Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 9 di 15

  • Mirach. Trascurando per comodità descrittiva il fatto che siamo riscivolati alquanto nella dualità che pone su posizioni diverse osservatore e osservato, lasciando anche andare quell’altra faccenda della realtà là fuori in attesa che qualcuno la riduca a oggetto di conoscenza, io credo, facendo tutte le dovute somme, credo di poter azzardare un’affermazione. Eccola: la mente è un “modo” di funzionare dell’apparato encefalico, è come una configurazione che di per sé non ha esistenza, se non nel momento in cui è percepita, a sua volta, da una mente. Noi rispondiamo a stimoli di provenienza sia esterna sia interna. Dalla direzione, dall’intensità, dalla significatività di tali stimoli dipende il prender forma di quella che chiamiamo autocoscienza.
  • Tosco. Lo credo anch’io. Il PC non fa esperienza; immagazzina semplicemente input e li elabora eseguendo precisi ordini di processazione. Non si scosta dall’esercitare le funzioni per le quali è stato programmato. Noi, per tutt’altra sorte, abbiamo esperienze soggettive, esperienze dilatabili, influenzate e colorite dagli stati emozionali. All’interno della nostra esperienza può agire il cambiamento del punto di vista. Non soltanto l’insieme delle informazioni che vi introduco riesce a dare forma alla mia esperienza, ma anche, e di gran lunga, il mio mutevole stato intenzionale.
  • Ottero. Vedo riemergere l’eterno dilemma attorno a quel che è l’anima: il nostro particolare individuale modo di essere, di atteggiarci di fronte all’oggettività; qualcosa che esiste come punto centrale dell’esistenza sensibile e che determina il modo in cui siamo e, dunque, chi siamo. Definire con una certa approssimazione se si tratta di “personalità” in astratto oppure di “macchina” biologica è pressoché impossibile.
  • Almach. Sia che diamo credito all’una oppure all’altra supposizione, una cosa resta tuttavia certa: noi sappiamo di essere coscienti. Un organismo, preso nella sua complessità di insieme funzionale psico-fisico, possiede stati mentali coscienti se e soltanto se prova qualcosa a essere quell’organismo, cioè se prova qualcosa nella esperienza soggettiva di essere quello che è. A prescindere dal postulare l’esistenza della coscienza il problema mente-corpo apparirebbe molto meno interessante di quanto realmente è. In presenza della coscienza esso ci appare senza speranza di soluzione. Torniamo alle macchine; il confronto fra il loro funzionamento e i nostri processi mentali non finisce ancora di affascinare. I progressi in campo cibernetico hanno compiuto, negli ultimi tempi, passi da gigante. Siamo riusciti a costruire robot umanoidi che paiono avere in qualche modo infranto quella barriera di rigidità che distingueva nettamente la loro facoltà processuale dal modo di agire del nostro sistema mentale. Possiamo oggi affermare, senza ombra di dubbio, e qui sto puntando il dito verso Ottero, che essi hanno travalicato la semplice capacità di eseguire, diventando persino bravi nell’apprendere e, di conseguenza, nello stabilire nuove modalità di adattamento nel momento in cui elaborano l’esperienza che si forma per interazioni ripetute con l’ambiente. Siamo dunque autorizzati ad affermare che sono coscienti? Che provano qualcosa a essere quello che sono? Se le cose stanno così, saprebbero anche trasmettere e comunicare le loro emozioni soggettive?
  • Tosco. Dove andiamo a finire? Queste cose succedono soltanto nei film di fantascienza. Possono capitare a “numerocinque” il robot che, tra le tante avventure occorsegli nel film “Cortocircuito”, aveva acquisito coscienza e potenzialità emotivo-affettive, tanto da innamorarsi di Stephanie, una bella ragazza in carne e ossa.
  • Almach. Un cucciolo di cane è sensibile al significato proveniente dal giocare, cerca il contatto con l’uomo tanto che noi, dall’insieme dei suoi atteggiamenti e delle sue movenze, crediamo di poter inferire l’esistenza di un certo grado di coscienza nell’animale. È probabile che abbia avuto in eredità la coscienza, un particolare tipo di coscienza di livello animale, con il DNA, per lo meno nella forma di un programma che si sarebbe attivato come risposta a stimoli esterni ben determinati. Il robot, d’altra parte, risponde su canali di comunicazione digitali, rigidi e di limitata innovazione nel brevissimo attimo di una qualsivoglia contingenza decisionale. Ciò che voglio dire, o ridire, è che la macchina non è dotata di autoreplicanti, non parte da e con un’esperienza codificata su lungo periodo dalla specie di appartenenza.
  • Tiziano. Di questo non siamo del tutto certi. Con la sostituzione dei microchips al silicio mediante l’utilizzo di strutture biologiche sottese dal filamento di DNA le cose sono a una svolta rivelatrice.
  • Almach. Può darsi, ma insisto. L’emergere della coscienza individuale dalla coscienza della specie è un continuum di un processo a spirale che amplifica progressivamente il proprio raggio di curvatura e, probabilmente, segue un percorso, a sua volta curvato, di una struttura tale da indurre coincidenza fra inizio e fine dello stesso percorso.
  • Per facilitare una visualizzazione mentale di una simile raffigurazione vi invito a immaginare una molla costruita in modo tale che, a partire da una spira piccolissima, si svolge lungo spire progressive che procedono verso l’alto e intanto, a ogni giro, aumentano di diametro. Potete anche immaginare una di quelle nuvole paffute che si formano nel cielo estivo, con una forma che vagamente richiama un cavolfiore, quasi a preannunciare il prepararsi di un temporale. Ricalcate mentalmente il contorno argentato di una di quelle nuvole. Ora ripercorrete questa linea irregolare avvolgendone il filo con una spirale del tipo di quella descritta poco fa. Ne verrà fuori una “gestalt” che avrà maggiore somiglianza con una testa ricciuta che non con una nuvola. In ogni caso, tuttavia, tutto ritorna su se stesso, anche la spira più grande, alla fine del viaggio, sarà un tutt’uno con la piccolissima spira di partenza.  
  • Ottero. Se inizio e fine coincidono, però, è preclusa la possibilità stessa di considerare nella loro realtà effettiva sia l’inizio sia la fine. Stiamo parlando di due coordinate spaziali che non esistono più, per lo stesso motivo per cui in una circonferenza vi sono infiniti punti di partenza e infiniti punti terminali. Ciò che equivale a dire che ogni punto può trovarsi in qualsiasi luogo della circonferenza e in nessuno in particolare contemporaneamente.
  • Tiziano. Già, già. Stiamo ricadendo nei paradossi. Io, invece, voglio rimanere all’espressione “coscienza”. La coscienza di un robot, volendola così chiamare, emerge da un preciso punto “zero” e si spinge in avanti in termini di stimoli esterni e di risposte programmate, nella direzione di un segmento di linea retta, sino a un punto terminale (da 0 a 1) dove si annulla. 
  • Nel caso di noi umani, invece, l’esperienza individuale e socio-interattiva di una persona arricchisce, per accumulazione, per trasformazione, per sfrondamento, selezione, perfezionamento l’esperienza più vasta della specie di appartenenza. L’esperienza di un robot, io credo, di per sé non esiste, risolvendosi in un’attivazione di risposte soltanto, magari autoadattanti, ammettiamolo, ma irrilevanti in vista della edificazione storica di un ipotetico processo culturale autonomo specie-specifico. Nel robot sono in azione, in forma esecutiva, i microchips. Nell’organismo biologico sono i geni che fanno la differenza.
  • Sirrah. Io vedrei volentieri il profilarsi di una gerarchia di consapevolezza. L’uomo, da un po’ di tempo, s’è dato affannosamente a cercare di costruire macchine capaci di simulare l’attività mentale, nell’ambizione remota di dare vita a macchine simili a se stesso. Ha perfezionato generazioni di robot in questo senso. Ma, da che mi risulti, ancora non è stato in grado di attribuire ai propri robot stati intenzionali. Le sue creature automatizzate non possiedono convinzioni, desideri, intenzioni; non sanno immaginare o inferire che cosa si stia svolgendo in un preciso momento nella struttura elaborativa intima di un altro individuo; non possiedono, in sostanza, una “teoria” della mente. Nel programmare l’Intelligenza Artificiale, l’uomo non ha fatto altro che seguire e applicare istruzioni formali per la manipolazione di simboli formali. Viene da pensare: l’uomo può costruire una macchina intelligente, è vero, ma comunque sempre e soltanto una macchina dotata di un’intelligenza che non arriverà mai – questa è una mia congettura del momento – a eguagliare quella del suo creatore. E questo per propria natura, per funzionalità, per limiti consentiti all’espansione, per espressione di coscienza, per facoltà di arbitrio e decisionalità. Allora può trattarsi dell’esistenza di una gerarchia, ecco il punto. Posto che su una scala di trascendenza noi stessi vogliamo attribuire il nostro essere ora e qui a un creatore, noi, secondo la mia logica, non potremmo mai eguagliare l’intelligenza del nostro creatore, sebbene la nostra intelligenza si collochi a un livello qualitativamente e strutturalmente del tutto diverso da quella dei robot. E questo, anche, per una semplice derivazione dalle leggi dell’entropia: se A vuole trasmettere energia a B, sussistendo A esso deve detenere un’energia di potenza superiore. C’è dell’altro. Mi chiedo ancora: se gerarchia è, dove culmina questa gerarchia? E dove ha o ha avuto inizio? C’è un inizio? C’è stato? C’è un culmine? E oltre, prima, dopo, che cosa vi si trova? Ci sono un oltre-prima-dopo? È una regressione all’infinito oppure qualcosa come la spirale che si autoavvolge, il serpente mandalico che si morde la coda? Un robot va incontro a usura; col tempo si logora e, quando non funziona più, va al macero. Anche i suoi programmi. Un disco rotto va a macero, con tutti i suoi solchi. Sto riprendendo una tematica già sollevata, dunque vado a interrogarmi: se il disco musicale viene distrutto, la musica che in partenza vi era incisa quale sorte seguirà? Rimarrà nella propria struttura e resisterà in qualche forma occulta? Dove? In quale forma? Avrà una forma? Oppure devo sottomettere la mia mente a prefigurarsi qualcosa trasformata in una semplice dimensione impercettibile che si attarda in attesa di un canale, di un veicolo appartenente a un’altra dimensione, con essa compatibile, per manifestarsi? E, dunque, perché non si dovrebbe concedere maggior credito alla precedente concezione circolare/spirale?
  • Almach. Magnifico. È così che l’oblio prima della nascita di ognuno di noi e l’oblio della morte potrebbero rivelare qualche parvenza di somiglianza a quella dimensione, dove la consapevolezza mia, nella sua accezione di consapevolezza-tutto o consapevolezza cosmica, continuerebbe a fluttuare nell’attesa di un suo rimanifestarsi in altre forme, in altri mondi, in altre dimensioni. E, di questo passo, io, questo io che sento me in me, posso essere stata, fra un oblio e l’altro, in altre forme, e lo sarò ancora, all’infinito, perché la spirale autoavvolgente non ha inizio né fine. Siamo invischiati in un dualismo illusorio che rispecchia uno svolgersi continuo della realtà universale. Non ricordo chi sono stata, in quale corpo sono stata. Forse non ricordo, se il tempo è anch’esso un’illusione creata per qualche arcano motivo in questa dimensione attuale, chi sarò.

Immagine di Copertina tratta da Stardust.

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