Appesi a un fil di seta. Parte 6 di 6

Dove vai pensiero?

  • Sirrah. Sì, un mondo di sofferenze, un pugno di felicità che non riesci a trattenere per un solo attimo fugace, a fronte di un universo infelice. Ma forse ha ragione Hemingway quando[1] mette in bocca a Pilar le parole del coraggio “qualunque cosa ci venga fatta è niente, se noi non l’ammettiamo, e quando qualcuno ti amerà, tutto sarà cancellato”.
  • Ottero. Ma poi c’è un’altra prospettiva, quella che vede le guerre nella loro correlazione con l’eterna agitazione dell’uomo e la sua corsa verso la supremazia. Chi affronta questo problema sotto un profilo del tutto originale è Bertrand Russel il quale offre una panoramica dello squallore e del delirio in cui operano i governi delle nazioni, i quali sono abilissimi nell’investire una parte cospicua delle risorse economiche interne per coprire i debiti contratti con le guerre fatte e per preparare un assetto bellico moderno in vista di futuri conflitti[2]. Russel contrappone la frenesia per il lavoro e per la produzione alla vera prosperità e alla felicità esistenziale le quali ultime, quasi per paradosso, troverebbero riscontro effettivo proprio nella scelta di ridurre le ore lavorative. Sarebbero sufficienti quattro ore di lavoro al giorno, sostiene Bertrand Russel, con il beneficio addirittura di eliminare la piaga della disoccupazione.
  • Sirrah. E invece troviamo anche il tempo, la voglia, le motivazioni e il denaro per recarci con le nostre armi all’estero, in missioni di pace, è vero, ma armati sino ai denti. Noi ci siamo dentro fino al collo e abbiamo perso già cinquantun vite in terra afgana da quando è iniziata la nostra partecipazione alle cosiddette “missioni” contro i Talebani per sconfiggere il terrorismo. A incipiente anno 2012 il Senato italiano diceva di sì ai rifinanziamenti, dichiarando via libera all’utilizzo dei fondi con 223 voti favorevoli, 35 contrari e 2 astenuti al decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali. I voti favorevoli erano stati dati da PDL, PD, UDC-SVP e Terzo Polo. I contrari provenivano dalla Lega e dall’IdV. Nel bel mezzo di una crisi finanziaria che insieme alla Grecia e alla Spagna vedeva l’Italia sull’orlo del baratro, il decreto approvato andava a coprire l’intero fabbisogno per il 2012, per uno stanziamento di 1,4 miliardi di Euro: 747.649.929 in Afghanistan, 157.012.056 in Libano e 143.259 in Sud Sudan. Per quanto riguardava la Libia le somme destinate ai militari italiani impegnati in attività di assistenza, supporto e formazione venivano ridotte da 10.081.868 a 9.742.928.[3]
  • Almach. “Di lor querela il boreal deserto / E conscie fur le sibilanti selve” [4]
  • Tosco. E che sono queste parole?
  • Almach. È il mio Poeta, uno fra i pochi che meglio seppero adornare di espressioni verbali il dolore umano per renderlo sensibile a chi legge. Fa menzione dei morti in battaglia, e dei moribondi che liberavano i loro rochi lamenti attendendo la morte. Non persone, non animali erano presenti, che potessero udire quei lamenti. Solo entità inanimate, prive di facoltà percettive, come il deserto boreale gelido, e le selve agitate da venti impetuosi di tormenta che si frangevano sibilando fra i rami in lotta.
  • Tiziano. Ed è sempre sabato.
  • Mirach. Che dici?
  • Tiziano. Dico: ed è sempre sabato. Sto pensando a quante cose succedono nella vita di un uomo, nell’esistenza di una nazione, nel passare di una civiltà. Pare che tutto ritorni… l’eterno ritorno. Pare doversi aspettare che le cose si ripetano, in un modo o nell’altro, perché l’umana natura porta dentro di sé un destino di miseria, di sofferenza, di morte. Tutto si svolge portando all’annientamento finale, sotto l’egida tirannica del tempo. Avete mai pensato che il tempo è la cosa più preziosa e più fuggevole che ci sia data? Nell’arco dell’infanzia si ha la sensazione che il tempo non passi mai, si è ancora bagnati di eternità, la vita fiorisce entro una sfera illusoria che non pone limiti né preoccupazioni circa la necessità o meno di considerare una fine. Poi qualcuno c’insegna che c’è il tempo. Cronos ci prende per mano e ci invita a crescere, a farci consapevoli, a creare il nostro personale individuale tempo. E vediamo la vita scorrere, correre, precipitare. Preoccupazioni e traguardi da raggiungere ci si parano dinanzi come pietre miliari su un’autostrada che percorriamo a velocità vertiginosa. E le guerre diventano scie meteoriche, e i momenti felici diventano sprazzi di luce che si spengono ancor prima che tu ti accorga del loro esplodere. Tu corri, corri, ti affanni, vuoi sorpassare, andare oltre, lasciare tutto e tutti dietro di te, fare terra bruciata. E si susseguono le nazioni, le culture, gli imperi, i governi, le ideologie, le conquiste tecnologiche, i saperi scientifici, le sacralità e le dissacrazioni, gli idoli e le destituzioni, le conquiste e le distruzioni, così, come le scintille senza intervalli di un fuoco pirotecnico. Poi tutto si spegne, torna la notte, buia, gelida, muta, senza peso. Arriviamo a un punto di questa corsa, che è il nostro punto, quello che appartiene soltanto a noi, a ciascuno di noi, individuo prodotto casuale di una dinamica senza senso né fine, dove ci fermiamo, e volgiamo indietro lo sguardo, un attimo, un attimo soltanto. La nostra vita, le vite dei nostri amici, dei nostri contemporanei, dei tanti miliardi di esseri umani che hanno calpestato queste zolle prima di noi. Tutto nulla. Cos’è stato? Il tempo? E il tempo s’è portato via tutto, il bene e il male, il piacere e gli affanni, il ricco e il miserabile, l’onesto e il criminale. Che cos’è la vita? Spensieratezza nell’infanzia, angoscia nella fase adulta, tristezza nella vecchiaia.
  • Sirrah. Sto pensando alla “rassegnazione infinita” di Kierkegaard.
  • Tiziano. Vita e Morte si rincorrono, si scambiano luogo, tempo, circostanza come se giocassero a rimpiattino, senza curarsi di noi, minuscoli granelli di una polvere informe e fastidiosa. Vediamo questo turbinio di cose e, dalla direzione opposta, udiamo provenire un’eco indefinibile di voci e rumori. È la riproduzione speculare di ciò che è accaduto prima di noi. Son passati quarant’anni. Cosa vedo alle mie spalle? Nulla. È trascorso un anno, un mese, è volata un’altra settimana, e io mi ritrovo ancora qui, su questa strada senza una direzione, a chiedermi che cos’è questo gioco beffardo del rincorrersi di Vita e Morte. Non comprendo, solo resto stordito dal rumore sordo penetrato per quel gioco beffardo nella mia mente che guarda attorno a sé e guarda se stessa. È passata un’altra settimana, non sono allo stesso punto di prima, ma sono ancora qui, sempre qui. Ed è sempre sabato.
  • Almach. Ti sei avvicinato in maniera incredibile ad alcuni endecasillabi sciolti del mio Poeta, versi che dipingono la natura, generatrice della nostra vita, come una madre, ma una madre crudele e, per questo, empia: “Indi varia, infinita una famiglia / Di mali immedicabili e di pene / Preme il fragil mortale, a perir fatto / Irreparabilmente: indi una forza / Ostil, distruggitrice, e dentro il fere / E di fuor da ogni lato, assidua, intenta / Dal dì che nasce; e l’affatica e stanca, / Essa indefatigata; insin ch’ei giace / Alfin dall’empia madre oppresso e spento. / Queste, o spirto gentil, miserie estreme / Dello stato mortal; vecchiezza e morte, / Ch’han principio d’allor che il labbro infante / Preme il tenero sen che vita instilla” [5] – La vita, in ultima sostanza, non è che un viaggio faticoso in una palude prodiga di fallaci speranze e illusioni, che termina nell’annientamento totale: “In fuga / Van l’ombre e le sembianze / Dei dilettosi inganni; e vengon meno / Le lontane speranze, / Ove s’appoggia la mortal natura. / Abbandonata, oscura / Resta la vita” [6] lasciando, comunque e sempre e per ogni creatura “Incolume il desio, la speme estinta” [7] – Le speranze si riducono a un patrimonio di illusioni coltivate da chi non sa vedere né sentire, dagli stolti: “Magnanimo animale / Non credo io già, ma stolto, / Quel che nato a perir, nutrito in pene, / Dice, a goder son fatto” [8] – La piccolezza, direi quasi l’inutilità dell’uomo emergono da queste considerazioni appena il mortale osa levare lo sguardo ai misteri dell’universo: “e su la mesta landa / In purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, / cui di lontan fa specchio / Il mare, e tutto di scintille in giro / per lo voto seren brillare il mondo / … ma questo / Globo ove l’uomo è nulla, / sconosciuto è del tutto; e quando miro / Quegli ancor più senz’alcun fin remoti / Nodi quasi di stelle / Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo / E non la terra sol, ma tutte in uno, / Del numero infinito e della mole, / Con l’aureo sole insieme, le nostre stelle / O sono ignote, o così paion come / Essi dalla terra, un punto / Di luce nebulosa; al pensier mio / Che sembri allora, o prole / Dell’uomo?” [9]
  • Ottero. È forse dovuto a una beffa perpetrata da chissà quale destino che siamo piantati, anima e corpo, su questo pianetino a dibatterci tra i significati di vita e di morte. E queste due idee antagoniste formano soltanto una delle infinite sfaccettature di cui si ammanta l’imperiosa idea dualistica che condiziona tutto il nostro pensare. Se noi ci azzardassimo a tentare un cambiamento di prospettiva? Se ci provassimo soltanto a mutare il nostro abituale punto di vista? Vale a dire smettere di pensare in modo dualistico e iniziare a vedere l’universo con l’occhio di chi è pervenuto a considerare il “creato” come una totalità priva di confini, una totalità in cui le cose fluiscono l’una nell’altra, sovrapponendosi, mescolandosi, assemblandosi in configurazioni originali al di fuori dei nostri consueti schemi e categorie di pensiero? Questo, del provare a considerare il tutto come un “uno”, è un tentativo problematicissimo, vorrei dire impossibile per la mente umana, a vedere dal suo modo di funzionare di fronte allo scibile. Quel che s’è disquisito attorno al dualismo torna qui di proposito. Non esiste cosa alcuna, all’interno della nostra esperienza di tutta un’esistenza, che non si prospetti in una qualche dimensione dualistica: io e l’altro, noi e il mondo, luce e tenebre, ogni cosa e il suo contrario, ogni cosa e la sua parte complementare. La nostra stessa vita biologica prende origine da due gameti sessualmente ben distinti, e dal loro incontro, e dalla loro fusione. Entrano in scena due cromosomi, x e y; poi la replicazione cellulare; poi l’incistamento della blastula sulla parete uterina; poi l’apporto di nutrimento dall’organismo materno che è altro da quello in gestazione; poi due entità fisiche collegate da un cordone ombelicale; poi la separazione e la nascita al mondo esterno; poi il bisogno di sostentamento da parte del mondo esterno: bisogno di nutrimento, di calore, di sensazioni, di attaccamento, di comprensione, di consolazione.
  • Mirach. E, se posso interromperti, ogni volta si verifica qualcosa che ha l’aspetto di un urto o di uno strappo, di due cose che si devono unire o separare, qualcosa che porta il segno della violenza. Così nel micro, con i bombardamenti di particelle subatomiche; così nella media dimensione, con la penetrazione dei gameti l’uno nell’altro e della blastula sul corpo placentare, con l’espulsione del feto a maturazione completa; così, ancora, nel macro. E sempre di scontri dualistici si tratta.
  • Tosco. Nel macro? Sarei piuttosto curioso di sapere …
  • Mirach. I meteoriti giganti, oh bella, le comete che colpiscono un pianeta inerte! Non si pensa, forse, che i primordiali aminoacidi siano di provenienza cosmica, giunti anche sulla nostra Terra con il corpo di uno di questi mostri vaganti? Miriadi di meteoriti lanciati in una corsa sfrenata per i vuoti siderali. Un fatidico giorno uno di essi, portatore di primitive potenzialità biologiche, colpisce il pianeta. Di lì inizia il misterioso e formidabile ciclo evolutivo della vita. Concepimento cosmico! Non pare simile al concepimento di un ovocita da parte di un gamete caudato? … Ti prego di scusarmi, Ottero, ora ti restituisco la parola.
  • Ottero. Va bene così, mi hai dato uno stimolo nuovo. Infatti la meccanica dualistica non si arresta alla nascita fisiologica. Più avanti ancora, una seconda nascita, quella psicologica: la liberazione dall’unità monotropica primordiale, l’emersione dell’io e l’autopercezione di una embrionale identità che si fa strada nel “sentire”, da parte del sé emergente, di essere qualcos’altro dal seno che l’ha nutrito. È il momento della cacciata dall’Eden, la seconda cacciata da una dimensione di allucinata pienezza e felicità a una dimensione di individualità proiettata verso l’indipendenza e l’autonomia. Da quel momento in poi la mia mente è costretta a creare le condizioni che mi inducono a convincermi di essere un “me” in mezzo ad altri “sé”. E, di questo passo, proseguirò edificando via via sul mio cammino una realtà dualistica sempre più affermata e condivisa. Là dove la vita inizia a restringersi e finisce per immettersi in un cunicolo sempre più stretto e buio, là ha origine il terrore della morte.
  • Mirach. È la brevità della vita, la scintilla effimera che subito si consuma e si spegne, senza conoscere il tempo, che è un solo piccolo attimo. Come diceva Kafka[10], il tempo che ognuno di noi ha a propria disposizione è così breve che, se appena ne perdiamo un secondo, già abbiamo perso tutta la vita perché questa ha la durata soltanto del tempo che perdiamo.
  • Ottero. La morte è presente nel momento stesso della nostra nascita e, sin dal nostro primo grido di ribellione alla separazione, inizia, impassibile, a detrarre gli attimi, i secondi: dà il via a un conto alla rovescia, lei è lì, accanto a noi, e ci guarda con stupita indifferenza, e se ne ride delle esultanze di gioia dei parenti alla nascita del pargolo atteso. È lì e conta. Sa fino a quanto deve contare, perché è partita da un numero di attimi a lei sola noto. Andrà avanti a contare, senza emozioni, senza espressioni, senza mai scomporsi. È lì e aspetta, non si stanca, non si annoia. Attende. Poi, meno due, meno uno, ecco, è il suo turno, un fendente secco di falce lacera l’aria. Ed è tutto finito. Forse è questa l’idea inespressa di Signora Morte, che volge il nostro pensare in tutt’altra direzione, perché quell’idea ci terrorizza. La morte, perdita estrema di tutto nel nulla, l’ultima cacciata, tragica, terribile, irreversibile. Nascemmo, vivemmo per apprendere che saremmo dovuti morire, per essere infine gettati nel buio di una solitudine fattasi sempre più fredda e cupa. Le cacciate vissute nelle prime fasi del mio essere avevano molto a che condividere con l’oblio, quell’oblio dal quale a poco a poco stavo emergendo. La cacciata ultima mi risprofonda nell’oblio finale, ripieno di preconsapevolezza: una cacciata che volge con pietosa tenerezza i miei occhi all’indietro perché non mi avveda del vuoto in cui sto per precipitare e che incombe con gran terrore. Dunque c’è qualche supremo Intelletto che ha pietà di me in quel passaggio angosciante. Guardo lontano: una foresta che muore. Io sono sempre l’ultimo albero a morire. Una foresta di affetti, di sentimenti, di attaccamenti, di figure nelle quali ha albergato la mia anima, una foresta che ha spinto in alto i suoi primi germogli con il mio primo respiro. Cade un albero, poco lontano ne cade un altro, e poi ancora, un albero dopo l’altro, li vedo abbattersi, si fa il vuoto attorno a me, svanisce l’ombra ristoratrice, si spoglia il mondo ripieno d’armonia in cui avevo creduto, quel mondo che avrei mai più abbandonato. Cadono, i miei alberi più vicini, e affidano al vento di passaggio i miei affetti, e questi rimbalzano su di me come per ritrovare una dimora. Ma sono spogli, non li avevo mai conosciuti così, sono freddi, scarni, logori, scuri e senza voce.
  • Sirrah. Come induce tristezza, Ottero, il disegno che ne fai: la morte non dobbiamo vederla come uno spauracchio né trattarla con terrore. Ti cito alcune parole poste sulle labbra di Empedocle da Hölderlin[11] nella sua tragedia, che forse contribuiranno a rasserenare un po’ l’atmosfera lugubre della tua foresta popolata da fantasmi. Hölderlin crede nella rigenerazione della vita, un processo che comporta un rinnovamento sostanziale anziché l’annientamento, “…e morendo ciascuno ritorna all’elemento per rigenerarsi a una nuova giovinezza…”, ma per lui è essenziale saper riconoscere l’elemento di cui facciamo parte, perché noi non possediamo la natura, ma è la natura a possedere noi “…Datevi alla natura, prima che sia lei a prendervi!… e sollevate gli occhi, / come foste rinati, verso la natura divina. / Quando lo spirito si accenderà alla luce celeste, / un dolce alito di vita vi fluirà / nel petto come per la prima volta, / e mormoreranno i boschi colmi di frutti dorati / e le sorgenti della roccia; quando la vita / del mondo vi afferrerà e il suo spirito di pace / vi cullerà l’anima come una sacra nenia, / allora nell’aurora splendida di quest’estasi / splenderà di nuovo per voi il verde della terra, / e monti, mari, nuvole e stelle, / le nobili potenze, come fratelli eroi, / si presenteranno ai vostri occhi facendovi battere / il cuore, come foste scudieri, nel desiderio di agire / per un mondo bello e vostro. …” “…e la vita, memore della sua origine, cercherà la bellezza vivente e vorrà dispiegarsi in presenza di ciò che è puro.” “…Essere soli e senza dei, questa è la morte.”. – Così di seguito, Hölderlin sfata il mito della morte come oggetto di timore, facendo parlare Pantea nell’attimo in cui la giovane si rivolge alla natura: “…Coloro che temono la morte non ti amano, la preoccupazione ingannevole offusca i loro occhi, il loro cuore non batte più con il tuo, e lontano da te appassiscono.”
  • Ottero. Non è mia intenzione seminare tristezza, Sirrah, ma, vedi, il mio parlare è sorretto, in questo momento, dopo tutte le cose negative che abbiamo messo in luce, da un cupo senso di preoccupazione, forse possiamo chiamarlo pessimismo. Ne trovo l’eco in alcune considerazioni fatte da un istituto di ricerche sociologiche in Italia, secondo le quali il 51 per cento degli Italiani, intervistati nel 2012, si dichiarava infelice. Il confronto è eloquente se solo andiamo a vedere che l’anno precedente gli infelici dichiarati erano il 28 per cento. Si tratta di dati rilevati da un sondaggio realizzato da “Ipsos Public Affairs” e presentato a Urbino nell’ambito del Festival della Felicità. Il “virus” dell’infelicità si sta moltiplicando e “si diffonde a causa della mancanza di prospettiva”.[12]
     


    [1] Ernest Hemingway, Per chi suona la campana, 1940-1948.
    [2] Bertrand Russel, Elogio dell’ozio, Milano, Longanesi & C., 1963, 2a ediz. Gennaio                                                                                     2005, Trad. it. di Elisa Marpicati.
    [3] Da Televideo del 23 febbraio 2012.
    [4] Giacomo Leopardi, Sopra il Monumento di Dante
    [5] Giacomo Leopardi, Polinodia al marchese Gino Capponi
    [6] Giacomo Leopardi, Il tramonto della luna
    [7] Giacomo Leopardi, Il tramonto della luna
    [8] Giacomo Leopardi, La ginestra
    [9] Giacomo Leopardi, La ginestra
    [10] Franz Kafka, Racconti. Patrocinatori, 1922, Milano, Oscar Mondadori, 1970.
    [11] Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle, Milano, Bompiani R.C.S. Libri S.p.A., 2003, Traduzione e appendice di Laura Balbiani, Saggio introduttivo e commentario di Elena Polledri.
    [12] Da Televideo del 26 maggio 2012.

Immagine di Copertina: Escher – The Impossible World, tratta da Artland.

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