Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 9 di 12

  • Tosco. Senza contare che le scoperte non hanno mai fine. State a sentire: i fisici del Cern di Ginevra hanno scoperto, nella primavera del 2012, una nuova particella subatomica, il barione “Xi – – b” di cui hanno rilevato le tracce nell’acceleratore. Chissà cosa ci porterà?[1]
  • Tiziano. In questa direzione di pensiero sarei anche sul punto di guardare al nostro universo non più come a un immenso contenitore fatto prevalentemente di vuoto, ma come a qualcosa che si avvicina all’immagine di un corpo placentare solcato in ogni senso da getti di radiazione e da informazioni in circolazione di cui noi, umani, costituiamo un “ponte” di elevato livello intellettivo e trasformazionale.
  • Mirach. In tema di parentela mi hai fatto venire in mente Isaac Asimov.
  • Tosco. Guarda, guarda. Non sapevo che fra te e Asimov corresse un legame di parentela. Ti viene in mente così, all’improvviso… forse è il suo onomastico e hai dimenticato di fargli gli auguri!?
  • Mirach. Ma senti questo! Non ho tale onore, cito. Piuttosto, sto accennando ai parenti della luce… e non guardarmi con quell’espressione bovina come se volessi schernirmi! Se ho fatto il nome di Asimov è perché questo eccezionale scrittore in ambito di argomenti fantascientifici è riuscito a rendere scientificamente appetibili certe espressioni che altrimenti farebbero a pugni con il comune senso logico. Una delle costruzioni mentali di Asimov, per questa via, è quella che riguarda un lontano futuro dell’umanità – se futuro ci sarà, aggiungo io. Dunque, dice lo scrittore, ancora otto miliardi di anni a essere magnanimi, e il nostro sole avrà esaurito tutta la scorta di idrogeno che sta ora bruciando senza sosta. Il processo di decadenza – idrogeno, elio, carbonio – causerà una dilatazione della superficie solare, con un aumento pauroso di calore che andrà avviluppando tutto lo spazio del sistema solare. Sotto l’avanzata di quest’onda rovente la nostra Terra farà la fine di una capocchia di fiammifero caduta sulla piastra incandescente di un forno. Asimov, tuttavia, è alquanto ottimista a questo punto. Non per quel che attenderà il nostro pianeta, giacché la sua fine è da prefigurarsi sin da ora come cosa certa, ma per la sorte dell’uomo. L’uomo infatti, egli sostiene, non starà ad aspettare con le mani in mano e con gli strumenti di osservazione puntati sul sole. Come è sua prerogativa, l’uomo ricorrerà alla elaborazione di nuove strategie di pensiero e di soluzione per garantire la sopravvivenza alla propria specie. La nave affonda, si occupa una scialuppa di salvataggio e si rema sino a una sponda sicura. Asimov è convinto che l’uomo riuscirà a colonizzare altri pianeti in altri sistemi stellari della nostra galassia o, addirittura, di altre galassie fra quelle più vicine a noi.
  • Tosco. Oh, sventura! Non era meglio che finisse tutto qui, uomo compreso? Lasceremo un pianeta che già avremo ridotto a un colabrodo e useremo tutto il nostro multiforme ingegno per esportare i nostri spiccati requisiti distruttivi su altri pianeti? “Attenti” – grideranno di là – “arrivano i virus-sapiens e infetteranno il nostro mondo! Subito in azione il sistema repellente-spaziale per ricacciare i virus, subito!”.
  • Mirach. Se non la pianti, cito, spedisco immediatamente te per primo su uno di quei pianeti, così almeno tornerai a raccontarci che cosa vi hai trovato. Ora basta con le distrazioni, va bene? … L’aspetto oggettivo dell’idea proposta da Asimov può reggere, in quanto, se soltanto la nostra galassia è formata da, mettiamo, cento o duecento miliardi di stelle, ammettendo che non tutte siano organizzate in sistemi con qualche affinità al sistema solare che ci ospita, possiamo comunque azzardare, con Asimov, una stima accettabile: probabilmente qualcosa come 640 milioni di pianeti simili alla nostra Terra sarebbero pronti ad accoglierci. Rapportandoci unicamente alla nostra galassia, dunque, potremmo far conto sulla probabilità di trovare pianeti abitabili, con i requisiti confacenti alla nostra natura organica, nella proporzione di circa uno a duecento.
  • Tosco. Perdonami, Mirach, ora faccio sul serio. Io mi sto preoccupando perché, nonostante l’interesse per le tue citazioni attorno alle supposizioni di Asimov, non vedo cosa c’entri tutto ciò con il parentado della luce.
  • Mirach. Ora ci arrivo. La questione si spiega ancora e sempre in termini di velocità. Con i mezzi spaziali di cui disponiamo oggi, neppure sognarci di mettere il naso appena fuori del nostro sistema solare. I segnali più veloci che possiamo inviare nello spazio sono quelli della banda elettromagnetica, che procedono alla rapidità della luce. Ma anche con questo occorrono già quasi otto anni e mezzo perché un segnale vada e torni da “Proxima Centauri”, sempre che non si conceda più di un breve tempo di sosta fra il viaggio di andata e quello di ritorno. Come fare? Bene, Asimov trova la soluzione. Esisterebbe, secondo lui, un modo di correre ancora più veloci della luce, senza che la cosa comporti l’abbattimento dei puntelli che reggono la teoria della relatività. Questo modo deriverebbe dal teorizzare, come pare stia accadendo, l’esistenza di alcune specie di particelle, chiamate “tachioni”, che darebbero polvere alla stessa luce. Tutto risiede ancora nell’immaginazione: queste particelle, d’altronde, ancora non sono state isolate; rientrano nel campo delle ipotesi di alcuni scienziati e, qualora si desse un minimo segno di incoraggiamento nel senso della validazione di simili ipotesi, è quasi sicuro che la rivelazione di tali particelle si proporrebbe come un’impresa estremamente difficile. E chi può sapere… con una biga trainata da quattro tachioni forse sarà la volta buona che potremo solcare l’universo in lungo e in largo!
  • Tiziano. Veramente interessante. Tuttavia, non credo sia questo il punto a doverci preoccupare più da vicino. Credo, invece, sia la progressione di velocità di fuga che noi abbiamo ipotizzato manifestarsi nel corso dell’espansione dell’universo. È questo il vero motivo di interesse che ci consente di prefigurarci l’ombra dell’immagine di Dio nei fenomeni che crediamo di osservare. È il motivo che dall’Atacama abbiamo riportato qui sullo Jakobshavn: la velocità di fuga. – Spingiamoci nell’assurdo. Ammettiamo di trovarci in quel missile immaginario lanciato a velocità crescente. Nel volgere di dodici ore, ipotizziamo, quelle che per noi sono le ore di sessanta minuti rapportate ai nostri parametri planetari, il missile tocca un miliardo e ottanta milioni di chilometri/ora, ecco, ora raggiunge la velocità della luce. – Nell’arco di queste dodici ore abbiamo avuto la ventura di assistere alla contrazione di tempo, spazio, materia. A un certo punto perdevamo l’orientamento sia temporale sia spaziale: non sapevamo più dire quanto tempo era trascorso, neppure “se” era trascorso del tempo. La nostra vista registrava un ridimensionamento rapido di ogni oggetto, compresa la nostra stessa struttura corporea, sino alla completa sparizione. – Fermiamoci qui. È d’uopo fermarsi perché, tanto, non se ne potrebbe fare a meno: il tempo non c’è più; noi, amalgama di sostanze biochimiche, non ci siamo più.
  • Tosco. Incredibile, impressionante, cose da vertigine! … Ma, allora, non dirmi che anche il sole, la luna, la Terra e tutti gli astri visibili in cielo non ci sono più. Se così è, cosa potrebbe esistere ancora?
  • Tiziano. Il pensiero, puro flusso di puro spirito. Null’altro. Non avremmo bisogno d’altro.
  • Tosco. Saremmo come Dio?
  • Tiziano. Tutt’uno con Lui, così penso.
  • Tosco. Torniamo un momento quaggiù, ti prego, fammi scendere. E, da quaggiù, perché torno a rivedere tutto il “creato”?
  • Tiziano. Tu sei il Dio-Universo-Mente-Spirito-Tutto sostanziato in un evento cosmico che ha la funzione complessiva di acquisire piena consapevolezza di sé. La voglia sfrenata che l’uomo del nostro secolo ha di correre senza sosta, di andare avanti a velocità sempre maggiori, di raggiungere mete sempre più spinte, non è altro che l’eco lontana, un impulso coatto di una volontà che ambisce a conquistare pienezza di consapevolezza. Fisicamente l’uomo non ce la farà; a questo ci pensano le galassie in fuga. L’uomo è la sede elaborativa più perfezionata, per quanto se ne possa sapere, di questa consapevolezza che sta crescendo a costo di grande dolore, per una proiezione necessaria. Veramente tutto, un giorno, raggiungerà il momento della contrazione definitiva. Contrazione di tutto ciò che c’è, contemporaneamente al superamento, da parte dell’universo, del limite parossistico della massima espansione. La morte di Cronos, tutto quel tempo dopo la sua nascita con il Big-bang. Avremo contribuito alla creazione della consapevolezza assoluta. Ci ritroveremo in quanto coscienza piena, tutt’uno con Dio-Mente-Universo-Spirito, in un’essenza fatta di pensiero infinito, di energia potenziale infinita. L’amalgama di composti chimici e biologici di cui siamo fatti, figli di Cronos, svanirà con lui. Il mondo materiale, in quanto emanazione di una Volontà infinita, avrà esaurito la propria funzione di mezzo, di strumento e tornerà al suo stato originario di energia pura, essenza pura, infinita Potenza perfezionata attraverso l’Atto dell’esistenza.
  • Almach. Fatemi tornare un momento al mio Filosofo. Il tutto della creazione è una struttura di significati, dice Emanuele Severino[2], all’interno della quale si genera un processo di sviluppo che muove dal significato più semplice verso il più complesso, ciò che può essere inteso come la stessa essenza di Dio. L’anima di Dio sarebbe questo incessante strutturarsi di significati.
  • Ottero. C’è dell’altro, in fondo al vortice dell’immaginazione. C’è che la vita stessa dell’universo, se la vogliamo intendere nelle sembianze di questo processo formidabile che parte dal Big-bang e termina con il punto di massima espansione, come ci è stato descritto da Tiziano, potrebbe essere vista come un ciclo che si richiude. Non una scintilla che scocca, arde, si consuma e svanisce nel nulla, ma un ritorno allo stato originario, un ritorno arricchito di esperienze di consapevolezza. Ed è probabile, per giunta, che tale dinamica presenti essa stessa un carattere ciclico, cioè si ripeta, per un numero di volte che non possiamo definire, ovvero all’infinito. Non solo, ma tutto questo potrebbe verificarsi, in modo simile o completamente diverso, in altri universi … universi che comunicano fra di loro. Quanti? La quantificazione nei limiti di un numero di “tot” cifre non avrebbe più alcun senso. Su questo terreno c’è spazio per la sola fantasia. – Noi staremmo vivendo, secondo tali ipotesi, soltanto un breve attimo di uno degli infiniti cicli attraverso i quali l’universo si sostanzia da energia a materia generata per completare con pienezza crescente la propria missione che si svolge in un infinito senza tempo e attraverso un tempo assetato di infinito. L’era di Cronos, nella quale siamo immersi, non ne è che un episodio. Il suo significato risiede, infine, nel Tutto-Mente che è anche ognuno di noi vivo, pensante e malato della presunzione di riuscire ad abbracciare i misteri dell’Infinito.
  • Tosco. “O Seigneur, s’il y a un Seigneur, sauvez mon âme, si j’ai une âme” reciterebbe la preghiera di uno scettico[3]. Ma io aggiungerei una parte mia a questa bellissima preghiera, perché mi sento profondamente scettico: “O mio Dio, se c’è un Dio, salva la mia anima, se ho un’anima. O mio Dio, fa’ di esserci”.
  • Almach. Sapete a che cosa mi state facendo pensare? All’inutilità dell’atto del pregare una divinità. Oh, non lo dico io, lo dice Emanuele Severino, il filosofo che ho avuto già occasione di presentarvi.
  • Tosco. Sentiamo anche questa!

[1] Da Televideo del 28 aprile 2012.

[2] Emanuele Severino, L’identità della follia, cit., pag. 212.

[3] Ernest Renan, 1823-1892, studioso di lingua semitica


Immagine di Copertina tratta da Arte Distribution.

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