Tautótēs[1] Dove vai pensiero? Parte 1 di 15

“Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla
…Io mi sentiva come soffocare
considerando e sentendo che tutto è nulla…”

(Giacomo Leopardi “Zibaldone di Pensieri ” pag. 85)

“… il miglior fine al fato mortale
consiste in ciò solo,
vivere d’una vita partecipe
alla natura degli dèi…”

(“De Immenso et Innumerabilibus seu de Universo et Mundis” 
Giordano Bruno, Libro ottavo, Capo primo).

  • Tosco. Ed eccoci qui, nuovamente in orbita attorno alla nostra amata Terra. Ci comunicano che dovremo stare in quarantena, pertanto dovremo abituarci all’idea di girare attorno al pianeta per qualche centinaio di volte come minimo.
  • Mirach. Questa relativamente lunga lontananza dalle consuetudini quotidiane mi ha aiutato molto, per un verso, a concentrarmi, a guardare dentro me stessa. Per un altro verso mi ha recato turbamento, nel senso che mi ha come costretta a presentare e ripresentare alla mia mente una domanda perennemente insoddisfatta. Mi vado da lungo tempo chiedendo che cosa sia questo sentire di sentire, questo sapere di essere, in una parola mi domando che cosa sia, di quale natura sia e per quale motivo sia quella cosa presente e vaga, alla quale potrei attribuire un nome appropriato: autoconsapevolezza.
  • Ottero. Possedere consapevolezza, nel mio modo di vedere, è sinonimo di avvicinarsi alla verità, all’essenza delle cose che sono; è un livello superiore di conoscenza. Se è consapevolezza di se stessi, dell’essere dotati di pensiero e di sentimento, ciò significa che si è vicini alla scoperta genuina della realtà “in sé”, vicini dunque alla conquista della libertà.
  • Almach. E, per di più, passando attraverso la comprensione di sé in tutta la sua complessità, grazie a più alti gradi di consapevolezza, si dà forma e vitalità all’intelligenza. Ma deve trattarsi di una comprensione diretta che non ammette interpreti o rivelatori illuminati dispensatori di ricette.
  • Ottero. Lo scopo della vita, per Socrate, era la felicità o benessere che si raggiunge attraverso l’esercizio della virtù. Ma perché la virtù fosse veramente tale, diceva Socrate, occorre che essa sia consapevole di sé e a tanto perviene se si unisce saldamente alla sapienza o conoscenza. Il sapere, nel modo in cui l’intendeva Socrate, è l’essenza della virtù. Ne consegue che l’uomo è chiamato a indagare, a studiare, ad analizzare i propri contenuti mentali ed emozionali, in una parola a conoscere se stesso.
  • Tosco. Interrompo la bella divagazione virtuosistica con un interrogativo brutale. Ma siamo veramente individui, ciascuno di noi che qui e ora stiamo parlando guardandoci in viso, siamo veramente individui separati, distinti l’uno dagli altri?
  • Tiziano. Questo è uno dei grandi dilemmi che puntualmente segue l’orma delle nostre dissertazioni.
  • Almach. Noi siamo abituati e per così dire costretti a catalogare, categorizzare, etichettare tutto ciò che cade sotto i nostri sensi. Abbiamo imparato ad applicare attributi a tutto, ogni cosa ha un nome e, mediante questo, viene identificata e riconosciuta. Noi stessi portiamo un nome, ci suonerebbe storto non averne uno, per una miriade di motivi. Ed è il nome a renderci individui e fa questo creando una netta distinzione fra il nostro essere individuo e il contesto allargato che ci ospita. Da qui l’illusione di essere “uno” e di poterci dire separati dal resto del conoscibile. Inoltre separiamo le cose fra di loro, applicando a ciascuna un nome identificativo. Così diciamo che lì c’è un albero e che albero non è lago e che albero e lago sono altra cosa da orso o da pioggia o da fame. Ma non facciamo che dare linfa a un’illusione. Le cose, i fenomeni che osserviamo, non esistono di per sé, ma scorrono come momenti necessari per dare significato a un processo che costituisce l’unicità del tutto.
  • Tiziano. Un tutto retto da un ordine, vorrai dire, altrimenti quale significato se ne potrebbe ricavare?
  • Almach. Qui sta il punto, proprio in questo, nella corretta accezione del concetto di ordine. Come una casa non è una casa se i mattoni che la costituiscono non sono disposti secondo un certo ordine; come un libro o una frase o una semplice parola tali non sono se le lettere alfabetiche non sono state giustapposte secondo una sequenza codificata. 
  • Ottero. Ordine e caso, caso e caos, caos e significati. È interessante vedere quale distanza corre tra l’ordine e il fortuito, se si dà per vero che il primo goda dell’intenzionalità e il secondo obbedisca ai criteri che reggono il calcolo delle probabilità. Con quattro caratteri alfabetici formo la parola “luna”. Se lascio al caso la composizione della sequenza, poiché interviene un indice fattoriale dandomi la possibilità, su quattro elementi diversi, di ottenere una di ventiquattro combinazioni, il caso sarà sostenuto da ben poche probabilità di formulare la sequenza che cerco.
  • Tiziano. Ciò sta a dimostrare che il grande processo unitario di cui noi siamo espressioni particolari è sorretto da un criterio di ordine e che questo criterio è la via per arrivare a un significato.
  • Sirrah. Dunque noi, separando le cose e i fenomeni, sovvertiamo l’ordine che sottende il manifestarsi progressivo dell’universo!
  • Ottero. In ciò seguiamo quelle che sono nostre precise esigenze di orientamento nel caos apparente dell’esistente. D’altra parte nulla esiste di per sé, che noi possiamo cogliere, sottoporre ad analisi e ridurre a oggetto di conoscenza. Ciò che è, è unicamente la cosa in sé di kantiana memoria: non possiamo conoscerla e, con tutta probabilità, essa non gode neppure di esistenza propria. Noi, tuttavia, diciamo di essere certi di conoscere alcune cose separate: pianeti di altre costellazioni, forse abitati, i buchi neri, le stelle di neutroni, l’armonia e l’imperscrutabilità della legge gravitazionale, il lavoro di una formica attorno al suo formicaio. Riusciamo a smembrare questo tutto perché abbiamo bisogno di descrivere ciò che cade sotto i nostri sensi, tiriamo fuori dai misteri più reconditi le cose che risvegliano la nostra meraviglia, così come un compositore evoca un motivo affascinante traendo e ordinando secondo certi ritmi e frequenze le note invisibili dalle corde già mute del suo strumento. Abbiamo imparato a creare melodie che, mentre attenuano la nostra irrequietezza conoscitiva, non cessano anche di alimentare la nostra illusione di essere individui separati. Ma intanto non vediamo che a un palmo dal nostro naso, e la totalità ci sfugge del tutto. In realtà non siamo noi, individui colti, che conosciamo il conoscibile.
  • Tosco. Un ingegnere, però, dopo molti studi può dire di conoscere bene i parametri di resistenza degli elementi portanti di un ponte sospeso. Così un chirurgo conosce come e dove incidere. L’uno non potrebbe rimpiazzare l’altro nella funzione che non gli è propria.
  • Almach. Effetto della separazione. Invero ognuno di noi è, in un preciso istante, l’universo tutto che osserva se stesso da un’infinità di punti di vista mutevoli e rinnovabili; un universo pulsante che alterna onde progressive di ampiezza variabile tra creste di luce, vita, conoscenza, e avvallamenti di morte, vuoto, ritorno al nulla.
  • Tosco. Rimane sempre aperto il problema della consapevolezza, di come, del perché siamo consapevoli, di quale differenza si pone fra il tuo essere consapevole e il mio.
  • Sirrah. Il suonatore di violino, ecco il riferimento. Ascolti un motivo noto eseguito da Paganini e poi, lo stesso motivo, da Salvatore Accardo. L’uno e l’altro di entrambi danno alle note e al loro rincorrersi ritmico sul pentagramma quel tocco che si accorda con la sensibilità particolare dell’esecutore. E il violino, mediante l’acustica della sua cassa armonica e gli accordi impostati, fa il resto. Il suono delle corde potrebbe essere carico di sentimento, di forza, ma ciò che lo esalta, oltre alla mano dell’artista, è il riverbero prodotto dalla cassa armonica. Come questa raccoglie il suono, lo ammorbidisce, lo tonifica, gli dà voce, espressione, vita, così la nostra consapevolezza nei confronti del nostro esistere.
  • Tiziano. Ma non possiamo arrogare esclusivamente all’umana natura il diritto di godere della consapevolezza. Pare che anche altri esseri viventi ne siano dotati. I primati superiori, scimpanzé e affini per intenderci, dimostrano di avere un senso del proprio io, nel momento stesso in cui danno a vedere di riconoscere come propria l’immagine riflessa da uno specchio. La madre del facocero che difende la prole dalle insidie del ghepardo, la mandria di bufali o il clan di elefanti che fanno quadrato attorno ai propri cuccioli di fronte a una minaccia di aggressione proveniente da predatori non lasciano dubbi sull’esistenza di un certo livello di consapevolezza. Non sarà sempre e solo tutto istinto!
  • Sirrah. Pare sia così. Negli animali, da specie a specie, sembra di poter avvertire la presenza di qualche accenno di consapevolezza, a gradi diversi di strutturazione e complessità tuttavia.
  • Ottero. Certo, così la pensa anche Bertrand Russel il quale non esita a postulare un senso di continuità nello sviluppo mentale, che investirebbe addirittura l’arco evolutivo che dai protozoi portò all’apparizione dell’uomo. Noi sappiamo alcune cose attorno alla conoscenza che è propria della nostra natura e questo ci consentirebbe di fare un’inferenza, di supporre che anche gli animali e, addirittura, i vegetali godano di facoltà non dissimili da quelle che si accompagnano ai nostri processi mentali, a un grado in proporzione più semplice di organizzazione e di funzionalità, senza dubbio. Desideri e credenze, questa l’opinione di Russel, sono in qualche misura implicati nel comportamento di tutto il regno animale e vegetale.
  • Tosco. Gli animali che hanno un certo grado di coscienza, bella trovata davvero. Non solo coscienza, ma anche capacità affettiva. Sono subito pronti, certi animalisti ripieni di passione, a farti notare quanto amore voglia esprimerti il tuo cane quando ti lambisce il viso leccandoti. Scene pietose di questo tipo le puoi vedere più sovente di quel che si possa immaginare in televisione: persone che si tengono teneramente in braccio il cane, mentre questo cosparge il loro viso di saliva; senza tener conto che poco prima aveva affondato muso e lingua nelle parti sessuali ed escretorie del proprio corpo animale o di altri animali, con tutto il seguito di popolazioni batteriche assorbite e trasportate. Eppure l’uomo che considera degne di commossa esultanza tali leccate quasi ne fa oggetto di commozione, sicuramente di orgoglio e di ammirazione. Non è che si va a pensare al significato evolutivo che sta dietro a tale comportamento. In realtà succedeva anticamente, quando i lupi erano tutti lupi e non ancora cani, e succede ancora oggi in questa e in altre specie animali, che i cuccioli o i membri più deboli del branco, al ritorno degli esemplari adulti dalla caccia, esibissero un comportamento appreso dall’esperienza e via via divenuto atteggiamento acquisito per trasmissione genetica, quello di leccare il muso dei cacciatori adulti, ben sapendo, in termini comportamentali, che quel gesto, alla stregua del meccanismo semplice “stimolo-risposta”, avrebbe provocato nel detentore del cibo un rigurgito parziale del medesimo, e di questo si sarebbero potuti cibare. Il padrone che si fa leccare in viso dal proprio cane non fa che riproporre le condizioni atte a perpetuare la dinamica comportamentale di stimolo-risposta, da millenni trasformata in patrimonio genetico, senza che si verifichi il rigurgito, ovviamente. Tuttavia così succede: il cane continua a leccare il viso del padrone perché così gli impongono di fare le informazioni genetiche di cui dispone, e il padrone si illude di percepire in tutto ciò un gesto affettuoso.
  • Ottero. L’abbiamo detto, Tosco, tutta questione di gradi, di sviluppo, di perfezionamento, di complessità in una scala gerarchica di atteggiamenti e di apprendimenti, tutti provenienti da un capostipite, l’istinto, che non si forma, non si acquisisce, non si trasmette per imitazione o per addestramento. Peraltro è lo stesso Russel a puntualizzare il posto che la coscienza può occupare nei vissuti degli animali. Se alcuni di essi si comportano in un modo che ci stupisce perché pare dettato da un calcolo intelligente e da una preventiva pianificazione di finalità è perché sono spinti da un preciso impulso al quale non possono sottrarsi, non perché elaborino contenuti mentali e formulino pensieri.
  • Tosco. Allora fammi capire in che cosa consiste quella che tu chiami scala gerarchica e qual è il posto dell’istinto.

[1] Aristotele, nella sua Metafisica, indica con tale termine l’identità.

Immagine di Copertina tratta da Giovine Orchestra Genovese.

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