- Sirrah. Forse è un esempio piuttosto banale, ma mi è balzato in mente non so come. Ecco, le api, migliaia di api che lasciano l’alveare di buon mattino in una tiepida giornata di primavera. Si buttano insaziabili a raccogliere il polline dei fiori e il nettare da essi profuso, poi tornano all’alveare per depositare il bottino raccolto nelle cellette: servirà per il nutrimento e per lo sviluppo della famiglia. Depositato il frutto del raccolto, l’ape ritorna sui fiori e ripete l’azione precedente, e così farà per i giorni a seguire, sino alla fine. Dopo qualche settimana di continuo lavoro l’ape dirà addio alla vita, ma avrà collaborato a creare una ricchezza alimentare garante del proseguimento della vita di tutta la famiglia, della sua crescita e del suo duplicarsi. Non so se sono riuscita a rendere l’idea; l’ape, tuttavia, obbedisce alle leggi che disciplinano il suo comportamento e non ne ha coscienza, almeno così mi pare: lo fa perché qualcosa le impone che così deve agire. Per noi le cose stanno un po’ diversamente.
- Tiziano. A meno che tutta la ricchezza acquisita in vita per conoscenze, conquiste culturali, convinzioni morali, estensione del bene fra l’umanità e altri aspetti positivi messi in atto durante la vita corporea non vengano stipati in un archivio impensabile, a parziale compimento di una missione molto più generale, essa pure impensabile, di realizzazione.
- Ottero. Come dire, restando su questa linea, che ognuno di noi, come anima ed essenza vitale, sia chiamato a concorrere a una gara infinita di conoscenza con lo scopo di raggiungere una consapevolezza globale, infinita e per ciò stesso mai finita.
- Almach. Vuoi dire che infine siamo parte di Dio, sua espressione, pari agli angeli nella sostanza e nella proiezione verso l’infinito dell’Essere? Vorrei poter credere che noi, così convinti di possedere una nostra irripetibile identità, siamo un’espressione di quella Totalità infinita che, dunque, è anche in noi e della quale partecipiamo come parte-tutto. E proprio per questo vorrei ancora immaginare che, dopo la morte del mio corpo, io entrerò in una dimensione ora ignota, ma non sarò più io, individuo, collocata su una nuvola nei loggioni alti del paradiso a osservare quel che sta succedendo quaggiù e a ricevere a mia volta preghiere. La mia autoconsapevolezza, così vado ipotizzando, sarà fecondata di infinito, di eternità finalmente raggiunta e confermata. Allora, quella domanda che così spesso ricorre nei nostri confronti speculativi: che ci stiamo a fare in questo mondo? Bella domanda, vero? Se volete la risposta pronta e bella confezionata su misura rivolgetevi alle religioni, quelle del nostro mondo occidentale intendo. Ma nel caso mio io non mi accontento delle risposte che da quelle parti troverei, tutte prevedibili e banali. Io vado congetturando, piuttosto, che l’Infinito che è in noi, che è noi, abbia sentito a un certo punto, per così dire, il bisogno di una dimensione materiale con tutto il guazzabuglio di bene e di male che essa potesse contenere, per raggiungere quella conoscenza e consapevolezza completa si sé che sarebbe condizione indispensabile per spiegare il Tutto. E, dunque, sul filo di questo ragionamento, sia pure fuori ragione, la mia versione dell’esserci noi su questo pianeta per un soggiorno passeggero si riallaccia a un concetto di necessità per cui lo Spirito necessita delle esperienze che noi viviamo quaggiù per conseguire la pienezza dell’autoaffermazione e dell’autoconoscenza. Noi, dunque, visti nella nostra dimensione biologica, non saremmo altro che mezzi per il conseguimento di tale scopo. Ma, sotto il profilo spirituale che non ha principio né fine, di cui godiamo, deteniamo una potenza straordinaria che possiamo utilizzare per uno scopo o per il suo contrario, e della quale siamo primi responsabili: la volontà unita al potere di scegliere. Ecco allora che il mondo che ci ospita potrebbe non essere altro se non un filtro capace di aprire una serie quasi infinita di opportunità di scelta, tutte comunque soggette al giogo obbligatorio del dolore e del rischio di caduta. Ora sappiamo che ci sono persone sprofondate negli agi e altre condannate alla disperazione nel corso della propria vita. Sappiamo che altri scelgono di procurare il bene fra i propri simili, altri si danno invece ad azioni diaboliche. Sono le vie, necessarie, del volgersi di un’esperienza terribile di cui tutti noi siamo attori e protagonisti. Esistiamo perché siamo necessari. Esistiamo perché non potevamo fare a meno di esistere.
- Ottero. Qualcosa del genere, difficile, impossibile a definirsi. Tutti noi qui presenti ci siamo indubbiamente accorti che il nostro disquisire attorno alla realtà dei viventi su questo mondo si vada dispiegando su un terreno del tutto ineffabile, incompatibile con la nostra capacità di comprendere.
- Tiziano. È così che ci riduciamo, ci accontentiamo di spingere avanti ipotesi su ipotesi e costruire congetture su un filone induttivo di elaborazione mentale, le più azzardate ma pur sempre impotenti e perdenti nel loro tentativo di risolvere problemi fra i più spinosi.
- Almach. L’accenno a Dio mi fa tornare indietro nei miei pensieri. Noi tutti sapevamo benissimo, in ogni momento in cui stavamo elaborando pensieri, teorie, ipotesi, congetture, prove, confutazioni, dubbi, incertezze, sapevamo che, in fondo in fondo, tutti stavamo procedendo alla ricerca della stessa cosa. Cercavamo Dio. Dio in tutta la confusione che si andava accumulando nella nostra mente, Dio nella inesplicabilità dei nostri tormenti concettuali, Dio nella irreperibilità di risposte ai nostri interrogativi, Dio nel Vuoto, Dio nel Cosmo, Dio nella negazione, nell’assenza di pensiero, nella profondità della nostra coscienza. Il pensiero di Dio è un pensiero che raggela il nostro stesso potere di pensare.
- Sirrah. Comunque ci tengo a ribadire: se io sono anima, e soltanto per comunicare e agire mi avvalgo di questo mio corpo, so pure che nel corso della mia vita passerò attraverso una vasta serie di esperienze che mi consentiranno di edificare quella che chiamo la mia identità personale, ed è questo che occupa la maggior parte della mia attenzione
- Almach. Ricordi quanto era stato affermato attorno alla goccia d’acqua che scende dai rivoli, dai torrenti, dai fiumi per arrivare a tuffarsi nell’oceano? Qui giunta quella goccia si dissolverà, non sarà più se stessa come goccia, ma sarà diventata oceano!
- Mirach. E proprio non mi soddisfa per niente questa versione consolatoria e risolutiva del nostro esistere. Riporto subito un contro-esempio: ammettiamo che quella goccia, proprio quella, si sia formata, abbia avuto inizio, per una questione di mutazione genetica, completamente colorata di rosso. Di una tinta assolutamente insolubile. Farà anch’essa il suo bel viaggio dalla sorgente alla foce, ma, nell’atto di gettarsi nell’oceano, si imbatterà in un processo di dissoluzione: tante micro-goccioline rosse che si sbandano e si sparpagliano sino a confondersi con il tutto del nuovo elemento. Sarà così che anche la sua identità personale, di goccia se mi consentite di parlare in questi termini anche solo per una semplice piccola porzione d’acqua, si dissiperà in mille e mille molecole che del rosso originale conserveranno solo una minima, impercettibile memoria. Sì, lo dico e lo ammetto, sono gelosa della mia anima, del mio Io formatosi attraverso una sofferta serie di scoperte e di traversie, sono gelosa di me e, come anima puro spirito, non reggo all’idea di poter perdere un’autoconsapevolezza eroicamente conquistata nel volgere dei miei anni terreni. Vorrei piuttosto poter pensare a una garanzia di continuità, in un’altra dimensione che non sia quella terrena certamente, forse di ordine spirituale, la dimensione alla quale non tralasciamo di fare riferimento quando le nostre domande rivolte al mondo ci tornano indietro come di rimbalzo, vuote di qualsiasi risposta.
- Ottero. Viviamo in effetti un vero dramma esistenziale: nasciamo all’insaputa della nostra volontà, veniamo affidati alle cure di altri individui che ci aiuteranno a crescere. Trascorrono le prime settimane di vita e a un certo punto ci accorgiamo di essere un Io, distinto dal resto del mondo. Dopo questo momento prendiamo in mano tutti gli attrezzi che le opportunità dei vari momenti ci consentono di utilizzare e li maneggiamo con crescente abilità per conoscere sempre meglio chi siamo e che cosa ci stiamo a fare nel luogo e nell’ora che ci accompagnano sulla via del nostro individuale sviluppo. Poi, quando sopraggiunge il momento e viene “quella della falce” a recidere la nostra vita terrena, dimentichiamo tutto abbandonandolo all’interno della compagine misteriosa di anamnesi-reminiscenza proiettata verso l’edificazione di una identità nuova e irripetibile. Come esseri viventi, superata l’effimera dotazione del nostro scorrere negli anni, verremo a mano a mano dimenticati e di noi resteranno soltanto le ossa e qualche fugace remoto ricordo personale, anche quello destinato a svanire e a perdersi.
- Tosco. Il concetto di chi siamo noi come anima continua, comunque, a sfuggirmi del tutto. Penso che non arriverò mai a comprendere di che cosa parliamo quando ci illudiamo di dissertare con ragione sulla definizione di “anima”. Ovvero non conoscerò mai me stesso, il mio Io verace, eterno. Noi siamo così attaccati alla realtà materiale da non riuscire a distoglierci da ciò che dalle fattezze di un corpo ci proviene. Mi spiego: se ritorno da una campagna di lavoro che mi ha tenuto lontano per un po’ di tempo dalle persone più care, avverto dentro di me, senza potervi attribuire una localizzazione, una pungente nostalgia e un desiderio forte di riavvicinamento. Al momento dell’incontrare la persona che più amo, la posso abbracciare, baciare, accarezzare. Se questa persona mi viene a mancare, allora è il vuoto più cupo che mi scaraventa nell’abisso. Mi reco sul suo sepolcro, per rispetto e per un senso doloroso di pietà, il culto dei defunti, ma lei non la posso più riabbracciare, è lontana, così lontana da abbattere ogni mia speranza, da rendere inutile ogni mia aspettativa. È quel corpo che, nell’abbraccio, mi dava la sensazione di essermi ricongiunto al motivo del mio amore, alla sua presenza tangibile che riesco pienamente a cogliere, è quel corpo che mi manca e che mi fa sorbire il velenoso e amaro senso del vuoto. La sua amina, il suo Io, mi sono diventati estranei, non li riconosco, nulla più possono comunicarmi.
- Sirrah. È proprio qui, Tosco mio, che speravo tu arrivassi, è in questo pensiero così felicemente da te esposto che è possibile capire qualcosa dell’esistenza e del moto della nostra anima. Ti porto un ennesimo esempio, piuttosto banale, ma sufficiente a restare in argomento, quello dell’amore, visto che ne hai accennato, questo sentimento così osannato quanto vilipeso, arma a doppio taglio che possiamo utilizzare a nostro piacimento nel modo di comportarci, e mi va di parlarne come se fossi io l’elemento maschile, trasponendo i significati per pura interpretazione. C’è chi è avvezzo ad accontentarsi ad avere rapporti, chiamiamoli impropriamente amorosi, con prostitute. Be’, dicono che ci fanno l’amore, ma la definizione cade alquanto impropria. Non fanno che obbedire a un impulso fisiologico, a cercare una scarica ormonale che produca un’acme di piacere e allevi la sofferenza di un desiderio di eccitazione carnale. Lei? Come una bambola di gomma, con poche differenze sul piano degli istinti animaleschi. Usa e getta, soltanto questa la realtà del caso. Sentimenti, zero. Anzi, forse un po’ di schifo e di rammarico dopo la soddisfazione dell’atto, o molto di più, a seconda di chi, verso l’oggetto di un rapporto che nulla ha lasciato di arricchente. Ora torno alla scena con la persona amata, dopo la lunga assenza imposta da motivi di lavoro. Già di per sé il languore, il desiderio, un vago e crescente senso di deprivazione e di abbandono, un incessante ritorno del pensiero a episodi piacevolmente vissuti mi giungono come sensazioni che potrei anche definire nel senso di voci o moti dell’anima. Se, poi, mi unisco carnalmente alla mia amata, per genuino senso di trasporto amoroso e di dedizione, nel medesimo tempo sento che sto per darle qualcosa di mio, i miei stessi sentimenti, il bene che da me si irradia per tutto il suo essere, sento che sto pensando a qualcosa di più grande e di più sublime rispetto a quanto udii asserire da quella mia compagna di Università: “Nel momento dell’orgasmo sto facendo l’amore con il mio inconscio”. Di più, oltre l’egoismo mio personale, in parte ci sta anche quello, qualcosa di meraviglioso che ritrovo nel suo stesso piacere pienamente avvertito. Qui c’è l’anima, nell’incontro esaltante con l’anima di lei che può esprimersi, anch’essa, attraverso i sussulti del corpo, ma che si veste di sentimenti e di spiritualità accresciuta. Nel caso della prostituta l’anima del cliente probabilmente si metterà da parte, silente e sofferente, ferita nella sua essenzialità, ma lontana, seppure presente e offesa nel più intimo della sua natura.
- Almach. Visto che abbiamo sottolineato il concetto della divinità, mi allontanerei per il momento dal dissertare sull’esistenza dell’anima e dirò, a mio modo di ragionare, che non vedo altra via, per avvicinarci all’Assoluto, se non quella del considerare ogni cosa come l’unico Tutto, di scoprire nella Luce dell’universo il principio unificatore e vitale dell’esistente. È la via che ci guida verso una consapevolezza che è anche liberazione. Non è una via impraticabile. Possiamo trovarla e percorrerla purché diventiamo padroni di alcuni requisiti imprescindibili. Per prima cosa ci viene richiesto di immergere la nostra vita in una pienezza d’amore, di respingere l’odio pertanto e di rispondere all’odio con l’amore. Inoltre, occorre abbracciare la nostra natura, il nostro stato di creature, il nostro destino senza atti di ribellione inconcludenti e dannosi. Poi dobbiamo apprendere a camminare uno strato al di sopra dei nostri desideri, delle nostre passioni, dei nostri stati emotivi, delle nostre aspettative, dei nostri progetti di vita. Infine, è necessario osservare, ammirare, contemplare e seguire la natura del creato, adeguandoci alle sue leggi e ai criteri che regolano il suo divenire, cacciando finanche la presunzione di essere noi a dover regolare il corso della Natura.
- Tosco. Ti credo, ti credo, e voglio crederci. Tutto ciò non fa una grinza, se hai fede. Ma questa mia mente non è soddisfatta: abissi orrendi, interminati spazi, infiniti silenzi dove il pensiero si smarrisce, cercando, soffrendo, illudendosi, disperando, cadendo e risollevandosi a ogni passo. E poi, l’immagine trasparente di un Dio sfuggente, da sempre nascosto, fonte di ogni turbamento. Vederlo in viso, un solo istante, e potergli chiedere, prima di morire: “Perché?”.
Immagine di Copertina tratta da UNID.

