Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 8 di 12

  • Tiziano. Questo è il nostro obiettivo di sempre. Costruire significati come efficaci punti di riferimento per orientarci. La nostra mente si è evoluta, la sua struttura è costituita in modo tale da sentire costantemente il bisogno pressante di definire gli aspetti della vita e del mondo in base a significati, per questo è portata come di necessità a categorizzare. Le religioni, nel mezzo di questi tentativi, assumono il metafisico, lo vivisezionano, lo riducono a contenuti intelligibili che vanno poi a pigiare in anguste categorie apparentemente comprensibili, quantomeno accettabili, e nello stesso tempo fallaci. Ci aiutano a superare la paura di Dio, della morte, dell’ignoto, del vuoto.
  • Sirrah. Io credo che le religioni non si riducano a un mero espediente di comodo per affrontare la paura dell’inconoscibile trascendente. Vorrei riagganciarmi alle precedenti disquisizioni sulla luce, quelle che insistevano sulla sua immobilità e invisibilità. Vedo la luce nel mondo in forma di immagini colpite dalla luce e riflesse dal mio sistema visivo verso le unità percettive corticali. Nello spazio intergalattico il cielo è nero, ma se io mi trovo lì, la luce incontra il mio corpo, si posa e si diffonde sulla sua superficie; con il mio essere in quel punto buio dello spazio le ho dato visibilità, le ho restituito l’esistenza in una forma palese, manifesta, l’ho richiamata a vita. Reciprocamente, la luce, colpendomi, dona visibilità al mio corpo, in modo tale che io possa vederlo. Cosa peraltro curiosa, io, con il mio corpo materiale, arresto la corsa di un fascio di luce. Dietro di me si forma un cono d’ombra e se un oggetto di piccole dimensioni transitasse nello spazio di quel cono perderebbe la propria visibilità, per riacquistarla appena uscito dal cono. Come dire che dentro il cono d’ombra c’è assenza di luce.
  • Tosco. Dov’è andata a finire, dunque, quella porzione di luce che manca nel cono?
  • Sirrah. L’ho assorbita io, s’è trasformata nella mia visibilità, in qualcosa che rende percettibile, testimoniabile ai sensi la mia esistenza.
  • Tosco. Già, l’hai assorbita tu, come potrebbe essere altrimenti! E cosa mi sai dire della luce che parte da una stella così lontana che a noi più non arriva? Perché, inutile negarlo, la luce con la distanza si affievolisce. Ma non può scomparire, come quella luce di quella stella così lontana che, indebolendosi a mano a mano che procede, a noi non è mai pervenuta? Se, come è convinzione scientifica, nulla si distrugge e nulla si crea, ma tutto si trasforma, quella luce che scompare con la distanza dov’è finita? In che cosa si è trasformata?
  • Sirrah. Per il momento non trascinarmi oltre, il mio buon Tosco, a me è sufficiente questa constatazione: noi siamo mangiatori di luce e la luce, in noi, si trasforma in consapevolezza di esistenza. Ma torniamo al filo del discorso lasciato poco fa in sospeso. Dunque, nel vuoto cosmico io vedo la luce soltanto se essa incontra la retina dei miei occhi. Se le volto le spalle, pertanto, non la vedo. Attenzione, posso vederla riflessa o catturata o assorbita dalle mie mani, con un effetto speciale di contorni che vanno e vengono, di forme che mutano aspetto con il movimento, perché non c’è l’atmosfera e quindi non c’è diffusione né rifrazione né riflesso a distanza. Il riflesso della luce, nel vuoto, si identifica con l’assorbimento. Non la vedo, dicevo, eppure la luce è dappertutto, al di fuori del mio cono d’ombra, dotata di un movimento che è soltanto apparente, a dispetto delle teorie sulla sua velocità ineguagliabile. Interpreto allora la sostanza della luce come quella di un segnale lungo, ripetuto o alimentato senza soluzione di continuità, un segnale occulto che diventa percetto codificabile e codificato soltanto nel momento in cui essa incontra un corpo materiale.
  • Mirach. Dunque la tua speculazione volge a identificare la luce con Dio!
  • Sirrah. Potrebbe sembrare. E mi piacerebbe pensarlo. La luce è dappertutto. È immobile, anche volendola immaginare superbamente lanciata nella sua irradiazione inarrestabile. È invisibile, e si manifesta su un corpo donandogli la consapevolezza dell’esistenza. Non stiamo forse parlando dell’idea di Dio? Dio, per manifestarsi, per compiere la “conoscenza”, ha bisogno della dimensione materiale, e ha bisogno degli uomini per creare e alimentare consapevolezza.
  • Tosco. E siamo tornati a quel Dio che tanto ci tormenta. Ma l’avete saputa l’ultima, vero? Il Cern un bel giorno aveva trovato l’impronta del bosone di Higgs.
  • Sirrah. Bosone? E che c’entra, di grazia, con Dio?
  • Tosco. State a sentire. Accadde per la prima volta, era la fine del 2011, che fosse stata avvistata la particella di Dio, così l’avevano chiamata, ossia il bosone di Higgs. Si diceva che gli scienziati avessero fotografato le sue tracce servendosi di appositi rilevatori. I primi dati furono presentati a Ginevra durante un seminario del Cern cui parteciparono numerosissimi ricercatori e organismi di stampa. E chi aveva coordinato gli esperimenti Atlas e Cms erano due italiani, Fabiola Gianotti e Guido Tonelli. L’individuazione del bosone di Higgs avrebbe poi dimostrato di poter dare qualche buona spiegazione di molti misteri della scienza. Peter Higgs ne aveva ipotizzato l’esistenza oltre quarant’anni prima per spiegare la massa degli atomi. Eh, Sirrah, che cosa ci sta a fare Dio in tutta la questione?! Te lo spiega Margherita Hack, la grande astrofisica che già allora valutava, qualora la scoperta fosse stata confermata, il profilarsi di una vera rivoluzione. La “particella di Dio” infatti, fu così battezzata per via del suo essere stata il progenitore di tutte le particelle esistenti nell’Universo e, in quanto tale, sarebbe in grado di spiegare come mai le altre particelle possano avere massa. Aiuterebbe dunque a capire come si è formata la materia. La Creazione, comprendi? Ma poi la notizia ebbe un seguito. Si era giunti all’estate del 2012 che in una conferenza mondiale al Cern di Ginevra furono illustrati i risultati – ottenuti con l’apporto dell’Istituto Nazionale Italiano di Fisica nucleare – dell’esperimento sulla “Particella di Higgs”, quella che dà massa a tutte le altre particelle, ritenuta fonte della materia, grazie alla quale ogni corpo ha una massa, dagli esseri umani alle galassie. Al tempo si era però ancora in attesa dei risultati che sarebbero stati forniti da Lhc, il più grande acceleratore di particelle del mondo.[1] Trascorreva un altro solo giorno che si disse della presentazione dei risultati di due diversi esperimenti i quali avrebbero dimostrato che il bosone di Higgs – parliamo di questo anziano scienziato di 83 anni nel 2012, che da 48 anni rincorreva l’idea teorizzante l’esistenza del bosone – in effetti esiste proprio.[2] Tant’è che a Peter Higgs e al belga François Englert venne assegnato il Premio Nobel per la Fisica nell’autunno 2013 per aver teorizzato l’esistenza del bosone[3].
  • Tiziano. A questo punto ritengo necessario, se mi consentite, selezionare alcune idee forti che sono venute fuori dal nostro dissertare, allo scopo di comporre una sorta di mosaico che potrebbe far confluire i nostri tentativi proprio verso quest’ultima ipotesi, perché essa rivela un fascino straordinario. Già durante la nostra permanenza nell’Atacama tu, Ottero, avevi accennato a spazio e tempo, a vicino e lontano che si annullano, perdendosi nell’infinito. Sirrah, poi, avevi supposto l’esistenza di un universo intelligente lanciato in una corsa pazza verso la meta remota della formazione di una consapevolezza di sé sempre più completa. Almach, inoltre, rammento che avevi fatto ricorso all’aforisma “realtà ultima e unica” una realtà che sarebbe l’essenza stessa dell’universo. E avevi anche insinuato che tale essenza, se ho ben inteso, svolgerebbe un compito di unificazione e che, per adempiere a questa missione, avrebbe, come dire, bisogno di muoversi per trasformazioni successive all’interno di una rete di interazioni generatrice di continuo cambiamento evolutivo.
  • Almach. Hai inteso bene. Era questo ciò che intendevo.
  • Tiziano. Io, del resto, avevo già in quell’occasione espresso il mio favore nei confronti dell’esistenza di una rete siffatta di relazioni e avevo aggiunto che vedevo materializzarsi queste relazioni in un insieme interconnesso di scambi fra segnali, informazioni, messaggi. Avevo accostato l’idea, peraltro, all’impianto offerto dalla teoria dei campi che postula, appunto, uno scambio di particelle. Il veicolo … la luce!
  • Tosco. La luce di per sé non mi dà garanzia assoluta come veicolo degli scambi di cui vai dicendo, Tiziano. Devo assolutamente fare una bella obiezione, poiché le limitazioni poste dalla luce come elemento veicolatore lasciano adito a molte perplessità. Vogliamo riprendere un attimo l’immagine fantastica che ci ha dato Sirrah di se stessa perduta nello spazio siderale, quella dell’oggetto che scompare alla sua vista se immerso nel cono d’ombra?
  • Tiziano. Certamente, si tratta di una prospettiva mirabile.
  • Tosco. Allora, dunque, se io, sempre fantasticando, ti porto Sirrah talmente lontana, in una zona intersiderale o intergalattica dove la luce non arriva più a causa dell’enorme distanza di vuoto cosmico, che cosa vedrebbe di se stessa Sirrah? Sì, perché a una decina di miliardi di chilometri la stessa luce del nostro sole non arriverebbe a rischiarare un ipotetico pianetino, almeno così mi pare … Poco credibile? Allora mettiamola in un altro modo. Portiamo Sirrah molto più lontano dalle fonti di luce che ci fanno da contorno. Scelgo il Sole, manco a dubitarne, e scelgo la Stella di Barnard. Quest’ultima perché è la più vicina che sia in qualche modo accessibile all’osservazione nella gamma delle stelle che conosciamo, dopo il Sole ovviamente. Sì, è vero, avrei potuto optare per “Proxima Centauri”, la nana rossa lontana appena poco più di 4 anni luce, un primato di prossimità, ma non l’ho fatto per due validi motivi. Primo, la Proxima Centauri si trova nell’altro emisfero, quello australe, ma questa circostanza non avrebbe alcuna risonanza sull’esperimento ipotetico che vado a proporre. Secondo, la sua magnitudine apparente è di grado undici. La Stella di Barnard, per controparte, pur distando 6 anni luce da noi, ha comunque una magnitudine di 9,5 e possiamo vederla da quaggiù con l’aiuto di un buon binocolo, sempre sapendone individuare l’esatta posizione in Ofiuco, la sua costellazione di casa, dal momento che riusciamo a vedere a occhio nudo stelle che raggiungono al massimo la magnitudine 6. E allora mettiamo che Sirrah si trovi, ora, a tre anni luce, esattamente a metà della distanza che separa la Stella di Barnard dal Sole. Mi dici, in quella situazione, come potrebbe essere rischiarata la figura di Sirrah? Dalla luce del Sole? Dalla luce della Stella di Barnard? Dopo tre anni di viaggio, è ragionevole immaginare che la luce si sia persa, data la fonte di limitata energia dalla quale partì, non dovrebbe essere così?
  • Sirrah. Non del tutto. Io, infatti, da quella distanza potrei vedere sia il Sole sia la Stella di Barnard e questo significa che i fotoni partiti dai due astri raggiungono i miei recettori visivi, pur ammettendo che la luce da loro emessa non riesca a diffondersi sul mio corpo, rischiarandolo e rendendolo a sua volta percettibile alla vista.
  • Tosco. Lasciami almeno la possibilità di supporre che ci siano dei luoghi, nello spazio, così lontani da ogni sorgente di luce da rimanere inesorabilmente immersi nel buio. Non potresti avvertirvi la presenza di un oggetto cosmico se non sbattendoci il naso dentro, come fece l’oste sulla botte nel momento in cui era mancata l’illuminazione in cantina. Se è esatta la mia supposizione, vedi che, di necessità, se la luce a un certo punto del suo percorso si affievolisce sino a perdere del tutto consistenza come una buffata di vapore dalla ciminiera di una nave, gli stessi messaggi che la cavalcavano restano impediti nel proseguire la loro corsa. E, per di più, se accettiamo l’ipotesi dell’universo in espansione, non dovremmo prefigurarci anche, come prevedibile conseguenza, una sua rarefazione in quanto a densità media? Questo non può fare altro che aumentare le difficoltà incontrate dalla luce nel prolungare e mantenere la propria traiettoria.
  • Tiziano. Obiezione accolta. Io sarei più propenso a pensare, tuttavia, che la luce non perda strada nella sua gittata propulsiva, sia pure ammettendo una sua ipotetica riduzione in intensità. E forse l’universo gioca a staffetta. Nel senso che là dove potrebbe scendere sotto una soglia minima la possibilità di proseguire il proprio viaggio, la luce, a motivo della specifica struttura della rete di interscambi di cui si va trattando, incontrerebbe altre vie di luce intersecanti capaci di recepire i messaggi e di imprimere loro altre spinte e altre direzioni. Non valgono forse a favore di questa mia ipotesi i rinvenimenti di echi fossili nelle profondità del Cosmo? Ho già accennato alla scoperta di Penzias e Wilson, relativa al “fondo cosmico di microonde”, quella sorta di residuo elettromagnetico prolungatosi sino a noi a partire dai primi istanti di vita dell’Universo. Qualcosa che può essere immaginata come un continuum di radiazioni che attraversa lo spazio cosmico in ogni direzione, in ogni suo punto, in ogni istante, tanto da lasciare ipotizzare che ogni centimetro cubo di spazio contenga la bellezza di quattrocento fotoni lanciati in tutte le direzioni possibili e immaginabili, alla velocità propria della luce. Che cosa accade, d’altra parte, in tema di trasmissione di impulsi nervosi nel nostro cervello, a livello intersinaptico? All’interno degli spazi fra le vescicole pare succeda qualcosa di analogo, un “dài e ricevi” fra dendriti e assoni lungo i crocevia di una rete informazionale mirabilmente funzionante. E, dopotutto, tornando al nostro universo, non c’è solo la luce. Ha dei parenti stretti, la luce. Se ben ricordi, Tosco, nell’Atacama avevo fatto menzione di una strana forma di energia che emerge proprio dalla dinamica dell’allontanamento reciproco fra galassie. Dove cedesse in intensità la luce, potrebbe essere questa energia a sopperire e a fungere da veicolo ai segnali in viaggio. – Non è tutto. Chiamo alla ribalta i neutrini. Queste particelle subatomiche neutre e prive di massa sono dotate di una caratteristica del tutto particolare. Si originano dalle reazioni innescate nelle profondità delle sostanze stellari e si diffondono come veri sciami durante le fasi finali della vita delle stelle, quando queste stanno per trasformarsi in supernovae. Ebbene, i neutrini hanno di speciale che, al contrario di come si comportano i fotoni, nella loro corsa per tutto l’universo non vengono deviati né vengono assorbiti dalla materia. Vanno avanti e basta. A dispetto di qualsiasi ostacolo incontrino. Attraversano da parte a parte i pianeti, anche la Terra e i nostri corpi dunque, e proseguono imperterriti per la loro direzione. Forse che non possiamo ipotizzare l’assunzione, da parte di queste particelle, della funzione di “pony-express” dei messaggi cosmici? E forse che non siamo autorizzati a dilatare la nostra immaginazione verso altre forme o modalità di flusso interstellare di cui, al momento, ancora non siamo a conoscenza?

[1] Da Televideo del 4 luglio 2012.

[2] Da Televideo del 5 luglio 2012.

[3] Da Televideo del 09 ottobre 2013.


Immagine di Copertina tratta da Universo Astronomia.

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