- Almach. Credo che la luce si dissolva, si disperda, venga meno a mano a mano che procede nel suo cammino, come se cedesse energia per strada. Però, visto che nulla si distrugge e scompare, ma tutto si trasforma, questa luce che vien meno ai nostri occhi dove va a finire?
- Tiziano. La luce effettivamente diminuisce con l’aumentare della distanza nello spazio. Disponiamo di stime effettuate, nel lontano 1930, da un certo R.J. Trumpler, secondo le quali ogni oggetto celeste è soggetto a perdere 0,7 magnitudini del proprio splendore ogni 3260 anni luce[1] di distanza da noi.
- Almach. Già, infatti, a pensarci bene ci possono essere stelle, e chissà quante ce ne sono nel nostro universo, che, proprio perché di recente formazione, noi non possiamo vedere. Non possiamo vederle per il semplice fatto che la loro luce, dato lo spazio che deve coprire, non è ancora arrivata sino a noi. Dunque, esiste una parte dell’universo che non vedremo mai, che possiamo, se lo vogliamo, soltanto immaginare. Può darsi che, fra mille anni, chi vivrà su questo pianeta vedrà finalmente quelle lontane stelle, magari dotate di una luminosità piuttosto bassa. Ma poi, trascorso un milione di anni, lo splendore sarà aumentato, io penso, perché la luce arriva all’osservatore per sovrapposizione di fotoni, come fa l’acqua di un’incipiente pioggerellina che va inzuppando sempre più il terreno su cui si posa o come accade per un colore spalmato su tela più e più volte, lasciando strati sempre più densi e brillanti.
- Ottero. Lo stesso, a rovescio, possiamo dire dei primi abitatori del pianeta: milioni di anni addietro, forse, avranno ammirato un cielo stellato diversamente popolato da come lo spettacolo si presenta oggi ai nostri occhi.
- Mirach. Io credo, tuttavia, che la brevità del nostro ciclo vitale, ma anche la stessa brevità dell’arco di tempo che separa le osservazioni astronomiche effettuate al tempo dei Babilonesi e dei Cinesi antichi dalle nostre metodologie sofisticate di indagine non danno ragione di variazioni apprezzabili per quanto concerne la luminosità stellare.
- Sirrah. Questo, allora, può significare due cose: che la luce arriva tutta, in tutta la sua intensità e forza oppure che richiede molto tempo per coprire il percorso e, durante questo, si perde un po’ alla volta per strada e arriva solo fino a un certo punto, raggiunto il quale ed esaurito l’ultimo dei propri fotoni, si annulla.
- Tosco. Non mi vien facile comprendere quel “si annulla”. Sappiamo che i fotoni sono privi di massa e che nulla nel creato viene distrutto. La stessa equazione E=mc2 ci costringe a pensare che il fotone, e la luce nel suo corso, ceda energia per la trasformazione in qualcosa di materiale.
- Tiziano. Dunque la luce esiste, abbraccia l’universo intero e si serve di corpi solidi per rendersi visibile e per esprimere la propria vera natura. Alla velocità della luce lo spazio si contrae e diventa zero, il tempo si contrae e diventa zero. Noi sappiamo, calcoli alla mano, che in un secondo la luce percorre circa trecentomila chilometri. Come dire che, se la luna fosse ricoperta da un grande specchio riflettente puntato verso il nostro pianeta e noi inviassimo un potente raggio di luce verso di lei, questo raggio raggiungerebbe la luna e tornerebbe quaggiù nel breve volgere di due secondi e qualche centesimo. Ora immaginiamo di lanciare un missile verso il sole, alla velocità della luce, cosa impensabile nella logica concreta dei fatti ma possibile in fantasia. Ebbene, il nostro missile impiegherebbe ben otto minuti, secondo più secondo meno, a raggiungere la stella di casa. Un’eternità per ciò che noi sappiamo essere l’elemento dotato della massima velocità conosciuta. Ipotizziamo ora di esserci noi all’interno di quel missile. Bene, noi stiamo viaggiando, per coprire la distanza che ci separa dal sole, per otto minuti in uno spazio e in un tempo che per noi non ci sono.
- Tosco. Partiti che siamo, dunque, già ci troviamo sul sole, e non è trascorso neppure un millesimo di secondo, così sarebbe?
- Tiziano. Le tue intuizioni ad hoc arrivano sempre a puntino, Tosco, per questo ti perdoniamo delle tue sparate di quando in quando. Io intanto vado congetturando: gli otto minuti esistono solo per chi sta a osservare dalla Terra; per noi che siamo sul missile, no affatto.
- Mirach. È vero, la storia dei gemelli per spiegare in modo piuttosto grossolano la relatività giunge puntuale.
- Tiziano. Noi, da qui, vediamo allontanarsi nello spazio il missile e registriamo il tempo che passa. Ma quei “noi” che siamo sul missile vediamo stravolta quella teoria sulla luce che avevamo formulato nei nostri studi. Ora, stando sul missile, siamo in assenza di tempo e di spazio. Anche il nostro missile si è contratto sino a ridursi a zero. Non esiste più. Non esistono più i nostri corpi. Ma non siamo morti, continuiamo a pensare, a vedere, a percepire, a comunicare e facciamo tutte queste cose in un tutto di luce immensa, luminosissima, imperante.
- Ottero. È stranissimo. In quest’ottica o, meglio, in questa non ottica, se noi siamo in assenza di spazio e di tempo nel momento in cui raggiungiamo la velocità della luce, allora siamo sulla Terra, sulla Luna e sul Sole contemporaneamente. Siamo dappertutto e in tutti i tempi, siamo in tutto l’universo, anche se mi rendo conto che l’avverbio “contemporaneamente” non ha più senso di esistere, dato che in assenza del tempo ogni concetto a esso collegato sparisce nel nulla.
- Tiziano. Questo è il nodo. Capite? La luce non si sposta, non corre alla velocità della luce. La luce è. Se la sua velocità o non velocità in assoluto decelerasse di un solo po’, farebbero la loro comparsa un piccolissimo spicchio di tempo e uno ugualmente infimo di spazio. E tempo e spazio implicano spostamento. Assenza di spazio-tempo è sinonimo di immobilità.
- Mirach. Formidabile. Se ho ben seguito il tuo pensiero, la cosa può essere formulata sotto due angolature che hanno fra di loro valenze inversamente proporzionali. Secondo la prima visuale potremmo dire che il raggiungimento, nelle nostre esperienze, della velocità della luce ci è inaccessibile. Di conseguenza il nostro è un mondo empirico di movimenti e trasformazioni. In questi movimenti e trasformazioni noi procediamo tirandoci dietro la nostra esistenza per uno scopo che vogliamo credere esista ma che, a conti fatti, non conosciamo. Foglie buttate al vento, che altro! E questa impostazione del nostro modo di considerare l’universo è quella che ci pone di fronte agli infiniti spazi i quali si dilatano sempre più, nella misura in cui diventano oggetto di conquista. Che ci fa sentire soli, su questo granellino di silice e minerali sparsi, sperduto e invisibile nello spazio cosmico. Quindi osservazioni, calcoli, misurazioni, classificazioni a non finire. Il terreno della conoscenza che non ha fine, che non sazia; la voglia di infinito, la paura dell’infinito. Sul versante opposto c’è solo luce, noi siamo luce, siamo immobilità, siamo comprensione e conoscenza assolute, siamo il tutto ridotto ad assolutezza. Sono due impostazioni dell’essenza dell’essere completamente opposte, forse complementari per qualche ragione che la nostra ragione non può intendere.
- Tiziano. Fermiamoci a questa seconda visuale che hai posto, e sei stata chiara, direi. Secondo questo punto di vista, allora, se la luce è e non si sposta, essa è dappertutto e in nessun luogo in particolare.
- Tosco. Ottima congettura, peccato che abbia un difetto: le espressioni “dappertutto” e “in nessun luogo” implicano l’idea, non l’esistenza, di spazio percorribile. Siamo ancora a un ennesimo tentativo di spiegare l’assoluto incoglibile con le categorie di cui non possiamo privarci e, per tale verso, portati a cadere nella contraddizione, nel paradosso.
- Tiziano. Non stiamo ad aspettare oltre, abbandoniamoci pure al pensiero per paradossi, non rimane altro da tentare, credo. La luce, dunque, è. È sempre e in nessun momento in particolare. Come vedi, il paradosso al quale sto ricorrendo implica una negazione di opposti, quella fra “sempre” e, in aggiunta, “dappertutto” da una parte e, dall’altra, “in nessun luogo” e “mai”.
- Ottero. Cosicché tutto si riduce a zero, uno zero che potrebbe corrispondere a quello che esisteva “prima” del Big Bang. Ma, anche qui, la parola “prima” ha senso solo se riferita al “dopo”, e dunque con il Big Bang sono nati spazio e tempo, come pare sostenere gran parte dei cosmologi. Prima di quel “prima” c’era il nulla o assoluto concettuale.
- Tiziano. E con il tempo e lo spazio sono apparse le entità percepibili, i corpi, gli individui, emanazioni di un universale invisibile e impalpabile che ha deciso di riformularsi in questa dimensione a noi familiare. Qui inizia il ruolo della mente umana. I particolari che riusciamo a scoprire non sono altro che entità da noi create, frutto dell’attività mentale, nell’arduo tentativo di produrre conoscenza, di capire. Una conclusione, credo, non c’è a questo tipo di speculazione. Ma c’è la luce, luce che è assenza di spazio e di tempo, luce che è immobilità e pervasività assoluta: è l’idea di Dio?
- Tosco. Mio Dio, la mia testa! Sta girando, credo proprio alla velocità della luce. Possiamo, di grazia, tornare a qualche elucubrazione più abbordabile? Si? Ebbene, dunque, perché non andiamo tantino a fondo di quell’impalcatura mentale che l’uomo ha edificato nei millenni e che risponde al nome di “religioni”?
- Ottero. Ottima proposta, tanto più che ci eravamo avviati in quella direzione. È il momento adatto per farci qualche riflessione. Io, a proposito, alcune idee le ho già pronte. Inizio col sostenere che, questa è soltanto la mia opinione badate, che le religioni presero vita come necessaria conseguenza al modo di atteggiarsi degli uomini di fronte alle forze incomprensibili e terrificanti di cui s’è detto poco fa. Ma, in buona sostanza, che cosa sono poi le religioni? Sono costruzioni concettuali scaturite da un bisogno onnipresente di categorizzare, un bisogno culturale a dirla tutta. Ogni nostra esperienza, ogni evento che cada sotto i nostri sensi, se non vengono categorizzati e inseriti in una matrice significativa passano oltre, non entrano a far parte del patrimonio percettivo oppure stanno in disparte dando comunque segno della loro presenza, della loro esistenza e della loro impronta sulle nostre decisioni, in special modo quando sono tali da incutere paura. La paura coinvolge tutto quell’insieme di idee che si formano attorno all’ipotesi del soprannaturale, ai dubbi e ai terrori relativi alla continuità o meno dopo la morte fisica, al senso ultimo dell’esistenza propria individuale. Queste idee, connaturate alla capacità umana di concettualizzazione, lasciate libere a se stesse sono devastanti per la logica dell’equilibrio mentale. Non possono essere spiegate o verificate o confutate e rifiutate con una logica deduttiva, essendo esse dominio della metafisica. Queste idee, pertanto, vengono trattate induttivamente e finiscono inevitabilmente, inesorabilmente per condurre all’idea di un Dio primo ed eterno. Qui il primo scoglio, perché questo Dio, nonostante tutti gli sforzi della mente umana, non viene definito nella sua individualità o non individualità, nei suoi limiti o non limiti. Ecco allora che si innalzano le impalcature, i templi concettuali. Prendono forma le religioni poiché è necessario creare un Dio che sia per se stesso indefinibile, inimmaginabile, ma comunque raggiungibile visibile godibile – questo il ruolo della fede e della speranza – in una realtà rivelata alla mente e all’emotività ma non ancora agli occhi, una realtà corrispondente a una dimensione non terrena. Una simile realtà rappresenta la categoria delle categorie di tutte le cose.
- Tiziano. Fu forse un insieme di congetture di questo genere che portò Wittgenstein[2] ad asserire che tutte le religioni sono splendide, persino quelle professate dalle tribù primitive; soprattutto quelle, aggiungerei io, proprio per il loro essere una ricerca di contatto ascetico con il trascendente. Non è di poco conto la critica che Wittgenstein rivolge alla Chiesa cattolica nella sua presunzione di dimostrare l’esistenza di Dio tramite la ragione naturale. I primitivi non si facevano di questi problemi; si inchinavano con stupore e tremore, confidando nell’accoglimento delle loro attese e nell’esorcizzazione delle loro paure. Costringere Dio in un concetto, in una rappresentazione mentale è, per Wittgenstein, l’assurdo degli assurdi. Egli si esprime al riguardo immaginando di pensare a Dio come a un altro essere che ha alcune cose in comune con l’uomo, altre superiori, ma che idealmente e fisicamente si colloca fuori dell’uomo sovrastandolo con la sua potenza infinita. Ebbene, dice il filosofo, se soltanto riuscisse a mettere in piedi una simile rappresentazione, sentirebbe allora l’obbligo morale di sfidarlo, di sfidare Dio stesso.
- Sirrah. Ecco, tutto ciò mi porta all’idea del ricongiungimento, del trapasso in altre parole. Morendo con il corpo ci annientiamo in Dio e in lui torniamo a vivere, nasciamo a un’altra vita.
- Tosco. Oppure cadiamo in un sonno eterno, il che equivarrebbe a dire che non ci sveglieremo mai più. La mia ossessione torna a farsi strada in questo garbuglio di idee: quale sarà il destino del mio “essere consapevole”? La mia consapevolezza dell’ora e qui, dello spostarmi all’interno delle affezionate categorie di spazio e di tempo che io ho creato, sarà ancora reale? Tornerà? Risorgerà trasformata? Se così sarà, come e in quale forma o funzione o destino tornerà? Oppure scomparirà nel punto zero e non sarà mai stata? La mia autoconsapevolezza è la cosa più preziosa che ho, è nata e cresciuta con me, mi rende capace di dire “Io”, mi fa sentire parte di un mondo di cose che ho conosciuto e amato, mi solletica inducendomi sottilmente e vanamente a sperare nella continuità: è forse anch’essa parte o espressione di una illusione universale? Dunque, allora, a qual fine questa illusione? Chi l’ha voluta? Chi si sta servendo di me per attuare quali piani? Oppure è anch’essa uno dei tanti frutti della nostra mente creatrice? C’è qualcuno che potrebbe dare un minimo di risposta a questi perché?
- Ottero. Il serpente che si morde la coda negli antichi mandala, l’universo che torna su se stesso, una curvatura infinita di spazio, tempo, causalità. Tutto ciò lo possiamo forse categorizzare? Ci stiamo tentando, ci dibattiamo in mille sforzi per attribuirvi un senso, per forgiarvi attorno una cornice che lo renda accessibile alla nostra capacità di organizzare le percezioni, per capire, per provare anche soltanto a iniziare a capire che cos’è questo nostro credere di sentire di essere qui e ora, circondati da un mondo che penetriamo di conoscenza e che vogliamo disperatamente dotare, rivestire di significato.
[1] Pari a un kiloparsec.
[2] In Ludwig Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, op. cit.
Immagine di Copertina tratta da News Scientist.

