- Tiziano. Ognuno di noi, in quanto individuo, è contemporaneamente “tutto” e tutto l’Universo è “Io”. Siamo pertanto necessari. Comunque vogliamo pensare questa strana situazione, c’è da credere che ognuno di noi sarebbe sicuramente esistito. Non potremmo non essere mai stati. Il feto che muore prima di vedere la luce, la morula che non diventa blastula, non sono un individuo mancato, non corrispondono alla sottrazione statistica di un individuo dall’insieme dell’universalità degli individui. Rispecchiano soltanto un tentativo mancato. L’individuo che si sarebbe formato dall’unione di quei due gameti, andata a cattivo fine, si formerà in altra occasione. Il “tutto” si svolge in un unico attimo senza tempo nel quale le dimensioni convergono e si fondono, nel quale si realizza, senza passato, senza futuro e senza distinzione dualistica o soggettivante, tutto quello che c’è. Ognuno di noi, con la propria vita e le proprie esperienze, è un alito del sospiro di quel “tutto” che è sempre stato, e lo stesso alito che continua a mantenere accesa la vita cosmica per sempre. Forse tutti coloro, così come mi è dato vederli in questa dimensione che stiamo vivendo, che condividono con me le esistenze che ci sono proprie, sono “me” e io sono “tutti loro”. Non esiste alcuno che non sarebbe dovuto esistere. Non esiste l’eventualità che alcuno sia “non” esistito. CHI l’ha voluto vivo in ognuno di noi e ciascuno di noi è tutti e non si distingue da CHI.
- Ottero. Dovevamo per forza nascere: anche per Schopenhauer tutto ciò che accade, accade per necessità, per una concatenazione di cause, di tutto ciò che necessariamente si verifica perché tutto ciò che è reale è al tempo stesso necessario. Realtà e necessità coincidono fra loro e, a loro volta, coincidono con un terzo termine, la possibilità, per il motivo che ciò che non si è realizzato non si è realizzato perché non era possibile e per il fatto che erano assenti, sempre per un criterio di impossibilità, le cause che ne avrebbero dovuto giustificare l’esistenza sulla scena immensa della concatenazione delle cause.
- Tiziano. C’è un’affinità fra quel che dici e il sogno, un’osservazione che non mi è nuova. Nel sogno può accadere che un determinato stimolo esterno, pervenuto ai sistemi di afferenza sensoriale, vada a scatenare uno schema complesso e totale di rappresentazioni oniriche, che si sviluppa in un solo istante, a guisa di esplosione vulcanica, ma che, in quell’istante, comprende in sé uno scenario esteso a un considerevole arco di tempo. È in quest’attimo che stanno racchiuse tutte le possibilità le quali, a loro volta, hanno dato forma alla scena onirica. Sapete una cosa? S’è parlato di possibilità e di non possibilità. Così in Schopenhauer il quale considera ciò che è reale e che veramente accade e lo identifica con la necessità e con la possibilità. Così in Barbour che definisce l’Universo, come ha puntualmente ricordato Tosco, alla stregua di un contenitore di tutto ciò che è probabile, in un solo istante. L’istante del sogno che, come l’esplosione di un fuoco d’artificio, dispiega una scena in tutta la sua complessità.
- Tosco. Punto a capo. Allora in principio vi erano delle possibilità. Torno a dire: quelle, proprio quelle, e perché non altre? Sorvoliamo ancora su questa domanda, ma, ditemi, chi o che cosa avrebbe stabilito la scelta, la definizione, la selezione di quelle stesse possibilità? Forse il CHI postulato da Tiziano? Di più: per operare una simile selezione esisteva già una serie di possibilità? Anche quelle determinate o soltanto quelle oppure una serie infinita di possibilità? C’è un motivo valido perché le cose vadano in questo modo?
- Tiziano. Schopenhauer chiarirebbe: solo per il mondo reale che cade sotto i nostri sensi, il mondo fatto di fenomeni, di cose singole; volendo guardare alle cose in generale, sotto un punto di vista astratto, allora assistiamo a una netta separazione fra possibilità, realtà e necessità.
- Tosco. Il solito trucchetto, dunque, per cavarsi dagli impicci e sentenziare: tu sei qui, nel tuo marasma fenomenico, prigioniero dei tuoi limiti, come puoi pretendere di capire!?
- Ottero. Tutto, infine, si riconduce alla materia che dimora nella nostra consapevolezza come una base fissa per tutto ciò che è, e per ciò stesso dotata di una durata illimitata. E l’essenza della materia risiede nella completa unificazione dello spazio e del tempo i quali sono, fra loro, reciprocamente opposti: il tempo che può essere considerato come un flusso instabile, come cambiamento nell’apparizione dei fenomeni; lo spazio che si erge nella sua rigida immutabilità e che si pone come durata della sostanza. Unificazione di spazio e tempo, avevo detto, ma che è resa possibile solo quando è in atto una rappresentazione di causalità, vale a dire solo per l’intelletto.
- Tosco. Che ne dici, Tiziano? Tu prima raccontavi di Barbour che, nella prospettiva da lui proposta, pone l’Universo all’interno di un ciclo di creazione continua e senza fine. Ora il buon Ottero ci viene a dire che tutto si riporta alla materia che, di per sé, avrebbe anche qui una durata illimitata, a detta di Schopenhauer. Che ne dici, Tiziano, si sono nuovamente accordati i due bei tipi, eh?
- Tiziano. Sempre che tu mi conceda di dare un posto alla rappresentazione, il mio buon Tosco, e qui subentriamo noi esseri coscienti.
- Tosco. Come dire, allora, che, poiché siamo noi creature umane depositarie dell’intelletto, almeno a livello di astrazione, e questo nessuno me lo potrà obiettare, togliendo di mezzo la razza umana anche spazio e tempo finiscono di essere?
- Tiziano. Schopenhauer crede fermamente che le cose che noi chiamiamo oggetti del nostro conoscere siano in primo luogo oggetti dell’intuizione. Il pensiero apparirebbe in un secondo tempo. L’intuizione, in questa prospettiva, è vista un po’ come l’interfaccia fra la semplice sensazione, che può essere giudicata come una facoltà appartenente a tutto il regno animale, e l’intelletto che, proprio per il fatto di essere dotato della capacità di riconoscere il nesso di causa-effetto, getta lo sguardo lontano, verso livelli superiori di astrazione per l’appunto. Succede che, quando si presenta il pensiero, che si presenta come pura astrazione dall’intuizione, la forma di conoscenza che in un primo momento era stata modellata dall’intuizione prende a mutare di aspetto, nel senso che si veste di astrazione e si traspone in forma di concetti. Il pensiero, dunque, superando la primitiva intuibilità, crea uno spazio enormemente più ampio di elaborazione mentale. Le intuizioni rivestono, nella prospettiva indicata, il ruolo di materia del pensiero, sulla quale al pensiero è consentito lavorare per elaborazioni e trasformazioni, attraverso la mobilitazione e l’applicazione dei giudizi che sono un po’ come il tessuto del pensiero stesso.
- Mirach. A me sembra che questo ragionamento continui a rivoltarsi su se stesso, come imprigionato in una scatola ermeticamente chiusa. Capisco, fino a un certo punto, come Schopenhauer intenda la materia, qualcosa simile a quel che si dice di “madre terra”, il gran contenitore dal quale tutto ha origine e al quale tutto finisce per fare ritorno, incessantemente. Si può accettare, ma questo non spiega il motivo dell’essere di tale contenitore. Siamo ancora fermi ai limiti dell’intelletto?
- Almach. Tu alludi alla ricercatissima e introvabile Causa prima. Introvabile perché non c’è. Non resta che far risalire all’infinito, così come insegnano le religioni più antiche dell’umanità, tutto quel che c’è e che cade sotto i nostri sensi. L’unica cosa che possiamo passare al vaglio della dimostrazione, in fin dei conti, che cos’è se non la materia? Potremmo anche valutare la possibilità che tutto, a un certo punto, abbia termine, ma ci è mostruosamente difficile immaginare che tutto abbia avuto un inizio in assoluto. La stessa fantastica cronologia impostata dalle religioni orientali suppone il succedersi di quattro epoche dell’Universo; noi staremmo vivendo l’ultima di queste. In tali epoche agisce la divinità creatrice Brahma la quale opera nel succedersi del giorno e della notte che le appartengono. Giorno e notte non paragonabili ai nostri, ovviamente, ma dotati di un’estensione temporale immensa.
- Tosco. Come il ritmo cosmico che scandisce l’alternarsi di un “Big-Bang” e di un “Big-Crunch”.
- Almach. Qualcosa di simile, se vogliamo. Tant’è che Brahma stesso è destinato a morire e, quando muore, immediatamente un nuovo Brahma sorge, sempre, così per l’eternità.
- Tosco. Ma, questi benedetti hindù non si saranno mai chiesti perché c’è, se c’è, questo Brahma? L’hanno inventato essi stessi per dare una spiegazione, come è successo in ogni plaga del pianeta, agli interrogativi formulati dall’intelletto e ai quali la ragione, da sola, non sa dare risposta?
- Tiziano. Riandiamo, di necessità, all’idea di infinito. Infinito come qualcosa che racchiude in sé ogni evento in potenza e che non può adattarsi all’espressione di una realtà in atto. Per ciò medesimo un infinito che non può essere conosciuto nella sua interezza in quanto non possiede interezza; un infinito all’interno del quale si svolge una serie infinita di cose soltanto nell’ipotesi che questa serie infinita scorra infinitamente in un progresso e in un regresso infiniti, senza addivenire a compimento. E proprio questo non conoscere confini fa sì che l’Universo non possa vantare un’esistenza avulsa dalla rappresentazione di un soggetto conoscente.
- Tosco. Un infinito, tirate tutte le somme, nel quale dimora il CHI oppure che il CHI stesso ha voluto benevolmente che esistesse e che fosse della strana fatta che noi gli vogliamo attribuire. Abbiamo capito. Tanto hai fatto che sei riuscito finalmente a dargli un nome. Dunque questo CHI, non è difficile concludere, sarebbe l’Essere primo, assoluto, il Demiurgo, Dio, la Causa e il Fine ultimo di ogni cosa, il punto attorno al quale turbinano tutte le nostre ricerche, dal quale abbiamo avuto origine, al quale aneliamo ricongiungerci nella speranza di raggiungere quella piena consapevolezza di cui andiamo argomentando. Sarebbe, ancora, la spiegazione del mio essere qui e ora, come individualità assillata da incertezze incalzanti e da una insaziabile sete di conoscere. A me sta bene che gli si dia un nome, che alla fine si sappia anche come riconoscerlo e in quali termini rivolgerglisi. Mi sta anche bene che egli esista e non mi faccio neppure un grave problema sul dove si trovi, se sia immobile o se si muova o su come si muova o di quale sostanza sia fatto. Dunque, partiamo dal CHI e accettiamo pure l’idea di considerare ogni cosa osservata e osservabile come l’effetto di una sua promanazione. Procedimento deduttivo, dunque, anche se non è questo il mio forte. Diciamo che egli ci sovrasta; che al momento viviamo su questo pianeta in questo preciso punto dell’Universo per sua volontà e per un suo preciso disegno del quale a noi è, al momento almeno, negata la lettura. Accettiamo, ancora, ogni alone di mistero che avvolge questo concetto di CHI, professiamo la nostra fede in lui, affidiamoci alla sua ineguagliabile bontà, meravigliamoci di fronte alla sua infinita intelligenza e coltiviamo la speranza di unirci spiritualmente, mentalmente, materialmente a lui, il giorno che da lui sarà stato prescelto. In misura illimitata poniamo in lui anche il fine ultimo dell’Universo, il significato intrinseco a tutto ciò che ci è dato vedere, la consapevolezza del tutto e la coscienza individuale come consapevolezza di sé. È un bell’atto di fede, fin qua, che ne dite? Eppure a me non basta. “Chi, come, quando, che cosa” non bastano a soddisfare la mia voglia si sapere. Mi manca il perché. Ora io mi chiedo: ognuno di noi fa un mucchio di cose, nel senso che segue tanti parziali programmi di pianificazione per portare a termine quelle cose. Con molte probabilità la nostra vita, che è una meravigliosa tela tessuta dall’ordito di quanto riusciamo a realizzare con i nostri piani di azione, si svolge essa stessa in ordine a un sopraelevato e più ampio progetto che, nel suo insieme e nella sua finalizzazione, non siamo ancora capaci di identificare. Sopra ogni cosa, azione, comportamento, evento, situazione posso supporre l’esistenza di un piano. Ma un piano, in quanto struttura complessa, dotata di organizzazione e rivestita di significato, presuppone a sua volta un’intenzione. Senza un’intenzione che guardi lontano a uno scopo e metta insieme strategie di comportamento efficaci e mirate non ci sarebbe neppure il piano d’azione. Questo per dire che noi tutti, che ci gloriamo così rumorosamente della magnificenza della nostra mente tecnologizzante, noi tutti siamo immersi a bagnomaria in una soluzione cosmica che è nient’altro se non un immenso piano e che, data la sua estensione, trascende la nostra possibilità di comprensione. Ammesso questo pure, diciamo che noi siamo parte di un grande piano, che questo piano è partorito da un’intenzione, che questa intenzione è orientata al conseguimento di un fine e che questo fine risiede nella conoscenza infinita che è parte integrante di una mente suprema, la mente del CHI, o il CHI stesso “tutto mente”. E dicendo questo abbiamo detto tutto e abbiamo concluso niente. Nonostante i reiterati atti di fede. Siamo al punto di partenza. L’interrogativo è sempre lì, neppure sfiorato da un’ombra di risposta: “perché esiste CHI?”. Non si sarebbe potuto verificare il fatto della sua non esistenza in assoluto? Niente CHI, niente mente-tutto, niente coscienza infinita, niente finalità, niente intenzione, niente piano, niente Universo, niente mondi, niente vita, niente noi, niente di niente. E invece c’è. “Essere… o non essere”, è questo il problema. Sappiamo, crediamo, immaginiamo, speriamo, insegniamo che c’è. E se non fosse mai stato? È un’alternativa, più longeva della notte dei tempi: il CHI e tutto il resto che ne consegue oppure niente di niente. Ha prevalso la prima. Perché? C’era già un piano all’origine delle due alternative? Ma, allora, un’altra mente, più grande… dove andiamo a finire? Stiamo ricadendo nella regressione all’infinito: è questo il vero spiegabile comprensibile concetto che ci sta da tempo accompagnando nel nostro tribolato peregrinare mentale. Una regressione all’infinito, per tornare a scoprire, dopo mille tormentose vicende, che ci troviamo ancora al punto di partenza. Io sono, la mia mente sta elaborando, penso. Posso immaginarmi un non-mondo con un non-CHI dove nulla sia mai esistito? La nostra mente può ospitare l’idea del “nulla”?
Immagine di Copertina tratta da Hubblesite.

