Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 15 di 15

  • Mirach. Mi riconduci alla dissertazione sui CD-rom di cui hai già fatto menzione, Tiziano. Non accade anche là qualcosa di simile? Un DVD vuoto è un pezzo di materia e basta. Se ci scrivi una sequenza filmata, il DVD, da quel momento in poi, consente di conoscere scene e fatti. Quella stessa scena, inoltre, la puoi scrivere su un miliardo di DVD e rimane, alla fonte, sempre la stessa. Così, questo è il mio ragionamento, la volontà di cui tratta Schopenhauer potrebbe essere replicata, una sorta di copia-incolla, ecco!
  • Tiziano. Forse sta in questo la ragione, che la volontà stessa è a sua volta spinta da qualcosa che la induce a perfezionarsi ponendosi in lotta con le forze avverse, ma, come il serpente divora il proprio simile, essa si scaglia in un dissidio feroce contro se stessa: nell’apparenza di volontà di vivere essa divora se stessa senza sosta. È qui che Schopenhauer non esita a dipingere la volontà nella luce di cieco impulso, di oscura e sorda agitazione, di inconscia aspirazione, ciò che spiegherebbe la presenza delle lotte, delle guerre, degli intrighi nel mondo.
  • Ottero. Attento a dire “ragione”: da quel che ho inteso, la volontà di Schopenhauer sta al di fuori del principio di ragione.
  • Mirach. Volontà fuori del principio di ragione, volontà affannata che divora se stessa, volontà che spiega l’esistenza dell’avanzata sterminatrice di corpi contro corpi. Ma, dunque, che cosa vuole questa enigmatica volontà?
  • Tosco. Nessuno te lo dirà, perché, appena appena si rendono conto che una cosa non si può spiegare e neppure comprendere, te la buttano in un contenitore simile all’isola che non c’è: fuori dello spazio, fuori del tempo, fuori del principio di ragione, fuori di tutto, insomma, di tutto quello che sarebbe a tua portata di mano, e tu te ne resti lì con un palmo di naso, senza neppure avere l’energia di chiederti che cosa stia accadendo.
  • Sirrah. Ben strana cosa, questa volontà. Soprattutto, a quanto dice Schopenhauer, se è vero che essa sa sempre ciò che vuole in un momento determinato e in un luogo determinato, senza tuttavia sapere ciò che vuole in genere; una volontà che, nel suo insieme, non è indirizzata ad alcun punto di approdo, non possiede un fine. E pensare che volevo accostarla all’idea di Entità suprema.
  • Ottero. Quanto è comunque limitata la nostra conoscenza! Limitata perché la nostra ricerca non è capace di liberarsi dal principio di ragione e dalle reciproche relazioni tra le cose che tale principio impone.
  • Almach. Un limite invalicabile?
  • Tiziano. No, a quanto sostiene Schopenhauer. Noi, piuttosto, dovremmo impedire ai concetti della ragione di catturare la coscienza, dovremmo imparare a lasciarci sprofondare nell’intuizione e permettere alla nostra coscienza di immergersi in una tranquilla contemplazione delle forme naturali che si presentano ai nostri sensi, sino a perderci, a dimenticarci di noi stessi per trasformarci in soggetto puro della conoscenza, fuori della volontà, del tempo, del dolore.
  • Tosco. Ed eccolo qua, puntuale, pari pari. Ricordate Krishanumurti? Stai a vedere che Schopenhauer s’è messo d’accordo non solo con Barbour, ma anche con Krishnamurti!
  • Tiziano. Ma è mai possibile, Tosco, potresti anche vergognarti! Mettiti in un angolo e taci, non farti più sentire! … Dicevo… su questa via ogni relazione fra gli oggetti si discioglie, ma anche ogni relazione con la volontà. E in questo modo finiamo per conoscere non più il singolo individuo o fenomeno così come esso ci appariva, ma l’idea di tale individuo o fenomeno, che è la forma eterna. Io stesso, se mi togli ogni oggetto di conoscenza, ogni rappresentazione, non sono più un soggetto conoscente, ma volontà cieca. Per altro verso puoi capovolgere la situazione: se togli di mezzo me in quanto soggetto del conoscere, la cosa da conoscere non può più essere oggetto, ma pura volontà, impulso cieco. La separazione che noi andiamo a creare fra ciò che è conosciuto e chi è soggetto conoscente è una caratteristica peculiare del mondo come rappresentazione.
  • Tosco. Ma questa benedetta volontà, di cui Schopenhauer continua a far citazioni come se fosse qualcosa di già conosciuto, alla fine, che cos’è? Siamo, ancora una volta, partiti da un “motore primo” per spiegare deduttivamente tutte le cose? Di che natura è questa volontà? Perché è? Potrebbe non essere? E quali sono, soprattutto, i suoi scopi? Noi, infine, conosciamo soltanto le oggettivazioni della cosa in sé, ma non la cosa in sé per se stessa ovvero l’unico essere di ogni specie che effettivamente esiste. Mi domando: Perché tante specie? Perché quelle e non altre? Già, la cosa in sé trascende il mondo oggettuale; mi spiegate perché mai? Abbandonare il mondo delle relazioni, scordare la nostra individualità per approdare alla conoscenza più genuina… mi sta bene, anzi, non mi sta bene affatto: che ne facciamo della scienza quando, per Schopenhauer, essa non ci porterà mai alla meta, così come accade per la linea dell’orizzonte? Per me la cosa sta in un altro modo: intanto non credo molto in una meta. Credo che piuttosto la corsa della scienza non sia lineare, ma segua un percorso a forma di spirale che ci riporta sempre, è vero, al punto di partenza, ma da una prospettiva diversa e con una visuale diversa, più allargata, più aperta a nuove conquiste e possibilità di conoscenza. La cosiddetta “idea”, quella strana cosa in sé, invece, è qualcosa di immobile, e proprio per questo non mi attrae molto.
  • Tiziano. Carissimo il nostro Tosco, portando sulla scena la scienza m’hai fatto tornare alla mente una poesia. L’avevo trovata tempo fa da qualche parte; non chiedetemi dell’autore, non lo ricordo, ma è assai carina, ascoltate.

La scienza è figlia dell’uomo
ed evolve, asintoticamente proiettata verso una verità
costantemente rimessa in discussione.
Ci piace essere,
probabilmente per una malformazione genetica,
tra i matti,
incapaci di approfittare della comodità della rivelazione
che rende superfluo,
e meramente descrittivo,
il lavoro di ricerca …
Qualsiasi fede strangola il dubbio
alza roghi
e fa salire sui pulpiti parolai distratti,
che danno l’impressione
di aver ingoiato il cervello.
A noi risulta che il buon Dio
ha messo altrettanta cura
nell’avviare la storia delle formichine
di quanta ne abbia spesa
per avviare la storia dell’uomo.
Anzi,
da alcuni grossolani indizi,
sembra che abbia trattato meglio
le formichine.

  • Mirach. Bella, e arguta! Ma poi continua, Tiziano, ho tutta l’impressione che tu avessi qualcosa da dire.
  • Tiziano. In effetti, sì. Molte cose si possono, se non proprio spiegare, per lo meno giustificare se vogliamo attenerci alla gerarchia proposta da Schopenhauer: al grado più basso starebbe l’impulso, un moto ad agire più propriamente consono al mondo animalesco; a un grado intermedio, la causa, la quale è preposta a muovere i fenomeni; al grado più alto si porrebbe il motivo. E non è questo, il motivo, quello che cerchiamo così affannosamente? E che, nonostante tutti gli sforzi, non riusciamo a trovare? Ma, sempre con Schopenhauer, mi viene da pensare che la vera considerazione filosofica del mondo, quella cioè che ci guida, oltre l’esperienza fenomenica, verso l’essenza intima del creato è quella che abbandona ogni domanda indirizzata al “dove-quando-perché”, ma si limita a chiedersi il “che cosa” della realtà.
  • Ottero. La volontà considerata in se stessa è priva di consapevolezza; a questa si avvicina per gradi, obiettivandosi nel mondo delle rappresentazioni. Essa è volontà di vivere e la natura nel suo insieme è adempimento della volontà di vivere, sicché non è l’individuo ad avere valore per la natura, ma bensì la specie.
  • Tosco. Ma che freddezza, che gelo! Una volontà che non è consapevole e una natura che se ne fotte dell’individuo. Ragazzi, scherziamo? Quando tutti sappiamo che è proprio l’individuo a pensare e a soffrire; come può egli non aver peso nella grande girandola della vita!?
  • Tiziano. Di più. Ciò che dà forma alla vita o alla realtà non è altro che presente… sono sempre con Schopenhauer. Nulla nel passato, dunque, nulla nel futuro… Spero non me ne vorrai, vero, Ottero, perché qui vado discordando con ciò che tu affermavi invece mentre te ne stavi beatamente sdraiato sull’erba rigogliosa di Yellowstone. Là tu sostenevi la negazione di un momento fermo nel presente. Qui io parlo del contrario e così finisco per stravolgere qualcuna delle tue convinzioni. Quel che voglio dire è che il passato, nell’ottica speculativa che mi accompagna, non è che un sogno partorito dalla fantasia, completamente vuoto. Resta soltanto il presente costituito dal punto di incontro fra l’oggetto immerso nel tempo e il soggetto. Esso è quindi eterno, inscindibilmente legato alla volontà di vivere. Passato e futuro sono ombre riempite di concetti e fantasmi.
  • Ottero. Nessun problema, Tiziano; incontro, confronto, scontro di idee, abbattimento e falsificazione di ipotesi, formulazione di nuove congetture, creazione di pensiero innovativo: è ciò che dà impulso alla scienza, che dà ragione della voglia insaziabile di conoscere.           

Immagine di Copertina tratta da Il Circolo dei Lettori.

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