Appesi a un fil di seta. Parte 5 di 6

Dove vai pensiero?

  • Tosco. Eppure sui libri di storia, là dove si parla di guerre, viene per lo più rimarcato il lato eroico, per lo più sono posti in risalto i risvolti che consentono, in qualche modo e con il mettere insieme i termini opportuni, di porre in mostra, enfatizzare ed esaltare le nobili virtù della Nazione.
  • Ottero. I libri di storia non dicono tutto. Spesso raccontano panzane, setacciano, ritagliano, tingono, camuffano, aggiungono e omettono. Non parliamo poi dei testi che vedono la luce all’ombra di un particolare regime politico o militare: lì la manipolazione è la parola d’ordine. Su quale testo i nostri pronipoti potranno leggere che in una sperduta landa africana, il Darfur, nei primi anni del nuovo millennio le vittime delle lotte intestine ammontavano a trecentomila individui, la quasi totalità persone inermi, civili, impotenti a difendersi?[1] I libri di storia che vengono messi in mano ai nostri figli, al tempo della scuola, dovrebbero dire l’una e l’altra cosa di un evento storico, di una situazione, senza commenti di certa palese tendenziosità. Forse i nostri figli possederebbero meno convinzioni, ma godrebbero di una mente più aperta, più critica, più capace di ragionare e di forgiare idee.
  • Sirrah. Già, a proposito, tutta la serie di film sugli indiani d’America. Quelli erano i cattivi, crudeli, scotennatori, ladri, stupratori, traditori, sporchi. I colonizzatori armati fino ai denti erano, invece, i portatori della civiltà, le fiaccole del diritto. Forse gli indiani, di tutti gli epiteti racimolati poco fa, dal nostro punto di vista erano soltanto sporchi, visto che la loro cultura non conosceva l’apprestamento delle cure igieniche così come le intendiamo noi. Riguardo agli altri attributi, se in alcuni casi ne divennero degni, fu soltanto in seguito all’esempio dato dai bianchi, loro predecessori e maestri in tali arti di inciviltà.
  • Ottero. Neppure il caso di andare tanto lontano. Qui da noi, in considerazione delle vicende belliche succedutesi nel corso del secondo conflitto mondiale, da una parte della gente si disse un gran male delle truppe tedesche. Certo, i fatti c’erano e non fu possibile sottacerli.
  • Mirach. Io non so dove vuoi arrivare, mio buon Ottero, ma, se l’odio non deve essere conservato, pur le ferite non si possono dimenticare, perché scottano, sempre. Siamo in ambiente seconda Guerra mondiale, vero? E, allora, non ricordiamo che cosa successe a Sant’Anna di Stazzema nell’Alta Versilia, il 12 agosto 1944, ormai verso la fine del conflitto? In quella località vennero massacrate 560 persone, donne, vecchi e oltre cento bambini, una pulizia etnica decretata per pura pazzia omicida. Ed ecco che, a conclusione di un’inchiesta durata ben dieci anni, la magistratura di Stoccarda ha deciso che non sarebbe stato intentato il processo, per insufficienza di prove, nei confronti di otto ufficiali e soldati delle SS sospettati di aver preso parte al massacro. La decisione veniva motivata dal non aver rinvenuto prove documentali riferibili alla responsabilità individuale degli otto accusati ancora in vita nel 2012, fra i quali Gerhard Sommer, che il Tribunale di La Spezia aveva condannato all’ergastolo.
    Certo Mirach, sconcerto e dolore sono il minimo che si possa provare di fronte a un atteggiamento del genere. Dobbiamo anche dire che, sia pure quasi settant’anni dopo, quei fatti furono deprecati dalle stesse autorità tedesche. “Berlino continuerà ad assumersi la responsabilità storica dei crimini commessi dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale” come ebbe a dire il ministro tedesco Michael Link commentando l’archiviazione da parte del Tribunale di Stoccarda dell’inchiesta sul massacro di Sant’Anna di Stazzema[2]. Tuttavia, lasciami dire, parlare della crudeltà delle SS e della Gestapo era e fu persin troppo facile, non mancava certo il materiale di argomentazione. Non altrettanto facile fu il rendere note le nefandezze perpetrate dai reparti militari di altri Paesi. Allora, la propaganda antinazista di un novello spirar di vento dipingeva italiani buoni e tedeschi cattivi. La casistica era estremamente semplificata. Tutto ciò che facevano gli italiani era buono, ma molto di ciò che i tedeschi facevano era orrendo. Ora avvenne che un paio di trasmissioni televisive, andate in onda attorno alla mezzanotte di oltre cinquant’anni dopo i fatti storici, fornisse al pubblico una versione a dir poco sconcertante di alcuni comportamenti e di alcune prese di posizione dell’epoca. Ecco i fatti. Siamo nel dicembre del 1944, c’è un’incursione delle SS tedesche in Belgio, precisamente nella foresta delle Ardenne. L’incursione ha per obiettivo l’attacco a contingenti statunitensi. Obiettivo raggiunto, i tedeschi riescono a catturare numerosi combattenti americani. Fin qui, normali operazioni di guerra, ma, quel che successe subito dopo fa senza remore gridare alla barbarie: nei pressi di Malmedy ottantuno soldati d’oltremare, detenuti dalle forze tedesche come prigionieri di guerra, vengono selvaggiamente trucidati. Una deliberazione del genere, incurante delle stesse convenzioni che sanciscono i diritti dei prigionieri di guerra, non può che suscitare orrore e dare enfasi allo spettro della morte, immediatamente associato alla divisa, alla parlata, al portamento della classe militare appartenente a quella data etnia. – A ventiquattr’ore di distanza, sulla stessa rete emittente e alla stessa tarda ora della giornata, viene svelato un altro fatto riferito a quell’epoca, e questa volta a ricoprire la parte dei cattivi non sono i tedeschi. La moviola della storia ci porta indietro quasi di un decennio rispetto al tempo dell’episodio appena rammentato. Ora siamo nella zona di confine che separa l’Etiopia dall’Eritrea, precisamente ad Axum, nel Tigrai, una zona calda per quei tempi! Erano le guerre coloniali degli anni Trenta e l’Italia si trovava in conflitto con l’imperatore di quelle lande, Hailé Selassié. Il maresciallo Pietro Badoglio aveva spinto le proprie truppe ormai in Addis Abeba. Siamo nel bel maggio del 1936. L’impero italiano dilatava i propri margini e, contemporaneamente, un’onda di repressione metteva in ginocchio l’Etiopia. Ora i contingenti italiani si portano oltre e giungono nei pressi di un convento, il monastero di Debra Libanos. Siamo nel 1937, ancora il maggio odoroso. Il comandante delle truppe imperiali, Graziani, alla vista di quel convento formulò l’ipotesi insistente e ossessiva che là dentro si muovesse l’organizzazione del movimento che opponeva resistenza all’espansione colonialistica italiana e che si annidasse un pericoloso nucleo di armati o collaborazionisti ai danni del progetto di avanzamento. Chissà, accertare questa ipotesi forse avrebbe causato una pericolosa perdita di tempo, forse avrebbe destato sospetti e messo in moto contromisure aggiuntive dalla parte avversaria o, forse ancora, avrebbe portato in piena luce una formulazione di pensiero della consistenza di una bolla di fumo. Bisognava esibire una dimostrazione di forza, subito, non dare seguito a ripensamenti e alla ricerca di prove. Per giove, quella era una guerra di occupazione, non una missione umanitaria! Via i dubbi, dunque e… azione, azione! Come fu e come non fu, le testimonianze raccontano che gli italiani risolsero di far uscire dal monastero i suoi occupanti. Radunarono dunque duecentonovantasette monaci e ventitré laici. Li allinearono e li fucilarono sul posto, ai piedi del convento. Si disse, come se tanta diabolica acredine non bastasse, che una settimana appresso avessero massacrato centoventinove diaconi che, data l’età, potevano essere considerati poco più che bambini. – Razzia etnica, crimine di guerra, massacro di inermi. Significa questo ritenersi dalla parte dei buoni?
  • Mirach. La tua rimembranza di documenti mandati in onda dalla tivù m’ha fatto tornare in mente qualcosa di analogo. L’analogia sta nelle scene, nei sentimenti, nei moventi. È un cliché autoreplicante, qualcosa che lascia intendere essere la pace un’eccezione instabile, e la guerra la norma comportamentale dell’uomo intelligente. Ricordate cosa non fecero i tedeschi occupanti in Polonia, al tempo del secondo grande conflitto? Non solo i tedeschi e non solo in Polonia. Furono le donne, poi, a subire le sevizie e le violenze dei militari russi nell’ultima fase del conflitto. La diabolicità imperava dappertutto. Tutto si ripete, tutto il peggio si ripete e si rinnova, essere umano contro essere umano. Cambiano solo le facce sulla scena dell’olocausto. Allora gli ebrei e gli zingari erano sotto il rullo della macchina sterminatrice messa in moto dai nazisti. Anche qui, due filmati dal vero, la stessa medesima scena, mi parve di vedere le stesse persone, in due situazioni avveratesi a più di mezzo secolo di distanza l’una dall’altra. Ecco, ebrei e zingari spinti brutalmente sui camion per essere deportati in campi di sterminio. Una ragazza, stremata e oppressa, non riesce a scavalcare la sponda della parte posteriore del camion militare. Di dentro l’afferrano per le braccia, la sponda è talmente alta! La tirano dentro a forza. Lei annaspa, dimenando le gambe per agevolare chi la sta trascinando là sopra, finché riesce a entrare. Si sarà ferita, avrà riportato contusioni dappertutto, ha scavalcato quella sponda metallica strisciandovi sopra a forza con il ventre. – Cambio scena. Ora siamo nel 1995 e ci troviamo nel centro di Srebrenica, in Bosnia orientale. Qui i serbi hanno dato il via al loro piano di massacro nei confronti dei musulmani residenti. Il generale Vladic fa arrivare una trentina di autobus. Non sono camion militari nazisti, ma veri autobus moderni per trasporto passeggeri. Vi fa salire i musulmani, con dissimulate blandizie, con promesse. Avranno casa, lavoro, pace. Ma intanto, da subito, gli uomini vengono separati dalle donne. Ha avuto inizio un’altra deportazione di massa. Un contingente di musulmani, si trattava di ben 7414 uomini, fu preso a parte e sommariamente massacrato. Era il luglio del 1995. Gente che fuggiva, che cercava scampo prendendo d’assalto i pochi camion in partenza. Di nuovo quel camion, di nuovo quella ragazza, cinquanta e più anni dopo, la trascinavano a forza sopra, quelli da dentro, perché lei non ce la faceva a superare quella sponda così alta, e la ragazza entrava a strattoni, il camion già in moto, strisciando il ventre sul bordo di ferro e dimenando le gambe per sfuggire al vuoto che la stava risucchiando indietro. Salva, anche lei, sempre lei, chissà, forse era proprio la stessa ragazza, che cosa è cambiata? I padroni sono cambiati, chi soffre resta. – Karl Jaspers aveva commentato, al concludersi del secondo conflitto mondiale e di tutti i suoi orrori: “Quanto è accaduto è un monito. Dimenticarlo è un crimine. È stato possibile che questo accadesse ed è possibile che questo accada ancora”. Soltanto profezia?
  • Mirach. Profezie che si stanno avverando senza soluzione di continuità. La tragedia del Sudan ne è un esempio eloquente. Vent’anni di conflitti armati all’interno del paese, terminati, pare, con una promessa di pace, visto l’accordo concluso fra il governo e le milizie ribelli del Sud-Sudan il nove gennaio 2005. In quegli anni di terrore si era verificato un esodo di massa, una vera emorragia etnica, perché la povera gente cercava di scampare ai massacri che si susseguivano a ritmo giornaliero. Da quel nove gennaio rientrarono nelle loro terre natìe circa 250 mila sudanesi, ma l’inversione dell’esodo è andata riportando ai luoghi di origine, nel successivo anno 2006, più di un milione di persone. In un paese colpito da una gravissima crisi nutrizionale uno spostamento di folle come quello accennato comporta sicuramente l’aggravamento ulteriore di problemi già esistenti se la comunità internazionale non si dà cura di ricorrere a provvedimenti urgenti[3]. Ma voi mi sapete dire perché tanta sofferenza per questa gente, per i loro bambini? A che pro? Martoriare gli altri porta qualche vantaggio a chi occupa posizioni di supremazia? Durerà ancora a lungo questa cecità, questo attaccamento diabolico a imbracciare armi per massacrare? Questo gusto di infierire sugli innocenti?
  • Tosco. Due guerre mondiali sono passate sulle nostre generazioni. Ma ce ne sarà una terza, una guerra senza ritorno. Sapete che cosa intendo?
  • Mirach. Intendi la guerra per l’acqua, come le fonti di critica vanno ripetendo.
  • Tosco. No, quella sarebbe la quarta, ma non ce ne sarà bisogno, perché non ci sarà più nessuno a combatterla. La terza guerra è già in corso, è un conflitto offensivo scatenato dalle Nazioni ricche e consumatrici, uno sterminio che si accavalla ai vari scontri armati i quali, al confronto, si riducono a pure scaramucce. La terza guerra mondiale, quella che avrà toni apocalittici, si protrae da ormai molti decenni, è iniziata senza una dichiarazione formale e va assumendo dimensioni sempre meno controllabili: è la guerra contro l’atmosfera terrestre. Un conflitto che si risolverà con un vincitore annientato alle radici dalle offese arrecate al suo antagonista.
     


    [1] Comunicato radiofonico “Radiomondo” – Radio 3 – del 23 Aprile 2008, ore 7.
    [2] Da Televideo del 04 ottobre 2012.
    [3] Dati ricavati da msf news, Periodico di informazione di Medici Senza Frontiere, n° 1, 2006.

Immagine di Copertina tratta da Globalist.

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