Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 3 di 12

  • Mirach. È come dire che la prigione che ci tiene nascosta la verità ultima è quella che ci consente di guardare fuori dalla grotta …
  • Ottero. È Platone che richiami, ora?
  • Mirach. Noi vediamo le ombre, e la fessura della grotta che ci permette, unica via di comunicazione probabile, di puntare l’occhio all’esterno, verso l’essenza delle cose, è quella del nostro particolare personale punto di vista.
  • Ottero. Senza scordare che questa specie di cunicolo attraversa un’atmosfera a densità variabile.
  • Tosco. Sarebbe?
  • Ottero. Il dominio dei nostri organi di senso i quali, proprio perché sono legati, funzionalmente, a particolari caratteristiche appartenenti a ciascun singolo individuo, fungono da filtro, da rifrattori, da distorsori delle immagini originarie.
  • Almach. Quel che sappiamo dunque, quel che crediamo, si riduce infine a ciò che crediamo di sapere, che crediamo di credere.
  • Tosco. La grotta, ancora la grotta, tutta una vita lì dentro, senza speranza e con crescenti inutili illusioni. Bell’affare, proprio!
  • Ottero. Evochiamo ancora Russel: credo proprio che il filosofo abbia fatto centro sul problema quando è riuscito a mettere in risalto l’indispensabilità della contemplazione filosofica. Nella contemplazione filosofica trovano realizzazione piena sia la libertà sia l’imparzialità del pensiero. Questo atteggiamento, naturalmente, porta a considerare la realtà come un tutto ed è di stimolo ad abbandonare l’idea di parcellizzare azioni, desideri, affetti, finalità come componenti staccate e a sé stanti di una totalità inconcepibile. Qui Bertrand Russel rende molto bene l’idea di ciò che prende forma nella contemplazione. Questo requisito della mente, che egli definisce con il termine di imparzialità, è qualcosa, si potrebbe pensare, che unisce, che unifica, nel momento stesso in cui si manifesta come desiderio puro di verità nella contemplazione, come giustizia nelle azioni e nei comportamenti, come amore universale, non particolaristico e non interessato nell’emozione.
  • Mirach. Sono concetti assai affascinanti, ma sarebbe dura metterli in pratica!
  • Tosco. Per me, sarebbe addirittura arduo comprenderne il significato e la reale portata all’interno della sfera degli interrogativi che l’uomo da sempre si pone.
  • Ottero. Raggiungere la capacità di contemplazione, credo, sarebbe un meraviglioso obiettivo, per quanto lontano e preceduto da una strada irta di difficoltà. Raggiungere la contemplazione, tuttavia, significa anche abbattere i confini che tengono prigioniero il nostro pensiero e tutto ciò che ha attinenza con le nostre azioni e con i nostri affetti. Nella contemplazione filosofica, come ci suggerisce Russel, ancora, diventiamo cittadini dell’universo, in quanto le mura di cinta delle singole città cadono. In questo modo conquistiamo quella libertà che andiamo affannosamente cercando, svincolandoci finalmente dal peso opprimente dei timori e delle speranze ai quali siamo soliti attaccarci con tenacia.
  • Tosco. Mi domando: quando inizia questo cammino, quando ha termine?
  • Ottero. Splendido! Tu che cosa ne dici, più precisamente, che cosa significa che ha un inizio!?
  • Tosco. Be’, il momento dell’inizio è una cosa del tutto personale, secondo me. Quando uno inizia a sentire consapevolezza, ecco.
  • Ottero. Ti riferisci a quando eravamo bambini, non è così?… Ma quando puoi dire che un bambino è consapevole?
  • Tosco. Non saprei dire, se egli stesso se ne accorge, intendo!
  • Sirrah. Quando se ne accorgono gli adulti che gli stanno intorno …
  • Almach. Può essere, nel momento in cui inizia a fare domande.
  • Ottero. D’accordo, e quando smetterà di fare domande?
  • Mirach. Mai, naturalmente, sempre che il suo intelletto sia sano.
  • Ottero. Ma perché credi tu che ognuno di noi si tormenti a porre sempre nuove domande, e domande su domande?
  • Mirach. Perché nessuno ci dà una risposta esauriente.
  • Ottero. È questo il punto, così quando ci poniamo domande su noi stessi, così quando le riferiamo alla realtà, così quando ci avventuriamo spinti dal desiderio di conoscere Dio.
  • Tosco. Allora, dunque, se spendiamo una vita intera a chiederci “perché?” e, alla fine, ci rendiamo conto che quei perché sono rimasti tutti sospesi per aria e neppure uno ci si è svelato, allora che ne ricaviamo dall’essere esistiti su questo mondo?
  • Mirach. Verrebbe quasi da pensare che sia l’inizio sia la fine di questo cammino non abbiano dunque grande rilievo.
  • Tiziano. Se non ne hanno, ne avrà ciò che fra essi è compreso, cioè il percorso.
  • Ottero. Questo mi piace di più: il percorso. In verità l’inizio e la fine possono essere intesi come due punti di delimitazione, per ciò stesso statici e senza dimensioni o addirittura del tutto inconcepibili. Il percorso, d’altra parte, è dinamico, è qualcosa simile a un contenitore senza pareti delimitanti che ci può offrire una quantità impensabile di possibilità. Anche se per tale via non troveremo risposte definitive a ciò che vogliamo sapere, accade tuttavia che, in questo percorso, vada rivestendosi di immenso valore il fatto di incontrare molteplici opportunità per formulare domande del tutto nuove, ed è proprio questo potenziale creativo, generativo a fungere da propulsore per favorire l’espansione di ciò che noi, sino a un certo punto, abbiamo ritenuto essere possibile. Ci sarà di giovamento lasciarci dietro molto di quella sicurezza dogmatica che, con le sue carezze, ci illudeva facendo baluginare dinanzi ai nostri occhi stralunati la certezza che tutto fosse tranquillo e tutto stesse procedendo nel migliore dei modi. Non pensiamo che sia una perdita; anzi, potremmo considerarla una conquista. Proprio perché, per altro verso, chiedendo, speculando, contemplando, sentendoci insoddisfatti e dubbiosi riusciamo a imprimere un forte impulso alla nostra immaginazione intellettuale. Ma, soprattutto, perché imbocchiamo la via più adeguata a scoprire la grandezza dell’universo e, in tale direzione, è la nostra stessa mente a crescere sino ad avvicinarsi a quell’unione con l’universo dove cessa anche il bisogno di interrogarsi perché la vita può essere riconoscibile o, almeno, rivestirsi di sembianze più riconoscibili.
  • Almach. Immagino che, a quel punto, mente e universo finiscano per coincidere.
  • Mirach. La riunificazione del tutto… Il “tutto insieme” di Anassagora!
  • Tosco. La vita può essere riconoscibile: mi suona bene quest’espressione. Ora però non lo è affatto. Fosse anche soltanto a vedere dal dolore che vi è diffuso. Che la nostra mente abbia il compito di crescere mi sta anche bene, anzi molto bene, ma che lo debba fare a costo di atroci sofferenze, questo lo capisco meno. A che serve il dolore in questo imperscrutabile Universo?
  • Mirach. Formidabile digressione… forse è un male necessario.
  • Sirrah. Se c’è, è perché deve esserci; nulla c’è che non sia in qualche modo necessario. Altrimenti non ci sarebbe.
  • Ottero. È il modo in cui lo dipingeva Socrate, nel tempo in cui era in attesa della coppa di cicuta: l’uomo non lo vuole, cerca di sfuggirlo, anela piuttosto ad avere il piacere per sé. Ma dolore e piacere sono due creature unite con una sola testa tanto che, se si fa qualcosa per prendere l’una, inevitabilmente si trascina a sé anche l’altra.
  • Tosco. Non mi consola molto la giustificazione socratica. Io vado per logica e non creo miti e mostri con due o quattro teste. Penso, invece, all’assurdità della coesistenza del dolore e del male con Dio. Dio è perfezione, eppure consente che deflagrino le guerre, che dilaghino le miserie, la sofferenza, il dolore. È una vera contraddizione, anche alla luce di come ci viene da pensare a Dio in se stesso: un’essenza formata da tutto ciò che è Bene, da tutto ciò che è Vero, da tutto ciò che è Bello; quindi una simultanea negazione e assenza dei loro contrari, della disarmonia, del dolore, dell’inganno. Ma a questo punto mi viene in mente qualcos’altro, e mi torna a solleticare la disputa mai conclusa sulla dualità. Il Bene, il Vero, il Bello: categorie dell’essenza umana dalle quali tutti, più o meno, siamo attratti. Mi voglio intrattenere un momento sul Bello, per la sua concretezza e per la sua immediatezza nell’essere percepito dai nostri sensi. Una bella musica, una composizione figurativa avvincente, il fascino dei tratti sul viso di una giovane ragazza, il volteggiare armonioso del corpo in una danza leggera, tutto questo ci ammalia, ci appaga, ci fa dire “è bello” e crea in noi uno stato d’animo positivo. Persino la natura cerca di selezionare e premiare il bello in tutte le sue forme. Pensiamo soltanto alla bellezza della figura umana nel tempo storico, per quanto ne sappiamo dai ritratti pervenutici e limitandoci alle espressioni presenti nella nostra cultura occidentale. Le proporzioni hanno acquisito una finezza ammirevole; da ciò che ci comunicano gli occhi possiamo renderci conto della trasformazione che ha interessato certi occhi scoccolati e tristi, forse anche un po’ inespressivi, spesso pensosi o sofferenti, sino al farsi simili a occhi angelici o di sirena, sempre più penetranti di bellezza. Ora… attenti alla botta! Voglio immaginarmi di cambiare l’ordine del mondo, così, di punto in bianco. Ciò che ho descritto come bello, che tutti consideriamo bello, perde all’improvviso ogni connotato di fascino, non ci attira più o ci lascia completamente indifferenti. D’un tratto siamo affascinati dalle disarmonie, dalle sproporzioni, dalle dissimetrie più assurde, da ciò che prima ci appariva brutto, in una parola. Il mostro di Notre-Dame ottiene ammirazione, amore; Belzebù in persona è il ritratto dell’attrazione. Se così fosse e si avverasse come ho immaginato, si tratterebbe allora di mandare all’aria tutti i nostri attuali parametri di valutazione, così nei rapporti con gli altri, così nell’atteggiamento verso la conoscenza e la contemplazione artistica. Comprendo, ci sarebbero le conseguenze. Sul piano fisico, per esempio, l’ordine cosmologico che è oggi per noi qualcosa di eccelso e di ammirevole, lascerebbe il posto al disordine, al caos; le leggi gravitazionali si dovrebbero trasformare in bizzarrie planetarie, l’evoluzione in sprazzi incontrollati di casualità, i codici comportamentali e le ragioni etiche in sfrenato libero arbitrio: la fine di tutto decretata in un solo attimo. Ma non è così, e per fortuna. Forse qualcosa del genere può essere accaduta in ere che travalicano l’esistenza dell’Universo conosciuto, in dimensioni cosmiche a noi ignote, ma lasciamo andare, non è di questo che mi voglio curare al momento. Vengo al dunque. Esiste il Bello, noi aneliamo al bello, se così non fosse diremmo di essere usciti fuor di senno. Ma non l’abbiamo stabilito noi. Cioè, non siamo noi a dire che bello, armonia, proporzione, ordine, codificazione, prevedibilità siano sinonimi di felicità, di sensazione piacevole. Siamo stati creati per godere di ciò che è bello e la ricerca del bello, come quella del vero e del bene, è una condizione imprescindibile per la nostra sopravvivenza. È così che siamo stati programmati. E quell’Entità che ha voluto questo stato di cose così si è comportata facendosi beffa di come noi la pensassimo o di come noi avremmo potuto immaginarci la realtà nella quale siamo immersi. Non che abbia la pretesa di capirci qualcosa, anzi sto battendo furiosamente la testa tra la rappresentazione di un Creatore che sta lassù e ha disposto le cose come credeva bene di fare, per motivi tutti suoi, e la concezione di un Universo pensante, da sempre presente, non creato, senza fine né principio, intriso di mistero. Ma sia nell’una sia nell’altra ipotesi vado ancora a chiedermi se il nostro mondo, questo piccolo pianeta vagante nel vuoto, sia il detentore di caratteristiche generalizzabili o sia piuttosto un’espressione pianificata e originalissima di qualcosa che qui e ora si è materializzata nel modo che noi conosciamo. Vorrei che Dio mi dicesse qualcosa, anche per un suo atto di supremazia assoluta, di prepotenza, mi facesse sentire piccolo piccolo e mi dicesse: “È così, perché l’ho voluto io”. Lasciandomi in un’attesa insaziabile riesce soltanto a comunicarmi che mi ha messo in un posto che non comprenderò mai, estraneo in terra straniera.
  • Mirach. Invece il mondo in cui viviamo si fa leggere come un amalgama assai torbido di tutti questi requisiti divini e antidivini, in lotta e in perenne contraddizione fra di loro. È un’aura manicheistica quella che circonda la nostra speculazione a questo riguardo e, subito, dobbiamo chiederci il perché, e dove sta Dio, dalla parte di chi, e per quale impossibile motivo permette e vuole che esistano queste contraddizioni e che noi spingiamo i nostri passi al loro interno facendocene schiacciare.
  • Almach. Perché il male nel mondo? A ben vedere questo sembra il pianeta del dolore, delle malattie, delle catastrofi, delle guerre, delle sofferenze, delle ingiustizie, dei soprusi, del pianto. Il pianeta destinato ad albergare le espressioni più negative dell’esperienza cosciente. I rarissimi punti luminosi che brillano in questo putridume sono i fautori del bene, coloro che lo professano con la propria testimonianza di vita. Ne vale proprio la pena?
  • Ottero. Credo di sì, sebbene paia più lecito pensare che piccoli sprazzi di bene possano finire per dissolversi nella massa del male imperante, come una zolletta di zucchero gettata nell’oceano. Ma io penso al futuro. La zolletta di zucchero non cambierà un bel nulla, la salinità delle acque resterà assolutamente inalterata, certamente, ma diversamente accadrebbe se mi servo di un altro eufemismo, ed eccolo. Colgo un frutto dal suo albero, lo assaporo, me ne sazio, ne apprezzo la fragranza, ma, giunto al nocciolo non so che farmene. Se si tratta di una pesca il suo seme è ben custodito in una corazza legnosa e, per di più, se lo assaggio lo trovo amaro. Allora butto il nocciolo, ma con esso getto lontano il seme. – Chiara l’allusione? Strappare e cogliere il frutto dall’albero è un gesto simbolico che già nel paradigma biblico assumeva il significato di colpa, di male commesso. La polpa del frutto si consuma procurando un piacere di breve durata, poi non c’è più. Ma il nocciolo scartato contiene in sé il DNA della pianta e la possibilità di dare vita a un’altra pianta, ad altri frutti. È importante questo? Sì, perché è racchiusa più potenzialità in un seme che si scarta e che può dare origine a foreste intere, che non in tonnellate di polpa o di confettura per le quali la prospettiva non è altra che quella del consumo a breve termine.
  • Mirach. Male e bene coesistono nel nostro mondo. Quel Dio che ha deciso queste cose avrà pure un motivo per spiegare il male esistente? A ogni buon conto una parte di male deve essere in lui, altrimenti il male non ne sarebbe mai scaturito.

Immagine di Copertina tratta da Britannica.

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