- Ottero. Aggiungerei un paio di particolari alla dotta lezione di Mirach. Se proprio vogliamo andare a circoscrivere con cura il termine coscienza sotto un profilo ancora elettivamente filosofico, ci può venire in aiuto la posizione assunta da Husserl[1], fautore convinto di una filosofia rigorosamente scientifica, per la sua considerazione della coscienza come una barriera ai nostri tentativi di conoscenza approfondita. Oltre la coscienza non si va con l’analisi fiolosofica, sostiene Husserl, sostenuto da un prepotente bisogno di certezza che spinge il suo atteggiamento fenomenologico a scagliarsi con veemenza contro il negativismo scettico e contro una ricerca speculativa troppo propensa a considerare in modo esclusivo la “realtà”. Ma mi viene in mente anche Bertrand Russel il quale disegna il dominio della mente e della coscienza su uno sfondo spiccatamente realistico e dirige acute critiche ai vari modi in cui le correnti filosofiche hanno descritto la coscienza[2]. Russel fa un passo avanti rispetto all’ipotesi che lega la coscienza al funzionamento delle reti neuronali e in queste si esaurisce: intanto vuole superare quella che è sempre apparsa come una resistente separazione fra spirito e materia, ma nello stesso tempo non ne sostiene l’identità. Ci sarebbe qualcosa, implicata nel mondo dell’esperienza individuale, di diverso sia dalla materia che dalla mente, qualcosa che sta a monte, a uno stadio più primitivo, una sorta di sostanza che si pone fra le due entità e le sovrasta in un certo senso. Come spirito e materia, così nella convinzione di Bertrand Russel, non sono la vera sostanza di cui si compone la realtà, in modo simile la coscienza, in qualsiasi modo la si voglia definire, non rappresenta di per sé l’essenza della vita o della mente.
- Mirach. Questo potrebbe essere un punto di vista interessante, se non mi ingannano le mie intuizioni.
- Ottero. Vorrei riprendere ora una questione già sollevata da Tiziano poco fa e che a me sta particolarmente a cuore. Consapevolezza. Pensiamo sia un requisito esclusivo di noi umani. Ne siamo certi del tutto? Non è forse vero che il comportamento di certi animali, in determinate situazioni, possono far pensare a un barlume almeno di consapevolezza? L’esempio di animali di specie diverse di fronte allo specchio che riflette l’immagine del loro corpo e la sequenza dei loro movimenti fa molto riflettere. La differenza sta, probabilmente, nell’intervento del fattore cultura. Quest’ultima è prerogativa umana per eccellenza, questo è inconfutabile.
- Mirach. La cultura, comunque, è già a sua volta il prodotto di una capacità distintiva preesistente nell’uomo.
- Ottero. Certo, l’uomo è la creatura che sa fare uso della propria intelligenza per assoggettare le leggi della natura, per travalicare i limiti comportamentali imposti dal puro istinto. L’uomo è creativo.
- Mirach. Così potremmo affermare che, come avviene per l’istinto, anche la consapevolezza negli animali, se pur presente, ha dei limiti, è contenuta in una struttura intrapsichica molto semplificata e fatalmente inalterabile.
- Ottero. Credo sia così. In questi termini, la nostra consapevolezza non conosce restrizioni, può godere di un’estensione potenzialmente infinita.
- Tiziano. Sarebbe interessante capire qual è il punto dove la nostra consapevolezza si differenzia da quella degli altri animali, dove fa mostra della sua capacità di crescere.
- Ottero. La cosa mi verrebbe più facile facendo ricorso a una metafora. Apprendere una lingua straniera difficile a mandar giù, per esempio. È come comporre un puzzle. Tutto sta nel trovare la seconda tessera del puzzle. Imparare una lingua straniera è un processo che si fa sempre meno difficile a partire da un punto critico. È da quel punto che ha inizio la formazione di un mosaico. Se già disponi di due tessere giustapposte con precisa logica spaziale di figura/sfondo, sarà meno ostico trovare una terza, una quarta tessera e così via. Il processo stesso ti porta ad avvicinare tessere adeguate, l’una dopo l’altra, con una successione che rivela facilità, abilità di scelta, rapidità crescenti. È la logica della rappresentazione d’insieme che ti guida in questo processo. Il punto cruciale è costituito dalla seconda tessera. La prima, nel puzzle che stiamo idealmente ricostruendo, la puoi scegliere più o meno a caso, una qualsiasi può andar bene. Ma è dalla individuazione e dalla selezione della seconda tessera che viene chiamata in scena la riflessione sulla configurazione complessiva, sui punti di contatto, sulla congruità del disegno in evoluzione. Stai operando per analisi e per sintesi simultaneamente. L’animale, per altro verso, non ha a disposizione che due tessere soltanto, non può fare di più, perché non sarebbe capace di considerare i particolari singoli e il loro insieme in una composizione significativa al tempo stesso. L’animale non è dotato di capacità rappresentativa complessa e le combinazioni mentali che riesce ad attuare sono di natura assai elementare.
- Mirach. Ecco a cosa mi stai facendo pensare: a certe scene tratte da documentari naturalistici. I documentari, almeno quelli a cui mi riferisco, sono relazioni serie e scientifiche, dotate dunque di un buon quoziente di attendibilità. Tuttavia resto molto perplessa quando mi capita di udire certe affermazioni a riguardo dei meccanismi che regolano la perpetuazione delle specie animali. Porto un esempio. Ho assistito, tempo fa, a un filmato televisivo incentrato sulle abitudini e sul comportamento del rinoceronte nero in India. Tutto molto interessante. Se non che, quando si arriva alla fase dell’accoppiamento, guarda cosa ti va a capitare: in seguito alla copulazione il maschio di rinoceronte si adagia sul terreno per riposare, cosicché la femmina decide di fare la stessa cosa, mettendoglisi al fianco. Dopo un po’ la femmina si alza e si allontana. Fin qui tutto bene. Ma poi, ecco che si vede anche il maschio rizzarsi sulle zampe e seguire la femmina. Anche qui, nulla di particolare, se non a seguito della domanda “perché la segue?”. Una domanda che tutti potremmo porci, ma che potremmo porci anche per mille altre manifestazioni comportamentali. La voce del commentatore spiega: “Segue la femmina per i prossimi giorni allo scopo di impedire che essa si accoppi con altri maschi e in modo da essere sicuro che la prole da lei partorita porterà i suoi geni”.
- Ottero. Ho notato un accento particolarmente marcato sulla parola scopo. L’hai fatto di proposito, vero?
- Mirach. Ma certo. Non vi sembra un po’ esagerata la cosa? Qui si sta attribuendo a un animale un’intenzione e una capacità di rappresentarsi mentalmente l’evoluzione nel tempo – capacità di anticipazione, dunque – e il peso di certe conseguenze prevedibili, ciò che presuppone l’appropriazione mentale della relazione causa/effetto. Ma non è solo a riguardo dei rinoceronti che si dicono queste cose. Si parla anche dei leoni e degli orsi maschi, per tacere di innumerevoli altre specie, che quando fiutano una femmina con i piccoli cercano per prima cosa di uccidere questi ultimi per indurre la femmina a tornare in calore e quindi accoppiarsi con lei. Vero Tosco? Già tu, rammento, avevi afferrato questo argomento mentre si stava pigramente sdraiati su quel bel prato verde di Yellowstone. Questo secondo tipo di comportamento, peraltro, quello dei leoni e degli orsi, mi pare molto più plausibile rispetto a quello esibito dal rinoceronte nero. Almeno il leone, o l’orso, sviluppa aggressività e ferocia, noi diremmo, per togliere di mezzo un ostacolo visibile che impedirebbe lo sfogo di uno fra i suoi istinti primari. Anche se l’aver appreso, da parte dei maschi, che basta eliminare i cuccioli per rendere la femmina nuovamente disponibile all’accoppiamento è già una bella impresa della mente impegnata a costruire una sequenza logica di causa/effetto nemmeno troppo fortuita. La sicurezza, poi, che quei cuccioli non siano già figli loro chi gliela dà? Ma già, forse non sono preoccupati di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Forse vogliono solo liberare un istinto prepotente. Ma, ancora, se tutti facessero così, a far teste dalla spiegazione che diamo noi di questa sorta di comportamento ponendola come espressione necessaria, la specie non si sarebbe estinta già da un pezzo? Lasciamo andare, concediamo a orsi e leoni di consumare le loro avventure erotiche, a modo loro, come più gli pare e piace! Quella del rinoceronte, però, non la digerisco facilmente. Non molto dissimile da quanto si verifica in certe società integraliste dove le donne possono spostarsi in pubblico solo se accompagnate da un parente maschio.
- Almach. Oppure, per quel che riguarda i rinoceronti, potrebbe trattarsi ancora di un programma fornito di input preimpostati e di sequenze preconfigurate, diversi da specie a specie, a cui l’animale si sottomette senza aver chiaro il piano che guida il suo comportamento né le conseguenze né gli effetti collaterali né le alternative o altre evenienze congetturabili. Perché l’animale è esecutore, non possiede consapevolezza ai livelli di riverberazione propri dell’umana natura.
- Tosco. Permettete? Esco da questo zoo perché avverto un prepotente bisogno di dedicarmi alla mia, alla nostra condizione di esseri umani. Dagli animali siamo troppo lontani per parlarne in termini antropomorfici. Vorrei portare questo nobile consesso di menti pensanti alla considerazione di un tema più sublime.
- Tiziano. Oh, guarda, la nostra animalità ti va turbando?
- Tosco. No, affatto. Ma ne ho piene le meningi di animalità. Il tema che mi preme affrontare ora, sempre con il beneplacito della confraternita, naturalmente, è quello della conoscenza. Vedrete quanto ci trasporterà in alto, molto più in su delle mandrie al pascolo e dei felini in caccia di veneri ungulate.
- Tiziano. Niente po’ po’ di meno che!
- Tosco. Ma proprio! Vedo che celiate. Dunque, credo bene se penso di essere autorizzato? Allora, via! Salto netto nel dominio della conoscenza che l’uomo sviluppa attorno al mondo che lo circonda. S’è detto[3] che la conoscenza non corrisponde esattamente a ciò che è, non si pone come rispecchiamento di una realtà che sta lì, pronta a farsi fotografare. Quando crediamo di conoscere un determinato contenuto non sviluppiamo neppure un processo di elaborazione dei dati oggettivi che crediamo di percepire sul momento. Vediamo le cose in questo modo, tu le vedi in quest’altro modo, io a modo mio e via discorrendo. Ma io credo di poter sostenere l’inconsistenza di qualsivoglia modo che possa definirsi come il modo d’essere della realtà. Di conseguenza non c’è un processo descrittivo in grado di cogliere questa realtà. In verità posso soltanto pensare a una pluralità di modi attraverso i quali il mondo si presenta alla nostra percezione. Se mi cimento a descrivere qualcosa, la mia descrizione non fa altro che cogliere uno solo di questi modi di essere del mondo. Nel momento in cui ci cimentiamo a descrivere un oggetto, un fatto, una situazione ci affidiamo a strumenti imperfetti, seppure di elevata raffinatezza, vale a dire al linguaggio e all’uso dei sistemi simbolici. Io, nella mia individualità, riesco appena a costruire una descrizione che, crescendo attorno a una verità particolare, le attribuisce una forma, la elabora, per restituirmela quindi come uno dei molteplici aspetti del mondo, rivestito di un certo significato. L’oggetto che tento di descrivere, infatti, presenta di per sé numerosi modi di essere, può dunque essere visto, considerato, analizzato, percepito e colto in una molteplicità di modi, fra i quali io ne afferro uno soltanto. Questo non significa neppure che esista una realtà sola e soggetta a interpretazioni diverse. Diceva bene Nelson Goodman[4] quando analizzava l’evoluzione del porsi della mente umana di fronte al mondo da conoscere: se con Kant si verificò la transizione dalla struttura di un mondo esterno a quella di una mente che filtra, elabora, dà forma ai contenuti di conoscenza e se con C.I. Lewis la struttura della mente si trasformò nella struttura dei concetti, a un ulteriore passo si verificò il passaggio dalla struttura dei concetti a quella dei sistemi simbolici nella sua grande varietà di applicazione. Il punto di vista teoretico andò pian piano modificandosi dalla supposizione di una verità unica e stabile pronta a essere scoperta e da un mondo immodificabile posto a disposizione dell’atto del conoscere, verso l’esistenza di una notevole varietà di versioni corrette della realtà, una varietà così ampia da consentire, al suo interno, anche il generarsi di conflitti fra una versione e l’altra. Tutto viene messo in movimento e questa impostazione dinamica, trasformazionale fa pensare a mondi tutt’altro che definiti, a mondi che sono tuttora in via di formazione.
[1] Edmund Husserl (1859-1938), La filosofia come scienza rigorosa, Roma, Bari, Laterza & Figli Spa Ed., 2005, Traduzione italiana di Corrado Sinigaglia.
[2] Bertrand Russel, L’analisi della mente, Roma, Newton Compton Ed. s.r.l., 1970, 2^ ediz. 2004, Traduzione italiana di Jean Sanders e Leonardo Breccia.
[3] Nelson Goodman, Languages of Art (I linguaggi dell’arte), 1968
[4] Nelson Goodman, Ways of Worldmaking (Vedere e costruire il mondo), 1978
Immagine di Copertina tratta da National Geographic.

