Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 5 di 12

  • Tiziano. Metafora per metafora, viene a puntino qui ciò che disse Alan Watts[1] parlando di religioni. Le grandi religioni intendo, quelle che soggiogano intere popolazioni su vaste aree della Terra, quelle che gli uomini sprovveduti e incapaci di affrontare con la propria mente i problemi dell’esistenza finiscono per abbracciare, con fede, devozione, cecità senza condizioni. La metafora di Watts paragona queste religioni a vecchie miniere abbandonate: chi decidesse di rivisitarle e di rimetterle in attività difficilmente riuscirebbe a trarne qualcosa. Oh, volendo, qualche vantaggio ne trarrebbe, altro non fosse che una scorta rinnovata di illusioni e di pseudo credenze pregne di promesse e di atti consolatori.
  • Sirrah. Eppure, nell’uomo c’è sempre stato questo bisogno di rivolgersi a un’entità a lui superiore. È storia, è cultura, è testimonianza nei tempi attraverso testi e opere della mano dell’uomo. Il fatto stesso che gli animali non dimostrino di avere bisogno di un dio mentre noi, se non ne possediamo uno, lo fabbrichiamo, la dice lunga al riguardo. Oggi l’uomo supercivilizzato ha anche imparato a fare a meno delle religioni, ma non ha fatto altro che sostituirle con qualcosa che ha in sé un potere incontrastato: il prestigio, il potere, la prestanza sociale, la visibilità, il denaro. Abbattuti gli idoli dell’Olimpo, ne ha creati altri, ben più tangibili e soggiogabili alla propria vanità. E che cosa ha ottenuto? L’infelicità, la divisione, la sofferenza, uno schiavismo della specie più abietta.   
  • Tiziano. Tale la tradizione; ma le origini delle religioni erano di ben altro stampo. Quando l’uomo sapeva ancora guardare attorno a sé “con animo turbato e commosso”, quando la sua prima preoccupazione risiedeva nella sopravvivenza e la sua più impellente occupazione era il riuscire a trarre frutti dalla terra per alimentarsi, ecco farsi viva una necessità: imbonire e rendere propizie quelle forze superiori che egli riteneva responsabili dell’andamento delle vicende naturali. L’uomo gettava lo sguardo verso l’alto, in quella fase evolutiva che segnava il graduale superamento e abbandono dei riti magici ai quali, in precedenza, egli aveva attribuito la facoltà di dirigere e di stravolgere il corso degli eventi.
  • Ottero. Fu una transizione di grandissima importanza culturale, ma non fu una cosa che avrebbe riguardato tutti. Soltanto le menti più dotate di apertura verso idee nuove e innovative avrebbero consentito questa maturazione.
  • Tiziano. Agli albori della credenza nella divinità già è possibile rinvenire alcuni motivi che più tardi sarebbero stati ripresi e incastonati in religioni del tutto formali. Mi riferisco al motivo della morte del dio. Le prime divinità potevano essere uomini in una particolare situazione, come i re la cui esistenza veniva investita psicologicamente e affettivamente di un potere superiore che avrebbe influito positivamente sulla fertilità sia dei campi coltivati sia del bestiame allevato sia della stessa progenie umana. Non era il re di per se stesso a esercitare tale potere, ma lo spirito divino che in lui albergava grazie al suo “essere re”. Il peggio doveva venire quando il re s’indeboliva o per una ferita o per malattia o semplicemente per il peso degli anni. Con lo scemare delle energie personali sarebbe venuto meno anche lo spirito divino garante di quella fertilità che era indispensabile per la sopravvivenza. La soluzione del problema? Be’, fu molto sbrigativa: prima che la debolezza e la decadenza s’impadronissero di lui, il re veniva senza alcun ripensamento condannato a morte. Morendo nel pieno delle sue forze, accadeva che lo spirito divino, ancora integro, trasmigrasse in un successore del vecchio re, un giovane sano e forte, subito acclamato sovrano, dalla cui prestanza sarebbe sgorgata la garanzia per molti anni di fecondità e di abbondanza per tutta la tribù. L’antico mito dionisiaco del sacrificio di un animale e della sua consumazione in un pasto tribale ricalcava anch’esso il rito dell’uccisione del dio e del divoramento di tutte le sue parti per partecipare della sua natura, estrarne e introiettarne vigore e potere. In lande lontane del mondo occidentale, in India e nell’America precolombiana si è trovata la stessa usanza di uccidere la divinità, in forme simboliche, e di cibarsi delle sue carni per acquisirne i requisiti divini.
  • Ottero. Può anche trattarsi di un costume legato a due convinzioni: la prima riguarda l’esistenza dell’anima, vedi la sua espressione come spirito divino e la sua incorporeità in quanto dotata della capacità di trasmigrare; la seconda, relativamente alla immortalità dell’anima la quale, all’estinzione del corpo, non segue le sorti di quest’ultimo.
  • Sirrah. Ma può anche riallacciarsi, a questo costume, un’altra idea: quella della risurrezione, la quale si presenta addirittura come una trasformazione in una condizione migliore rispetto a quella in cui era ospitata l’anima nella precedente vita. Risurrezione, nuova vita, perfezionamento dunque.
  • Mirach. Senza contare che il dio ucciso fungeva anche, a cadenza annuale, da capro espiatorio, colui cioè che si caricava di tutte le colpe, di tutte le sofferenze del popolo per dissolverle nella propria morte. Persino la flagellazione derivava il suo significato di purificazione delle colpe da un’usanza pagana assai antica.
  • Tiziano. Un altro mito, di non minore interesse, fu quello della identificazione del dio con le stesse messi il cui rigoglio egli solo poteva assicurare. E la storia della falciatura del grano, della rinascita delle spighe nuove dai chicchi di quelle mietute, si intrecciava con il mito dell’uccisione e della risurrezione di Adone, di Attis, le antiche divinità agresti. Attis e sua madre, la madre di tutti gli dei, furono elevati agli onori degli altari e il loro culto resistette sino anche ai tempi dell’impero romano ben dopo l’avvento del cristianesimo, con tutto il suo intrico di usanze crudeli relative a mutilazioni e a spargimenti di sangue.
  • Ottero. Alla fine, si impose il cristianesimo, trapiantando sulle antiche credenze i suoi nuovi dogmi. Un esempio per tutti può essere quello che riguarda il Natale che la Chiesa celebrò il 6 gennaio sino al terzo/quarto secolo, ma che poi spostò al 25 dicembre, facendolo coincidere con la festività pagana della rinascita della luce, essendo a quella data terminata la contrazione delle ore di irradiazione solare. Gli antichi adoravano la nascita del dio sole, e la Chiesa detronizzò questo dio usurpando il giorno memore della sua natività e dedicandolo a celebrare la nascita del creatore del sole e di tutto l’universo.
  • Mirach. Queste son cose che ci ha rivelato Frazer [2]. Egli, fra l’altro, va anche congetturando una analoga coincidenza di date per quanto riguarda la Pasqua cristiana. La condanna a morte dell’uomo-dio cristiano, infatti, si pone attorno agli ultimi giorni di marzo. A quell’epoca, in occasione dell’equinozio di primavera che dalla morte invernale della natura fa scaturire nuova vita e nuove promesse, erano celebrate, in Roma, la morte e la risurrezione del dio Attis. Nell’uno e nell’altro dei casi, quello del culto pagano e quello del culto cristiano, la nascita e la morte-risurrezione di un dio venivano stabilite a una data che segnava la rinascita della luce e la ripresa delle funzioni generative del mondo vegetale.
  • Tiziano. La promessa, poi, della risurrezione dei morti, che si legge nei testi cristiani, ebbe un antecedente nella promessa di vita eterna elargita agli uomini, in terra d’Egitto, dopo la morte e risurrezione di Osiride. Non solo, ma Osiride faceva sì che dal suo corpo, privato di vita, nascessero germogli di grano, a simboleggiare il pane divino che lenisce la fame dei mortali. Iside, ancora, la sua compagna, dea e madre, il cui culto fu esportato a Roma, nella immagine con il figlio al seno. – Il chicco, peraltro, muore nel terreno e vi rimane per qualche tempo, ma tosto rinasce a vita nuova. I “misteri eleusini” [3] parlano di una dea che subì la stessa sorte. L’uomo che va sotterra può dunque sperare in una analoga rinascita. Questo il motivo che sarà ripreso dal cristianesimo.
  • Sirrah. Pare in vero che tutte le genti, nel corso della loro evoluzione storica, abbiano avvertito un più o meno intenso bisogno di dipendenza da divinità materne e paterne, dispensatrici di favori e di certezze. Le medesime contingenze legate ai problemi e alle difficoltà della vita umana hanno avuto un effetto, una ripercussione simili in vari luoghi e in varie epoche, per il fatto stesso che la mente umana funziona dappertutto secondo schemi molti simili e comuni, innescando comportamenti a loro volta corrispondenti.
  • Tiziano. Se è per questo, una punta di spiegazione l’ho a portata di mano. Ecco, il bambino molto piccolo viene tenuto fra le braccia dalla madre nel momento dell’allattamento. Si tratta di una configurazione privilegiata perché, mentre succhia il latte, il piccolo può guardare negli occhi la madre e stabilisce con lei la prima di una serie di identificazioni su scala psicologica e affettivo-emotiva, che lo accompagneranno per tutta la vita determinandone in buona parte la qualità e le tonalità dei comportamenti. Inoltre, subentra il fattore dipendenza sul piano motorio. Queste due situazioni, guardarsi negli occhi durante la poppata e stretta dipendenza motoria per una lunga sequenza di mesi, fanno sì che, a differenza degli animali, il bambino piccolo prolunghi notevolmente il contatto con un adulto che comunica a livello di sistema simbolico e che trasmette-accoglie-restituisce messaggi sulle dimensioni sia cognitiva sia emotiva e affettivo-relazionale. Gli adulti, la madre in particolare, ai quali il bambino solleva precocemente lo sguardo, sono i primi esseri onnipotenti che, nei vissuti fantasmatici del lattante, elargiscono i favori essenziali a spegnere lo spettro della fame, a proteggere, a consolare, ad assicurare la sopravvivenza. L’immagine che ne proviene si fissa nella mente del bambino e funzionerà da matrice, in età adulta, per la creazione dell’immagine di un dio come sostituto delle figure genitoriali onnipotenti delle quali non si può fare a meno. Lo scimpanzé, che tanto assomiglia a noi, se soltanto potesse fruire di un linguaggio simbolico e della facoltà di trasmettere contenuti mentali che da esso discendono, con molte probabilità creerebbe anche lui un proprio dio.
  • Ottero. Nel complesso della nostra problematica mi colpisce molto l’aspetto che riguarda l’identificazione. Tutte le etnie hanno da sempre avuto bisogno di un essere divino trascendente, al quale indirizzare le invocazioni di aiuto. Dico questo perché il dio che veniva pregato poteva assumere due sembianze differenti a seconda delle condizioni che erano sottese alla sua venerazione. Mi spiego. In un primo caso poteva trattarsi di semplice paura che lo scatenarsi delle forze naturali incuteva nell’uomo. Allora c’era bisogno di un padre più forte dei fulmini e del fuoco, più potente dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche, un dio onnipotente, pur sempre invisibile nondimeno. In altri casi il dio diventava un buon pretesto, manipolato da sciamani che avevano subodorato gli effetti del terrore sulle menti umane e l’istantanea connessione che si stabiliva tra questi effetti e la realizzazione di una linea di potere assoluto riservata a una ristretta oligarchia di individui mentalmente più evoluti ma anche dotati di calcolo, di opportunismo e di rapidità di valutazione nei confronti delle dinamiche interindividuali manifestate all’interno del clan.
  • Tosco. Bene, che se ne può dire? In entrambi i casi si era di fronte a un dio inventato, pura creatura della mente umana, nato dalla paura degli umili o dallo sfruttamento operato in chiave sociopolitica dai più disincantati nel gruppo.
  • Mirach. Se è per questo, aggiungiamo pure un terzo caso, quello del dio diventato istituzione e accettato, all’interno di civiltà ormai progredite, vuoi per fede e convinzione intima, vuoi per educazione e consuetudine, vuoi, ancora, per convenienza e asservimento allo scopo di trarne vantaggi personali immediati di natura materiale. È la piaga di cui si sono ricoperte le religioni del mondo attuale, dove molti parlano di Dio, un po’ meno professano la fede abbracciata, mentre quasi nessuno ci crede più. Partecipare di una vita esteriormente religiosa può far comodo, può tornare utile in determinate occasioni della quotidianità. Per ottenere qualche favore atteso – non da Dio, per carità, non lo scomoderebbero mai – da qualche persona importante, esponente di partito o di potentato economico o di consesso ecclesiale di alto livello.
  • Tiziano. Sono con te. Le tue idee non fanno che dare una conferma a ciò che stavo come insinuando: dio è un’invenzione, è l’uomo che crea dio. È per giunta questa insinuazione che, infilatasi così prepotentemente nella mia testa, fa sì che io ponga a me stesso il medesimo quesito: se, comunque, Dio ha iniziato a esserci perché l’uomo lo ha creato, allora, chi è Dio? Domanda viziosa, inutile dirlo. Ma il fatto è che io stesso sento questo bisogno di Dio, che è un bisogno immenso, a volte carezzevole, a volte feroce. Lasciamo da parte le varie metafore, epicreazioni di epiraffigurazioni dell’essere divino, lasciamo anche andare che lo stesso Dio possa essere considerato la metafora delle metafore. Ma, ditemi, nell’insieme di questo bisogno di Dio che sento serpeggiare dentro l’anima, ci sarà un piccolo spazio dove poter coltivare la speranza che questo Dio pensato, temuto, implorato esista veramente, in qualche forma o in qualche idea?
  • Almach. Ricordate come si esprimeva Einstein nei riguardi di Dio e delle sue nascoste intenzioni? È trascorso molto tempo, si era nel 1930, ma quelle parole non si possono scordare e voglio riportarle qui, nel mezzo del nostro discorso; più o meno suonavano a questo modo: “Sottile è il Signore, ma non malevolo… Il ‘Vecchio’ – così amava chiamarlo – non gioca a dadi con il mondo… Credo che tutto ubbidisca a una legge”.
  • Sirrah. Quindi è necessario avere fede.
  • Ottero. Uh, che cos’hai detto! A questo punto, allora, mi pare doveroso fare qualche buona distinzione, altrimenti rischiamo di imbatterci nel paradossale oppure nel banale. Fede vuol dire credere; credere significa conoscere la realtà ultima, cioè avvicinarsi alla Trascendenza e qui non si può fare a meno di richiamare il concetto di tempo. Karl Jaspers[4] la dice chiara sulla responsabilità del tempo per quel che riguarda i nostri tentativi di avvicinarci alla realtà. È proprio la presenza del tempo a costituire quella cortina fumogena che accompagna tutta la nostra esistenza e ci impedisce di giungere alla verità per possederla. Essa, la verità, risiede nella Trascendenza che comprende il tutto e si trova fuori del tempo.

[1] Alan W. Watts, The book on the taboo against knowing who you are,op. cit.

[2] James George Frazer, The gold bough (Il ramo d’oro), 1922.

[3] Era la manifestazione delle feste di iniziazione ai misteri di Demetra. Si celebravano ad Eleusi, in Attica attraverso processioni, sacrifici espiatori e riti collettivi di purificazione. L’indirizzo fideistico insisteva sull’esistenza di un mondo ultraumano ed eterno.

[4] Karl Jaspers, La fede filosofica, Milano, Raffaello Cortina Ed., 2005, Originale 1948, Traduzione italiana di Umberto Galimberti.


Immagine di Copertina tratta da Prosty Polski.

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