Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 8 di 15

  • Tiziano. Al di là della natura umana esistono possibilità polimorfe nel riconoscere i colori. Molti animali pare percepiscano i colori in modo alquanto dissimile da noi. Le api, ad esempio, distinguono con precisione una ridotta gamma di colori; per tutti gli altri percepiscono qualcosa di confuso, come si presenterebbe ai nostri occhi una mistura di tinte tendente al grigio.
  • Almach. Riduciamo questi fenomeni all’atto cosciente del conoscere, e poniamo un’ipotesi. Se la mia coscienza potesse vagare fuori di me e partecipare intimamente delle esperienze di un’altra persona come mi si presenterebbe la situazione? Facendo uso non del mio proprio, ma di quel cervello vedrei ancora la tigre come la vedo ora? Non v’è dubbio che siamo tutti concordi nell’ammettere che la tigre ha la testa a un’estremità e la coda all’altra, che ha quattro zampe e queste stanno di norma sotto il corpo. Ma le coordinate che chiamiamo “estremità”, “quattro”, “sotto” e così via stanno anche a significare che tutti intendiamo “oggettivamente”, nel far ricorso alla loro denominazione, la stessa cosa? La parola “largo” in spagnolo si riferisce a un percorso e assume il significato che per noi ha la parola “lungo”. Ma, nonostante la variabilità interlinguistica del significato che uno stesso termine può recare, tutti, spagnoli e italiani conoscono la differenza che passa fra il guidare su una carreggiata larga e il guidare su una stretta; tutti conoscono la sensazione di un tempo cronologico che appare lungo o breve, al di là della referenza semantica legata alla terminologia. Il mondo, dunque, è quello che io vedo e che io, nel momento in cui vedo, credo di condividere in un insieme di rappresentazioni con gli altri? Oppure siamo io e gli altri tutti insieme che proiettiamo rappresentazioni soggettive e, in quanto tali, originali e differenti? Potrebbe essere un modo per creare unità di conoscenza e unità del sé. Cioè, noi proiettiamo rappresentazioni e poi ci riconosciamo in esse, diamo loro un nome e una referenza oggettiva soggettivante. Con “referenza” intendo dire che ognuno di noi fa accompagnare la propria rappresentazione a un oggetto illusorio che ha creato nell’oceano rappresentazionale mentale. Tutto questo perché ci spinge con urgenza il bisogno di avere riferimenti, di orientarci nel cammin di nostra vita. E tutto questo come atto creativo di oggetti che non hanno realtà oggettiva, che non esistono come “cose” là nel mondo.
  • Tosco. Creiamo il mondo… o modi di essere, o quel che sia, non ha grande importanza. Creiamo il mondo, dunque, ma perché dobbiamo crearlo? Non potrebbe essere altrimenti? Forse non ci è d’avanzo il mondo delle nostre rappresentazioni, di quei noumeni o cose in sé che Kant reputava irraggiungibili e che per Schopenhauer possono essere colti soltanto con un grande sforzo di introspezione? Dobbiamo ammettere che abbiamo in ogni caso bisogno di qualcosa da poter considerare e collocare fuori di noi, qualcosa che siamo riusciti a materializzare, a dimensionare, a catalogare, a oggettivare per poterci orientare nel nostro cammino? Il noumeno, la cosa in sé, in quanto impalpabile, ci terrorizza. Perché? Abbiamo bisogno di un mondo illusorio… la cacciata dall’Eden? Dunque la rappresentazione che io mi formo della tigre può essere soltanto la mia rappresentazione e, in quanto tale, unica, improponibile, inesprimibile, inconoscibile. Anzi, mi verrebbe a dire, se su sei-sette miliardi di persone una soltanto possedesse la mia identica rappresentazione della tigre, se le due rappresentazioni, la sua e la mia, fossero perfettamente sovrapponibili io e quella persona staremmo creando lo stesso mondo nello stesso istante. Dovremmo allora anche coincidere come entità creatrici. O, più semplicemente, questo caso non si verifica mai: ogni rappresentazione rimane particolare e inconfondibile. Quella che io chiamo coda, all’opposto della testa, di quel tale colore che ha, può rivestirsi di tutt’altra referenza spaziale, cromatica, morfologica per un’altra persona. Questa vede la tigre, ma la vede in quanto dà forma a una propria rappresentazione che può essere qualcosa di completamente estraneo all’essenza della rappresentazione che a mia volta io ho creato. Siamo come due ciechi nati che, avendo a turno sfiorato con i polpastrelli della mano il viso incantevole di una bellissima ragazza, ora danno un’immagine a quel volto, un’immagine che certamente non ne sarà la fotocopia, ma che sarà il prodotto di una costruzione interamente soggettiva. Entrambi sono in accordo nel creare una cosa vestita di bellezza, mentre ognuno dipingerà di bellezza un volto diverso. Forse ciò che non muta, ed è comune a entrambi, risiede proprio nel concetto, nel senso di “bellezza” senza volto alcuno, con tutti i requisiti dell’idea in assoluto. Per noi si verifica qualcosa di affine. Semplicemente concordiamo, condividiamo su una traccia simbolica, senza darcene ragione, attorno alla equireferenzialità delle nostre diverse rappresentazioni. Non soltanto, ma questo processo di adeguamento si svolge altresì per quanto riguarda le nostre rappresentazioni non esclusivamente figurali, ma anche emozionali, reattive, interattive.
  • Ottero. Stiamo giocando con molta spregiudicatezza a sgusciare indenni fra un paradosso e l’altro, a quanto vedo. Ciò che hai detto, Tosco, è duro da accettare. Se la tigre mi ammazza e mi sbrana io finisco del tutto di creare rappresentazioni, in quanto la sede organica della loro elaborazione, il mio cervello biologico, è scomparsa. Di conseguenza anche la tigre non c’è più, per il motivo che la proiezione oggettivante in un primo tempo attiva svanisce con lo spegnersi della rappresentazione. Il senso comune direbbe che essa, la tigre, continua a esserci per gli altri i quali, in preda al panico a motivo della liberazione della belva dalla sua prigionia, si danno alla fuga.
  • Almach. Già, costoro stanno continuando a condividere la creazione di uno scenario simbolico per non smarrirsi. Forse vedeva giusto Schopenhauer [1] quando sosteneva che desiderio e privazione sono fonte di dolore e di noia. L’individuo parrebbe potersi sottrarre al desiderio e atteggiarsi a contemplare le idee nella loro natura di essenze situate in uno spazio che separa l’energia creatrice del mondo, un impulso cieco di energia vitale che pervade tutto, dal mondo della rappresentazione. L’unico valore del mondo risiederebbe allora, nella valutazione di Schopenhauer, nel nulla della sua negazione.
  • Tosco. A tal punto pervenuti, non riesco a fare a meno di insistere nel chiedermi perché mai esista questa spinta a creare rappresentazioni di un mondo condiviso e tuttavia illusorio. Voglio sapere qual è la mia posizione, quale il mio ruolo, quale la motivazione e quale la finalità ultima del mio io in tutto ciò. Posso considerare “Io” come una persona? Come un processo? Oppure una struttura dentro il mio cervello? O potrebbe, questo “Io”, essere un’essenza composta di una sostanza inafferrabile, ineffabile ma nel tempo stesso capace di sentire ciò che succede nel mio cervello?
  • Ottero. È il problema insoluto dell’identità personale. Porta con sé soltanto interrogativi, non risposte, non soluzioni. Immagino che il cosmo, nella sua interezza, percorra, per qualche arcano motivo, una sua via e che, lungo questa via, acquisisca complessità ramificandosi senza sosta. Abbiamo già sviluppato questo concetto, quello di una trama complessa sulla quale la nostra coscienza individuale va disegnando un proprio percorso, come per una scelta casuale.
  • Tosco. L’introduzione della casualità mi è poco congeniale. Ci sarà pure un principio che determina il senso di una simile scelta, no? E qui mi domando: può esserci un ordine e, se sì, quale ordine, quale legge soggiace alle scelte casuali che selezionano quella diramazione, proprio quella, che io ho la sensazione di star percorrendo?
  • Tiziano. Se me lo consenti, caro Tosco, vado a riprendere la tua riflessione su CD-rom e tracce magnetiche, elaborata in cima al Tenibres. Bene, il CD-rom è un corpo fisico. Su esso possono essere raccolte informazioni in grande quantità. Leggo uno dei “file” memorizzati, è un libro di quattrocento pagine. Queste informazioni sono a mia disposizione ogniqualvolta desideri richiamarle, perché c’è una sorta di traccia elettronica sull’area del supporto multimediale che le conserva e le può sia restituire sia riprodurre. Ora inserisco nel CD un altro “file” che, per mia sventura, contiene un virus. Quest’ultimo azzera tutto il contenuto del dischetto. Resta, del CD, la sostanza materiale. Se lo faccio a pezzi o lo brucio non riesco a distruggerlo in assoluto, benché sia riuscito a eliminarne composizione, forma e funzione. In qualunque modo otterrò pur sempre qualcos’altro di materiale: frammenti, polvere, cenere, gas di combustione, energia in forma di calore e di luminosità. Tutto si trasforma, nulla si distrugge. Ma, ecco ciò che mi interessa… dov’è finita la traccia elettronica sulla quale viaggiava l’informazione? Svanita? Trasformata anch’essa in qualcos’altro? In che cosa, se un “quanto” elettronico non ha dimensioni, non ha peso, non ha forma né sostanza? Sarà andata persa nel nulla? E con questo mi chiedo: di che cosa era fatta? Il mio corpo contiene e metabolizza sicuramente parti trasformate di altri corpi, sotto le fattezze di proteine, sali, elementi minerali trasformati nello scorrere di una complessa catena di sequenze biologiche; ma io non sono quei corpi. Certo, mi direte, è risaputo da tempo che il nostro essere biologico non corrisponde a una massa derivata dalla semplice somma di parti. C’è qualcosa in più, che è frutto dell’organizzazione, della sinergia, dell’armonia fra le parti. Solo in quanto si trovano organizzate in un certo ordine, le componenti di un organismo danno origine a qualcosa di vivo e vitale; separate e lasciate a sé deperiscono e si trasformano in materiale inerte. Parrebbe quasi di poter affermare che gli spiriti vitali che danno realtà a un essere vivente siano il collante che tiene insieme tali componenti. Ma torniamo al contenitore di informazioni. Anche la mia mente è una sorta di raccoglitore di tracce informazionali, con una sua funzione specifica all’interno delle coordinate spazio-temporali. Ammesso che sia così, quando il mio CD/cervello si fermerà, e cesserà definitivamente di funzionare, che ne sarà delle sue tracce informazionali? Che ne sarà della mente pensante mia individuale?
  • Tosco. Sto rimuginando alcuni riferimenti miei personalissimi su questo accostamento che ho udito fra il cervello biologico e il supporto informatico. Poniamo che stia scrivendo al mio personal computer, lavorando su un file sul disco rigido. Ho scritto sette relazioni ma, all’ultima parola che immetto con la tastiera, se ne va inaspettatamente la corrente elettrica. Per buona sorte avevo “salvato” le precedenti sei relazioni. Per quanto riguarda l’ultima non m’era passato ancora per la mente di dar corso a quest’operazione preventiva. Torna la corrente. Riaccendo il computer. Eccole, le sei relazioni, ci sono tutte. La settima, pazienza, la riscriverò da capo, benché mi dispiaccia non poco perché era ormai andata quasi completamente in macchina. E, per di più, dovrò rifare lo sforzo di ricordare al meglio le impostazioni che avevo precedentemente dato alla prima stesura. Mi servirà di lezione; “salverò”, d’ora innanzi, un paio di volte per ogni pagina scritta, così correrò sicuramente meno rischi. – Bene, il nostro sistema nervoso centrale presenta qualche affinità di funzionamento con la macchina. Anch’io devo “salvare” le informazioni ricevute. Il PC lo fa in un solo modo, che è un modo rigido, elettronico, immutabile, monolitico. Il mio cervello, e qui stanno le vistose differenze, “salva” le informazioni memorizzandole e, per fissarle in memoria e di qua richiamarle a tempo opportuno, usa, a seconda dei casi e delle situazioni, diverse tecniche e diversi procedimenti: può ricorrere alla reiterazione dell’input oppure a strategie di memorizzazione, alle associazioni semantiche, alla corroborazione per investimento emotivo e quant’altro. Può inoltre prevedere di creare un’impronta di memoria più o meno profonda, più o meno durevole nel tempo, ma può anche non avere successo, talvolta, nel tentativo di ripescare un dato contenuto di memoria. Non è tutto: anche se decide di fare proprio nulla, il cervello non può impedire che tracce di memoria si fissino, chi lo sa, forse a livello di membrana citoplasmatica, in quella dimensione che, per comodità di tassonomia psicotopica, fu chiamata inconscio o preconscio o subconscio. Ma si dà un’altra grandissima e fondamentale differenza: la nostra mente funziona grazie a un sistema rappresentazionale che può essere visto come un insieme attivo-creativo di strutture dotato della capacità di autoaggiornarsi; un sistema organizzato in modo tale da rispecchiare la realtà nel suo ininterrotto processo di trasformazione.
  • Almach. Una differenza abissale separa il nostro apparato mentale dalla macchina più sofisticata! Per di più c’è la questione dell’evanescenza che è diversa nell’un caso e nell’altro. Un’informazione codificata in un computer, una volta fissata, di per sé non si muove più. Trascorso lungo tempo, è sufficiente un semplice “clic” per recuperarla. A meno che qualcuno l’abbia deliberatamente voluta cancellare o che il PC sia andato distrutto per qualche infausta causa tecnica. Il nostro cervello, fatte le dovute eccezioni, non è così fedele nell’assicurarci la ritenzione in memoria di un dato acquisito. Ho udito per radio la notizia di un avvenimento insolito accaduto in una località che mi provo a tenere a mente, ma basta a volte una distrazione, un altro tipo di pensiero che irrompe nella mia mente e di cui cerco di non perdere il filo, oppure mi chiamano al telefono per farmi sapere che è richiesta urgentemente la mia presenza sul posto di lavoro, e le cose cambiano. Generalmente subentra l’oblio il quale, alleato del tempo che trascorre, rende il ricordo sempre più opaco sino a concedermi una vaga sensazione dell’informazione precedente che sento con rammarico sfuggirmi rapidamente di mano, impedendomi così di richiamarla per intero e di vederla in volto. Qualche volta succede che io stessa vorrei avere il cervello, o almeno una piccola porzione di esso, capace di incasellare le memorie come fa il computer, collocandole in sezioni isolate e a tenuta stagna che soltanto il segnale-chiave della mia volontà riesce ad aprire. Ma dovrei essere un Pico della Mirandola.
  • Ottero. È così, poiché il nostro sistema mentale è costruito su un supporto costituito da categorie, e queste categorie sono adibite a recepire i dati provenienti – consentitemi l’espressione – dall’esterno. È in quella sede che si formano rappresentazioni e simboli. Questi contenuti mentali non stanno fermi come nuvole su un cielo in bonaccia; entrano subito in interazione, perché per loro natura sono dotati di movimento, produzione, attività combinatoria, creatività ideativa. Li guida una logica interna che da tale dinamicità intelligente ricava un modello verosimile della realtà esterna e del suo modo di funzionare. Il supporto informatico, al confronto, è un custode fedele di dati, un elaboratore estremamente preciso e rapido, ossequiente ai comandi. Ma non può, almeno fino a oggi non si è arrivati a tanto, non può gestire un programma capace di fermare la propria attenzione su una determinata situazione, su un avvenimento, su una scena, capace inoltre di farci sapere quali siano i contenuti, gli elementi di quella situazione e, per giunta, di individuare le cause che ne stanno a monte e le conseguenze che dal volgersi dell’avvenimento potremmo attenderci.

[1] (Danzica, 1788  –  Francoforte sul Meno, 1860)


Immagine di Copertina tratta da Namirial Focus.

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