Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 2 di 12

  • Sirrah. Io vorrei rifarmi al filosofo nolano che di quando in quando vado citando, e mi scuso se ripeterò qualcosa già detta nel nostro soggiorno sulle sabbie del deserto di Atacama. Quel che egli dice è, secondo me, sensato e affascinante. Si tratta di guardare in alto. Contemplando l’Universo nella sua composizione di infiniti mondi Giordano Bruno sente di essere chiamato a scoprire quelle infinite conseguenze che tutte provengono da un’infinita causa, la potenza infinita che muove il tutto. Ed è così, egli pensa, che, cercando la presenza di Dio in questa immensità, non dobbiamo perderci nell’errore di vagare invano con fantasticherie o costruzioni mentali astratte, poiché non è da cercarsi la divinità in un luogo inaccessibile e distante, separato, il Paradiso se volete, “se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesimi siamo dentro a noi”; così il filosofo parla per bocca dell’interlocutore Teofilo nel primo Dialogo de “La Cena delle Ceneri”. Voglio dire di più. Quando Giordano Bruno, nel Dialogo quinto in “De la Causa, Principio et Uno”, si riferisce a quello che indica con la parola “Uno”, pone una netta distinzione fra l’Uno primo e assoluto, l’Essere ineffabile e irraggiungibile, che sovrasta il creato intero, e l’Uno derivato, ovvero la natura che è effetto e vestigio dell’Uno primo. Per Giordano Bruno l’infinità di Dio è altra cosa dall’infinità dell’Universo: in Dio si parla di infinità infinita; nell’Universo di infinità non finita, ma finiente[1]. Come dire che l’infinità dell’Universo si presenta come una infinità discreta, l’equivalente dunque di una moltitudine infinita di mondi finiti.
  • Tosco. E, in conclusione, in questa gran confusione, potremo mai conoscere Dio?
  • Sirrah. Dipende anche da quale punto di vista vuoi partire. Per rimanere ancora con Giordano Bruno, scopriamo la differenza che egli dice esserci tra il teologo e il filosofo: il primo pone Dio fuori del creato e là lo va a cercare; il secondo sa che non può averne conoscenza diretta e completa e si limita a cercarne l’espressione nel mondo. Nel Dialogo secondo in “De la Causa, Principio et Uno” il filosofo nolano fa dire all’interlocutore Dicsono che, quand’anche riuscissimo a portare la nostra conoscenza ai confini dell’Universo, ancora nulla sapremmo del primo Principio, poiché la nostra scienza non andrebbe oltre l’ambito degli accidenti degli accidenti. Dio è il primo Principio e la prima Causa insieme, in modo distinto dal mondo creato. Nelle cose reali, come sostiene l’altro interlocutore, Teofilo, possiamo considerare il punto geometrico, per esempio, come il principio della linea, ma non già come causa della stessa. Ciò che possiamo pensare come efficiente fisico universale risiede nell’intelletto universale, considerato come la prima e principale facoltà dell’anima del mondo, anima che è forma universale del mondo stesso: è una potenza, non identificata con Dio, che “empie il tutto, illumina l’universo e indirizza la natura a produrre le sue specie come si conviene”. Dunque, viviamo in un Universo animato pervaso in ogni sua dimensione da un’anima che imprime movimento e vita.
  • Tosco. Dilemma: un dilemma dilaniante che mi tormenta da sempre. Dio deve essere necessariamente una cosa sola con il Bene, il Vero, il Bello. E, allora, perché ne esistono i contrari?
  • Mirach. A parte ciò che abbiamo acquisito sulla necessità degli opposti per poter operare confronti allo scopo di costruire conoscenza, è un vero dilemma se viene trasposto su questo terreno. In quanti si sono arrovellati per trovarvi una soluzione!
  • Tiziano. Forse è solo una questione di punti di vista. La teoria della relatività potrebbe soccorrerci, al riguardo.
  • Ottero. Forse. C’è, infatti, chi afferma che, se noi potessimo trovarci in un punto tale che ci consenta di abbracciare il tutto, cioè di vedere l’universo intero con tutto ciò che contiene, la nostra osservazione sarebbe di tutt’altro genere rispetto a quella cui siamo avvezzi.
  • Sirrah. Dovremmo essere Dio!
  • Ottero. Qualcosa di simile.
  • Tosco. E, cosa accadrebbe?
  • Ottero. Accadrebbe, posso ipotizzare, che ogni cosa, ossia lo spazio e il tempo, la materia nelle sue dimensioni, il bene e il male e tutto quel che esiste in questo turbinio di lotta, di trasformazione apparentemente senza fine e senza finalità scomparirebbero alla nostra vista.
  • Tosco. Vuoi dire che Dio non può vedere il male?
  • Ottero. Non voglio dire niente, proprio niente. Mi sembra soltanto, e questa è un’opinione, una congettura che ha affascinato molti, mi sembra che davanti ai nostri occhi potrebbe profilarsi null’altro che una sola unità.
  • Tosco. Fammi capire …
  • Ottero. Non lo capisco neppure io, sto congetturando, l’ho detto. Una unità eterna, perfetta, eterna e immutabile. Prendila così …
  • Mirach. Ma esiste uno schema mentale, che ci appartenga ben inteso, capace di dare collocazione a un tipo simile di osservazione?
  • Tiziano. L’unico concepibile, che io sappia, è quello che si fonda sulla nozione di asintote.
  • Tosco. Ah, l’asintote, quella roba che ti fa ragionare e non ti porta in nessun posto! Avrei giurato di averla dimenticata sullo Spitzbergen.
  • Tiziano. Anche questo è vero, ma ti rende per lo meno consapevole della nostra incapacità di comprendere certe cose.
  • Tosco. Un esempio, facciamo un esempio che sia concreto, ovvia!
  • Tiziano. Ma sì, può servire ad addolcire alquanto i teoremi astrusamente geometrici sulla tua teoria del “primo punto”, piovuti dall’alto dello Spitzbergen. Una foglia si stacca dall’albero e cade a terra, percorrendo uno spazio x. Giunta a metà percorso le rimane da fare l’altra metà, diciamo x/2. Arrivata al termine di x/2 le resta da compiere un ulteriore tratto che si può dividere ancora a metà, x/4 e così di seguito. Ogni volta che viene dimezzato lo spazio successivo da coprire, questo stesso spazio può essere diviso in due metà e la seconda di queste metà in altre due metà, e così via, x/16, x/32, x/64… Dimmi, quando terminerà questo conteggio della metà successiva da percorrere?
  • Tosco. Mai, sostiene Zenone, e io con lui.
  • Tiziano. Appunto, e allora, quando avrà concluso il viaggio di caduta?
  • Tosco. Mai, sembra di poter sostenere.
  • Sirrah. Eppure, a un certo punto la foglia tocca terra, il viaggio è finito.
  • Tosco. Così dev’essere, per la percezione che noi abbiamo della categoria “spazio”.
  • Tiziano. Si può dunque dire la stessa cosa per il tempo: non si finirà mai di fare la metà della metà della metà e giù di seguito del tempo che la foglia deve successivamente impiegare per raggiungere il terreno.
  • Ottero. Questo pare inconfutabile. Eppure, con un cronometro tu puoi registrare, da quando la foglia si è staccata dal ramo a quando tocca terra, il tempo impiegato. C’è un inizio e c’è un termine al suo processo di caduta.
  • Tiziano. L’asintote… cosa dice?
  • Almach. Che non arriverà mai.
  • Tiziano. Deduzione plausibile: se non arriverà mai, neppure si staccherà mai. È una conferma ulteriore dell’essere noi artefici di costruzioni illusorie.
  • Tosco. Ma che razza di pasticcio …
  • Tiziano. Posso pensare, vedendo una foglia a terra, che il suo viaggio non abbia mai avuto un inizio.
  • Tosco. E come ci sta allora, lì, a terra?
  • Tiziano. Categorie a priori di spazio-tempo: sono condizioni di cui abbiamo assolutamente bisogno per dare una spiegazione logica alle esperienze che noi creiamo e che crediamo di poter osservare, controllare, misurare. Per la ragione che la nostra presunzione ci spinge a immergerci in un elemento non affine alla natura della nostra conoscenza. Per la stessa ragione che un sub, nelle sue avventure sottomarine, deve necessariamente munirsi di respiratore o di scafandro; non soltanto, ma la sua permanenza nell’elemento estraneo è strettamente condizionata dall’autonomia delle riserve di ossigeno e dal peso della pressione esterna. Pena la perdita della vita.
  • Almach. Fuori dalla nostra possibilità di osservazione, di conoscenza, quindi, deve esistere una realtà che ci sfugge, quella dell’immobilità, del vuoto, della perfezione.
  • Tosco. Sarà… sarà …
  • Ottero. Questi sono gli inghippi nei quali il pensiero incappa quando osa avventurarsi nei meandri della filosofia.
  • Tiziano. Sta proprio qui il vero valore della filosofia: nella sua immensa incertezza.
  • Tosco. A che serve, dunque? A far sì che ci tormentiamo una volta di più?
  • Tiziano. Serve, eccome! Se è incapace di darci certezze, perlomeno ci consente di porci di fronte ai nostri dubbi mettendo a nostra disposizione una molteplicità di possibilità sempre nuove.
  • Tosco. Sì, ma che razza di possibilità sono, se non ci guidano a capire chi siamo, che cosa è questo universo, chi è Dio?
  • Tiziano. Accontentiamoci, al momento. Lo affermava anche Bertrand Russel, servono a far crescere la nostra capacità di pensare e a liberare il nostro pensiero dalla tirannide dell’abitudine, a essere creativi in una parola. Noi, diventando creativi, potremo al tempo stesso diventare anche sempre più consapevoli del fatto che non raggiungeremo la certezza intorno a ciò che la realtà è, ma sicuramente arriveremo a conoscere molto di più nei confronti di ciò che la realtà può essere. Il dubbio non deve incutere paura. Il dubbio corrisponde a un atteggiamento mentale dotato della capacità di liberare il pensiero, esso si offre come alimento al senso di meraviglia che ci invade quando riusciamo a scoprire aspetti nuovi e inattesi nelle cose che si erano in un primo tempo date per scontate. Una di queste possibilità di cui andiamo parlando possiamo intravederla nella liberazione delle nostre aspirazioni limitate e nella scoperta della smisurata grandezza dei contenuti mentali contemplati dalla filosofia.
  • Almach. Ancora, il fascino dell’infinito, del vuoto, dell’essere soli, è così?
  • Tiziano. Così pare di poter immaginare. E ci vuole coraggio, un grande coraggio.
  • Tosco. In che senso, coraggio?
  • Tiziano. Visto che abbiamo scomodato Bertrand Russel, proprio lui pone la metafora dei difensori di una fortezza: sono presi d’assedio e non possono fare sortite. Resistono ma sanno benissimo che alla fine dovranno arrendersi.
  • Tosco. Perché non possono fare sortite? Per quel che ci riguarda, tutti sappiamo che almeno qualche probabilità di avere compagni siderali che abitano da qualche parte nell’universo non è più un mito. Negli ultimi dieci anni abbiamo scoperto l’esistenza di circa 160 o 200 pianeti, tutti enormi rispetto al nostro per la verità, più simili a Giove, che per tipi come noi sarebbero inospitali. Ma già all’inizio del 2006 è stato individuato un pianeta non molto dissimile dalla Terra: ha una massa pari a cinque volte e mezzo quella del nostro pianeta e si trova a circa ventimila anni luce da noi. Anche lì, tuttavia, le possibilità di vita per noi sarebbero del tutto escluse, dal momento che il pianeta ruota attorno al suo sole a una distanza eccessiva, tanto da impiegare ben dieci anni a compiere una rivoluzione attorno alla sua stella la quale, fra l’altro, è molto più piccola del nostro Sole, con la conseguenza che la sua temperatura si mantiene sui 220 gradi sotto lo zero[2]. Ma prima o poi usciremo dal nostro isolamento.
  • Tiziano. Tornando ai difensori della fortezza, tuttavia, in loro c’è qualcosa che impedisce di prendere una decisione, c’è conflitto fra desiderio e volontà. Desiderio di uscire, di conquistare la libertà e volontà di resistere all’interno per non rischiare la disfatta sicura.
  • Almach. C’è paura in loro, allora. Ma il senso della metafora, infine, qual è?
  • Tiziano. È la rassegnazione. Sarà un bene? Che ne dici?
  • Mirach. Il peggiore dei mali! Rassegnarsi è essere già morti. Meglio provare, meglio cercare di sfondare con una sortita piena di determinazione la resistenza degli assedianti.
  • Tosco. E, dunque, la metafora?
  • Ottero. Capisco… la prima vittoria, e la più importante, è quella sul conflitto interno, tra il desiderio e la volontà.
  • Tiziano. Così sia. E così è per la nostra esistenza. Uscire dall’assedio è affrontare il rischio, il dubbio, l’ignoto, che significa anche tentare l’unica via per la libertà. Per quanto riguarda le nostre menti la sortita equivale al buttarsi nella speculazione filosofica.
  • Sirrah. Una volta liberi, poi, si è pronti per mille cose da farsi, da rinnovare, da costruire.
  • Almach. Un intelletto libero può finalmente avvicinarsi a Dio.
  • Sirrah. Uscire dalla propria prigione per poter vedere Dio?
  • Tiziano. Qualcosa del genere. Una libertà dall’ora e qui, dai timori, dalle speranze, dai pregiudizi consolidati, dalle credenze con tanto di garanzia. Una libertà capace di desiderare di conoscere, con una calma spassionata, in atteggiamento contemplativo e impersonale.
  • Tosco. Mi vien difficile immaginare un modo impersonale di fare conoscenza.
  • Almach. Eh, già, è perché una conoscenza così concepita è una conoscenza contemplativa, puramente contemplativa.
  • Tosco. Gli è come dire che dobbiamo in certo qual modo diffidare dei nostri sensi e della conoscenza che da essi ci proviene.
  • Almach. Gli è, gli è… un intelletto veramente libero, per la verità, non si ferma ai sensi. Va oltre. Punta a un tipo di conoscenza universale, dunque astratta.
  • Ottero. Che non ha nulla a che vedere con i particolari che a ciascuno di noi capita di incontrare nel corso della propria vita!

 


[1] Giordano Bruno, “De l’Infinito, Universo e Mondi”, Dialogo primo, intervento dell’interlocutore Filoteo.

[2] Da Leonardo, TG delle scienze e della tecnologia, RAI3, 26 gennaio 2006.


Immagine di Copertina tratta da The Collector.

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