Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 10 di 12

  • Almach. Emanuele Severino va sviluppando una avvincente disquisizione[1] sul significato che si lega all’atteggiamento del pregare un Ente superiore. Se l’uomo si rivolge a Dio per implorargli la propria salvezza, asserisce il Filosofo, lo prega puntando a uno scopo e al tempo stesso fa uso di Dio come di uno strumento per realizzare quello scopo. Uno strumento che, come tutti gli strumenti, cade in mani umane, tuttavia, non può essere se non un oggetto debole. Allora l’uomo riprende a pregare Dio in quanto avverte la debolezza che alberga in se stesso. Questo non può evitare che egli percepisca, ancora, la debolezza dello strumento che si trova fra le proprie mani. Non si presenta altra soluzione a una configurazione del genere se non quella di mettere notevole distanza fra l’orante e il suo implorato Salvatore, proprio per evitare che quest’ultimo sia ridotto a un semplice strumento pregato e carpito; quindi, pieno di limiti e inefficace ai fini delle richieste da veder esaudite. Eppure, se ci guardiamo bene intorno, chi è mai riuscito a esimersi dal pregare, almeno una volta e in cuor suo, per essere aiutato? Vorrei piuttosto pensare che quell’Entità superiore che crediamo di pregare sia tutt’uno con noi, non una cosa esterna. Vorrei poter credere che noi, così convinti di possedere una nostra irripetibile identità, siamo un’espressione di quella Totalità infinita che, dunque, è anche in noi e della quale partecipiamo come parte-tutto. E proprio per questo vorrei ancora immaginare che, dopo la morte del mio corpo, io entrerò in una dimensione ora ignota, ma non sarò più io, individuo, collocata su una nuvola nei loggioni alti del paradiso a osservare quel che sta succedendo quaggiù e a ricevere a mia volta preghiere. La mia autoconsapevolezza, così vado ipotizzando, sarà fecondata di infinito, di eternità finalmente raggiunta e confermata. Allora, quella domanda che così spesso ricorre nei nostri confronti speculativi, che ci stiamo a fare in questo mondo? Bella domanda, vero? Se volete la risposta pronta e bella confezionata su misura rivolgetevi alle religioni, quelle del nostro mondo occidentale intendo. Ma nel caso mio io non mi accontento delle risposte che da quelle parti troverei, tutte prevedibili e banali. Io vado congetturando, piuttosto, che l’Infinito che è in noi, che è noi, abbia sentito a un certo punto, per così dire, il bisogno di una dimensione materiale con tutto il guazzabuglio di bene e di male che essa potesse contenere, per raggiungere quella conoscenza e consapevolezza completa si sé che sarebbe condizione indispensabile per spiegare il Tutto. E, dunque, sul filo di questo ragionamento, sia pure fuori ragione, la mia versione dell’esserci noi su questo pianeta per un soggiorno passeggero si riallaccia a un concetto di necessità per cui lo Spirito necessita delle esperienze che noi viviamo quaggiù per conseguire la pienezza dell’autoaffermazione e dell’autoconoscenza. Noi, dunque, visti nella nostra dimensione biologica, non saremmo altro che mezzi per il conseguimento di tale scopo. Ma, sotto il profilo spirituale che non ha principio né fine, di cui godiamo, deteniamo una potenza straordinaria che possiamo utilizzare per uno scopo o per il suo contrario, e della quale siamo primi responsabili: la volontà unita al potere di scegliere. Ecco allora che il mondo che ci ospita potrebbe non essere altro se non un filtro capace di aprire una serie quasi infinita di opportunità di scelta, tutte comunque soggette al giogo obbligatorio del dolore e del rischio di caduta. Ora sappiamo che ci sono persone sprofondate negli agi e altre condannate alla disperazione nel corso della propria vita. Sappiamo che alcuni scelgono di procurare il bene fra i propri simili, altri si danno invece ad azioni diaboliche. Sono le vie, necessarie, del volgersi di un’esperienza terribile di cui tutti noi siamo attori e protagonisti. Esistiamo perché siamo necessari. Esistiamo perché non potevamo fare a meno di esistere.
  • Ottero. Possiamo mai sperare di comprendere? La comprensione, per sua stessa natura, non fa altro che partorire dilemmi. Eppure, i nostri tentativi di comprendere possono, devono essere diretti anche verso quegli oggetti di conoscenza che la conoscenza non può contenere. Per il fatto stesso che ne siamo attratti. Non è possibile negare la realtà, non è possibile rifiutare tutte le valenze logiche legate a qualcosa che sta fuori della portata delle nostre capacità descrittive o che si urta con i limiti della nostra comprensione. Sarebbe un atteggiamento per nulla conforme al nostro funzionamento mentale. La meravigliosa grandezza della nostra mente sta proprio nel saperci rendere conto che, più esercitiamo il pensiero, più incontriamo occasioni di imbatterci in aspetti della realtà che non si lasciano categorizzare nelle proposizioni accessibili al linguaggio umano. Sono, talvolta, aspetti che cogliamo nella loro essenza diafana mediante un atto intuitivo o sull’onda di una scossa emotiva, che “sentiamo” all’interno del nostro sistema cognitivo profondo ma che non siamo in grado di esternalizzare. Non solo, ma qualche volta non riusciamo neppure a comprenderne bene il significato. Come accade nei sogni, visti e rivelati con chiarezza nell’atto del sognare, confusi, scoordinati e mutilati nella memoria della veglia.
  • Sirrah. L’accostamento mi sembra indovinato. Così, disquisendo sulla natura di Dio, potremmo accontentarci di affermare che Dio lo possiamo “sentire”, non conoscere. E, a pensarci bene, forse faremmo meglio a non pensarci troppo. Tentativi vani, come quello del bimbo che trasportava a mani raccolte l’acqua del mare per vuotarla in un buco grosso quanto un pugno ricavato nella sabbia della spiaggia, con la folle speranza di farci stare, a forza di trasportare manciate d’acqua, tutta quella che si raccoglie nel mare.
  • Ottero. Eh, sì. E a questo proposito aveva ragione il diavolo.
  • Tosco. Il diavolo, ora? E che ci fa in questa storia?
  • Ottero. Mi sto riferendo al diavolo che si rivolge al suo interlocutore, Ivan Fjodorovic [2], così come potrebbe rivolgersi a noi: “Cioè, se vuoi, io abbraccio la tua stessa filosofia, sì, la vedo come una cosa giusta. Je pense, donc je suis, non vi è alcun dubbio, è un’affermazione che ammetto e approvo, ma, se guardo a tutto ciò che mi sta attorno, se ammiro la complessità dell’universo, se penso a Dio e a Satana stesso, non posso proprio dire di possedere una qualche parvenza di prova che tutto ciò abbia un’esistenza propria oppure, visto in altro modo, non si tratti che di una mia emanazione, solo mia in particolare e cedevole nel tempo che passa…”. L’aveva detta grossa, il diavolo, e dei suoi spropositi più o meno consapevolmente architettati s’era accorto per tempo, dandosi cura di concludere in modo alquanto bizzarro, quasi a celare con la facezia la drammaticità del pensiero espresso e quasi a farsi perdonare l’ardire: “…insomma, io mi fermo perché mi pare che tu abbia una voglia matta di saltar su e di malmenarmi”.
  • Sirrah. Diavoli a parte, io mi sento di concepire Dio come qualcosa di impenetrabile, qualcosa che è tutto, al di fuori del quale non esiste alcunché perché non vi è un “di fuori”, un concetto che è principio e fine, un assoluto che tutto comprende, che tutto spiega, che tutto è. Un ecosistema, se si può usare un termine comprensibile, ma un ecosistema non racchiuso da limiti. È egli stesso limite a se stesso, permeato di coscienza. Come tutti i sistemi possiede capacità autogenerative e autoregolative. Egli spiega tutte le cose e “si” spiega, è egli stesso forza e volontà del proprio essere, essenza di vita. Entità che pervade ogni cosa e nella quale ogni cosa si spoglia della propria individualità. Se noi stiamo al fondo della caverna, incatenati come schiavi, e ci è dato percepire le ombre soltanto di ciò che accade nell’essenza delle cose reali, immaginiamoci con quali pretese ci rizziamo sulle punte dei piedi e protendiamo lo sguardo per cercare di vedere Dio. Erano trascorsi molti anni e un giorno, per caso, mi accadde di incontrare due vecchi compagni di scuola. Provai una sensazione sconcertante. Li riconobbi benissimo e subito, entrambi. Tuttavia, soltanto di uno dei due rammentai immediatamente il nome e il cognome. Non così fu per l’altro. Sapevo di conoscerne il nome e sentivo dentro di me come delle spinte dovute a qualcosa che cercava di affiorare e subito veniva ricacciata a fondo. Quel nome era sempre lì per venire a galla, ma a ogni accennato pregustato ritrovamento sopraggiungeva un certo che di indefinito, come una folata di vento, a vanificarne gli sforzi. E più m’industriavo nel pensarci e nel cercare disperatamente un meandro nei miei pensieri che consentisse di superare gli ostacoli illogici che si ergevano con forza, meno riuscivo a far luce nella mia memoria. Intendete la similitudine?… Dio: sai che c’è, lo riconosci, lo senti, lo vedi, ma non sei capace di dargli un nome, non riesci a imprigionarlo in una definizione. Lui non si lascia categorizzare.
  • Almach. Per avvicinarsi a Dio, per coglierlo, è necessario essere “puri di cuore”. Pare che il senso religioso contemplato in questa espressione sia prerogativa di molti indirizzi mistici, dall’Occidente all’Oriente. Se Dio è Amore, come pare verosimile, è solo attraverso un’esistenza permeata di amore, di povertà di spirito, di purezza di cuore che si può scoprire la via che conduce a Lui. Questa via ci accompagna in uno spazio esistenziale dove c’è identità fra lo spirito individuale e lo Spirito universale. È uno spazio incorruttibile, sciolto da qualsiasi legame alla nozione di tempo. Una condizione fondamentale per avvicinarci a Dio è la negazione dell’io personale e dei vincoli affettivi che uniscono una persona ad altre persone.
  • Tosco. Dici bene, tu, Almach! Ma la cosa mi è alquanto difficile da accettare. Come possiamo negare quello che siamo, se siamo immersi nella nostra natura umana, che non abbiamo chiesto ad alcuno ma che è così? E i nostri affetti… se togliamo anche quelli, allora la nostra vita si riduce a un arido deserto, proprio a un nulla.
  • Almach. Il fatto è che noi siamo inclini a travisare la nostra vera natura, che è divina prima che umana. La nostra vita, sai caro Tosco, è come un cocchio. In qualche modo abbiamo appreso a far trainare questo cocchio da tre cavalli che ci portano fuori strada. Il primo è la paura: abbiamo paura di morire, di non esserci più, di perdere le persone care, di essere privati delle cose che ci danno sicurezza e conforto episodici, abbiamo paura di cercare dentro noi stessi, in quel nucleo dell’anima dove la mano dell’Assoluto si tende verso di noi. Il secondo destriero porta in groppa le nostre preoccupazioni: il benessere, il prestigio, la ricchezza, il consenso, l’ammirazione, la tranquillità, la salute fisica. Il terzo è l’angoscia: un mostro terrificante che ci soffia sul collo e minaccia il nostro equilibrio mentale, la nostra fiducia nel destino che ci attende, i nostri piani, le nostre attese. Domare questi tre animali bizzarri è un’impresa alla quale non pensiamo affatto, pena la conoscenza del Vuoto. Eppure, essi non si stancano di condurre una corsa sfrenata verso la separazione dal Tutto. Più corrono più la nostra separazione duale si rafforza e meno crediamo di doverci porre a confronto con l’angoscia del vuoto come ultima e unica realtà che ci sta di fronte. Io sarei più propensa a spostare l’attenzione dai fattori di sentimento, come la paura, le preoccupazioni, l’angoscia, verso quella che, molto più semplicemente, è la natura stessa dell’uomo. Noi non riusciamo a conoscere Dio proprio a causa del fatto che siamo impregnati di natura umana, quella che esclusivamente continuiamo a sentirci addosso. Siamo entità che partecipano della vita di un corpo costituito di parti e di funzioni organiche, e questo corpo ci è di grande impedimento nei nostri slanci verso la conoscenza di Dio. Non solo, ma siamo immersi nel tempo e sviluppiamo la nostra mente e la nostra cultura in un bagno di dualismi incontrastati. Dio, peraltro, è esattamente il contrario rispetto ai parametri che descrivono la natura umana. Dio è unicità assoluta, è assenza di tempo, è spirito purissimo. Ecco perché si pone a noi come un obiettivo irraggiungibile. Avremo accesso alla realtà inerente alla sua natura quando abbandoneremo la realtà della nostra attuale natura.
  • Tosco. Quando ce n’andremo all’altro mondo, c’è da aspettarsi.
  • Almach. Spero molto prima. Vedi, se andiamo a interrogare le Upanisad [3],comprendiamo che un simile tipo di liberazione si può ottenere grazie alla ricerca del Sé che è in noi.
  • Tosco. È una parola cercare il Sé. Non è mica qualcosa che abbocca all’amo, perbacco!
  • Almach. Proprio per questo. Il Sé è la persona che riesce a vedersi nel proprio occhio, che ha appreso a muoversi nei propri sogni, a giacere in assenza di sogni, a spersonalizzarsi e a rendersi estranea sia ai piaceri sia ai dolori.
  • Tosco. Sempre più difficile. Sarà semplice per te, che sei in odore di taoismo; ma a me sembra tutto un cercare di autonarcotizzarsi e stordirsi, illudendosi perdutamente, nel contemplare uno scorrere ingannevole di fantasie allucinatorie. È un bel dire questo dello spersonalizzarsi: se solo fosse possibile per eliminare la sofferenza! È un bel parlare questo della liberazione completa che si conseguirebbe azzerando lo stato di separazione attinente alla nostra umana natura e che porterebbe tutti noi a una condizione felice di conoscenza unitiva di Dio. Ne ho sentiti di questi discorsi, ma poi che cosa cambia in questo disgraziato mondo? E Dio, nel gran baccano generale, dove sta? Che cosa fa? Pensa? A che cosa pensa? E noi, siamo sempre e solo noi i responsabili di tutto quel che s’è detto, del tempo che separa, del possedere un corpo con un peso tutto sensuale, del ragionare per dualismi, del vivere di emozioni? Chi ha la facoltà di fare qualcosa per indirizzarci verso il giusto senso, perché non muove neppure un passo né fa udire la propria voce né esprime le proprie intenzioni? E tanto meno mi vien facile comprendere che basti lasciarsi trasportare verso una contemplazione priva di immagini per raggiungere la conoscenza unitiva dell’Assoluto, così come si va dicendo.

[1] Emanuele Severino, L’identità della follia, cit., pag. 133.

[2] Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamazov, 1880

[3] Upanisad: Testi della linea Veda Brahmana, di contenuto religioso-filosofico, composti in sanscrito. Vi è esposta una dottrina panteistica secondo la quale il cosmo è la manifestazione di uno spirito universale di natura divina: è con questo spirito che l’anima individuale si identifica.


Immagine di Copertina tratta da Rupanuga Bhajan Ashram.

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