Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 14 di 15

  • Almach. Non sei molto lontano dal modo di pensare di Leopardi, il mio Poeta. Lui è molto drastico al riguardo: il principio di tutto l’esistente, va professando, e di Dio stesso, è il nulla, nel senso che delle due cose l’una: o non esiste oppure, se esiste, non ci è data facoltà di conoscerlo. Ma poi il Vate di Recanati si sofferma sulla eventualità dell’esistenza di Dio e va a considerare la divinità come racchiudente in sé tutte le possibilità ed esistente in tutti i modi possibili, affermando così che l’infinita perfezione di Dio, anziché assoluta, si pone come relativa.[1]
  • Sirrah. La mia immaginazione in questo momento si sta portando su una scena non insolita nel mondo che conosciamo: quella della morte alla nascita. Ho inteso abbastanza bene, credo, quel che s’è detto attorno al “saremmo esistiti necessariamente”, ma è da questa affermazione che prende corpo qualche mia perplessità. Se un bambino muore, ad esempio, per complicazioni perinatali o, a seguito di un episodio teratogeno, cresce privo di ogni segno distintivo di umanizzazione, posso considerare anche lui come CHI? Con quel bambino, con la sua vita in evoluzione, con le sue esperienze future, programmate o non programmate e non realizzate, sarebbe dovuta sbocciare e crescere una forma individuale di consapevolezza e, da questa, sarebbe sorta e sarebbe andata assumendo fisionomia una filosofia di vita con tutto il suo arsenale di dubbi, di verità e quasi verità, di incertezze, di domande, di questioni irrisolte, di mezze risposte, di insoddisfazioni concettuali. Ma quella stessa consapevolezza che il bambino avrebbe dovuto sviluppare, con la nascita/morte/negazione dell’individuo quale sorte segue? Quella dell’organismo biologico? Scintilla che appare e immediatamente si spegne senza lasciare un segno di sé? Oppure permane in potenza? Oppure si trasferisce? Ritorna il senso del nulla, che è un non-senso. Siamo noi capaci di prefigurarci il nulla, il mai essere stati, il non-essere di ogni cosa? Siamo programmati per conoscere attraverso la formulazione continua di confronti. Diciamo di conoscere il caldo perché sappiamo che cos’è il freddo; diciamo di conoscere la felicità perché c’è la privazione, c’è il desiderio, c’è il tormento; diciamo di conoscere le tenebre perché abbiamo esperienza della luce. E viceversa. Se noi fossimo nati in un punto così lontano, tra due galassie estremamente distanti fra di loro, tanto da non riuscire a distinguerle, neppure con i mezzi più potenti, se ci trovassimo lì, in mezzo al vuoto assoluto e nell’assoluta privazione di elementi, di luce, di calore, impediti dunque nel fare confronti di qualsivoglia sorta, quale sarebbe la consapevolezza coltivata nella nostra mente? Noi siamo, sappiamo di esserci, qui e ora, perché siamo incastonati in un mondo di forme e sensazioni che ci consentono di operare confronti e di acquisire consapevolezza attorno a ciò che ci pare più e a ciò che ci pare meno. Perché quasi quattordici miliardi di anni fa, si presume, ci fu il “big-bang”. A ritroso nel tempo e nello spazio la massa, così estesa e imponente per quanto ne abbiamo conoscenza, si riduce fino a scomparire. La rivoluzionaria formulazione E=mc2, allora, quale significato può avere? Se la massa si riduce a zero, e così la velocità cinetica, allora E=zero. Ma posso congetturare oltre. L’entità E, l’Energia infinita, resiste per il motivo che il “punto zero” non ha lo stesso significato di “non c’è più”, ma può porsi come un punto di transizione dove ogni cosa si trasforma in una anti-cosa, la materia in antimateria, la velocità in antivelocità. Ma forse persino l’Energia in antienergia. Però… potrebbe essere verosimile… siamo abilitati a pensare sia che tutto si trasformi in potenzialità illimitata sia che, oltre e prima della soglia del big-bang si ponga un movimento a ritroso, una spirale involutiva. Un Universo a fisarmonica oppure un Universo che si espande all’infinito; che differenza fa di fronte alla domanda più oscura di tutti i misteri dell’Universo messi insieme: “questo divenire ha uno scopo? e, se c’è uno scopo, perché c’è?”. 
  • Mirach. Possiamo tornare rapidamente alla persona, prima di concludere? Io avrei da dire ancora una cosa a riguardo della grandezza e della primazìa del soggetto umano nella scala del possibile, per il fatto banale e assurdo e inconcepibile fin che volete, che non esiste alcun mondo se non c’è un soggetto che intuisce e crea rappresentazioni mobilitando i poteri dell’intelletto.
  • Tiziano. Certo, e ancora più grande, il soggetto umano, se contrapposto a ogni altra specie vivente, a motivo della compresenza, in lui, di intelletto e ragione, direbbe Schopenhauer. Se, infatti, attraverso l’intelletto l’uomo coglie la realtà – diremo meglio, la rappresentazione della realtà – e in questo detiene qualche aspetto in comune con gli animali, mediante la ragione egli ambisce alla verità. Per altro verso l’uomo può imbattersi nell’illusione qualora l’intelletto lo inganni, ma può anche cadere nell’errore se la ragione cessa di sorreggerlo.
  • Sirrah. Ma, quando ancora non c’era l’uomo sulla Terra, nessun soggetto dunque che creasse oggetti e, se l’uomo, come crediamo, è sopravvenuto molto tardi sulla scena della vita, come potevano esistere prima di lui gli oggetti? Eppure l’uomo è stato generato grazie al succedersi di una serie di cicli evolutivi che presupponevano l’esistenza di una realtà, per quanto caotica e indecifrabile.
  • Tiziano. Basta un occhio, così si esprime Schopenhauer, un primo occhio che si è aperto e ha iniziato a creare rappresentazioni. Non importa a chi sia appartenuto. Si sarebbe potuto trattare anche di un occhio in un essere unicellulare, soggetto, in quanto tale, intermediario della conoscenza. Se tutto il mondo è soltanto rappresentazione, come sostiene ripetutamente Schopenhauer, esso dipende, per la propria esistenza, da quello che possiamo immaginare come essere stato primo soggetto conoscente.
  • Tosco. Sempre la storia dell’uovo e della gallina, mettila come vuoi: il mondo esiste come semplice rappresentazione solo in quanto c’è un soggetto, e ci fu un primo soggetto, capace di creare rappresentazioni; ma, se ci attardiamo un attimo sul soggetto primordiale, prima di lui cosa c’era? Certamente un subbuglio di eventi che in qualche modo erano già là, seppure al di fuori di qualsivoglia rappresentazione, e che a un dato punto avrebbe dato origine a quel primo occhio. … Oppure quel primo occhio c’era già e non aveva proprio niente a che fare con ciò che noi riteniamo vita biologica, e c’era da sempre?
  • Tiziano. Ma qui stiamo trattando dell’aspetto esteriore del mondo, quello che trova posto nel nostro campo visivo. È l’altro aspetto, quello che non cogliamo, ad avere attinenza con quel primo occhio misterioso. Sto parlando della “cosa in sé” o “volontà” come la chiamerebbe Schopenhauer.
  • Mirach. Dunque al primo occhio creatore di rappresentazioni dobbiamo accollare anche attributi di atemporalità, di immobilità, di trascendenza. Vi siete accorti che stiamo ancora rincorrendo l’astratto concetto di causa prima?
  • Almach. E sia, primo occhio, causa prima; detto questo siamo allora finalmente autorizzati a pensare che, con questo primo soggetto conoscente, abbia fatto la propria apparizione il tempo, e con esso lo spazio e la pluralità.
  • Tiziano. Non precisamente, contesterebbe Schopenhauer, perché non è il tempo ad avere avuto un inizio, ma sono tutti i singoli punti di inizio a trovarsi nel tempo.
  • Tosco. Riprendo a prestito il buon Barbour[2] che sostiene qualcosa di simile, spero arriveremo a fermarci sulla sua teoria che, secondo me, sprigiona un fascino irresistibile. Sta a vedere che Schopenhauer s’è messo d’accordo con Barbour, alla faccia della distanza temporale!
  • Sirrah. Schopenhauer risolleva la vecchia questione, neppure lui potrebbe farne a meno: quella dell’insaziabilità del nostro voler capire. Non ci accontentiamo di sapere che stiamo continuamente creando rappresentazioni, che nel mare di queste rappresentazioni vigono leggi ininterpretabili quanto inspiegabili. Noi abbiamo l’ardire di rincorrere il significato delle nostre rappresentazioni, quel significato che si accompagnerebbe a risposte esaurienti ai nostri puntuali “PERCHÉ?”. In fin dei conti come possiamo essere assolutamente certi che il mondo che ci circonda sia soltanto rappresentazione e non riunisca in sé dimensioni di altra natura o di altro livello conoscitivo?
  • Tiziano. Sì, ognuno di noi è soggetto conoscente, in quanto tale generatore di rappresentazioni, ma la stessa parte fisica del nostro io, il cervello, che è il veicolo materiale della conoscenza, si riduce a essere, a sua volta, semplice rappresentazione.
  • Sirrah. Tuttavia, a detta di Schopenhauer, a noi, oltre le facoltà intuitive dell’intelletto, è data la volontà. Lo stesso nostro corpo, e con esso il cervello dunque, non sarebbe altro che la volontà oggettivata in una rappresentazione. La volontà è l’elemento immediato della nostra conoscenza.
  • Tosco. Mi fa piacere, ma, dopo questo, mi dici di preciso che cos’è la volontà? Poi, però, mi spiegherai anche il motivo del suo esistere.
  • Tiziano. Un passo alla volta, prego. Diciamo subito che la volontà, intesa come essenza in sé del nostro proprio corpo, non la si riesce a conoscere di getto, ma la si riconosce nelle sue manifestazioni. Se non abbandoniamo questa direzione di pensiero, forse troveremo anche la via che ci porterà a individuare l’intima essenza che sovrasta e spiega tutta la natura. La volontà, se ci accontentiamo per ora di una definizione molto approssimativa, è il centro dell’Uomo e dell’Universo, è l’insieme di tutte le forze che si manifestano nella natura e nell’uomo stesso. Essa non rientra nei confini del principio di ragione, quand’anche le sue manifestazioni, di cui abbiamo detto, siano sottese al principio di ragione; allo stesso modo non partecipa della pluralità, lasciando questa prerogativa ancora all’insieme delle proprie manifestazioni. Neppure partecipa, viene da pensare, delle forme a priori di spazio, tempo e causalità.
  • Tosco. E noi che cosa siamo in tutto questo guazzabuglio di definizioni?
  • Tiziano. Non puro fenomeno e neppure cosa in sé come essenza, ma qualcosa che può essere paragonata a fenomeno della volontà, succube, in questa particolare posizione, del principio di ragione.
  • Tosco. Siamo allora qualcosa che avrebbe accolto in sé la volontà, dapprima inconoscibile, consentendole di oggettivarsi con il trasmigrare attraverso le forme a priori. Be’, non declamava forse Hegel già le stesse cose?
  • Tiziano. Non lo dire, per carità, se ti sentisse Schopenhauer ti scuoierebbe vivo, lui che coltivava un’acerrima avversione per Hegel e le sue teorie, lui che appioppò proprio a Hegel epiteti devastanti, come quelli di “mediocre, goffo e insulso ciarlatano”, di “guastatore di carta, tempo e cervelli”.
  • Almach. Sicché avremmo questa volontà che discende in ognuno di noi per oggettivarsi. Così facendo, però, non finirà per disperdersi?
  • Tiziano. Atteniamoci a quanto afferma Schopenhauer: la volontà si manifesta, sì, in tutti gli individui, ma tutta intera e con tutto il proprio corredo di energia e in ogni singolo individuo, senza frazionarsi e senza ridursi.

[1] Da Giacomo Leopardi, “Zibaldone di Pensieri”, pagg. 1341, 1620, 1621, 1623.

[2] Julian Barbour, La fine del tempo, Torino, G. Einaudi Ed., 2003.


Immagine di Copertina tratta da FLP.

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