- Almach. Il problema sta nel modo di porsi delle religioni in genere di fronte al rapporto con l’Assoluto. Diciamo subito che, fatta eccezione per una esigua minoranza di eletti, il resto dell’umanità religiosa non si cura affatto di penetrare un ordine di pensiero puramente spirituale né si dà gran pena per sapere di che cosa si tratti quando si parla di liberazione. Per lo più la moltitudine incontra soddisfazione e appagamento ai problemi dell’anima nella sfavillante scenografia dei riti, delle cerimonie, nella fastosità delle ricorrenze, e in queste cose cerca consolazione, pace emotiva, forza per acquisire meriti come lasciapassare verso un premio da ricevere nell’aldilà. Non pensano lontanamente, costoro, che la prima cosa da farsi è entrare in se stessi per conoscersi. Senza questo passaggio non c’è via che porti a Dio. Conoscere se stessi è anche perdere se stessi e qui risiede la condizione di base per conoscere l’Assoluto. L’Assoluto non vuole stare celato, anzi ama rivelarsi e si rivela a coloro che hanno imparato a trarsi fuori dalla concentrazione su se stessi abolendo ogni espressione della mente, dalla volontà alla razionalità ai sentimenti alla fantasia.
- Tosco. Ho udito molte cose: entrare in se stessi, perdere se stessi, eliminare pensiero e volontà. Oh, dico, se metto tutte queste cose insieme non ottengo altro che un uomo morto. Allora facciamola più breve e rendiamo giustizia a certi insegnamenti religiosi: la morte è la liberazione dell’anima che può finalmente vedere Dio. Già, ma tutto questo, qui in vita, ce lo prefiguriamo soltanto, ce lo immaginiamo come una bella storia, ma che ne sappiamo veramente? Ma poi, sia o non sia così, non è forse vero che scorriamo tutto il filo della nostra vita costruendo speranze e illusioni, senza avere mai il minimo segno tangibile di una continuità dell’esistenza sia pure in una dimensione spirituale? Noi che siamo qui, nulla sappiamo dell’anima, dell’aldilà, di Dio. Quelli che sono trapassati, mai che siano tornati a dirci se quella realtà esiste. A che cosa dobbiamo credere? A un’imposizione superiore che ci condanna a porci domande senza fine e senza risposta? A un’esistenza-farsa che ci concede il privilegio di proiettare il nostro modo di concettualizzare la realtà verso una Realtà con valore assoluto? Senza arrivare a una conclusione, a una certezza, essa pure appena appena abbozzata? È questo il senso del nostro esistere?
- Tiziano. Il problema che prende forma attorno alla conoscenza di ciò che intendiamo quando parliamo di “anima” occupa uno spazio enorme nell’ambito della mia spinta a conoscere.
- Ottero. Già, anima. Le voci enciclopediche ne danno ampia definizione: parte spirituale dell’uomo, origine e centro del pensiero, della volontà, del sentimento, della coscienza morale; parte immateriale e immortale dell’uomo, di origine divina, destinata, dopo la morte del corpo, a essere premiata o condannata a seconda di come ha agito la persona sulla terra.
- Tosco. Sì, e poi le sentenze ti sciorinano una quantità inverosimile di altri attributi: l’anima sarebbe null’altro che una sorta di spirito vitale, di principio della vita, ma anche la parte sostanziale, essenziale di una qualsiasi cosa, ciò che dà impulso e forza; non si dice spesso “avere animo” per dire “avere coraggio”?
- Almach. Ma anche calore, intensità di sentimenti, forza di espressione.
- Sirrah. Più poeticamente, insieme degli affetti, dei sentimenti.
- Mirach. Ne abbiamo abbastanza per tuffarci nella palude della più perfida confusione. Termini abusati come spirito, pensiero, sentimento, immortalità. Nel marasma dei concetti sviluppati in questa sede mi perdo completamente, perché stiamo dissertando attorno a cose che non conosciamo e per nulla tangibili, e lo facciamo con una familiarità che mi sorprende, quasi non avessimo bisogno di definizioni. Ma poi, in sostanza, ditemi, che cosa vogliamo intendere per anima, per pensiero, per spirito? Sarà perché sono profondamente abituata, per mia indole culturale, a guardare alle cose che non si nascondono ai miei sensi, sarà forse per questo, ma mi è difficile, vorrei dire impossibile, immaginare una realtà che non percepisco sulla punta delle dita, di cui non vedo la fisionomia palese.
- Tiziano. Pare proprio, non ti posso contraddire, cara Mirach; allora partiamo da concetti più semplici, più abbordabili. Io credo di avere un’anima, e che essa sia immortale. Lo credo perché non posso sopportare l’idea del dissolvermi nel nulla più assoluto quando verrà la mia ora. Qualcosa di me rimarrà, altrimenti che beffa sarebbe l’esser nato, l’aver amato e sofferto, l’essermi creato un universo di illusioni per poi perdere tutto nel soffio di una sorte malvagia?
- Sirrah. Non prenderla a male, Tiziano, ma ti debbo correggere. Tu hai detto di avere un’anima e in questo modo provi ad affermare una realtà sfuggente: dici chiaramente che tu, come essere corporeo, possiedi un’anima. E, quale che sia la natura e la funzione di questa anima, la possiedi comunque, essa è una parte di te; è venuta a partecipare del tuo corpo che ne è diventato la sede ma anche il proprietario. Un’anima, dunque, che ti è caduta addosso e che ti porti appresso per tutto il corso della vita terrena, qualcosa di posticcio, infine, che ti è arrivata non si sa da dove, da chi, con quale misterioso scopo e potere.
- Tosco. Ma guarda, la Storia della Chiesa cattolica dice qualcosa di originale al riguardo. L’accenno è per l’eretico Anastasio II (496-498) che sosteneva essere l’anima trasmessa ai figli dai genitori insieme al corpo.
- Almach. Lasciamo andare, dai! Restiamo fedeli alla tesi che sostiene l’origine divina dell’anima. Così ci è stato insegnato da quando partecipavamo alla dottrina del catechismo cattolico. Dio, così penso, creò l’uomo, dunque, perché esso era il mezzo più raffinato per poter realizzare la propria autorappresentazione, per alienarsi nella sua natura fallibile, per affrontare percorsi di sofferenza e di pensiero incerto, verso una finalità ultima di conoscenza di sé che sarebbe un presupposto essenziale per raggiungere la perfezione. Creò infatti un uomo rozzo, primitivo, profondamente influenzabile, un ente poco più che materiale, e da esso trasse l’intelligenza, l’anima, il pensiero speculativo, un processo creativo e generativo che doveva durare millenni. Lasciò tuttavia, nell’uomo, un senso di solitudine, di incompletezza, di vuoto che generava angoscia e spingeva a porsi domande, alle quali era sempre arduo trovare una risposta soddisfacente.
- Sirrah. Io invece ti ribalto la situazione; parlerò ora in prima persona, per potermi spiegare con maggiore disinvoltura. Consideriamo ancora la dualità corpo-anima e ammettiamo che la nostra esistenza si conformi alle dinamiche di questa coppia vitale. Ma in tutto ciò io sono l’anima, e come tale sono io ad aver preso possesso di questo corpo che è venuto al mondo, è cresciuto, si è trasformato obbedendo a un insieme intricato di leggi fisiche e fisiologiche. Io, che con te comunico in questo momento, sono l’anima stessa di questa dualità. Il corpo che metto in moto nella mia sfera di volontà non è altro che un supporto biologico conforme alle leggi di natura che disciplinano il funzionamento di ogni cosa su questo Pianeta, a tutti i livelli. Dunque, sto usando del mio corpo, della sua capacità di udire, di muovere, di esperire attraverso la mobilitazione dei suoi cinque sensi, di esprimere concetti mediante gli apparati percettivo ed etero-percettivo della fonazione. Tu, che sei anima, ti accordi con me, che sono anima, servendoti dei tuoi apparati fisiologici perché entrambi partecipiamo dei requisiti esistenziali componenti una cultura condivisa, di cui si compone questo mondo reale.
- Ottero. Credo di aver inteso qualcosa, almeno un po’, di quel che vai affermando, la mia cara Sirrah, e mi viene in mente la possibilità di trasferire la tua argomentazione alla realtà informatica di cui ci serviamo ormai quotidianamente. Tu sei qui e io, per un viaggio di vacanza, mi trovo ora in Australia. Prendo il cellulare, digito il tuo numero di telefono e ti chiamo. Tu rispondi. Ebbene, abbiamo azionato una situazione comunicativa che altrimenti, in così breve tempo, non sarebbe stata possibile. Il mio cellulare trasmette impulsi su scala digitale e il tuo li riceve, riconvertendoli in segnali acustici riconoscibili. Ora, questi segnali hanno percorso qualche migliaio di chilometri in un istante, sull’onda di fenomeni elettromagnetici di natura meravigliosa e ancora assai misteriosi, a una velocità impressionante, prossima a quella della luce.
- Sirrah. Hai reso pienamente l’idea, Ottero. Ora, però, parliamo di anima, e delle sue relazioni con il corpo, e la cosa mi pare molto più delicata e degna della massima considerazione. Torniamo di getto al concetto iniziale, così come lo vorrei proporre: io non sono un corpo sul quale e nel quale è stata infusa un’anima da una Potenza superiore, con l’imposizione di fare da guida e da giudice nei confronti dei comportamenti che quel corpo saprà e vorrà mettere in atto. Scusami se mi ripeto. Per meglio spiegarmi, io non sono questo corpo, ma bensì io ho un corpo, questo mio, che mi è stato affidato e che posso considerare come il veicolo terreno che dovrò guidare per una realizzazione ancora tutta da scoprire. Io, dunque, sono anima, puro spirito, e ho un corpo attraverso il quale comunico con te, anima, trasmettendoti contenuti mentali decodificabili, interpretabili, benché impalpabili. Tu, anima, comprendi ciò che ti comunico io stessa come anima, servendomi, servendoti di un organismo fisico che ha il compito di tradurre i messaggi spirituali in messaggi concreti attraverso funzioni e meccanismi sofisticati, per la loro trasposizione da un emittente a un ricevente.
- Tosco. Se fossimo solo corpo, allora, e non anima, la nostra esistenza si ridurrebbe a ben poco di significativo, se vogliamo attenerci a quanto espone la tua teoria, così strana, oscura, ma affascinante. Ma poi, sia o non sia così, non è forse vero che scorriamo tutto il filo della nostra vita costruendo speranze e illusioni, senza avere mai il minimo segno tangibile di una continuità dell’esistenza sia pure in una dimensione spirituale? Noi che siamo qui, nulla sappiamo dell’anima, dell’aldilà, di Dio. Quelli che sono trapassati, mai che siano tornati a dirci se quella realtà esiste. A che cosa dobbiamo credere? Senza poter arrivare a una conclusione, a una certezza essa pure appena appena abbozzata? È questo il senso del nostro esistere?
- Sirrah. Sì, saremmo come automi programmati. Ma senza coscienza, senza autoconsapevolezza, senza un senso di identità autopercepito, puramente ossequienti a scariche di energia responsabili del nostro agire.
- Tiziano. Ammettiamo che sia tutto come dici tu, Sirrah: io sono anima e posseggo un corpo. Come tale, allora, un fatidico giorno abbandonerò questo mio corpo e me ne andrò per un’altra destinazione.
- Mirach. Interessante questo punto di vista: un’altra destinazione; allora io, anima individuale, che cosa ancora riesco a rappresentare? Me ne andrò da un’altra parte e non cesserò di esistere, perché la mia natura mi ha resa immortale. Ma dove andrò? In un’altra creatura che è sulla via di venire al mondo? Porterò con me le conoscenze acquisite, le potenzialità sviluppate grazie anche al corpo che mi è stato dato in consegna, la mia consapevolezza dell’esserci e del vivere sul percorso della Conoscenza? Oppure, per scomodare il buon Platone, tutto ciò che ho appreso lo lascerò al dominio dell’oblio e ricomincerò tutto daccapo, trattenendo forse appena qualche nozione e qualche traccia di impressione nel buio dell’inconscio?
- Tosco. Io mi ribello a questa visione di un Io, di un’anima che si produce in eterno come una ballerina sul palco, in salti e acrobazie, per trasmigrare da un organismo a un altro. È come se cambiasse treno a ogni fermata, ma continuasse nel mantenere il proprio ruolo e la propria peculiarità di viaggiatrice. Ma nulla mi assicura che io, quell’Io che sono riuscito a costruire nel corso della mia esperienza terrena, sia ancora alimentato dalla mia autoconsapevolezza. Se la mia anima trasmigra per prendere possesso di un altro corpo, io, allora, nel mio sentire e percepire individuale, sarò completamente sorpassato, annullato? Questo punto di vista non è molto incoraggiante, perché allora io, che sono la mia anima, non sarei più io del mio essere ora e qui con tutto il mio bagaglio di conoscenze messo faticosamente insieme. Come se, sceso dal mio treno a una fermata stabilita, me ne andassi a cercare un altro treno, ma lasciassi tutto il mio bagaglio di cui parlavamo sul treno precedente che riprenderà inesorabilmente il proprio viaggio verso il buio del vuoto assoluto, dove tutto torna alle origini, là dove né spazio né tempo né principio di causalità stavano immobili ancora nella sfera del possibile, il buco nero del ciclo vitale individuale. Il mio Io riciclato? E la mia autoconsapevolezza quale strada avrebbe potuto o dovuto intraprendere? La mia identità personale, che con tante traversie ho aiutato a formarsi e a crescere, cancellata dal grande libro del Tutto, per un interminabile e inconcepibile ritorno a un viaggio che ancora dovrà iniziare? Non avrò più il controllo di me, di ciò che accade attorno a me? Sarà lo spettro del Nulla ad assorbire questa identità, questo “sentire di esserci” e di riconoscermi “ora e qui”? Nient’altro che disperazione, infine, disperazione profonda e incolmabile. E, poi, a che cosa si ridurrebbe quest’anima così abbarbicata al suo corpo di cui ha preso possesso? Tutto ciò sarà così, ne siamo proprio sicuri? Quando siamo immersi in un sonno profondo, allora, quando perdiamo coscienza per un fatto traumatico, che ne è della mia anima? Che ne è del mio Io cosciente? Si nasconde per un po’, nell’attesa che il suo veicolo corporeo riprenda a funzionare per rimetterglisi a cavallo e riprendere a sentire di “esserci”? Quasi che, ossequiente a un dovere implicito, come dicevamo poco fa, dovesse farsi in parte, ma restando connessa con il corpo, in pausa per così dire, i moti del quale le arriverebbero ripuliti e purificati da una serie copiosa di filtri, disposta a riavvicinarsi nel momento della ripresa della coscienza perché così fu disposto da un fantomatico programmatore che si occuperebbe di mantenere la coesione iniziale fra corpo e anima concedendo tuttavia a quest’ultima di potersi momentaneamente eclissare al venir meno delle funzioni biologiche. Ma, dopo tutto, nulla sappiamo in argomento, soltanto possiamo perderci in congetture, e continuiamo a brancolare nel buio.
- Ottero. Può anche trattarsi di qualcosa legata a due convinzioni: la prima riguarda l’esistenza dell’anima, vedi la sua espressione come spirito divino e la sua incorporeità in quanto dotata della capacità di trasmigrare; la seconda, relativamente alla immortalità dell’anima la quale, all’estinzione del corpo, non segue le sorti di quest’ultimo.
- Sirrah. Ma può anche riallacciarsi a un’altra idea: quella della risurrezione, la quale si presenta addirittura come una trasformazione in una condizione migliore rispetto a quella in cui era ospitata l’anima nella precedente vita. Risurrezione, nuova vita, perfezionamento dunque.
- Mirach. Ho ascoltato con molto interesse queste dissertazioni, ma ancora mi domando: se il corpo cade in deliquio l’anima, allora, si addormenta anch’essa? Se è sede della coscienza, che è pure lei spirituale, non dovrebbe godere di uno stato perenne di veglia?
- Tosco. Hai toccato il dilemma antico come quello della pietra filosofale. Ma io immagino che, finché il corpo rimane in vita, l’anima partecipa di tutti i suoi stati, indistintamente, è un’anima corporea. E questa tua osservazione, cara la mia Mirach, mi riconduce al concetto lasciato in sospeso. E allora, tornando al percorso seguito dall’anima dopo che essa ha lasciato il proprio corpo diventato pura materia organica inerte, penso che molto risolutamente, svanito il compito terreno del corpo, l’anima potrebbe svanire anch’essa nell’inconsapevolezza concettuale e spegnere di getto le proprie luci. Tutto il mio essere spirituale non sarebbe stato altro, allora, che la manifestazione percepita di reazioni intra corticali e di trasformazioni biochimiche sull’onda dei collegamenti sinaptici e delle direzioni dei circuiti riverberanti, nell’insieme del mio organismo composto di materia?
- Almach. È vero, ed è quanto mi turba enormemente; come potrebbe essere che io, dopo aver conquistato una specifica identità personale, mi dia da fare per ricominciare tutto da zero ogni volta che dovrò lasciare il corpo assegnatomi? Quale motivo sarebbe sotteso a una dinamica così incomprensibile?
Immagine di Copertina tratta da Andevour.

