Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 6 di 12

  • Tosco. Puoi per gentilezza illustrarmi con parole comprensibili di che cosa si tratta, di quali elementi si compone questa fantomatica Trascendenza?
  • Ottero. Magari, fosse così facile! Ciò che posso dirti è quanto andiamo da lungo tempo discutendo: è il tutto, l’inconoscibile.
  • Tosco. Allora che me ne faccio, se non ne potrò mai avere un’idea, se non c’è rapporto fra questa cosa vacua e me?!
  • Ottero. Il problema sta nel fatto che la Trascendenza non ha correlazioni di sorta con la nostra razionalità, con il nostro procedere per logica di pensiero; il suo parlare avviene in modo analogico, se questo termine ti è più congeniale. C’è una sola pista che può unirci a essa, ed è il mito. Con l’affidarci al mito possiamo in qualche modo assaporare l’essenza proibita che risiede al di fuori del mondo, in assenza del tempo, ma che comunica con il mondo attraverso una serie di segni che percorrono l’esistente. Noi, che del tempo siamo parte e partecipazione, non possiamo interrogarci sulla Trascendenza con la speranza di averne un ritorno confortevole; possiamo soltanto tacere e lasciare che sia l’Essere a parlarle liberando la propria voce dal silenzio assoluto. Noi, che siamo schiavi di Kronos, non possiamo fare altro che tentare di metterci sulla lunghezza d’onda dell’Essere coltivando il nostro pensiero e portando avanti il nostro cammino di ricerca.
  • Sirrah. E rinforzare la nostra fede, perché questa è l’unica via percorribile per riuscire a cogliere e a interpretare i messaggi che la Trascendenza diffonde nel mezzo temporale. Anche se il concetto di fede sprofonda nell’assurdo, nel paradossale, il terreno dove ci invita Kierkegaard.
  • Ottero. Con una differenza che tengo a sottolineare, che balza in tutta evidenza in Jaspers. Sebbene il grande rappresentante dell’esistenzialismo tedesco aggiudichi alla propria filosofia un carattere essenzialmente metafisico, sebbene egli consideri la fede non in termini di equivalenza con la verità, sebbene ammetta che la filosofia vada naufragando nel mare della contraddizione, con tutto ciò egli non accetta e pertanto non condivide l’interpretazione che Kierkegaard fa del concetto di fede, cioè si oppone alla determinazione di credere in qualcosa proprio perché questa qualcosa è assurda.
  • Tosco. Forse è meglio non averne per niente. Se non hai fede, se non riponi le tue speranze in alcuna delle ipotesi che promettono di rivelarci l’essenza della realtà, per lo meno non corri neppure il rischio di andare incontro a una massacrante delusione.
  • Ottero. Ed è così. Noi corriamo sempre il rischio, quando decidiamo o siamo inclini ad avere fede, di perdere anche quelle poche certezze parziali che ci sarebbero rimaste grazie alla nostra capacità razionale di decifrare la realtà che ci circonda. Spingendoci lungo il nostro itinerario temporale incontriamo a ogni passo forti motivi di insicurezza, di incertezza, inciampiamo così sovente che anche il nostro sguardo viene distolto dall’obiettivo ambito e deviato verso gli ostacoli che ci sono di impedimento. Ma questa di cui faccio cenno, è bene precisarlo, in Jaspers è la fede filosofica che è tutt’altro da quell’altra fede, quella religiosa, che ti dà certezze inconfutabili, assolute, ti libera da problemi e da dubbi, da qualsiasi spunto foriero di inquietudine, ti garantisce l’essere nel vero e nella pace dei giusti, in una parola sola ti fa dono di una terribile illusione narcotizzante. Come era successo a quell’esploratore delle vette il quale, memore delle istruzioni ricevute prima della partenza e diretto verso la conquista della punta sommitale di una catena montuosa, credette, a un certo punto, di aver finalmente raggiunto la meta: qui volle infiggere la bandiera con il vessillo del proprio sodalizio, poi ridiscese a valle, fiero dell’impresa compiuta. Ma non s’era accorto, poverino, di essere stato ingannato da una falsa credenza, poiché la vetta sommitale stava ancora più in alto, immersa nella nebbia fitta, oltre un avvallamento che avrebbe richiesto una ulteriore breve discesa e una successiva risalita sul versante opposto per guadagnare la meta. Ma la vista era talmente offuscata che l’ingenuo scalatore, dal punto in cui era arrivato, non poteva scorgere altro, attorno a sé, se non dirupi e pendii scoscesi dai quali egli traeva l’impressione di trovarsi sul punto più alto. La convinzione di aver raggiunto l’obiettivo, la totale, euforica assenza di dubbi furono le malaugurate cause che elusero ogni possibilità di arrivare veramente alla cima.
  • Mirach. Verosimilmente non avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace, non si sarebbe dovuto accontentare così prematuramente degli esiti della propria fatica.
  • Ottero. Sì, avrebbe dovuto continuare a conservare quel certo senso di inquietudine e di insoddisfazione relativa che consente di prefigurare sempre qualcosa di possibile oltre il punto in cui le nostre capacità e le nostre convinzioni ci hanno sospinto.
  • Tosco. Parliamo allora di una fede che non ha limiti, perché io potrei anche provare insoddisfazione per le mete che ho conquistato e potrei spingere il mio pensiero, la mia ambizione diciamo pure, verso spazi di ricerca più avanzati.
  • Almach. Io sono molto attratta dal punto di vista espresso da Jaspers in merito al tutt’uno, in particolare nel suo tentativo di superare quel diffuso senso di oggettività che rapisce i nostri processi speculativi e di sfatare una volta per sempre il mito della separazione fra un soggetto che conosce e un mondo materiale che si pone come oggetto separato di conoscenza. So che sto parlando di una posizione scomoda, perché non mi vado appoggiando alla sicurezza religiosa garantita da un Ente protettivo che mi scioglie da qualsiasi dubbio o impedimento, mentre riconosco la mia fede nel mio sostare a riflettere, nel cercare il silenzio in cui io possa intuire il senso del tutto, nell’apprezzare l’essere mio come un dono di me concesso a me. Io abbraccio questo senso jaspersiano di fede filosofica, rinunciando così alle certezze che certe impostazioni dogmatiche dottrinali mi vorrebbero offrire.
  • Ottero. La fede, dice Jaspers, è la coscienza che ognuno di noi ha di essere al mondo in rapporto alla Trascendenza.
  • Sirrah. Stai verosimilmente parlando di Dio, il cui pensiero non finisce mai di tormentare le nostre povere menti, un pensiero che dimostra anche la nostra impossibilità di fare a meno di lui.
  • Ottero. Un Dio che tuttavia si nasconde al nostro desiderio, alla nostra esigenza di sapere chi, come, di quale sostanza sia, un Dio che sfugge a tutti i tentativi di dimostrazione e che, a motivo di ciò, non può essere il punto di approdo dei nostri sforzi speculativi, ma bensì il punto di partenza di un’indagine che occupa tutta la nostra esistenza e che ha come spazio d’azione il mondo in cui viviamo. In questo spazio il trascendente e le sue forme apparenti nel tempo s’incontrano e sostanziano quella che è la nostra esperienza vitale nel mondo.
  • Almach. L’esperienza di un vivente che, nel volgere lo sguardo verso ciò che insistentemente lo attrae e che non si lascia cogliere, non può evitare di sentirsi piccolo, quasi insignificante. La maturazione che lo conduce a una più completa coscienza di sé proviene dal suo atteggiarsi alla contemplazione, nel corso della quale egli può incontrare quella fede che si accompagna al senso di libertà inteso come abbandono di se stessi e come disposizione a riceversi in dono, mentre va via via intensificandosi la sua sensazione di essere da sempre legato alla Trascendenza. È questo vincolo che fa di lui, l’uomo, l’essere nello stesso tempo colpito di sventura ma anche più proiettato verso la perfezione.
  • Ottero. In effetti, stiamo tutti ricalcando il concetto di fede filosofica, caro a Jaspers. La fede di una creatura che continua a porre, a porsi domande, di un essere che sperimenta l’angoscia delle proprie consapevolezze, che rincorre senza sosta l’idea di eternità, mantenendo sempre teso quel filo vitale che alla Trascendenza lo tiene legato, che combatte senza fermarsi, armato della convinzione nelle proprie possibilità e del proprio essere libero.
  • Tosco. Come un pesce che risale con gran fatica una corrente impetuosa. E le religioni che sono lì, pronte, a offrirgli l’esca e a prenderlo all’amo.
  • Ottero. Su questo argomento Jaspers non si pronuncia contro le religioni, sebbene la sua posizione critica lo induca a muovere loro severe accuse, ma egli non si perita di lanciare dardi infuocati contro le deviazioni che le religioni hanno assunto, contro le aberrazioni della loro natura di tramite per la conoscenza della Verità. Jaspers ha individuato il degenerare dello spirito di religione nel rapido storico votarsi dei falsi profeti ad atteggiamenti di presunzione, di infallibilità, di assolutezza dai quali sono state generate l’intolleranza, una diffusa incapacità di comunicare, di ascoltare, di affrontare se stessi e le proprie convinzioni, ma anche la supremazia fideistica e intellettuale, l’imposizione di idee e ideali attraverso metodi coercitivi che non disdegnavano il ricorso all’abuso di potere, ad atti di crudeltà, di violenza, di persecuzione. Il risultato era, sempre, l’avvento di masse di fedeli “costretti” alla fede: o credi o vai all’inferno, ma soltanto dopo essere arso vivo in un rogo purificatore.  
  • Sirrah. E, poi, non può esistere ciò che non penso. Se lo penso, questo significa che Dio esiste. Ma non posso e non voglio accontentarmi di una semplice asserzione che, peraltro, avrebbe soltanto sapore di dogmatico. Il mio punto di vista sull’esistenza di Dio, non sulla conoscenza su come egli sia, dove sia, quando sia e cose di questo genere, resti ben inteso, è quello che mi riporta al tormentone del dualismo, tanto per rimembrare le tue considerazioni, caro Ottero, che facesti proprio sull’orlo del cono vulcanico del bizzoso Kilanea. Ho visto nascere in me qualche idea promettente in seguito alla lettura, pensate un po’, di una tragedia, “La morte di Empedocle” di Friedrich Hölderlin, alla quale già ebbi occasione di accennare. Ecco, allora, che cosa sono portata a credere. In principio c’era l’Essere, null’altro. L’Essere, per una ragione che risiede nella sua natura irraggiungibile, si separò dalla propria origine e se ne allontanò. Comprendete il significato? No, non mi riferisco a Hegel né a miti o credenze religiose. Vado sul terreno della fisica cosmica. Il Big-bang per la separazione, il tempo per l’allontanamento, l’equazione di Einstein per l’origine. Da tale separazione apparvero distintamente entità contrapposte, soggetto/oggetto, ed ecco le galassie, i mondi, l’Universo in formazione. Ma l’uomo, essere intelligente che guarda e si pone interrogativi, vive l’intuizione di un’armonia che avrebbe regnato all’inizio di tutte le cose, coglie una nuova speranza, mosso da un desiderio irresistibile, di pervenire alla conoscenza di una unità che trascenda l’immensità degli oggetti nel loro apparire disgregati sul piano del reale. Ed è attraverso la tragedia, intrisa di passione sofferente e di slancio verso l’estremo, che Hölderlin raggiunge l’intuizione dell’Essere e dell’armonia che sussisteva prima del primo momento. In quest’ottica è possibile persino capire il perché della presenza del dolore, dei conflitti, delle guerre, valutati come espressione in negativo di sommi ideali quando questi diventano storia delle vicende umane e, in tale divenire, sono per necessità sottoposti a un processo di corruzione. Ma è solo nello svolgersi di tale processo che all’uomo indagatore si apre la strada per la conoscenza dello Spirito divino che tutto comprende, di quella Unità ancestrale che conteneva in sé ogni vita e ogni possibilità di essere, ma che ha scelto la via della propria dissoluzione dando così luogo alla lunga evoluzione storica dell’umanità che conosciamo. Hölderlin ci suggerisce qualcosa che, in tutto il discorso che ho voluto intrecciare, riguarda la morte fisica: nient’altro che un passaggio attraverso il quale l’individuo, anzi l’umanità intera e la natura tutta transitano dall’esperienza di uno stato esistenziale a uno tipicamente di dissoluzione, non per questo considerato come atto finale, ma giudicato come un ponte da valicare, necessario all’evoluzione di tutto ciò che c’è. Evoluzione, pare certo, dei cui punti di approdo e del cui significato nulla sappiamo, nonostante i nostri sforzi per inoltrarci nel grande mistero, perché, come recitano le parole di Empedocle, “…quello che siamo e quello che cerchiamo, non possiamo trovarlo; quello che troviamo, non siamo…”[1]. L’incomprensibilità che ci frena forse è soltanto un altro volto della nostra superbia, incrudelita dalla feroce sensazione di non riuscire a capire. Dovremmo soltanto guardare in alto, salire… e attendere. Forse qualcosa ci verrà rivelato “…perché gli dei si fanno più presenti nelle altezze… e dolcemente ci accarezzerà colui che tutto muove, lo spirito dell’etere.”[2]
  • Tiziano. In termini fisici, se vi piace addentrarvi in questo terreno, ciò che conosciamo della realtà fisica e che più si avvicina all’idea di Dio è, secondo il mio povero parere, la luce. Non si sa bene che cosa sia la luce, ancora non ci siamo messi d’accordo sul come definirla, sul come può essere scomposta, analizzata. È fatta di corpuscoli, così piccoli che non si vedono, ma che stanno alla base della materia. No, macché corpuscoli! È fatta di onde, è per tutta verità un flusso di onde che si sposta nello spazio. Una cosa davvero originale la luce: si propaga anche in assenza di un elemento veicolatore, come tutta la gamma di onde elettromagnetiche. Noi siamo avvezzi a veder scorrere una barca sull’acqua, un aereo nell’aria, persino i suoni attraverso l’atmosfera. Se vengono eliminati gli elementi terra, acqua, aria, nulla si può spostare. Senz’aria puoi sparare una cannonata a pochi metri e non ne senti il minimo fragore. Sì, è vero, i razzi a propulsione coprono ampi spazi nel vuoto, ma ciò che desidero sottolineare è che, mentre i missili si vedono e possono essere registrati nel loro spostamento, la luce è peraltro invisibile, nascosta, eppure c’è dappertutto, nel cielo più nero e buio degli spazi interstellari. Appare, si manifesta soltanto nel momento in cui colpisce un ostacolo materiale sul quale si arresta inondandolo.
  • Almach. Sappiamo che la luce viaggia incessantemente attraverso lo spazio in ogni direzione, come per inerzia. Tuttavia, vien da chiedersi: se le stelle ci appaiono di luminosità diversa l’una rispetto all’altra, che possiamo dire della luce? Non è sempre la stessa? Non è sempre luce quella sviluppata da un cerino e quella che ci proviene da Antares o da Sirio?
  • Sirrah. Teniamo conto che certe stelle proprio non arriviamo a vederle; sono troppo lontane oppure sono troppo deboli? Ma che cosa significa questo?

 


[1] Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle, op. cit. (v. cap. 5°).

[2] Come nota precedente.


Immagine di Copertina tratta da Liber Liber.

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