde nella terza parte dei fiumi e delle fonti… e molti uomini morirono a causa delle acque divenute amare… fu colpita la terza parte del sole., la terza parte della luna e la terza parte delle stelle… la terza parte degli astri fu oscurata”.

Si parla poi di un quinto Angelo che oscurò il sole e l’aria e fece invadere la terra da un esercito di locuste con volti umani: “A capo, come esercito di locuste, avevano l’Angelo d’abisso, chiamato Abaddon in ebraico, Apollion in greco e Sterminatore in latino”. Il sesto Angelo sciolse i quattro Angeli legati nei pressi dell’Eufrate, pronti per uccidere la terza parte degli uomini. Poi è la volta di una donna, vestita di sole, con i piedi sulla luna, seguita da un enorme dragone rosso con sette teste, deciso a divorare il figlio che la donna stava per partorire. In cielo divampò allora una feroce battaglia, ingaggiata da Michele con i suoi Angeli contro il dragone ossia contro Satana, il seduttore del mondo intero, che fu precipitato sulla terra. Ma qui pervenuto, il dragone si diede a perseguitare la donna che aveva partorito. La donna si salvò perché dotata di due possenti ali d’aquila che le consentirono di trovare rifugio nel deserto. Ma il dragone non desistette e cercò di sommergere la donna con una fiumana d’acqua, senza poterla danneggiare; continuò a riversare la propria furia sugli uomini fedeli a Dio “e si fermò sulla rena del mare”.

Allorché apparve il sesto segno, un Angelo “vendemmiò la vigna della terra e ne gettò le uve nel gran tino dell’ira di Dio. E il tino fu pigiato fuori della città, e ne uscì tanto sangue da alzare fino alle briglie dei cavalli sopra mille seicento stadi”. Qui si parla di una cifra straordinaria, incredibile a immaginarsi (se uno stadio, date le misure variabili dell’epoca, poteva essere considerato equivalente a una media di 181 metri, si avrebbe allora un’altezza pari a 289.600 metri). Cosa che si avvererebbe il giorno del giudizio, dove la vendemmia assume il significato di vendetta, castigo divino.

Apparvero quindi sette Angeli con “le sette piaghe ultime perché con esse ha da compiersi l’ira di Dio”. Altri Angeli portavano sette calici d’oro “pieni dell’ira di Dio”, che furono versati sulla terra producendo “un’ulcera crudele e maligna”.

Il secondo calice riversò il proprio contenuto nel mare, “che divenne come sangue d’un morto”. Così il terzo calice che si riversò “nei fiumi e nelle fonti d’acqua, e divennero sangue”. Con il settimo calice “Tutte le isole fuggirono, i monti scomparvero e grandine grossa come un talento (fatte le debite proporzioni, un talento ebraico raggiungeva il peso di kg 42,5) cadde dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio… “Perché Dio ha messo loro in cuore di effettuare i suoi disegni e di consegnare la loro potestà alla bestia (Satana), finché non siano adempiute le parole di Dio… “Poi vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco, e chi vi stava sopra si chiamava il Fedele, il Verace… E indossava una veste tinta di sangue, e il suo nome è il Verbo di Dio… Dalla bocca gli usciva una spada a due tagli, per ferire le nazioni… è lui che calca lo strettoio del vino di furore dell’ira di Dio Onnipotente”.

Mi fermo, mi pare che basti per rendere l’idea. Ho scelto tuttavia di addurre queste poche citazioni perché mi sono parse interessanti sotto il punto di vista dell’estro immaginifico spinto all’esasperazione. Non che io vi attribuisca peso di qualche spessore, dato l’eccessivo ricorso a immagini che, in quanto tali, non possono essere degne che di un processo onirico eccessivamente strabiliante. E neppure mi ritengo in contraddizione con quanto Giovanni esprime nelle sue conclusioni: guai a chi modificherà il testo del Libro dell’Apocalisse; sarebbe punito dalla potenza divina. Non vi apporto dunque alcun ritocco, ma mi servo del contenuto così esplosivo, dirompente, per pura curiosità, come per attuare un confronto del tutto originale con ciò che accade oggi, e che è sempre accaduto, nel nostro mondo.

Ma davvero siamo perennemente condannati dalla mostruosa vendicatività di un Dio eccitato sino all’ira più estrema? E tutto quel sangue, quante volte è apparso questo termine nell’analisi sopra descritta? Cose dell’altro mondo, si potrebbe ben affermare!

Ma, tanto per restare nel Nuovo Testamento della fede cattolica, darò un’occhiata a che cosa si scopre leggendo alcuni passi degli evangelisti Marco e Matteo. Marco fa parlare Gesù nel suo rivolgersi ai discepoli: “Quando poi sentirete guerre e rumori di guerre, non temete, è necessario che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché si solleverà popolo contro popolo, e regno contro regno, e ci saranno dei terremoti in vari luoghi e carestie. Questo è il principio dei dolori… e il fratello darà a morte il fratello, il padre il figlio, e i figli si rivolteranno contro i genitori e li faranno morire… Guai alle gravide e a quelle che allatteranno in quei giorni!… perché quei giorni saranno di tali tribolazioni quali mai furono da principio del mondo… Ma in quei giorni, dopo quelle tribolazioni, s’oscurerà il sole e la luna non darà più la sua luce, e le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte”.

Poi è Matteo a riportare profezie incomprensibili nella loro gravità di significato, allorché è Gesù stesso ad affermare: “Non son venuto a mettere la pace, ma la spada. Perché son venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saran quelli di casa”.

Per i credenti fedeli alla rivelazione queste si presentano come premonizioni terribili, inconcepibili sulla bocca di un Gesù che è venuto al mondo per superare gli orrori narrati dalle pagine del Vecchio Testamento e per portare un messaggio d’amore e di perdono.

Siamo in piena contraddizione, verrebbe da osservare. Anche alla luce di una seguente affermazione di Gesù allorché si rivolge ancora ai suoi discepoli con le parole: “E chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, quando la croce non si era ancora rivestita del significato simbolico di espiazione estrema per la salvezza dell’umanità, ma era conosciuta sporadicamente come uno strumento punitivo, aborrito e maledetto, riservato ai malfattori; non era ancora entrata nell’immagine di motivo salvifico e purificatore.

Dopo tutte queste citazioni, giunte appropriate per porre di fronte un progetto di devastazione definitiva alla fine dei tempi con le atrocità che l’uomo va perpetrando sui suoi simili e sulla Natura che lo ospita e lo nutre, rientrerò nella realtà di oggi, per chiedermi il perché della presenza del male e del dolore su questo nostro Pianeta perso nell’Universo.

Mi balza in mente l’idea che vorrei condividere con gli Gnostici: quella del prima e del dopo la nostra morte terrena. Noi, asseriscono gli Gnostici, siamo in questo mondo al quale dobbiamo soltanto la nascita e il mantenimento del nostro corpo fisico, ma proprio il mondo che ci ospita, così contraddittorio nelle sue bellezze e nelle sue blandizie, rappresenta per noi un’insidia pericolosa che ci trascina per sua vocazione verso la perversione, quando invece noi godiamo di un’essenza divina che ha come promessa il raggiungimento della vera dimora divina.

Siamo qui, come su un terreno di prova, e la nostra consegna è quella di superare un numero determinato di situazioni critiche per arrivare alla vera conoscenza. Lo stesso Universo che ci circonda sarebbe il frutto di una creazione voluta da una divinità inferiore, invero malvagia, che si compiace nel vederci soffrire fra le miserie di un mondo catastrofico, conseguente a un atto di ribellione all’Entità suprema dalla quale tutti noi avremmo ereditato una scintilla divina che ci consentirà di risollevarci verso il cielo delle Divinità superiori, secondo l’insegnamento di Gesù.

Già verso l’inizio del II secolo correva la credenza che fosse proprio il Dio adorato nel Vecchio Testamento la figura del principe malvagio dotato del potere su quegli Spiriti celesti che presiedono al nostro mondo. Ne fanno fede i veri e propri genocidi perpetrati nel mondo, già a partire dalle discordie confluite in guerre fratricide come è stato descritto nei documenti veterotestamentari, nelle guerre di conquista del nuovo mondo, nei conflitti europei e mondiali, nelle persecuzioni razziali, fino ai giorni nostri che portano con sé il triste primato della prosecuzione delle lotte fra fratelli, fra nazioni, fra portatori di ideologie diverse.

Un mondo nelle mani di Satana, come si può dimostrare il contrario? Persino Gesù, discutendo con i Giudei nel tempio, rivolse loro questa sentenza: “Voi avete per padre il diavolo… Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio… c’è a glorificarmi il Padre mio, il quale voi dite essere Dio vostro; ma non lo avete conosciuto”. Parole invero tanto forti che attirarono l’ira dei Giudei i quali, armatisi di pietre, costrinsero Gesù a uscire dal tempio.


Immagine di Copertina tratta da MeteoWeb.

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