C’è qualcuno, laggiù? Parte 2 di 5

Dove vai pensiero?

  • Tiziano. Prima o poi.. avremo a che vedercela con qualcosa di spropositatamente più grande, distruttivo, terrificante.
  • Tosco. Eccolo qua il profeta di sventure; chissà quali altre diavolerie vai macchinando.
  • Tiziano. Niente diavolerie, Tosco. Ma una supernova, una di quelle stelle che, a un certo punto della loro vita, esplodono, come succederà verosimilmente anche al nostro Sole. Ma non mi riferisco al Sole, quello avrà sicuramente ancora qualche miliardo di anni prima di esplodere. Mi riferisco, piuttosto, a una stella del vicinato galattico, vale a dire della nostra Via Lattea. Mi spiego meglio. Quando una supernova esplode ne va di mezzo tutta la sua struttura stellare che viene destinata a essere distrutta. La nostra Galassia è grande, relativamente grande: se dovesse percorrerla da un lato all’altro dei suoi estremi diametrali un fascio di luce, che pur corre alla bella velocità di 300 mila chilometri al secondo, impiegherebbe ben 65.200 anni, metro più, metro meno. Ebbene, se una supernova esplodesse abbastanza vicino a noi, diciamo entro un raggio di duecento anni luce, immediatamente sprigionerebbe una quantità di energia immensa che si diffonderebbe sotto forma di raggi gamma, i più letali per la vita organica. La radiazione, nel momento di investire il nostro pianeta, causerebbe un disastro nel mondo biologico. E non vi sto parlando di un evento impossibile. Da stime di frequenza puntualmente generate dalle osservazioni astronomiche è possibile inferire che in un arco temporale dell’ampiezza di cento milioni di anni si verifichi l’esplosione di una supernova nel nostro condominio galattico. Chissà, questa, a fianco dell’ipotesi appoggiata alla caduta di una meteora gigante o di una cometa, potrebbe essere stata una delle cause opinabili dell’estinzione dei dinosauri e di una massa di viventi sul nostro pianeta un’ottantina di milioni di anni fa.[1]
  • Ottero. Nulla da fare contro cataclismi di quelle dimensioni. Peraltro di fenomeni del genere abbiamo menzione in tempi abbastanza recenti. Nel mese di dicembre del 2004 si verificò, nel cosmo, un’esplosione della durata di appena un secondo, ma quel che accadde in quel secondo ha qualcosa di terrificante. I resti della stella esplosa svilupparono un lampo di luce di intensità e dimensioni inimmaginabili. Tanto per tentare di rendere l’idea, pensate che si è trattato di una liberazione di energia luminosa che, per intensità, ha superato l’energia luminosa che si avrebbe se mettessimo tutte insieme, in un solo glomere, le stelle della nostra Galassia, e sono qualcosa come mezzo triliardo di corpi luminosi di varia grandezza. L’energia lanciata nello spazio nell’arco di soli due decimi di secondo ha superato quella che il nostro sole riuscirebbe a liberare nel giro di centomila anni. Dalla superficie terrestre quel lampo non è stato avvistato, a motivo dell’atmosfera che ne ha ostacolato il manifestarsi e nessuno ne avrebbe avuto notizia se non fosse stato per l’attività dell’occhio vigile di una quindicina di satelliti e telescopi spaziali[2]. Ma, per limitarci ai bombardamenti di meteoriti che ci è possibile intercettare, io mi domando, le grandi potenze sono attrezzate con precisissimi sistemi di “scudo stellare” o roba del genere; perché mai non si convergono gli sforzi verso la previsione di possibili impatti e verso la prevenzione circa il loro verificarsi, utilizzando magari i missili con testate nucleari per raggiungere e disintegrare la bomba cosmica che si sta dirigendo su di noi? Perché ci affanniamo a bruciare le poche risorse energetiche rimasteci costruendo ordigni mortali da gettare a pioggia su altri paesi, devastando e massacrando, mentre sappiamo che tutta questa diabolica frenesia potrebbe essere messa a tacere, per sempre, da un colpo enormemente più distruttivo piovuto dallo spazio? Non è miopia, questa? Non è stupidità? Non è farneticazione? Non è delirio? Non è puro istinto di autodistruzione? Stiamo affrettando la venuta dell’Apocalisse?
  • Tosco. Dall’alto. E dall’intimo del nostro pianeta? Sapete, vero, dove si sono spinte le scoperte nell’infinitamente piccolo. Tutte lodevolmente scientifiche e mirate alla conoscenza. Vi ricordo soltanto una delle ultime, il “prione”, scoperto dal Premio Nobel Stanley Prusiner nel 1997. Ma la cosa non finisce qui. Prima o poi si arriverà alla scoperta di altre particelle: qualcuno mi ha parlato di un certo “peretone”, qualcosa che avrebbe la capacità di influire addirittura sui ritmi procreativi, restringendo in misura impressionante i tempi di metamorfogenesi negli insetti. Ciò significherebbe ravvicinare fra loro nel tempo generazioni e generazioni di colonie di insetti: anziché, poniamo, mille insetti nati su un’area di territorio in un dato tempo, se ne potrebbero far nascere alcuni milioni nel medesimo tempo e sulla medesima area. Ci pensate alle menti perverse, sempre attente alla disponibilità di mezzi deterrenti e distruttivi? Si tratterebbe di poter disporre di un’arma micidiale: Stuoli di insetti divoratori e devastatori che fanno piazza pulita di ogni risorsa vitale utile agli umani. Ma poi… eh, la sapete la fine della storia! Il mondo sarà degli insetti!
  • Sirrah. Questa volta sei tu, Tosco, a doverti spiegare meglio.
  • Tosco. La lascio a raccontare da Ottero, è stato lui a parlarmene.
  • Ottero. E va bene, se così ti piace. Sta tutto nella profezia coniata da Bertrand Russel. È il mio filosofo a preconizzare, alquanto lugubremente, il predominio finale degli insetti sul nostro pianeta[3]. Già egli predice la conflagrazione di un nuovo conflitto armato, benché noi sappiamo che quello che aveva in mente sarebbe stato tutt’altro che l’ultima sventura in scala cronologica, ma l’ultima necessariamente per le conclusioni a cui avrebbe trascinato l’umanità. Sarà una guerra, pensava Russel, nel corso della quale gli schieramenti avversi ricorreranno all’uso di armi di distruzione di massa definitive, la “soluzione finale” per la nemesi storica che non perdona. Saranno infatti perfettamente organizzati per lanciare e disseminare stuoli apocalittici di insetti e di microrganismi. Che non ci avessero pensato prima? Oh, sì, quanti e quali orrendi esperimenti furono realizzati su fasce di popolazioni ignare e inermi! Dunque saranno insetti nocivi, voraci e distruttori, che invaderanno estese plaghe e vi arrecheranno desolazione, miseria. Morte d’inedia per tutti i discendenti dell’homo sapiens sapiens che più sapiens non si sarebbe potuto, e un banchetto fuori ordinanza per fameliche orde di insetti che, oltretutto, troveranno il terreno e le condizioni necessari per riprodursi e moltiplicarsi a dismisura: tanto che, se dovessero scovare qualche sventurato umano scampato alla malasorte, si mangerebbero pure quello. E neppure i flebili tentativi di distruggerli sortirebbero effetto alcuno, ma forse sì, quello di favorire l’apparizione di inaudite mutazioni genetiche dalle quali proverrebbero ceppi più resistenti, più robusti e, come no, più affamati. Una guerra senza vincitori, con la ghirlanda della gloria ai mezzi che l’uomo “intelligens” aveva eletto quali solutori delle controversie planetarie.
  • Sirrah. E sarà un vero peccato, un dramma senza soluzioni, perché l’intelligenza dell’uomo, se usata secondo onestà, ci potrebbe portare a scoprire cose meravigliose. Come il ritrovamento delle tracce di vita più antiche sulla Terra avvenuto in Australia occidentale, nella regione desertica di Pilbara nell’autunno del 2013. Si era trattato di un ecosistema microbico rinvenuto in rocce sedimentarie e risalente a quasi 3,45 miliardi di anni fa. Una scoperta rivoluzionaria, dovuta a un’équipe di ricercatori australiani e statunitensi, che sarebbe stata in grado di offrire un importante contributo alla stessa comprensione dell’evoluzione del sistema solare. “Riteniamo che sia la più antica prova della vita sulla Terra, che precede di alcuni milioni di anni i microfossili scoperti finora”, affermavano gli studiosi.
  • Mirach. Questa è l’intelligenza dell’uomo che erige a vessillo della propria grandezza i super progressi conseguiti in campo tecnologico. Eppure è così piccolo, l’uomo, nonostante tutti i suoi enormi sforzi per illudersi di sentirsi grande. Chiara è la sensazione di Franz Kafka a questo riguardo[4], quando l’Autore si domanda quale speranza ci lasci la vita, se non quella che il nostro esistere sarà qualcosa di mai avvenuto e la fine della nostra esistenza, il momento della nostra morte, sarà un aggiungere un nulla al nulla.
  • Tiziano. È mirabile constatare come il vecchio della montagna, cui avevo accennato, nella sua ignoranza avesse raggiunto le medesime conclusioni: “Come se non fosse mai nato”![5]
  • Mirach. Il pensiero di Kafka si fa veramente nero quando viene espresso nella constatazione della nostra assoluta miseria che ci fa apparire come “una topaia di miserabili riserve mentali” (07/02/1915). Kafka coltiva e inasprisce il disprezzo di se stesso sino al parossismo, a una soglia tale da accingersi a osservare la propria intimità di pensiero soltanto a ragguardevole distanza, onde non inorridire alla vista del sudiciume che grava all’interno dell’Io. Che cosa può essere mai la vita, egli continua a interrogarsi, se non un fatale precipitare verso il nulla, “consumato in dubbi incessanti”? (25/02/1915). Kafka è un combattente della volontà di sopravvivenza, che, nonostante le torture che osa infliggere a se stesso, non abbandona per questo il campo di battaglia, ma si spinge oltre, nella continua dolorosa ricerca di un significato accettabile da attribuire alla propria esistenza, ma la sua ricerca non arriva mai a gratificare gli sforzi profusi[6]. Nella sua corsa disperata ci sono rari momenti durante i quali crede di poter raggiungere una piccola parvenza della Verità agognata, forse essa è così vicina, ma, quando proprio pare di poterla afferrare, eccola sfuggire inesorabilmente, quasi per beffa, perché la mano tesa verso di lei non è più sorretta dalle forze necessarie. L’uomo-viandante-sperso-illuso-disperato è il motivo dominante che accompagna l’opera di Kafka. Ecco allora che ritorna nel suo lavoro “Il Processo”[7] dove, in modo simile alla scenografia che caratterizza “Il Castello”, c’è ancora un viaggio, c’è uno scopo da inseguire, c’è una ricerca che perde chiarezza con l’evolversi della situazione. Sopravvengono, a mano a mano, circostanze le più svariate, che vanno a incastonarsi fra loro come frammenti onirici i quali, proprio per la loro apparente estraneità, non fanno altro che sviare continuamente il percorso. L’uomo lanciato in questo viaggio non ha altra ricompensa che un’ansia travolgente la quale si ricollega saldamente al senso di colpa provato per l’ambizione di raggiungere uno scopo negato in partenza: di qui l’emergere di un’odissea di eventi di per sé inconcludenti e fuorvianti. L’assurdità dei fatti che vi si richiamano prende forma a iniziare dall’invenzione di un processo fantastico che tuttavia Kafka non ricusa, ma che in qualche modo accetta, sia pure soltanto per dimostrarne l’inconsistenza. – Scusate se vado di questo passo, forse vi annoio, amici miei. Ho sentito l’impulso di mettere in luce l’immensa contraddizione che esiste nell’atto di superbia dell’uomo al momento di autoproclamarsi prossimo all’onnipotenza.
  • Tosco. E invece mi pare interessante quanto mai; vai avanti se puoi, ti prego.
  • Mirach. Oh, grazie, ci tengo proprio a spendere ancora alcune parole sullo scrittore-pensatore che occupa un posto così importante nella mia vita e nei miei pensieri. Sapete, soleva riprendere diffusamente, nella sua produzione, il senso di colpa e il disprezzo, come ho accennato poco fa. Di lì si può capire qual era il peso della sofferenza che recava con sé, lungo un peregrinare faticoso quanto inutile, perché non portava da alcuna parte. Alla colpa e al disprezzo si accompagnava la consapevolezza amara dell’irraggiungibilità. Leggendo “Il Castello” si colgono queste disposizioni dell’animo, come il disprezzo che opprime la famiglia Barnabas sistemata in una dimora alla quale non era dato accesso, quando soltanto i funzionari sino a un certo grado di gerarchia erano avvicinabili, e nulla più. Leggendo “Il Processo”, peraltro, la scena si svolge in vista di un “tribunale supremo” che non può essere raggiunto né conosciuto, ma che è la sede delle ultime speranze rimaste perché è l’unico a cui sia data la facoltà di assolvere definitivamente l’imputato. – Ecco che cos’è la vita: un miraggio, una promessa, un’illusione, un inganno, perché ti fa vedere un’immagine pallida e sfocata di ciò che è essenziale per te, la Verità, e te la nega senza sosta. In Kafka non solo il tribunale è irraggiungibile, ma lo sono addirittura le mete intermedie che lì potrebbero condurre, rappresentate descrittivamente nella ridda di sfuggenti “grandi avvocati” che si pongono al di sopra dei piccoli avvocati e degli avvocatucoli. La conclusione dell’opera è molto dura: l’incontro nel duomo fra Kafka e il sacerdote, la storia che questi gli racconta dell’uomo che trascorre un tempo infinito nell’attesa di ottenere l’autorizzazione a entrare attraverso una porta aperta che conduce alla Legge, il custode che glielo nega continuamente sino a che l’uomo ha atteso tanto da incontrare la morte mentre il custode, chinandosi su di lui, gli sussurra: “Sei insaziabile… Da qui non sarebbe potuto entrare nessun altro perché questo ingresso era riservato a te soltanto. Ora è tempo che io vada a chiuderlo”. E il finale terribile che inscena Kafka trascinato da due giustizieri insignificanti, condotto in una cava e qui barbaramente assassinato.

[1] Da: Costantino Sigismondi, “La Supernova galattica è in ritardo?”, in Astronomia, n° 3, maggio-giugno 2005.

[2] Notizia diffusa da Leonardo/TG3, “Telegiornale delle Scienze e della Tecnologia”, RAI3, 28 febbraio 2005.

[3] Bertrand Russel, L’elogio dell’ozio, cit., pag. 172.

[4] Franz Kafka, Diari, Praga, Kierling-Vienna, 1883/1924, Milano , Mondadori, 1953.

[5] Vedi capitolo precedente.

[6] Franz Kafka, Il Castello, Milano, Mondatori, 1948.

[7] Franz Kafka, Il Processo, La Spezia, Fratelli Melita Ed., 1988.


Immagine di Copertina tratta da Osservatorio Chianti.

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