Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 4 di 15

  • Tosco. La coscienza dove la mettiamo, d’ora in poi, in tutto questo intricatissimo garbuglio? In nessun luogo, oppure dappertutto? O entrambe le cose?
  • Tiziano. Se vogliamo continuare a considerarla alla stregua di un processo, allora diciamo che essa si manifesta nell’attivazione conseguente al fatto che il talamo sia connesso con la corteccia cerebrale, in presenza di particolari circuiti riverberanti.
  • Mirach. Questi benedetti circuiti riverberanti! Posso tentare di concretizzare? È possibile, anche solo lontanamente, paragonarli a un’eruzione vulcanica o alla formazione di aurore boreali?
  • Tiziano. Credo proprio che tu abbia fatto centro. Sì, un’eruzione vulcanica, una di quelle di tipo esplosivo, non effusivo, dotata quindi di una potenza tale da consentire di raggiungere altezze incredibili con il getto di materiale magmatico. Meglio le aurore boreali, o australi che è lo stesso. In quei frangenti è la superficie stessa del sole a provocare eruzioni esplosive con la proiezione di particelle elettrizzate ad altissima velocità e distanza. L’aspetto spettacolare, poi, delle aurore polari, risiede nella penetrazione di queste particelle in strati ionizzati della ionosfera e nella deflessione delle stesse verso il polo a opera del campo magnetico terrestre, con tutto il seguito di spirali e colori dagli effetti stupefacenti. Nel paragone portato, il circuito riverberante è il percorso che le particelle effettuano dal sole alla terra, mentre il riverbero, dotato di un significato così palese da poter essere percepito, è il fenomeno “aurora polare” in se stesso.
  • Mirach. Bene, ora che hai illuminato le mie rimembranze, Tiziano, dopo che abbiamo menzionato i circuiti riverberanti, la memoria, le attività neurali, i trapianti d’organo, le aree corticali e gli scimpanzé, io provo un po’ di sconcerto in tutto questo raffazzonamento di idee e vorrei fare il punto della situazione, così, a mio modo di vedere, con il privilegiare in assoluto termini già un tantino inflazionati, come quelli di coscienza, di identità dell’Io, di rapporto fra l’Io e il reale.
  • Tosco. Questo ci voleva, ragazza! Parti, dunque!
  • Mirach. Grazie, cito! E, poiché nel concetto centrale di coscienza andiamo solitamente a mettere altri concetti, vedi l’intenzionalità, la percezione, il libero arbitrio, la causalità del mentale e persino l’inconscio, e poiché questi sono argomenti trattati con particolare sollecitudine dal grande John Searle[1], è a lui in particolare che voglio affidare la guida della mia analisi che andrà a seguire. – Vi dirò, tanto per iniziare, che John Searle si inoltra su un sentiero impervio, ponendo dinanzi a sé una sfida coraggiosa, quella che riguarda la falsificazione delle teorie più in auge partorite in ambito di speculazione filosofica sulla natura della mente, a partire dal comportamentismo che molta parte ebbe nella costruzione di convinzioni su che cosa si debba intendere per “avere una mente che funziona”. Possiamo dire che l’interesse vero e proprio diretto alla mente ebbe gli albori con Cartesio il quale, però, con il termine “mente” intendeva riferirsi a qualcosa di essenzialmente distinto e separato dal corpo. Ma la sua intuizione, secondo la quale nessuno è capace di percepire la realtà oggettuale nella sua essenza, stando il fatto che ognuno di noi può soltanto avere un rapporto di conoscenza con i contenuti della propria mente, già portava lontano. Era una svolta nel modo di concepire il significato dell’avere coscienza del mondo, ma nonostante ciò Searle lo giudica un vero disastro. Si trattava prima di tutto di dire con precisione che cos’è la mente e se essa è una prerogativa esclusiva degli umani.
  • Tosco. T’interrompo un attimo. Chi l’ha detto che dobbiamo essere noi soltanto i privilegiati? Tutti abbiamo una mente, tutto ciò che si muove per volontà propria, almeno, che ha vita. Puntualizziamo questo: solo l’uomo, oltre la mente, possiede una teoria della mente.
  • Mirach. Quanto mai vero, cito! Stai sollevando tutto il grosso problema dell’intenzionalità. Però non tentare di anticiparmi. Vorrei prima prendere in considerazione come la mente vene definita da un punto di vista materialistico: null’altro che un cervello composto di microunità biologiche. Di conseguenza i contenuti della mente non sarebbero altro che stati del cervello. Ma io credo che corra una bella differenza fra la dinamica del funzionamento encefalico e le caratteristiche cognitive ascrivibili agli stati mentali. E che la stessa differenza si possa porre tra il cervello biologico e un sistema informatico computazionale.
  • Ottero. Già, quest’ultima affermazione ha per supporto l’intervento del significato. È pur vero che i computer lavorano su un sistema di simboli, ma ciò che producono si deve intendere limitatamente a una forma sintattica ad alto livello di perfezione, mentre soltanto la mente umana è capace di trascendere questa prerogativa, introducendo una funzione semantica quando ai simboli attribuisce anche un significato.
  • Mirach. Ecco il punto. E fa differenza constatare che è proprio la coscienza, in quanto ancorata all’intenzionalità, a far sì che gli stati della mente siano reali per il fatto che c’è un soggetto pensante che li esperisce, sono cioè caratterizzati, nel linguaggio usato da Searle, da un’“ontologia di prima persona”. Anche qui, dunque, ci troviamo di fronte a una situazione con doppio profilo: da una parte abbiamo comportamenti, funzioni e strutture neurobiologiche che sono modi di essere presenti anche senza la sovraesposizione di un soggetto che pensa sulle proprie esperienze; dall’altra, un’esperienza cosciente vissuta da un io autoreferente.
  • Sirrah. Ma ci sarà pure un ponte che collega queste due condizioni, altrimenti ricadiamo nel dualismo.
  • Mirach. Diciamo anzitutto che Searle opta per un carattere biologico da attribuire agli stati mentali. Egli infatti abbraccia un approccio all’annoso problema “mente-corpo”, che volle definire con l’attributo di “naturalismo biologico” e con questo crede che la nostra vita cosciente sia prodotta da processi che si sviluppano sul piano neurale all’interno della massa encefalica, processi che egli colloca al rango di “livello inferiore”. Noi pensiamo, proviamo sensazioni in modo del tutto cosciente in quanto tali stati mentali sono niente più che caratteristiche biologiche del sistema nervoso centrale.
  • Almach. Non ti sembra un po’ riduttiva una soluzione di tale rilievo? E anche alquanto sbrigativa!? Di questo passo siamo allora autorizzati a riconoscere come fondamentale l’esistenza di una base neurale della coscienza, nel modo in cui fu concettualizzata da Francis Crick[2], là dove lo scienziato scopre la sede della coscienza nelle connessioni esistenti fra il talamo e le aree corticali e soltanto alla condizione che determinate aree della corteccia siano dotate di circuiti riverberanti suscettibili di attivazione. Sarebbero quella massa di neuroni, sparsi nel numero di circa centomila per ogni millimetro quadrato di corteccia cerebrale, a rendere possibile una dinamica del genere.
  • Mirach. Facciamo le dovute distinzioni. Hai fatto bene a menzionare la corrente neurobiologica, ma teniamo anche presente che per Searle la questione va vista sotto un profilo filosofico, anzi, preminentemente filosofico. Intanto la posizione di Searle, al proposito, è fermissima nel dichiarare che la coscienza non deve e non può essere ridotta alle basi neurobiologiche che la presuppongono, per il fatto che, altrimenti, si arriverebbe a una riduzione in terza persona con l’esclusione di quella che ho già citato come ontologia di prima persona.
  • Almach. Sarebbe allora come postulare l’esistenza di un perfetto robot funzionante con biomolecole, ma privo di intenzionalità, incapace di pensare in prima persona e di fornire valide ragioni alle proprie scelte e ai propri comportamenti.
  • Mirach. Hai fatto centro. Si dà il fatto, però, che Searle attribuisca agli stati coscienti una prerogativa del tutto particolare. Essi sono mossi da processi che avvengono all’interno del cervello, processi di livello inferiore dunque e non potrebbero esserci senza quelli ma, quando si manifestano, lo fanno a un livello superiore rispetto a quello proprio dell’ingegneria neurale. Quei neuroni che affollano superfici di un millimetro quadrato in numero di centomila, così andiamo ipotizzando, non sono di per sé coscienti, ma la coscienza emerge piuttosto da settori specifici del sistema encefalico.
  • Tosco. Il discorso mi avvince, tuttavia continuo a conservare il mio scetticismo. È per via delle definizioni. Cioè, voglio dire, continuiamo a parlare di entità mentali, ma mi volete dare una definizione soddisfacente del concetto?
  • Mirach. Il solito campione bravissimo nel mettere in difficoltà chi già stenta a tenersi su un piede solo! Io posso accontentarmi di ciò che ho appreso dalla filosofia di Searle e accettare l’idea che la coscienza sia un livello di sistema, non dissimile da qualsiasi altra proprietà biologica grazie alla quale noi sperimentiamo un percorso vitale. E per stati mentali posso prefigurarmi, sempre sulla scorta del pensiero di Searle, una forma caratteristica di stato biologico che, per questo, rientra nella sfera del fisico. D’altra parte, se proprio vuoi, si potrebbe anche fare lo sforzo di dimostrare che la coscienza non è altro che un’illusione come lo può essere un arcobaleno dopo un temporale. La via sarebbe breve: arriveremmo a una riduzione per eliminazione oppure riusciremmo persino a mettere insieme un’accettabile definizione di coscienza. Vano tentativo, purtroppo, perché la coscienza è, in effetti, una realtà e, in quanto tale, non è passibile di eliminazione per riduzione. Dunque, se ancora insisti per una riduzione, al limite potremmo tentare una riduzione causale sino al punto di riportare la coscienza al sostrato neuronale che l’ha causata, ma non potremmo mai e poi mai ottenerne una riduzione ontologica, sempre per l’affermazione di prima, cioè che la coscienza è dotata di un’ontologia di prima persona in quanto presuppone il porsi di un soggetto che pensa. Essa, per di più, è unificata, ossia non è scomponibile alla maniera della materia. La sua è una fisionomia simile a quella di unità discrete o di campi unificati, come suole esprimersi Searle. In quanto al tuo pervicace scetticismo, Tosco, so bene cosa ti sta frullando ora per il cervello: tu disperi che si possa mai dare una spiegazione di coscienza in termini neurobiologici; per te la questione si ferma all’attribuzione di mistero per l’intero impianto concettuale.
  • Sirrah. Dunque per te, Mirach, la coscienza sarebbe uno dei modi d’essere del cervello, ma all’interno di una concezione biologica. È un’idea che mi rattrista, come se chiudesse lo spazio con quattro spessi muri attorno a me. Preferirei dipingerla di requisiti trascendentali, ben sapendo che da essi discendono la sua incomunicabilità e il suo essere sfuggente a qualsiasi definizione.
  • Mirach. Searle non vede alcun problema in tutto ciò. Egli suole ripetere, infatti, che il solo fatto per cui noi possiamo spiegare la coscienza riconducendoci all’attività neuronale non autorizza anche a pensare che essa si riduca completamente ad attività neuronale. Il suo intento, quello del filosofo, è considerare il fenomeno “atto cosciente” nell’esposizione delle caratteristiche di prima persona del soggetto pensante. Il termine “processo” ben si adatta alla definizione di coscienza, poiché essa è in effetti un processo valutato in termini qualitativi, soggettivi, di prima persona, ma pur sempre presente in quanto retto da un supporto biologico. Un processo che, nonostante ogni definizione, è irriducibile, ma anche illusorio e inafferrabile. Con tutto ciò non dobbiamo allontanarci dall’idea che, nel momento in cui nominiamo la coscienza o i processi neuronali, stiamo riferendoci alla medesima realtà; l’unica distinzione, come ho detto poco fa, sta nell’ontologia propria dell’una o degli altri. E poi, cara Sirrah, se vai ad affidarti al trascendentale non fai che ricadere irrimediabilmente nel dualismo. Per fare un esempio, dove le collochi le leggi naturali? Noi siamo pervenuti, per induzione, alla conoscenza di un notevole patrimonio di leggi che governano il corso degli eventi naturali, e ne abbiamo rilevato la mirabile costanza nel tempo e nello spazio. Ma soltanto in presenza della coscienza di un essere pensante. E qui è Searle a metterci sull’avviso: la posizione dualistica prescinde dal considerare le leggi naturali, mentre la coscienza esiste proprio come conseguenza logica di tali leggi. La realtà e le sue multiformi espressioni esistono in virtù dell’esserci della coscienza. È una sorta di rimando concettuale: il mondo necessita di una coscienza di prima persona per esistere e la stessa esistenza della coscienza promana per logica conseguenza dal manifestarsi delle leggi naturali.
  • Tosco. Mi avvedo con piacere che non siamo molto distanti da Nelson Goodman nel suo concepire una realtà in continua trasformazione dinamica e una pluralità di mondi in formazione. L’asserzione secondo la quale noi attribuiamo legittimità di esistenza agli stati coscienti se e soltanto se esiste un individuo che da essi trae un’esperienza propria è qualcosa di confortante perché fa ritenere che il mondo c’è in quanto siamo noi a percepirlo e a farne esperienza. Un altro modo per dire che siamo noi a creare i mondi.
  • Mirach. In un certo senso, ma il terreno speculativo presenta risvolti e orizzonti di genere diverso. Per dirla in breve, e qui mi rivolgo a Sirrah e alla sua voglia di trascendentale, Searle non vuole destabilizzare del tutto la posizione dualistica. Soltanto la ritiene fortemente improbabile. Come non rigetta del tutto la concezione di un’anima immortale che vive nella propria continuità anche dopo la dissoluzione dell’elemento corporeo, ma ne ravvisa l’incompatibilità e l’irrazionalità alla luce delle conoscenze e acquisizioni sul modo d’essere dell’Universo fisico.

[1] John R. Searle, La mente, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2005, Traduzione italiana di Carlo Nizzo.

[2] Francis Crick, La scienza e l’anima, Milano, Rizzoli R.C.S. Libri e Grandi Opere S.p.A., 1994, Traduzione italiana di Isabella Blum.

Immagine di Copertina tratta da Lomography.

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