- Ottero. Va bene, ma siamo comunque d’accordo che ci concediamo una scivolata nell’assurdo per l’assurdo, vero? E, allora, avanti per questa via! Quel che voglio dire, con ciò, è che mi pare importante immaginare dove vada a finire la coscienza dell’individuo in seguito all’espianto della sua materia cerebrale. Se, poi, quest’ultima viene mantenuta in vita, pur non avendo contatti di alcun genere con l’organismo al quale era appartenuta, avrà in sé la coscienza, oppure questa si separerà in parti che decideranno di convivere con le singole entità separate? E se una di queste due entità, organismo e massa cerebrale, soccombe, quale sarà il destino della coscienza o di quella porzione di coscienza che vi era annessa? E con questo dire vorrei pensare, sulla scorta di quanto afferma Bertrand Russel, che la sostanza di cui è formata la mente consista in definitiva delle sensazioni e delle immagini che costituiscono il patrimonio personale di ciascun individuo. Russel arriva a dare una definizione della coscienza[1] prefigurandola come qualcosa che si sviluppa dalla relazione esistente tra un’immagine mentale e un oggetto oppure tra una parola e un oggetto, attribuendo l’appellativo di “significato” a questa relazione. Noi, di fronte a uno stimolo proveniente dall’esterno, siamo soliti provare una sensazione la quale è destinata a dissiparsi piano piano per dare luogo a un’immagine che ne costituisce la copia. Ora, dice Russel, mentre elabora la propria tesi dominante secondo la quale la sostanza della nostra vita mentale ossia tutti i fenomeni di carattere psichico sono formati esclusivamente da sensazioni e da immagini, è l’esistenza stessa delle immagini a costituire la coscienza della sensazione provata, ma perché ciò avvenga è necessario che a essa si accompagni una credenza la quale svolge il ruolo di riferimento obiettivo.
- Tosco. Perché, gli animali no? Tanto per contraddirti e, bada, non vado dritto alla coscienza, ma non provano forse anch’essi sensazioni, non arrivano forse a immaginare qualcosa quando devono decidere di entrare in azione?
- Ottero. Con una differenza enorme: noi siamo gli unici a essere consapevoli della nostra consapevolezza.
- Tiziano. Io direi di procedere con un certo ordine. Lasciamo per un momento da parte la definizione stretta di coscienza. Se fossimo in grado di classificarla in termini di linguistica semantica non avremmo di che tormentarci oltre. Interessiamoci piuttosto, per ora almeno, a quella che è la base neurale della coscienza, che è l’unica cosa reale tangibile sulla quale siamo in grado di dissertare. Torniamo allora alla distinzione fra cervello e macchine. Forse da qui ci sarà possibile allargare un pochino di più il nostro punto di vista. Ebbene, vediamo un po’ su quali basi organiche lavora il nostro cervello. Prendiamo un solo mm2 della sua materia e sopra vi troviamo una rete di qualcosa come centomila o più cellule nervose. Cento o duecentomila piccoli elaboratori collegati fra di loro, nell’infimo spazio di una capocchia di spillo! In tutto l’encefalo se ne stima la presenza di miliardi: dieci, venti, forse cinquanta o cento.
- Tosco. E collegati fra di loro! Questa è la cosa grandiosa, perché si tratta di una rete di connessioni intricatissima, attraverso la quale sono in continuo circuito gli impulsi che trasportano le informazioni. E lì dentro dovrebbe ritrovarsi la coscienza, è questo che stiamo per dire?
- Tiziano. Sì, ma non ne conosciamo con esattezza il punto di localizzazione. Tutto ciò che sappiamo e che vediamo in modo abbastanza chiaro è il lavorio eseguito dal cervello nel momento di dare una configurazione riconoscibile a un’immagine in entrata: la riceve dagli organi di senso afferenti e la sottopone immediatamente a una dissezione analitica assai meticolosa.
- Sirrah. Come il paleontologo che scava e trova frammenti d’osso in un sito desertico dell’Arizona; poi tenta di assemblare i pezzetti, di mettere insieme gli elementi e di ricostruire, poniamo, lo scheletro di un dinosauro.
- Tiziano. Simile al paleontologo, o pressappoco. Ma, come par vero per il paleontologo, la fase più critica e più complessa non sta tanto nel rinvenimento dei reperti, quanto nell’impegno di ricostruzione, di assemblaggio, di ricerca di significato globale in quella riunione di parti. Così avviene per il cervello, in qualche modo. Ciò che resta oscuro è il modo in cui esso, dopo aver sminuzzato analiticamente un’immagine in entrata, riesca anche a rimetterla insieme in una configurazione riconoscibile. Ciò che resta ancora da spiegare è come il cervello riesca a generare consapevolezza alla condizione che quest’ultima si presenti, nel medesimo istante, dettagliata nei suoi minimi particolari e anche ben organizzata nel suo significato di interezza. Per una macchina elettronica le cose si susseguono un po’ diversamente. Un apparato elettronico, se vogliamo avvalerci di un linguaggio tecnico, lavora in serie, facendo scattare ogni singola operazione solo dopo che la precedente sia stata attivata. Questo sistema di funzionamento, rigido per così dire, offre il vantaggio di un’ottima possibilità di riproduzione dei comportamenti. Il cervello, sul versante opposto, lavora in parallelo, mettendo in agitazione, simultaneamente, tutte le componenti neurali dell’area corticale interessata in un determinato procedimento. Questo comporta un minore potere di riproducibilità rispetto alla macchina, ma anche, ed è quello che più interessa, la disponibilità di gradi di libertà sorprendentemente copiosi, con tutto il seguito di variabilità, flessibilità, versatilità, creatività che è dato immaginare.
- Mirach. Sarebbe altresì interessante conoscere “come” lavorano i nostri neuroni nel momento in cui un’immagine viene veicolata dai nostri sensi. Se ne sa poco anche a questo livello. Le osservazioni eseguite su alcuni primati superiori hanno consentito di collegare quella che noi intendiamo come attenzione, diretta a un oggetto, con il lavoro dei neuroni. Se nel campo visivo dell’animale passa, ad esempio, l’immagine di qualcosa molto familiare, poniamo una invitante banana per uno scimpanzé, ecco che si mettono all’opera tutta una serie di neuroni che, per loro natura, sono dotati di sensibilità e di reattività nei confronti di quel preciso stimolo e che iniziano a scaricare, in termini di trasformazioni elettrochimiche, con intensità e frequenza nettamente superiori di quanto farebbero se all’interno del campo visivo l’immagine dello stimolo in questione fosse assente. L’attenzione, qui, ha un peso notevole. Inversamente alle condizioni che ho appena proposto, poniamo ora di avere, nello stesso campo visivo dell’animale, e nel medesimo tempo, due stimoli differenti: una banana e l’immagine di una scimmia che si spulcia. A seconda che l’individuo sperimentale, la nostra scimmietta da laboratorio per intenderci, sia affamato o meno, l’attenzione potrà fluttuare dall’uno all’altro stimolo, mettendo in azione un’area o un’altra area di neuroni i quali, conformemente alla direzione dell’attenzione, scaricheranno ora con intensità minore ora con intensità più elevate. Notiamo bene: lo scaricare di più, da parte di una determinata serie di neuroni, può anche non essere associato invariabilmente con la fissazione dello sguardo. Quest’ultimo può ancora essere posato sulla banana ma, intanto, l’immagine della scimmia che si spulcia può scatenare un interesse di tale rilievo, quand’anche non abbia rapito lo sguardo dell’animale, da attivare in misura maggiore l’area di neuroni adibita a categorizzare le immagini dei soggetti appartenenti alla stessa specie.
- Tiziano. È il momento in cui, fra l’altro, viene chiamato in causa il talamo. Si dice che quest’organo sia un tutt’uno con ciò che noi intendiamo per atto attentivo. Fissare l’attenzione è già, di per sé, un atto di coscienza. Non porti la tua attenzione su uno stimolo sensoriale se non vuoi. A meno che si tratti di uno stimolo soverchiante, come un tuono improvviso o un bagliore accecante. Ma, anche qui, diciamo che “noi” percepiamo qualcosa dall’esterno. Non diciamo “la mia coscienza si è accorta che l’aria s’è rinfrescata, pertanto occorre che mi rivesta”. Diciamo di getto “oh, s’è messo a far fresco!”, quindi ci copriamo. Già, perché la coscienza non è un organo o qualcosa di posticcio che possiamo mettere e togliere, accendere o spegnere.
- Tosco. Sarebbe buffo, fra i tanti trapianti d’organo che si fanno, poter dire “la mia coscienza non mi soddisfa più; c’è un donatore? qualcuno che mi faccia il trapianto di coscienza?”.
- Almach. Buffo davvero, e drammatico, pensiamo quali conseguenze verrebbero sollevate a livello etico e di personalità!
- Mirach. Sarà anche buffo, ma io sto pensando a quali applicazioni potrebbe aprire la scoperta fatta nell’autunno 2012 dal britannico John B. Gurdon e dal giapponese Shinya Yamanaka, una scoperta che ha fruttato loro l’assegnazione del premio Nobel per la Medicina.
- Tosco. E di che si tratta, Mirach?
- Mirach. Si tratta, siamo in tema di cellule staminali, che certe cellule organiche possono essere riprogrammate. Le hanno chiamate Ips ossia staminali pluripotenti indotte. È stata una scoperta che ha rivoluzionato il modo di intendere lo sviluppo e la specializzazione delle cellule organiche. Con questo passo della scienza sarà possibile agire su cellule vecchie e ringiovanirle, con ottime speranze per la terapia delle malattie croniche.
- Tosco. Vuoi dire che mi prelevano una manciata di cellule e fanno sì che io torni un bebè? Non ti pare che stiamo riprendendo il discorso sulla clonazione che la nostra cara Almach aveva introdotto poco prima di lasciare il Monte Tenibres?
- Mirach. Non proprio, Tosco. Da quella manciata di cellule, dopo opportuni trattamenti, si genera una creatura simile a quella che ha donato le cellule, ma molto più giovane. Ma non è tutto il procedimento chimico che sta alla base di questi studi, non sono le manipolazioni genetiche o quant’altro voglia riferirsi alla clonazione che mi turba. Sì, comprendo, avremo una creatura tutta nuova, riportata agli albori dell’esistenza individuale, si è riusciti a ripetere il modello dell’organismo, a ringiovanirlo, ma quel che rientra nel patrimonio di cultura, nelle memorie, nelle conoscenze, negli affetti, nelle esperienze vissute e nelle tracce da esse lasciate, sto per dire la coscienza, ma anche la consapevolezza del sentirmi essere ora e qui, io, proprio io, tutto questo verrebbe trasferito alla nuova creatura? Io penso di no, credo piuttosto che, all’atto della rigenerazione, la coscienza-consapevolezza venga azzerata per un processo naturale che richiede conquista quotidiana di elementi da porre a corredo della personalità in formazione, vale a dire che lo sviluppo mentale, affettivo, emozionale, cognitivo, chiamiamolo come vogliamo, ripartirebbe da zero. Io credo che, quand’anche si possano trasferire unità organiche portandole all’origine della loro vita, per quel che riguarda la coscienza non ci sia nulla da fare. E, se è così, a che servirebbe il ringiovanimento delle cellule? Non è che prendono tutta me stessa, mi mettono sotto una campana ultra tecnologica e io ne esco poco dopo con il grembiule delle scuole elementari e il fiocco sul petto. Quel che proviene dalle mie cellule ringiovanite diventa un’altra persona, non io, una persona che deve ricominciare tutto daccapo e che di quel che ero e sono stata io non sa e non saprà proprio nulla. La morte del mio organismo e la fine della mia consapevolezza sono contemporanee! Ma lasciamo andare, preferisco cedere la parola a Tiziano e che possa continuare la nostra dissertazione su quella che abbiamo indicato come coscienza.
- Tiziano. Non c’è dubbio, grazie Mirach. E allora continuiamo a chiamarla coscienza, anche se non possiamo afferrarla con le mani né sostituirla. Immaginiamo che si tratti di un processo, anziché di un oggetto. E diciamo che essa, in quanto processo, può considerarsi in stretta connessione con alcune specifiche attività neurali, forse quelle che si verificano a livello degli strati corticali più interni della massa encefalica. Ma, con tutto ciò, non voglio dire che il resto del cervello sia inutile in quanto non strettamente associato a questo processo che abbiamo chiamato coscienza. Voglio dire, piuttosto, come è stato ipotizzato, che in questa speciale dinamica potrebbero essere implicate quelle cellule piramidali, dotate di relativamente grandi dimensioni e capaci di scaricare con una potenza tale da proiettare i loro effetti al di fuori addirittura dello stesso sistema corticale. Qui entra in gioco la memoria, con il compito di conferire continuità a queste attività di scarica percorrendo quegli altri itinerari che riconosciamo con il nome di “circuiti riverberanti” adibiti a mantenere viva la comunicazione tra gli strati corticali profondi e il talamo. È quest’ultimo che, stabilendo la connessione da gruppi di aree corticali a piccole porzioni della propria struttura, imprime coordinazione all’attività di tali aree creando opportuni sincronismi a livello di scariche neurali.
[1] Bertrand Russel, L’analisi della mente, Roma, Newton Compton Ed. s.r.l., 1970, 2^ ediz. 2004, Traduzione italiana di Jean Sanders e Leonardo Breccia.
Immagine di Copertina tratta da CHIESA AVVENTISTA.
