Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 10 di 15

  • Ottero. La dottrina dell’anamnesi, eccola qui. Credo che qualche intuizione verosimile su questa direttrice speculativa il buon Platone già l’avesse avuta. Ciò che sappiamo comunque con maggiore certezza è che, probabilmente, esiste un processo, ammesso che esso richieda o meno l’esistenza di coordinate spazio-temporali, e che questo processo a noi pare interminabile e incomprensibile. Un’idea vecchia come la Bibbia o più. Già nei testi antichi affiorava l’idea di male, di presenze demoniache, di inferno, luoghi e creature senza fine nel tempo. Già questi concetti – l’escatologia nel suo insieme – portavano con sé un alone di mistero, come si ravvisa nell’idea di amore, di cacciata, di condanna, di abbandono. In questo senso, la cui comprensione mi pare ancora lontana, all’interno della concezione circolare che stiamo tentando di sviluppare posso pensare alla mia continuità consapevole dopo il trapasso, giacché tutta la storia della conservazione dei geni e della replicazione organica non mi riguarda più di tanto. Ma, voglio pensare, sarà comunque una continuità consapevole, se lo sarà, della quale io, che sto pensando ora e qui, nulla potrò sapere. Tanto per tirare ancora in ballo le api di Tiziano, c’è qualcosa di sorprendente nel loro comportamento, nelle loro abitudini e nell’istinto che le guida. Provati a spostare l’alveare di una famiglia d’api. Vedrai che le bottinatrici, se lo spostamento ha superato almeno la lunghezza di un paio di metri, al loro rientro dal lavoro sulle fioriture faranno sistematicamente ritorno al luogo fisico, seppure ormai vuoto, nel quale in precedenza si trovava l’alveare. Le api sono programmate per fissare in memoria tracce di coordinate spaziali e per stabilire una mappatura del territorio prossimo all’alveare, costituita da diversi particolari, forme, colori, figure/sfondo, prospettive, tale da stabilire un punto di riferimento indelebile per l’orientamento. Dunque, in seguito alle loro visite alle fonti di nettare e polline, tornano al luogo fisico originario, ma lì non c’è più l’entrata dell’arnia con tutto il suo contorno di api guardiane, ventilatrici e pulitrici. È qui che giocherebbero un ruolo di primo piano la flessibilità, la versatilità, l’adattabilità di una mente intelligente in senso creativo e dinamico. Basterebbe uno sguardo intorno, due metri non sono poi un abisso per un imenottero che ha un raggio di volo di cinque chilometri e anche oltre, ed ecco là, la casetta confortevole è stata ritrovata. Ma no, con tutta la perfezione che le si addice, l’ape insiste a piroettare nello spazio vuoto dove l’alveare non può essere ritrovato, nell’atto ostinato di continuare a cercare, quasi si chiedesse che cosa manca perché appaiano quella porticina stretta e quel predellino di atterraggio che danno adito all’ingresso. Stanche, infine, le povere bestiole vanno a posarsi, l’una dopo l’altra, proprio lì dove prima sorgeva la loro dimora. Formano un glomere e finiscono alcune per disperdersi il giorno seguente, la maggior parte per perire, ma le loro compagne nutrici che sono di stanza nell’alveare non ne vedranno più il ritorno. Questo succede se sposto la loro casa. Ma prendiamo una situazione un po’ diversa. Nel caso appena descritto è la memoria topografica a impedire di trovare la primitiva dimora; in quello che riporterò or ora è proprio la memoria a subire una modificazione, anziché la locazione dell’alveare. Nessuno spostamento, dunque, tutto procede come da copione nel lavoro giornaliero delle api, sino a che muore il giorno. Attendo la tarda sera, quando, dall’assenza di movimento nei dintorni dell’alveare, desumo che tutte le api componenti una famiglia siano raccolte all’interno dell’alveare: bottinatrici, nutrici e tutto il resto della gerarchia. Approfitto della situazione di quiete e immetto, soffiando con l’affumicatore, una discreta dose di fumigazioni ottenute bruciando una presa di nitrato d’ammonio. Questo tipo di fumigazione, non tossica, ha la proprietà di far addormentare tutte le api dell’interno nel giro di un minuto. Occorre tuttavia usare l’accortezza di arieggiare per bene l’alveare appena si avverte il sopravvenuto sonno, per non far morire di asfissia la famiglia intera. Dunque, dopo alcuni secondi che l’aria pura circola all’interno, per via della asportazione dei pannelli superiori copri-favo, le api tornano a dare segni di vita, prima una piccola manciata di loro, poi altre, sempre più, di seguito. È l’ora di ricoprire l’interno con i pannelli copri-favo; l’aria è ormai stata rigenerata. Me che cosa è successo nella mente delle api? È successo che hanno perso completamente la loro memoria topografica. Sì, dopo aver inalato i fumi di nitrato d’ammonio, nel loro cervellino dev’essere accaduto qualcosa di strano, qualcosa che, senza altri effetti collaterali, ha causato la perdita completa delle informazioni poste come pietre miliari del precedente orientamento. Ora, durante la stessa sera delle fumigazioni, puoi benissimo spostare l’alveare, anche oltre i due metri del primo caso. Il mattino seguente, uscite di buon’ora, per le api sarà come la prima volta che vedono l’esterno, il loro sistema di memoria è stato come resettato. Esse daranno origine alla rituale sequenza di atti orientativi a partire dal primo passo, come, ripeto, se per loro fosse la prima volta che prendono il volo fuori dall’abituale dimora. Effettueranno dunque i voli usuali oscillanti di fronte all’ingresso dell’alveare, fissando in memoria tutti i particolari i cui referenti simbolici, trovando un supporto programmabile vergine, non avranno modo di confondersi con altre tracce mnestiche contrastanti. È la stessa cosa che accade, in modo naturale, a uno sciame raccolto dai rami di un albero e collocato per la prima volta in un’arnia che occupa un sito nuovo. Si può dire che le api, in seguito al trattamento con nitrato di ammonio, sono mnesticamente rinate. La loro memoria è stata azzerata e prevale, ora, l’impulso a riprogrammare il sistema nervoso con nuove mappe e nuovi schemi di orientamento spaziale, come se quelli di prima non fossero mai esistiti. – Per lasciare un po’ ai loro problemi le api, vorrei azzardare che forse qualcosa di simile alla loro dememorizzazione accade anche a noi quando entriamo e quando usciamo da questa vita. Ricordiamo soltanto ciò che abbiamo potuto esperire e controllare nello spazio che unisce e separa questi due poli opposti dell’oblio, lo spazio che segna la durata effimera della nostra vita.
  • Tiziano. Per quanto riguarda le api, comunque, che esse lo sappiano o no, la loro preoccupazione risiede tutta nel portare nettare, polline, acqua e propoli nell’alveare. È il loro primo scopo, il più immediato. Per questo sono attratte da alcuni stimoli, fra i quali spiccano, c’è da pensarlo, il colore e il disegno dei fiori. È lo scopo che fa tutt’uno con gli scopi più urgenti. Non solo, tuttavia, poiché subentra tutta una serie di scopi solidamente motivati: sarà probabilmente meno carico di consapevolezza, ma non per questo riveste minore importanza lo scopo rivolto alla crescita e alla moltiplicazione della colonia, che comporta una varietà di comportamenti come la nutrizione, l’allevamento, la difesa dai predatori e dai saccheggiatori. Scopo di gran lunga più remoto, di cui l’impulso consapevole scatenante diviene più sfuggente e si impone a un livello sovraordinato di finalizzazione, è quello che si lega strettamente al mantenimento di un ordinato ciclo ecologico che comporta, in prima istanza, l’effettuazione di impollinazioni incrociate complete e accurate. Non sappiamo se le api si interroghino a uno o alcuni livelli di consapevolezza. Parrebbe impensabile. Ma sappiamo che noi lo facciamo e ci procuriamo enorme sofferenza nello scoprire che possiamo dirigerci ovunque con le nostre domande, per finire sempre con il vedere allontanarsi da noi le risposte attese. “Patior, ergo sum![1]: forse sta in queste tre parole la questione. È difficile il nascere per un bambino, è difficile il liberarsi dal guscio per un piccolo di tartaruga, è difficile ricavare una via d’uscita nel bozzolo per una farfalla. Tutto esige sforzo, fatica, determinazione, sofferenza, spinta a trasformarsi, a mutare di stato. Forse, chissà, noi viviamo l’intera nostra esistenza nella fatica immane di rompere il guscio. Pochi ci riescono: rinnoveranno il loro modo di conoscere. Altri resteranno prigionieri nell’involucro e rinsecchiranno: trasformeranno soltanto la composizione della loro materia organica.
  • Mirach. Autoconsapevolezza: più ci penso, meno ci capisco e meno ne intravedo un codice di interpretazione, men che mai uno spiraglio per mettere insieme anche la più rozza definizione. Guardando indietro non vedo che un mio gran girare, frettoloso, affannoso, infruttuoso attorno al problema. Quel che ho pensato e che sono riuscita a scrivere è un aborto di ciò che vorrei raggiungere con il pensiero. Quel che ho congetturato è appena l’abbozzo informe e, invero, poco somigliante dell’idea che vorrei cogliere. Idea che appare lontana e sbiadita, quasi uscita da un dipinto di Previati[2], poi volteggia un paio di volte attorno a cime ardite, bianca per lo più, come nuvola che si svolge da sinistra a destra e infine scompare per non tornare più. Scompare nel momento in cui di lei sto per prendere coscienza, appena ho il presentimento che starei per uscire da uno stato di pura meraviglia, sorpresa, contemplazione pacata e ingenua, per afferrare saldamente l’essenza di una consapevolezza reale. Asintote che si manifesta e sfugge e si dilegua, tanto più rapidamente quanto prima mi rendo conto del suo apparire. Non solo non trovo parole significanti adeguate a descrivere, a spiegare; non sono neppure sicura che l’oggetto della mia speculazione sia qualcosa di esistente, di speculabile, di pensabile, di immaginabile. Forse è solo e unicamente desiderabile. Ma, se ha il requisito di penetrare il dominio del desiderio, potrebbe trovare dimora in qualche dimensione, in qualche realtà che non conosco? Potrebbe mai essere desiderabile qualcosa che non sarà mai a portata di mano oppure che proprio non esiste? E i sogni, per parte loro, sono solo frammenti di una dimensione inconscia che si lasciano prendere per un attimo e subito vanno in evanescenza? O sono talvolta impregnati, per loro natura, di un etere che ha requisiti totalmente estranei al nostro corollario di conoscenza e raziocinio?
  • Tosco. Al termine di tante elucubrazioni mi sta girando la testa. E da questo vortice mi giunge l’ispirazione improvvisa che mi spinge a tracciare un disegno. Mi prefiguro un cerchio privo di circonferenza, al cui interno si svolgono spirali che vanno a intrecciarsi, sovrapporsi come per formare una rete assai complessa. Vi scorgo la mia coscienza in rapporto dinamico con tutto ciò che c’è. Ecco la rete illimitata di interazioni, di connessioni, ecco le circonvoluzioni spiraliformi, ecco l’eterno ritorno di ogni moto, di ogni trasformazione, di ogni processo evolutivo che rinvengono su se stessi. Il mio io sta in mezzo, un centro simbolico, non spaziale; gode di questo gran farsi e disfarsi di curvature. Le informazioni sono spinte in avanti e rivestite di significato grazie alla presenza delle catene di DNA. Io sono parte non separata, sono espressione non ignorata di una Mente Universale, di un Tutto che, in quanto Tutto, è allo stesso tempo Io, Io uno, Io singolo, Io tutti e nel tempo di tutti. Non un Io fetale che si alimenta e cresce in forma e proporzioni, ma un Io che acquisisce consapevolezza proprio perché immerso in una rete, perché è quella rete di esperienze, nello spazio e nel tempo. Termino la mia intrusione sostenendo che questo è l’uomo. Non un cervello costruito, come quelli nati in grembo all’Intelligenza Artificiale. Questi ultimi vivono nel tempo, nella completa assenza di quella grande rete di interazioni che è l’Io e che è la Mente Universale nel medesimo tempo; vivono nella dimensione dualistica dell’esperienza, non possono godere la magia della consapevolezza.
  • Ottero. Vagando nell’infinito… Niente paura, sono soltanto considerazioni personali. Tanto per tornare al problema della coscienza… e dei robot… rammentate che verso la metà del primo anno del nuovo millennio si affermava essere stata scoperta la sede dell’Io? Secondo tale scoperta l’Io si troverebbe proprio nella corteccia prefrontale dell’encefalo e, più precisamente, nella sua parte destra.
  • Tiziano. Ah, finalmente ci sei arrivato! Da un pezzo stavo cullando la curiosità a riguardo del luogo dove poter collocare la coscienza, o l’Io come usi dire tu.
  • Ottero. Se così è, e nell’ipotesi che un eventuale intervento chirurgico effettui una lobotomia che vada a interessare proprio quella zona individuata come sede dell’Io, che cosa rimarrebbe alla persona dell’individuo lobotomizzato? Sarebbe costui ridotto a un individuo senza individualità? Avremmo di fronte a noi uno fra i tanti esseri autoreplicanti, incapace, tuttavia, di autoriconoscersi? E, dunque, tutto non può far a meno di ricondursi, anche questa volta, al solito inquietante interrogativo: questo Io che agisce e si nasconde, che cos’è? Una manciata di neuroni integrati in un sistema vegetante? Un’entità che emerge a poco a poco e apprende a differenziarsi da altre entità?
  • Sirrah. Forse non arrivo molto a proposito, non so, però ho la sensazione che qualcosa di illuminante sulla questione che riguarda l’individualità ci potrebbe venire da Giordano Bruno. Il filosofo nolano ritiene infatti che le sostanze individuali non godano della sostanzialità in assoluto; la sostanzialità di ciascuno di noi, preso come individuo, va vista come la sostanzialità della sostanza individuale e definita, nell’essere proprio individuale, nella misura di uno dei molteplici accidenti partoriti dalla natura.
  • Tosco. Accidenti lo dico io, Sirrah, accidenti quanto sei complicata. Mi volete raccontare qualcosa di più digeribile, per favore?

[1] Soffro e sono consapevole dei miei sentimenti, dunque esisto.

[2] Gaetano Previati, 1852-1920, pittore divisionista.

Immagine di Copertina tratta da Fotocommunity.

Lascia un commento