Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 2 di 15

  • Ottero. L’istinto prima di tutto; è una forza motoria che agisce per cause ignote, così come, per propri fini, agiscono la gravità, il magnetismo, il calore. L’istinto è, per sua caratteristica e definizione, una forza che guida gli impulsi vitali, della cui presenza prendiamo atto nel momento in cui constatiamo i suoi effetti sul nostro comportamento. Nel bambino, per fare un esempio a noi familiare e volendo parlare di acquisizione del linguaggio, che è un’espressione evolutiva tipicamente umana e dotata di enorme complessità, l’istinto primordiale agisce sul movimento, sulla motilità labiale e glotto-faringea nello specifico, dando origine all’emissione di suoni che, all’inizio, sono del tutto casuali. È quella che gli psicologi dell’età evolutiva chiamano “lallazione”. Questi movimenti si andranno presto accompagnando a un abbozzo di scopo, uno scopo che sia percepito come ambìto, dal momento che il bambino riconosce l’effetto della propria lallazione sull’umore degli adulti che gli stanno attorno e sul loro intensificare le espressioni di stupore manifesto e di attenzione per lui. Pare che il sistema cognitivo di un lattante di appena poche settimane di vita sia perfettamente programmato per decodificare le espressioni facciali e per attribuire loro un determinato significato il quale, a sua volta, stimola, nel bambino, il formarsi di stati mentali e di risposte comportamentali ben definiti. Possiamo già intravedere, a questo livello, l’affacciarsi sulla scena di intenzioni nel tentativo di modificare l’ambiente circostante e di embrionali aspettative sugli effetti che potrebbero essere scatenati. Ma si tratta di aspettative e intenzioni – io le definirei di primo grado – per il loro essere indirizzate a ottenere una modificazione nell’assetto ambientale. L’istinto, si può dire, ha fatto la propria parte, ma non si accontenta perché va creando una sorta di tensione a ripetere l’azione che ha avuto maggiore fortuna per aver sortito esiti piacevoli, e questa tensione si riscontra nel prodigarsi del bambino in azioni cosiddette “per prove ed errori”, le quali costituiscono il primo passo per la formazione dell’esperienza e per la incisione in questa di particolari segni mnestici recuperabili in momenti successivi. Ora succede che la lallazione, quando trasmette al mondo dei grandi un significato gradito – ad esempio “ma-ma” anziché un “mu-mu” – suscita atteggiamenti di esaltazione, di euforia fra gli adulti – “mi ha chiamata, ha detto mamma!” – L’apparato neuro-sensoriale del bambino recepisce percezioni di questo tipo discriminandone il valore positivo in base a una predisposizione, come ho già accennato, anche questa su base istintuale, che gli consente di discernere nei suoni, nei volti, negli atteggiamenti ciò che induce piacere, soddisfazione, sicurezza, calma, benessere da ciò che produce il contrario. Il bambino diventa sensibile a certe accentuazioni ripetute e per questo rivestite di crescente familiarità, nel contesto di approvazione generale: l’esclamazione “bravo, bravo!” ad esempio, accompagnata da opportune espressioni del viso, da gesti, da prossimità spaziale, da contatti, che sono tutti modi di veicolare significati affettivi, agirà come un potente elemento di rinforzo esterno, apprezzato e ricercato. Siamo nelle prime fasi della formazione di una consapevolezza soggettiva attorno a una incipiente capacità di agire sul mondo, di modificare il contesto attraverso una semplice emissione sonora. Il bambino si rende conto di aver conseguito uno scopo, non di genere comunicativo-concettuale, ma con una valenza narcisistica, l’equivalente cioè dell’aver creato una situazione che di per sé, suscitando l’ammirazione dei grandi, produce immediato piacere e gratificazione. Intimamente si agitano, nel profondo dell’apparato psico-affettivo del bambino, forti bisogni di veder rispecchiato il proprio modo di essere, il proprio esistere nell’immagine, quale essa sia, che gli viene restituita dagli adulti. In sostanza è come se vedesse che un proprio fondamentale desiderio ha avuto piena soddisfazione. Certo non fa tutto questo ragionamento analitico, ma ne assapora il precipitato, che è sensazione pura. Con il provare e riprovare, il bambino non può fare a meno di avvedersi che certi segnali vocali si legano a distinti significati e inducono determinate risposte. Gli si apre la possibilità di scegliere fra una gamma di alternative che si presentano come altrettanti modi e mezzi per raggiungere scopi di varia natura, ovviamente sempre legati alla soddisfazione del narcisismo primario. Come le aspettative e le intenzioni di primo grado erano rivolte all’ottenere attraverso la semplice azione, queste – che si potrebbero chiamare aspettative di secondo grado – sono indirizzate a comunicare per ottenere attraverso l’azione e il segnale linguistico finalizzato. Si risveglia dunque una funzione di ordine cognitivo estremamente importante per il successivo sviluppo dell’apparato mentale e delle competenze sociali, cioè la comunicazione mediante il linguaggio. Ma le alternative di cui ho detto non sono tutte della stessa qualità e non tutte conducono ai risultati attesi. È così che il bambino, operando una prima discriminazione di valori, produce anche uno sfrondamento secondo criteri di opportunità che la stessa esperienza quotidiana gli va suggerendo. Sceglie, allora, un percorso efficace lungo il quale va proponendo le proprie intenzioni di risultato: sono le intenzioni di secondo grado. Ora possono apparire i primi enunciati olofrastici come quando, desiderando che l’apparecchio televisivo venga acceso, il bambino esclama, poniamo, “mamma tavù!”. È il momento in cui il linguaggio ha bisogno di rinforzi elaborativi per far fronte a esigenze sempre più precise e complesse: si crea un vocabolario personale con la persistenza in memoria di una serie di significanti linguistici i quali vengono recuperati a seconda dei singoli bisogni comunicativi, come accade nel colpire tasti diversi sulla tastiera di un pianoforte per ottenere note diverse. Ossia certi modi di dire vengono automatizzati attraverso il supporto dell’imitazione e della ripetizione a un tempo. Il vocabolario personale cresce in ampiezza, di giorno in giorno e il bambino deve apprendere a servirsi di quegli strumenti che gli sono indispensabili per comunicare; deve dunque, anche qui, operare uno sfrondamento, una selezione, e porre in atto le misure che sortiscono gli effetti migliori. A questo punto del processo i suoi tentativi sono quelli che rientrano nel concetto di adattamento. L’uomo deve aver percorso, credo, questa lunga strada nel suo cammino filogenetico, ma con una dilatazione temporale immensamente superiore rispetto al tempo impiegato oggi da un neonato. Ma è stata questa la strada che gli ha garantito la sopravvivenza come specie. Dall’istinto all’intelligenza, per restare in argomento, dove intelligenza può significare, fra l’altro, un insieme di capacità che, nel loro attivarsi sincronico, danno la possibilità di imprimere all’istinto vitale certe direzioni piuttosto che altre, poiché l’istinto può essere bizzarro, talvolta approssimativo e foriero di inganno. Ecco, questo è quel che io penso quando mi domando in quale modo sia potuta apparire la coscienza nella specie umana.  
  • Sirrah. Non sappiamo bene, come già abbiamo rimarcato a proposito di sonno/veglia, notte/dì e altri binomi polari per qualità, dove termini l’istinto puro e dove abbia inizio un barlume di consapevolezza. Ma, per quel che ci riguarda da vicino, nella nostra specie si verifica qualcosa in più. Il nostro essere consapevoli ci rende pronti a prevedere, a pianificare, a tenere in conto fattori e condizioni intervenienti, a sviluppare un pensiero flessibile e adattabile a circostanze mutevoli. Il nostro essere consapevoli equivale al saper mettere in risonanza la nostra stessa vita con tutte le esperienze che in essa sono contenute, tanto da creare un’eco immediata attorno agli oggetti della nostra conoscenza e del nostro pensiero.
  • Ottero. Una cosa che ci rende diversi, ci fa soffrire, gioire, tremare e fuggire.
  • Tosco. Di che stai parlando?
  • Ottero. Del pensiero, della nostra capacità di pensare, del nostro bisogno di pensare.
  • Tosco. Ah, sì, è quel che facciamo sempre, siamo persone, no? mica bestie.
  • Ottero. Sempre che si ammetta che le bestie, che tutte le bestie non pensino.
  • Almach. Ma il Pensiero è la realtà che pervade tutto.
  • Tosco. Tutto? Vuoi dire che anche le mie scarpe pensano?
  • Almach. Ma stai bravo, ti prego. Tutto, nel senso che impregna in forma diversa le diverse strutture della materia.
  • Tiziano. Noi siamo una struttura materiale dotata di un cervello capace di elaborare operazioni mentali combinatorie, perciò abbiamo il pensiero. Gli animali no, e lo dimostrano con l’incapacità o la rigida limitatezza nel risolvere problemi.
  • Tosco. Forse sono più felici.
  • Tiziano. Chi?
  • Tosco. Gli animali, no? Non pensando, non vedono problemi. Meglio, per loro proprio i problemi non esistono, se non le usuali contingenze legate alla cura della sussistenza e della riproduzione.
  • Mirach. È un vantaggio?
  • Tosco. Sì, perché non soffrono, non coltivano speranze, non provano angoscia.
  • Almach. Per noi umani sarebbe come vivere sotto perenne anestesia.
  • Ottero. Questione di abitudine. Non potremmo accettare una natura incapace di pensiero.
  • Mirach. Ma, per restare al concreto, dov’è che il pensare può dare origine alla sofferenza?
  • Almach. Quando con l’elaborazione del pensiero giungiamo a creare le nostre illusioni, a percepire il sapore amaro dell’abbandono, della solitudine, a presentire la sensazione molto vicina di un vuoto indefinibile, ora dentro, ora fuori di noi.
  • Mirach. È così che tanto spesso la gente rinuncia a pensare.
  • Almach. Sì, e si priva dell’unico bene vero e dell’unica possibilità di essere libera. Pensare implica provare un certo senso di fatica, di turbamento, di paura di fronte alla possibilità che il nostro pensiero possa contribuire a cambiare la sistemazione e il corso delle cose che compongono il nostro mondo.
  • Ottero. Pensare è anche affrontare a viso aperto il rischio dell’incertezza, della perdita di un punto di equilibrio riconosciuto e posto a garanzia di sicurezza per il nostro procedere oltre.
  • Tiziano. Tutto avviene all’interno di questa massa encefalica che ci portiamo appresso per l’intero corso della vita. Ogni Io è lì dentro, quindi anche la nostra individuale consapevolezza di esistere e di agire e di pensare. Tutte le restanti parti del corpo non sono altro che accessori ben congegnati per mantenere in vita il cervello e per consentirgli di stabilire scambi comunicativi con l’esterno, senza i quali la sua attività sarebbe piatta e insignificante.
  • Ottero. Poniamo l’assurdo: esportiamo il cervello a un individuo e lo sostituiamo con una sofisticata apparecchiatura elettronica capace di inviare e ricevere impulsi, in grado pertanto di comunicare con l’esterno.
  • Tosco. Questo mi piace. Stiamo finalmente per trovare una risposta alle mie ipotesi formulate poco prima di ripartire dallo Spitzbergen! Accidenti, però, che razza di trapianto: dal biologico all’elettronico! Ma, andiamo, anche soltanto parlando per ipotesi, che cosa ne potremmo trarre? Io, sullo Spitzbergen parlavo di trapianto da un organismo all’altro, qui invece si va per il difficile. Non credi ci sia troppa differenza tra il funzionamento delle due cose? A parte il fatto che una la conosciamo, dal momento che è frutto della mano e della mente dell’uomo, l’altra no! Il cervello lo conosciamo così poco che a tutt’oggi ci stupiamo delle nuove sorprendenti potenzialità che ci viene svelando.

Immagine di Copertina tratta da Astrospace.

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