Dove vai pensiero?
- Tosco. C’è da rabbrividire davvero. Ma io, se posso dire la mia senza riserve, penso che la storia del Castello di per sé non è attraente, anzi, persino appesantita da descrizioni e da particolari di cui si potrebbe fare volentieri a meno. È il messaggio nascosto a essere istruttivo: il Castello è la Verità, il Bene, il Bello assoluti che non si possono raggiungere né conoscere. Le strade che vi dovrebbero condurre danno l’impressione dell’avvicinarsi con una certa rapidità e facilità per poi, in men che non si dica, ingarbugliarsi inspiegabilmente e dirottare il viandante verso tutt’altra direzione, come ci accade talvolta nei sogni d’angoscia allorquando ci precipitiamo in una fuga senza fine, quando smarriamo di continuo la strada che dovremmo imboccare, quando, giunti in un posto impervio di alta montagna, abbandonata ormai ogni ombra di sentiero, una nebbia improvvisa cancella alla nostra vista la direzione del ritorno, quando non riusciamo a superare una curva improvvisa con il nostro veicolo e veniamo inghiottiti in un baratro che si apre sotto di noi. Forse, nell’immaginario kafkiano, il Castello non esiste. Esistono solo una serie gerarchica di intermediari, non tutti avvicinabili peraltro. Poi tutta una sfilza di segretari che svolgono lavori ridicolmente assurdi di registrazione e di verbalizzazione. La scena, a quanto ho potuto constatare durante la lettura, si sposta ad alterne vicende fra varie figure: la fidanzata Frieda, Pepi e la sua avversaria che le contende il lavoro all’Albergo dei Signori, l’ostessa intrigante dell’Osteria della fonte, il maestro aguzzino, la famiglia Barnabas. È una storia che finisce per perdersi in una miriade di scenografie alla base delle quali la realtà affannosamente cercata svanisce appena appena s’è mossa per concedere l’illusione del proprio concedersi. A me pare che il racconto sia anche una ricerca dell’identità personale che Kafka va tentando di portare a realizzazione. L’impressione d’insieme è comunque sempre quella di un essere umano scaraventato qua e là come una foglia al vento, continuamente strappato al luogo di approdo e sprofondato infine in una solitudine abissale, una solitudine che la massa dei viventi vuole esorcizzare riponendo fiducia nei poteri della mente. L’uomo non si accascia di fronte alle proprie sventure, mai. Si risolleva e riprende il proprio cammino perché, unico fra gli esseri viventi, l’uomo è intelligente, e questa è la sua forza.
- Almach. Così intelligente e così piccolo e solo. D’un tratto mi appare un disegno, come di sogno. La linea della nostra vita, della vita di ciascuno di noi. Una linea gettata là, per caso verrebbe a dire, una linea che unisce i due punti, quello della nascita e quello della morte, con la rapidità d’un soffio. E se, disperandoci nel cercare di correre sempre più in fretta sulla direzione di questa linea, sostiamo a osservare intorno a noi e distogliamo dalle nostre preoccupazioni opprimenti lo sguardo, scopriamo di essere soli, tremendamente soli, paurosamente soli, affogati nel Nulla che pervade la realtà intera. Un Nulla che ci domina, che ci osserva immobile come la Sfinge, immutabile come il tempo nel suo divenire impercettibile. Un Nulla che genera a noi, creature miserabili, l’eterno supplizio del tedio, come esprimeva il Poeta “A noi le fasce / Cinse il fastidio; a noi presso la culla / Immoto siede, e su la tomba, il nulla” [1] – È proprio forse perché siamo dotati di intelligenza che volgiamo le nostre cure a ciò che finirà per danneggiarci, quasi dovessimo preparare con le nostre stesse mani il palcoscenico sul quale andremo a scontare la punizione attesa. E, allora, “Noi per le balze e le profonde valli / Natar giova tra’ nembi” [2], vorrei continuare a dire con il Poeta, perché cos’altro siamo se non “Negletta prole / Nascemmo al pianto”? [3] Noi, i più miseri fra le creature, perché la nostra esistenza, vista nel suo insieme, con la consapevolezza sorretta dalle memorie, si riduce a ben poca cosa quando “Ogni più lieto / Giorno di nostra età primo s’invola. / Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra / Della gelida morte” [4]
- Sirrah. Questo sentirsi solo è qualcosa che, credo, ognuno di noi ha provato almeno una volta nella propria vita. Ma nel Poeta, a udire dai versi che hai citato, si ravvisano moti di spirito variamente sfumati. A tratti assapori quasi l’esultanza per un’occasione foriera di felicità, altre volte scopri l’eco di un dolore profondissimo, inasprita da toni malinconici e bui. Sarebbe piacevole ascoltare qualche altro verso ancora.
- Almach. Oh, il piacere è anche mio; Ti posso accontentare. D’altra parte c’è un motivo in più: come somiglia alla storia dell’uomo di Kafka, così mirabilmente descritta da Mirach, l’itinerario del pastore errante del mio Poeta! Nel canto Il primo amore incontriamo proprio questi versi: “… oh come / Mille nell’alma instabili, confusi / Pensieri si volgean! qual tra le chiome / D’antica selva zefiro scorrendo, / Un lungo, incerto mormorar ne prome” e, poco oltre, “E lunga doglia il sen mi ricercava, / Com’è quando a distesa Olimpo piove / Malinconicamente e i campi lava”. Poi, lo sprofondare nella solitudine più cupa, con i versi di cui si compone “Il sogno”: “Nascemmo al pianto… e dilettossi il cielo / De’ nostri affanni”, e con il finale in A Silvia, la ragazza morta in giovane età: “Tu, misera, cadesti: e con la mano / La fredda morte e una tomba ignuda / Mostravi di lontano”. E, infine, richiamandomi a qualche verso già citato in precedenza, vado a interrogare il fato: a che cosa si riduce questa vita, se poi “Nasce l’uomo a fatica / Ed è rischio di morte il nascimento. / Prova pena e tormento / Per prima cosa; e in sul principio stesso / La madre e il genitore / Il prende a consolar dell’esser nato.”? Una lunga e breve corsa verso un “Abisso orrido, immenso, / Ov’ei precipitando, il tutto oblia.” [5] Una corsa dove chi sa interrogare e interrogarsi lo fa a costo di una sofferenza insuperabile: “Che fa l’aria infinita, e quel profondo / Infinito seren? che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io che sono?” [6] Interrogativi senza risposta, se non la constatazione realistica e necessaria che “Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale” [7]…
- Tiziano. Lugubre incanto promana da questi versi. Riportiamoci ora nella dimensione cosmica. Voglio essere io a riprendere il filo: uno di quegli asteroidi di cui si andava argomentando, che pare avere una predilezione unica nel suo genere per la nostra dimora cosmica, si sta proprio dirigendo verso di noi [8]. È un blocco di materia con un migliaio di metri di diametro, l’hanno chiamato con una sigla identificativa, “2000BF19”, probabilmente a motivo del periodo datato dalla sua individuazione.
- Mirach. E poi un suo parente ci ha fatto visita puntuale. Un comunicato del 16 febbraio 2013 annunciava: Russia, mille feriti in pioggia meteoriti. Fu una vera pioggia di meteoriti a investire la regione di Chelyabinsk, sugli Urali russi, e a provocare una forte onda d’urto. Oltre mille si contarono i feriti, tra cui duecento bambini. La maggior parte fu colpita da schegge di vetro in sei città. Danneggiati circa tremila edifici tra cui trentaquattro ospedali e trecentosessanta scuole. In un lago nei pressi della città uno dei frammenti caduti aveva formato un foro di otto metri nella superficie ghiacciata. Nella regione venivano chiuse le scuole e mobilitati per i soccorsi almeno ventimila uomini della Protezione civile. Le esplosioni del meteorite, almeno nove ne furono avvertite, registrate in un’area molto estesa degli Urali, seminarono il panico tra la popolazione. In molti furono indotti a immaginare fosse giunta l’ora della fine del mondo, mentre pervenivano telefonate continue alla polizia e alla radio locale, nella ventilata ipotesi che si fosse trattato di un missile. Sul web apparvero immediatamente scene apocalittiche, come bagliori infernali e globi di fuoco che si abbattevano su Chelyabinsk. Interveniva allora il leader nazionalista Zhirinovski che non perdeva occasione per paventare un “test di armi Usa”. Le autorità russe si prodigarono per invitare a non toccare oggetti sconosciuti. E intanto, ecco la scatenata forsennata voglia di accumulare denaro emergere con la sordida avidità di sempre: sul web comparivano le prime offerte di vendita di pezzi di meteorite a “prezzi da concordarsi”.
- Ottero. Al tempo i media dicevano anche: esplosione meteorite come trenta bombe atomiche. Successe infatti che il meteorite responsabile della pioggia di frammenti nella Russia centrale fosse esploso a venti chilometri di quota, secondo le rilevazioni della Nasa. Si era trattato di un meteorite di tipo condritico, cioè a struttura granulare. Dal momento in cui penetrò nell’atmosfera a quello dell’impatto sul terreno impiegò appena trentadue secondi e mezzo. All’atto dell’esplosione, all’apice di una velocità di 65.000 chilometri orari, il meteorite liberò un’energia pari a cinquecento Kiloton, ossia l’equivalente di trenta bombe nucleari della potenza di quella lanciata su Hiroshima. La maggior parte dei milleduecento feriti e dei danni fu attribuita ai vetri esplosi a motivo del diffondersi dell’onda d’urto. Con grave ripercussione sulle condizioni di vita dei residenti, perché la zona giaceva sotto una temperatura di venti gradi centigradi sotto zero e il collasso degli infissi andò a costituire un problema urgente.
- Sirrah. Già, benché le meteoriti siano un evento raro, subito dopo gli Urali l’attenzione si spostò su Cuba dove alcuni testimoni asserirono aver visto un oggetto cadere dal cielo a Rodas, nel centro dell’isola, quindi esplodere e scuotere le case. “Sembra trattarsi di un bolide, cioè un frammento di pietra e metallo che entra nell’atmosfera”, così si pronunciò un esperto locale. Uno dei testimoni proruppe: “Ho visto una luce molto grande e, dopo qualche minuto, abbiamo sentito l’esplosione”, mentre un altro sosteneva essere l’oggetto esploso in cielo. Gli specialisti cubani, secondo quanto annunciavano i media locali, si misero subito al lavoro per esaminare l’area alla ricerca di eventuali resti.
- Almach. Questo quanto è accaduto al suolo, ma c’è dell’altro, proprio in quei momenti un altro asteroide, il 2012 DA14, un meteorite della dimensione di circa cinquanta chilometri, sfiorava la Terra, come per salutarla a distanza ravvicinata per poi schizzare fortunosamente via negli spazi interplanetari. Il suo passaggio fu registrato a soli 27.700 chilometri, la distanza dalla Terra alla quale si trovano i satelliti geostazionari, un nulla in scala siderale. Una minima correzione di rotta e si sarebbe schiantato sul nostro pianeta. Lascio soltanto immaginare le conseguenze! Transitò che erano le ore 20,40 italiane del 15 febbraio 2014, proprio allo zenit dell’Oceano Indiano, alla considerevole velocità di 7,8 chilometri al secondo. Al momento del massimo avvicinamento alla Terra l’oggetto era visibile, nonostante la nuvolosità diffusa.
- Tosco. Abbiamo buona compagnia, a quanto pare! E se, per malaugurata ipotesi, ci verrà addosso?
- Tiziano. Speriamo di no. Se fosse, soltanto in fantasia possiamo prefigurarcene le conseguenze.
- Tosco. Insomma, questo è il pianeta della precarietà e della stoltezza. Siamo minacciati da ogni parte, da bombardamenti micro e macroscopici e, come se non bastasse, da quando abitiamo questa piccola palla sospesa non facciamo che ammazzarci e renderci la vita impossibile. È già questo l’inferno biblico?
- Almach. Siamo soli nel vuoto e in questo vuoto sprofondiamo il nostro sguardo. L’angoscia che ci divora alimenta il nostro desiderio di sapere, di conoscere. Vogliamo scoprire chi siamo, perché siamo, che cosa c’è oltre l’effimera apparizione sulla nostra dimora terrena. Viviamo perennemente nella ricerca e perennemente insoddisfatti. Più apprendiamo più ci rendiamo conto di non sapere. Le nuove scoperte stravolgono le precedenti convinzioni, anche l’oggetto delle nostre scoperte fa parte di questa misteriosa precarietà universale. Sta scritto anche nei testi più antichi “… E indaga tra i suoi figli su Misteri dell’Esistenza; allora tu acquisterai Conoscenza della Sua eredità e camminerai nella Giustizia…”[9]. Noi siamo i poveri che scuotono la propria mente invasa da pazzia, nel vano sofferto tentativo di conoscere. I misteri dell’esistenza sono un’asserzione e una condanna. Avere il senso dell’infinito, percepirne l’eco lontana ed essere rigettati indietro a ogni passo compiuto nell’anelito di penetrarne l’essenza.
[1] Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai.
[2] Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo.
[3] Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo.
[4] Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo.
[5] Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
[6] Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
[7] Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
[8] Da Leonardo, Telegiornale Scientifico di Rai3, del 9 febbraio 2000
[9] Passo degli Inni dei Poveri, ricavato da un frammento dei Manoscritti di Qumran
Immagine di Copertina tratta da The Collector.
