- Sirrah. Perché demolire l’idea di trascendentale e di separato? Non è forse parimenti postulabile la possibilità che la coscienza si estenda ad altre dimensioni esistenziali? Quante cose ancora non sappiamo che altri, dopo di noi, sapranno. È vietato immaginarne la veridicità? L’uomo delle caverne non avrebbe mai potuto pensare che tronchi d’albero pesantissimi si sarebbero potuti trasportare a distanze considerevoli grazie a due ruote che girano attorno a un perno. Vercingetorige non avrebbe mai potuto elaborare l’idea di un’arma da fuoco automatica che fosse in grado di decimare in modo possente le legioni romane. Garibaldi avrebbe forse ventilato la possibilità di una trasmissione in tempo reale, via e-mail per esempio, del suo “Obbedisco!”? E Tolomeo avrebbe potuto credere in una spedizione di sonde spaziali capaci di inviare sulla Terra fotografie ravvicinate di corpi celesti lontani centinaia di milioni di chilometri? – Vedete quante trasformazioni, quanta evoluzione, quante scoperte, conquiste, creazioni. E a intervalli di tempo sempre più brevi. Che cosa riserverà il futuro ai nostri discendenti? Cose, sicuramente, che noi stessi, oggi, non siamo in grado di immaginare. Ma io vado coltivando un’idea, quella dell’esistenza di altre dimensioni. Fanno bene gli scienziati, i filosofi a non pronunciarsi più di tanto su questioni possibilistiche; al momento devono per serietà professionale utilizzare gli strumenti e i dati che sono loro in possesso e lasciare il resto a chi ama giocare di fantasia. L’uomo da sempre è stato schiavo di spinte antropocentriche. Non vede altro se non ciò che cade sotto i codici delle leggi scoperte e delle verifiche estese ai fenomeni in base a tali leggi. Ma oltre non si spinge. Finché non si leva qualcuno a dire “ma vi siete accorti che c’è anche quest’altra possibilità?”. E allora tutti a darci dentro con l’impiego forsennato di metodi, teorie, ipotesi e via di questo passo. Non è solo fede, sarà anche quella, ma io sono portata a credere che il guscio in cui noi viviamo e dal quale sporgiamo il naso un palmo appena per scoprire l’ultima quasar più lontana e l’ultimo frammento di quark più piccolo non è altro che una prigione che noi stessi non vogliamo abbandonare. E credo nell’esistenza di altre dimensioni, non solo quelle riferite ai tanti preconsci, inconsci, subconsci, ma dimensioni di cui non sappiamo un bel nulla e che per questo sono indescrivibili, dimensioni che ospitano parametri esistenziali complementari, supplementari, opposti polari, inverosimili, gravidi di possibilità. Non è neppure dell’ultimo momento la notizia di episodi che possono capitare a ciascuno di noi – e che a qualcuno sono in effetti occorsi almeno una volta – relativi a inspiegabili comportamenti anomali del mondo fisico prossimo, con stravolgimenti persino di processi meccanici già ritenuti estremamente prevedibili, a dispetto delle nostre collaudate convinzioni attorno alla sequenza causa-effetto e alla dichiarazione di conformità alle leggi naturali. Sono quelle volte in cui uno si chiede “ma cosa succede? non può essere vero”, poi rimane a bocca aperta senza poter dare una spiegazione dell’accaduto. Li chiamiamo talvolta messaggi e siamo soliti attribuire loro una provenienza misteriosa. Che non si tratti di qualcosa proveniente da altre dimensioni? Un accenno all’esistenza di altri modi di essere, di altre forme di realtà? Tu stessa, Mirach, hai descritto livelli diversi, quello neuronale, più basso, che sarebbe causa di qualità poste a livelli più alti, quelli che danno origine alla coscienza. Ora, se non ci accontentiamo di fermarci qui, perché non andiamo a prefigurarci livelli di un sistema ancora più elevato e che sarebbero originati dall’insieme delle attività coscienti di tutti gli esseri pensanti di ogni tempo? Quale potrebbe mai essere l’estensione di questi livelli? Avrebbero essi qualcosa di simile alle dimensioni che io creo nella mia immaginazione? È dunque su questa linea di pensiero che io vado a porre il mio concetto di trascendenza.
- Tosco. Io, in tutto questo bel dire, continuo a non capire una cosa. Come faresti a passare da uno di questi livelli a quello superiore? Che cosa succede nel passaggio? E, volgendo la domanda in particolare a Mirach, com’è che una serie di processi biologici a livello cerebrale danno origine a stati coscienti? Usano per caso la bacchetta magica?
- Mirach. Grazie, cito; eccomi a te. Capire che cosa accade, come avvenga questo passaggio, nel modo in cui tu imposti il quesito, è un affare di non poca complessità. Searle, per citarlo ancora, sostiene che occorra dapprima individuare e spiegare che cosa intendiamo per correlato neurale della coscienza, perché di correlato siamo costretti a parlare; poi dobbiamo vedere se il modo in cui si realizza la correlazione risponde a criteri di causalità o meno; infine dobbiamo riuscire a dare vita a una teoria. Ma non chiedermi di più, cito, sono arrivata al limite delle mie attese, oltre c’è il baratro: se mi sospingi un po’ ancora, finisce che precipito in fondo. So che se ti dico che l’essenza della mente è la coscienza tu mi chiedi subito “Che cos’è la mente? Che cos’è la coscienza?”. Che vuoi che ti risponda, nulla più di questo, e mi è di sostegno Searle: la coscienza è l’essenza che spiega il nostro esserci e lo investe di significato. Persino Searle, mentre fa risalire la coscienza o, meglio, la riconduce ai processi neurali minimi, finisce per ammettere che c’è ancora molta ignoranza attorno a ciò che riguarda sia la struttura della coscienza nella sua grande complessità sia quella che dovrebbe essere la precisa natura dei processi neurali che stanno a monte.
- Tosco. Continuo a saperne quanto prima. Per conto mio il tuo filosofo non fa che girare in tondo attorno al problema. Ti spiaccica dentro la parola “essenza” e tanti saluti a casa, chi s’è visto s’è visto. Neppure lui ne vede la soluzione, ma ne cerca una di ripiego, livelli più alti, livelli più bassi, livelli sistemici, e non spiega che cosa siano in effetti questi livelli, che cosa di comprensibile avvenga al loro interno. La spiegazione che ne fornisce si limita, sempre a parer mio, a costruire una teoria saldamente piantata su ipotesi traballanti, come un palazzo eretto su chiatte in mezzo all’oceano. Se, poi, mi viene a dire, come viene a dire, che si può inserire la coscienza all’interno di un paragone, che la coscienza, cioè, sta in qualche proporzione ai neuroni come la compattezza di un pistone nel motore a scoppio sta alle molecole della lega metallica di cui il pistone è formato, allora mi viene proprio il capogiro. Ma la vedi l’incongruenza? Le microparticelle metalliche, in un propulsore termico, danno luogo a quella macchina che sviluppa quelle funzioni per il fatto stesso che esse sono disposte in un certo modo, secondo certi criteri di forma e di movimento, senza contare che prima di tutto c’è qualcuno che l’ha voluto e ci ha messo testa e mani. Da tale disposizione discende una struttura meccanica che svolge il lavoro atteso. E, se quella struttura la scomponi, in senso fisico, molecolare, ritorni alle microparticelle le quali, di per sé, non producono alcun effetto in quanto scollegate dalla originaria struttura già funzionante per il compimento delle finalità previste. Sì, è vero che anche i neuroni, presi isolatamente, non costituiscono quella cosa complessa che funziona e che dirige la propria azione verso scopi ben definiti, intenzionali, ma non mi dire che qualche mente superiore – e già qui si aprirebbe un nuovo capitolo di pesanti speculazioni – abbia messo insieme qualche miliardo di neuroni ordinando loro di lavorare a un certo livello di prestazione perché poi, come per magia, da quel livello scaturisse – in grazia di chissà quali forze misteriose e di quali passaggi, trasformazioni, riconversioni di energia – una coscienza degna di un livello superiore. Mi sembra tutto un po’ buffo, macchinoso, poco originale e anche piuttosto grottesco. Puoi agglomerare fra loro quanti neuroni vuoi; otterrai un organo pur sempre biologico, un cervello, a meno che tu non abbia il coraggio o la spudoratezza di dichiarare finalmente che il cervello è la coscienza, punto e basta. Forse ha ragione Sirrah. La sua è un’ipotesi poco scientifica, tutto sommato, ma forse proprio per questo più accettabile. E più avvincente per giunta, perché mi pare alquanto inconcludente continuare a parlare di mente, coscienza, di cose che ci sforziamo di definire con termini linguistici ma di cui ignoriamo completamente la struttura e la sostanza.
- Mirach. Immagino che neppure Searle se la sentirebbe di negare a spada tratta l’emergere di nuove possibilità. D’altra parte il filosofo mi sembra molto possibilista, come già ho avuto modo di notare, soprattutto quando sposa la convinzione, già palesata da Hume, dell’illusorietà legata all’esistenza assolutamente necessaria di un mondo nella forma nella quale si offre alla nostra percezione. Dobbiamo soltanto ammettere che il mondo in cui viviamo è organizzato nei modi che conosciamo e non in atri modi.
- Tosco. Dico e mi fermo. Organizzato da chi? Disposto in questi modi per quale motivo? E io apro gli occhi al mondo per sentirmi dire che sono capitato in un posto strano, fatto così e cosà e che nessuno mi saprà dire mai come e perché?
- Mirach. Non credere, cito, che il mio filosofo pecchi di presunzione e di dogmatismo. Devo fare un po’ di chiarezza su questo punto. Ciò che s’è detto su una presunta analogia fra un motore e la nostra materia grigia va spiegato nei termini dell’impossibilità di ridurre ontologicamente la coscienza allo stesso modo in cui riduciamo lo scoppio della miscela gassosa, all’intero del cilindro del propulsore, al processo termo-chimico di ossidazione delle molecole di cui si compone la miscela. Qui si dà per certa una riduzione causale, ma per la coscienza la cosa è ben diversa, a motivo, come vado ormai da tempo sostenendo, della sua ontologia di prima persona.
- Tosco. Avevo inteso. Siamo comunque sempre di fronte a una qualche forma di causalità che non esisterebbe se non ci fosse, a supportarla, una base neuronale, quindi biologica. Sicché togli il cervello a Tizio e gli porti via pure la coscienza. Questo è tutto.
- Ottero. In realtà, Tosco, andiamo brancolando nel buio, a maggior ragione se ci poniamo l’obiettivo ambizioso di definire la coscienza. Ricordo che lo stesso Searle si chiedeva che cosa potesse esserci all’interno della propria testa nell’atto di pensare a Cesare che attraversava il Rubicone, che cosa consentisse di operare un salto indietro nella storia dei popoli. Soltanto rappresentazioni, io credo. E anche questa parola – rappresentazioni – è un altro modo di circoscrivere, assieme alla sua appropriata apposizione “mentali”, qualcosa che accade in un organo fatto di sostanza biologica, ma a un livello di funzionalità che ci consente, sì, di affermare “sto pensando a Cesare che attraversa il Rubicone”, ma che non riusciamo a rendere con una definizione soddisfacente. Ci limitiamo a dire che non facciamo alcun salto indietro nella storia dei popoli, ma mettiamo semplicemente piede in uno spazio dove risiedono molte rappresentazioni mentali di informazioni precedentemente apprese. La mente – torno a usare il termine convenzionale – non fa che frugare fra le rappresentazioni fissate come memorie, probabilmente per un processo biochimico sulle membrane citoplasmatiche, puntando alla ricerca e all’individuazione di quella specifica rappresentazione mentale che volontà e intenzionalità hanno eletto come obiettivo. Così come se volgo il mio pensiero a Plutone, ai confini del sistema solare, non è che il mio pensiero o chi per esso arrivi a quelle distanze; esso non fa che girovagare all’interno del dominio delle mie rappresentazioni mentali sino a incontrare quella che cercava.
- Mirach. Per riprendere rapidamente il concetto di coscienza, che di questo passo rischiamo quasi quasi di perdere di vista, credo che tutti possiamo concordare sul fatto che essa costituisca una realtà, altrimenti non saremmo qui a costruire supposizioni su supposizioni. Ma anche che la coscienza non sia riducibile sul piano della neurologia e della biologia. Questo, però, non significa che la coscienza sia qualcosa di separato dall’encefalo, qualcosa come una nuvoletta che lo sovrasti dall’esterno e che si cali, al momento opportuno, nella massa encefalica per incontrare realizzazione. Essa, piuttosto, accetto qui un’affermazione di Searle, può essere definita come uno “stato”, lo stato in cui l’encefalo viene a trovarsi nelle sue fasi di attività. Rimane il problema relativo alla causalità, come ha opportunamente sottolineato Tosco. Ed è un problema serio perché comporta l’enorme difficoltà di spiegare come la dimensione mentale riesca ad avere certe influenze su quella fisica. Searle affronta questo tipo di dilemma e pone la possibilità che il mentale sia una caratteristica, un modo d’essere, uno stato come ho appena riferito, dell’encefalo in quanto organo biochimico. Ma egli sostiene anche che non si possano dare due campi di attivazione a sé stanti, quello che riguarda l’attività cosciente e quello del lavoro prodotto dalle reti neuroniche. Esiste un unico sistema, che è il cervello. Al suo interno si sviluppano i livelli di cui s’è detto, quello neuronale e per certi aspetti meccanico, e quello sistemico della coscienza. Così è da immaginarsi per l’ambito psicologico del nostro vivere quotidiano. Noi tutti sperimentiamo stati psicologici mutevoli, a seconda delle condizioni intime o ambientali nelle quali siamo coinvolti. Non esiste un modo psicologico di rapportarsi con se stessi e con gli altri che non presupponga una corrispondente modificazione sul piano biochimico del nostro sistema encefalico. E noi ne siamo coscienti: proviamo rabbia, amore, pena, invidia, solidarietà perché qualcosa all’interno delle reti neuroniche ha assunto una determinata conformazione. Searle spiega questo fenomeno asserendo che ciò che noi denominiamo psicologico è, in effetti, soltanto il neuro-biologico ma a un livello superiore di descrizione, quello sistemico della coscienza.
- Almach. Da quanto ho udito vorrei poter considerare la coscienza alla stregua di un ente che ha la facoltà e il compito di organizzare il funzionamento della massa encefalica. Mi viene istintivo ricorrere a una proporzione aritmetica: la coscienza sta al cervello come Schumacher sta alla sua Ferrari. Che ci farebbe una potente “Formula 1” senza un pilota che ne conosca tutti i pregi e li diriga a buon fine?
Immagine di Copertina tratta da RN 365.

