- Ottero. Questo mi piace. E si finirà per dire che siamo noi stessi a costruire questi mondi, visto che nessuno ha provveduto prima a crearli in un modo determinato e per sempre. Tanto più se penso a cosa intendeva Bertrand Russel[1] quando definiva la materia come una finzione logica, il frutto di una nostra invenzione che ci è utile o anche indispensabile per poter dare una spiegazione alle leggi causali, visto anche che noi, per nostra stessa natura, siamo esseri legati alla sensualità e pertanto dipendiamo in modo causale dalle leggi fisiche. Ed è qui che mi viene da chiedermi fin dove si spinge il mio pensiero, dove vuole arrivare, perché di strada già ne ha fatta tanta, ma non mi pare dia segni di appagamento o di stanchezza. Abbiamo assistito, nella ricerca astronomica e fisica per non andare in altri campi del sapere, a un percorso di conquiste e di acquisizioni divorato a passi di gigante, in così poco tempo e in così inaspettata accelerazione. Noi andiamo a svelare i misteri dell’Universo perché siamo spinti dalla nostra connaturata curiosità di sapere, vogliamo sapere di più per poter capire e vogliamo capire ulteriormente per arricchire il nostro bagaglio di conoscenze. Avvertiamo un bisogno prepotente di dare spiegazioni a tutto: ora scopriamo una nuova legge, ora conferiamo dignità scientifica a una nuova teoria, ora ci rendiamo conto dell’esistenza di stelle, di quasars, di pianeti che anche soltanto pochi anni fa stavano fuori da ogni portata e da ogni nostro sospetto. Ma io sono dell’opinione che più ricerchiamo e più si allontana quel confine ultimo al di là del quale nulla esiste. Perché il nulla non esiste, vive come pura e ipotetica controimmagine senza volto per dare ragione dell’esistenza di ciò che scopriamo e che la nostra mente veste di concetti. Credo, piuttosto, che la nostra sia una mente creatrice, essa crea le cose spingendosi avanti, nel momento stesso in cui procede, costellando il proprio cammino di mondi, di cosmi, di universi. La nostra mente ci stimola a ricercare perché nell’attimo in cui noi scrutiamo il fondo del mistero per conoscere, nello stesso attimo diamo vita a una molteplicità di forme che la nostra mente recepisce come rappresentazioni. Ci dev’essere un senso in tutto ciò, ci dev’essere una ragione per la quale noi siamo dotati di una mente capace di architettare concetti, reti concettuali e semantiche aperte alla comunicazione e a una sempre più complessa differenziazione. La sola intuizione che riesco ad afferrare è che sto parlando di un divenire senza un punto fermo di approdo, di una corsa che non avrà mai fine.
- Almach. Potrebbe essere una buona ipotesi. Ora mi piacerebbe che lasciaste a me il compito di portare avanti il filo del discorso tessuto fin qua da Tosco, per via di alcune intuizioni che mi si parano dinanzi agli occhi della mente e che non vorrei smarrire all’improvviso. In sostanza l’universo che osserviamo potrebbe essere nient’altro che il precipitato concettuale dei modi, diversi modi, di descrivere tutto ciò che si sottopone a descrizione. Un universo percorso da un linguaggio simbolico, dove i mondi sono fabbricati, con tutti i loro contenuti fisici, a partire, sempre, da altri mondi.
- Sirrah. Vuoi dire che conosciamo ciò che noi stessi abbiamo fabbricato?
- Almach. Conoscere non significa prendere i contenuti dello scibile e metterli in un sacco che, poi, si tira sulla schiena e ci si porta appresso come nostro patrimonio culturale per tutta la vita. Nell’atto del conoscere io affilo le mie armi di penetrazione e agisco con acutezza crescente. Per conoscere davvero occorre poter ammettere di aver capito. Comprensione, dunque, perché ci sia conoscenza. E, se c’è comprensione, c’è anche, insieme, capacità di creare. Come? Attraverso la percezione; è la percezione che costruisce gli oggetti da assumere, e dà loro un nome. Dobbiamo liberarci dall’idea che la realtà vera sia qualcosa che corrisponde a un mondo perfettamente regolato e confezionato, soltanto da scoprire. Nel nostro sforzo di conoscere noi siamo artisti e scienziati insieme. Facciamo ricerca e fabbrichiamo, e lo facciamo provandoci ora a descrivere il mondo, ora a dipingerlo.
- Mirach. Niente male! Anche Searle[2], il filosofo che mi affascina, giunse al punto di trarre alcune conclusioni simili a quanto hai appena affermato, Almach. Sul modello della percezione da lui messo in forma possiamo dare per scontato che, volgendo il nostro sguardo al mondo che ci circonda, noi non vediamo realmente le cose nella sostanza di cui crediamo siano formate, nella loro solidità, trasparenza, tonalità e via dicendo, ma cogliamo esclusivamente dati sensoriali, vediamo apparenze.
- Almach. La caverna di Platone, pare di poter inferire.
- Mirach. Qualcosa del genere, sì.
- Almach. Ammesso che sia così, ci si presenta un problema di non poco conto, quello di definire la relazione che connette questi dati sensoriali, frutto della nostra percezione, con le forme che noi crediamo di vedere.
- Mirach. L’evoluzione del pensiero speculativo nel corso della storia della filosofia ha compiuto notevoli passi in avanti quando ha postulato la possibilità che la percezione da noi sperimentata sia in gran parte, se non in tutto, frutto di un’illusione. Il filone speculativo che ne seguì poneva come prima condizione il fatto che attraverso i nostri occhi non passano oggetti solidi e questi non finiscono stivati in qualche angolo del nostro cervello.
- Tosco. Come attraverso l’obiettivo della macchina fotografica non passano i paesaggi ma la proiezione delle loro immagini.
- Mirach. In modo simile. Al nostro sistema cognitivo pervengono, per trasformazioni complesse di stimoli sensoriali in entrata, esclusivamente rappresentazioni. Noi possiamo soltanto analizzare i dati sensoriali in arrivo per poi produrre adeguate inferenze relative all’oggetto di conoscenza, alle sue caratteristiche e alla sua collocazione nello spazio-tempo. La teoria dei dati sensoriali, tuttavia, sino alle sue manifestazioni più esasperate nell’Idealismo assoluto di Hegel, incontrò severa critica nell’analisi portata da Searle. Visto, infatti, che i dati sensoriali godono di un carattere strettamente personale, individuale, si pone il problema della comunicabilità. Poiché il mondo umano è fatto di relazioni interpersonali e queste sono veicolate dalla comunicazione, vale a dire dal ricorso a un linguaggio pubblico. E quest’ultimo, per esplicitarsi in termini di comunicazione, deve avere come riferimento una serie di corrispondenti oggetti pubblici a portata di mano. È pertanto indispensabile uno spazio di condivisione. Io credo che la difficoltà risieda tutta nel definire che cosa intendiamo per condivisione. Da ciò che ho appena riferito si potrebbe trarre la conclusione che un oggetto pubblico, come possono essere il rosso o il verde del semaforo, sia la medesima cosa per tutti. Scatta il verde e scompare il rosso; conseguenza: tutti rilasciano il pedale della frizione e danno gas al motore. Ma se Gigio vede il verde e riparte sgommando, siamo proprio sicuri che tutti gli altri vedano il verde nello stesso modo in cui lo vede lui?
- Sirrah. Sì, perché ogni colore risulta da una certa intensità di vibrazioni sulla frequenza d’onda corrispondente nella banda.
- Mirach. Non è ancora sufficiente. Dovrei piuttosto entrare nella testa di Gigio e vedere, con i miei occhi, come vede lui il verde. E forse non basterebbe ancora. Io credo che tutti diciamo di vedere una qualcosa che, chissà, sarà qualcosa di non proprio identico per l’uno e per l’altro, ma che chiamiamo “verde” per convenzione: è una condivisione di significato, da cui discende l’assunzione di un comportamento omologo. Così, quando ci troviamo a dire “questa chiave è fatta di bronzo”, per me la parola “bronzo” può significare una cosa che nella mia mente si traduce in una determinata rappresentazione, mentre per un altro può significare un’altra cosa accompagnata, a sua volta, da una rappresentazione diversa dalla mia. È solamente questione di condivisione.
- Tosco. Ma che ingenuità: ritenere ciascuno nella testa una rappresentazione “self-made”. È semplice, no? Fai vedere distintamente a due persone uno stesso albero e poi chiedi loro di disegnarlo. Tu, in quanto terza persona, puoi confrontare i disegni: non riportano forse la medesima tipologia? Mica una delle due persone sarà un marziano!
- Almach. Ciò che desidero sia posto in chiaro è che è tutto relativo, ma questo non si verifica soltanto in ambito di percezione. È una relatività che riguarda in buona misura altri campi di attività. Se udiamo due cinesi discutere fra loro, oppure due aborigeni nella parlata tribale, probabilmente non ci capiamo niente di niente, a meno che non avessimo fatto precedenti esperienze di quelle lingue. Ora, immagino, da quelle emissioni vocali non riusciremmo a trarre alcun significato. Così per noi, così per i cinesi nei confronti del gruppo tribale e viceversa, ma questo non vuol dire che gli interessati nei rispettivi scambi verbali non comprendano le intenzioni comunicative dei loro corrispondenti. Voglio spingermi oltre. Siamo soliti affermare che la nostra razza è diventata intelligente così come lo è grazie al verificarsi di due eventi fondamentali, molto tempo fa, in epoche arcaiche: la liberazione delle mani dalla funzione deambulatoria con il conseguente loro uso per la costruzione-manipolazione di attrezzi e la contemporanea apparizione di un linguaggio primitivo destinato ad articolarsi in complessità e funzionalità, favorito in questo dall’assunzione della posizione eretta e da un particolare accomodamento dell’apparato laringo-faringeo. Bene, non è proprio dell’ultima ora la scoperta fatta da un gruppo di oceanografi sull’esistenza di un linguaggio, sorprendentemente variegato per emissione di tonalità sonore, nelle balene e in altri cetacei. Siamo in grado di udire le sequenze registrate di tali suoni, e non ce ne facciamo motivo di meraviglia. Tuttavia, mi viene da congetturare, chi può dire che anche le balene non trasmettano significati attraverso la loro banda sonora, significati sottoponibili a decodificazione percettiva e a interpretazione mentale? È chiaro che i contenuti saranno di un certo tipo. I cinesi parleranno di colture risicole, della rivoluzione, del lavoro in fabbrica, della famiglia; gli aborigeni delle frecce per cacciare i maiali selvatici, della festa di iniziazione, della pesca andata a male per il sopravvenire di un improvviso fortunale; le balene della presenza di plancton, dell’avvistamento di predatori, di esigenze riproduttive e di chissà quali altri argomenti che a noi sono preclusi. Per il solo fatto che il loro non sia un linguaggio sillabico, fonologico, consonantico emesso per attivazione di un sistema glottico-faringeo a ciò predisposto, possiamo davvero sentirci autorizzati a escludere che, fra di loro, comunichino significati?
- Tosco. Care compagne d’avventura, apprezzo lo sviluppo che avete impresso alle mie idee su questa materia e mi azzardo a spingermi oltre. Scopriamo l’esistenza di una “quasar” ignorata in precedenza da tutto il mondo accademico degli scrutatori del cielo. Sulla scia di quanto abbiamo sostenuto fin qui, e mi pare unanime il nostro punto di vista, la “quasar” non era lì ad aspettare che i raggi luminosi della sua immagine attraversassero finalmente una lente di stupefacente potenza. Chi l’ha vista per primo in quello stesso momento l’ha creata; poi ne ha comunicato ad altri l’esistenza, ad altri che hanno condiviso con lui la nuova creazione. Lo sto dicendo in maniera un po’ goffa, come potete constatare, ma mi viene difficile esprimermi all’interno di un concetto di queste dimensioni.
- Sirrah. Dunque ognuno di noi descrive e dipinge un modo di essere del mondo, è scienziato e artista insieme. La cosa non mi disturba affatto. Mi chiedo, tuttavia, che cosa accada in “ognuno” di noi nell’atto del conoscere, del capire, del costruire la realtà. Mi riferisco ai vari punti di vista dai quali può essere colta un’esperienza. Concretizziamo con una situazione immaginata. Siamo allo zoo; scusami, Tosco, ma ci dobbiamo tornare solo per poco, siamo di fronte alle gabbie degli animali “feroci”. Cinque persone stanno osservando ammirate una tigre oltre le sbarre. La persona A sta vivendo una certa esperienza che le altre quattro persone non possono conoscere, neppure qualora fosse loro concesso di vedere, dentro il cervello di A, i processi mentali e le rappresentazioni che vi si stanno attivando. Sentire di avere un’esperienza è qualcosa di interamente unico, incomunicabile, anche se tutte le cinque persone possono supporre di provare una sensazione equiparabile a un amalgama di meraviglia/stupore/timore. Posto che si tratti soltanto di stupore, tutte le cinque persone vedono e sentono la stessa cosa, in quello stesso momento, oppure hanno imparato a vedere e a sentire una condivisione? In altre parole, per riprendere il filone di poco fa, costruiscono un modo d’essere della realtà o costruiscono cinque diversi modi d’essere di quella realtà? Se scorgo, e così avviene per i miei quattro compagni, una macchia rossa su una zampa della tigre sono del tutto certo che gli altri vedano il rosso come lo vedo io?
- Tosco. Sì, perché hanno tutti le medesime reazioni alla vista del rosso. Di fronte a un semaforo, per esempio, sanno che significa STOP.
- Sirrah. Già, come per il verde, ma non potrebbe darsi il caso che ognuno di noi costruisca un proprio modo di rappresentare l’idea di “rosso”, in un modo insondabile e intrasferibile? Il mondo in cui vivo è quel mondo che io sto continuamente edificando e non è detto che sia costruito allo stesso modo in cui lo costruiscono altre persone.
- Tiziano. Be’, nel caso del rosso possiamo essere sicuri di non andare a vuoto se affermiamo che c’è una particolare lunghezza d’onda nella banda dei colori, che è condivisa da tutti, mi pare evidente.
- Sirrah. Da tutti… sì. Ma questa condivisione sulla realtà “lunghezza d’onda” significa che altri stanno, in quel momento, proprio vedendo il “mio” vedere rosso?
[1] Bertrand Russel, L’analisi della mente, Roma, Newton Compton Ed. s.r.l., 1970, 2a ediz. 2004, Traduzione italiana di Jean Sanders e Leonardo Breccia.
[2] John R. Searle, La mente, op. cit.
Immagine di Copertina tratta da Enrico Fantaguzzi.

