Dove vai pensiero?
- Mirach. Ora abbiamo davanti una panoramica abbastanza eloquente, seppure assai sintetica, di ciò che accadde in Vietnam in poco più di un decennio. Ma a me preme sottolinearne gli effetti, perché furono effetti disastrosi, sinonimo di una rabbia omicida che veniva sfogata per la maggior parte sui civili, su coloro cioè che la guerra avrebbero voluto vederla mai, manco da lontano. Mi affido ancora alle cifre che, in ultimo, sono i dati più comprovanti per dichiarare che quella del Vietnam fu una guerra che impiegò strumenti di sterminio in misura massiccia. Un’analisi condotta nello stesso Vietnam, il 3 aprile 1995, portò la stima di vittime fra i combattenti vietnamiti, come ho accennato prima, alla cifra di un milione, mentre quattro milioni sarebbero stati i civili morti per fatti di guerra. Da parte americana si ebbero più di 210.000 vittime tra caduti e feriti. Ma anche l’Australia, la Nuova Zelanda, la Tailandia, la Corea del Sud e le Filippine, alleate degli USA, annoverarono in quella guerra un numero consistente di vittime. Gli effetti della rovinosa politica estera americana ebbero nondimeno ripercussioni sui territori viciniori, come avvenne in Cambogia dove la morte colse qualcosa come 600.000 persone. Poi subentrarono malattie, dissidi sociali, vendette personali, faide di clan, tutte conseguenze partorite dalle azioni di guerra e dalla liberazione di prodotti nocivi nell’ambiente naturale. Oltre all’ “Agente Orange” di cui vi ho già detto si sa dell’utilizzo del napalm e del fosforo. Le forze armate statunitensi fecero uso, in Vietnam, di agenti chimici devastanti, che stipavano in bombe incendiarie indicate con l’acronimo MK77. Si trattava di fosforo bianco, una sostanza che, liberata da quelle bombe, deturpava, ustionandolo, l’organismo di qualsiasi essere vivente si fosse trovato nel raggio di 150 metri, sino a scioglierne le parti in modo tale da rendere irriconoscibile la persona colpita. Furono gettate a profusione queste bombe, indiscriminatamente, anzi pare proprio con buona determinazione, su villaggi e gruppi di civili, senza risparmiare donne e bambini né vecchi o infermi. A nulla valse il divieto di far uso di agenti chimici stabilito da una Convenzione delle Nazioni Unite nel 1980; tanto, i diplomatici americani non vi avevano apposto la propria firma! Quella del napalm e del fosforo bianco è stata un’altra faccia, più o meno bene camuffata, di quella ferocia che divampò a My Lai, sempre nel Vietnam, dove, nel 1968, il tenente William Calley, graziato poi da Nixon due anni dopo, si macchiò di un orribile crimine di guerra ordinando lo sterminio degli abitanti del villaggio, massacro non portato a termine soltanto per il provvidenziale intervento dell’equipaggio di un elicottero americano che qualche nume benigno aveva fatto passare da quelle parti e che si prodigò per dissuadere il tenente dal tendere oltre la sua mano assassina.
- Tosco. E, per buona misura, ciò che si profila all’orizzonte degli armamenti per colpire sul sicuro il “nemico”. Da una parte si cerca di ridurre i pericoli derivanti dagli arsenali atomici, e allora vediamo darsi da fare la Hillary Clinton la quale prospettava il ritiro delle duecentoquaranta bombe atomiche USA disseminate in siti europei, da decidersi in accordo con la Russia. Quasi per contraddizione l’America di Obama annunciava, era la primavera del 2010, la preparazione di una nuova arma che, sì, avrebbe dovuto soppiantare gli ordigni nucleari, ma che non avrebbe lasciato opportunità di salvezza a chicchessia in qualsiasi punto del pianeta. Si parlava di un mezzo offensivo capace di spostarsi a una velocità molte volte superiore a quella del suono, senza per questo disperdersi nello spazio extraterrestre: avrebbe penetrato l’atmosfera e si sarebbe diretto senza errori sull’obiettivo. Poteva dunque colpire qualsiasi punto del pianeta nel giro di meno di un’ora: il suo tragitto sarebbe stato lanciato in linea retta e avrebbe operato una diversione di rotta soltanto in prossimità del punto da colpire, come dire che avrebbe potuto dirigersi con estrema precisione all’interno della grotta dove fosse stato individuato il nascondiglio di Bin Laden. La proposta americana, per una logica di compensazione, era, in bozza, della eliminazione di un missile atomico per ogni nuova arma costruita[1]. Ai primi di maggio 2010 informazioni multimediali rendevano finalmente nota la quantità di ordigni pronti per una rapida offensiva: ben 5.113 testate nucleari americane dislocate in molte parti del globo, senza contare le oltre 4.000 che erano state di già neutralizzate o erano in progetto di smantellamento. Potremo ancora sperare?
- Sirrah. Guerre, ordigni distruttivi, morte planetaria… Sacrificio voluto da menti perverse che albergano solo nelle persone adulte. Posso ancora chiamarle persone? I bambini sono sempre del tutto al di fuori – a meno che vengano irretiti e trascinati nel vortice della violenza dalla perversione adulta – delle alchimie cosiddette politiche che vedono nello scontro armato l’unico varco risolutivo per affrontare e risolvere questioni scabrose. E sono i bambini i primi a soffrirne le conseguenze. Se andiamo a considerare soltanto i conflitti scoppiati a cavallo dell’ultimo millennio possiamo scoprire con triste sorpresa la terribile supremazia numerica dei massacrati fra la popolazione civile e, soprattutto, fra gli individui inermi come i bambini. Eppure, continuo a dire, i bambini non fanno parte della scena diabolica, anzi, quasi ignorandola in alcuni ristretti attimi in cui riescono ancora a essere bambini, continuano a vivere la propria realtà giocosa che sottende un irriflesso atteggiamento di fiducia verso il mondo e verso la vita, ignari della possibilità incombente di saltare all’aria da un momento all’altro. Dico questo perché ricordo, da quanto mi venne riferito, di un gioco ricorrente fra i bambini cresciuti al tempo dell’ultimo conflitto mondiale: il gioco del cerchio. Facevano correre un cerchio metallico di bicicletta, reperito fra i rottami, sospingendolo con un bastoncino e imprimendogli adeguate sollecitazioni laterali per far sì che il cerchio prendesse a curvare lungo il proprio tracciato inclinandosi lievemente a sinistra e a destra per compensare le spinte centrifughe. Erano gli anni ’40, gli anni duri delle invasioni e dei bombardamenti sul suolo italiano. I combattenti si ammazzavano, i potenti tramavano e tremavano, chi poteva fuggiva, senza sapere dove rifugiarsi, pur di fuggire. E, in questo gran trambusto, in questa immane tragedia, c’erano ancora bambini che, per le strade delle città, correvano felici inseguendo il loro cerchio di ferro abilmente sospinto dal bastoncino ben stretto nella mano. Passano sessant’anni, succede la stessa cosa. Non qui. In Iraq, parlo dell’invasione dell’Iraq. Avevo assistito, nella primavera del 2004, a un filmato televisivo che riportava scene di quei fatti bellici. Ebbene, nel mezzo del frastuono generale si poteva vedere, nella sequenza filmica, un bambino iracheno, dell’età apparente di cinque anni, intento a far correre un cerchio di bicicletta: gli stessi movimenti che mi erano stati descritti per quell’altro bambino che sarebbe potuto essere il nonno di quest’ultimo; la stessa spinta con il bastoncino, lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di vivere. Cos’è cambiato? Nei bambini, nonostante tutto, continua ad albergare il senso del paradiso. Negli adulti è subentrata la malizia infernale della sopraffazione. Sopraffazione e sfruttamento diabolico che si ripercuotono sui bambini, ancora, usandoli come strumenti di guerra, di offesa armata. In poco più di dieci anni, a partire dal duemila, si valutarono in due milioni i bambini uccisi nei conflitti bellici. Trecentomila erano i bambini-soldato impegnati in guerre vere e proprie. Vi sto riportando dati impressionanti che si dilatano terribilmente con gli altri quattro milioni di bambini mutilati per ferite da ordigni e i milioni, tanti e tanti, di quelli rimasti orfani.[2]
- Ottero. Stavo leggendo alcuni resoconti sul periodico di informazione di Medici senza Frontiere. Stanno facendo miracoli, davvero, in tutto il mondo. Per salvare vite umane. C’è una logica che contrasta il loro operare: è la logica dello scorrere naturale delle cose. Quando ancora, tre o quattro milioni di anni fa, stavamo sugli alberi, la nostra specie viveva sana per via della selezione naturale che provvedeva a eliminare i deboli, i non adatti, la sovrabbondanza di popolazione. Il giaguaro che ammazza, dilania e sbrana la scimmia dà a noi, oggi, uno spettacolo di crudeltà quasi sconvolgente. Ma anche il branco di licaoni che, atterrato un giovane gnu, manco lo ammazzano e cominciano a strappargli le carni dal ventre e a tirargli fuori interiora e brandelli di tessuto, mentre lo gnu dà ancora segni di vita: squartato vivo, come si dice. Forse non soffre così come noi siamo abituati a immaginare osservando dall’esterno. Noi vediamo la scena a mente lucida, ne sottolineiamo tutti gli orrori. La vittima, quasi con certezza, non si avvede più di tanto di quel che sta accadendo, dopo il primo momento dell’abbattimento a terra: pur continuando a vivere, vado congetturando, perde la capacità di “sentire”. Qualche sorta di proteina con effetto anestetizzante-stupefacente credo vada rapidamente in circolo nella rete sanguigna sino a raggiungere i centri sensoriali della coscienza. I canali afferenti dell’animale, a motivo del forte shock, in certo qual modo si restringono, si atrofizzano per così dire e le aree encefaliche recettive si dispongono a non recepire l’impulso nervoso. L’animale, da uno stato di terrore/fuga viene invaso, in men che non si dica, da una sensazione diffusa e profonda di stupore catatonico – se si addice l’espressione – e di qui, quasi senza avvedersene, entra in agonia. Lacerato nelle sue carni vive, muore precipitando lungo un accrescersi di stordimento acuto, di incoscienza che lo porta oltre la morte, risparmiandogli peraltro gli orrori che si accompagnano all’attesa cosciente della morte in tutta la loro terrificante intensità. Non così, immagino, per l’animale condotto alla macellazione, al quale è tragicamente riservata una sorte terribile attraverso momenti di percepito e vissuto folle terrore. Anche in questo, forse, la natura è provvida, come un’intelligenza onnipervasiva che sa dove vuole arrivare e sa che passaggi come quello descritto sono necessari a mantenere un equilibrio che è, in sostanza, garanzia per l’evoluzione. Eppure noi proviamo indignazione per la violenza di cui la natura fa abitualmente uso, se non poi farci sordi e ciechi per gli atti di violenza che noi, specie umana, perpetriamo costantemente sui nostri stessi simili: le guerre, basta prendere come riferimento le guerre per incontrarvi l’assurdo più assurdo della capacità autodistruttiva umana. Le associazioni umanitarie oggi si stanno moltiplicando, portano rimedi ai disastri delle guerre, aiutano chi sfugge ai massacri, curano chi è caduto sotto i colpi di armi micidiali: una piccola goccia, serve a poco. Le guerre sono volute e alimentate, così è sempre stato, da un ceto borghese che rivendica diritti offesi, ideologie di religione, sacralità patrie, lotta al terrorismo internazionale e, molto meno palesemente, insediamento di interessi in aree che forniscono prodotti di ricchezza e di supremazia economico-politica. E la borghesia ha sempre mandato al massacro i ceti deboli, la massa destinata all’olocausto. La prima guerra mondiale è stata combattuta da poveri lavoratori e contadini, soprattutto, erano quelli che si scagliavano contro il cosiddetto “nemico” e cadevano sotto le raffiche delle mitragliatrici avverse. Se ci occupiamo dei singoli sofferenti scampati alla morte nei conflitti bellici realizziamo senza dubbio qualcosa che ci fa onore, ma è sempre una goccia. È pur vero che hanno un valore profondamente umano le parole di Madre Teresa di Calcutta che, in qualche modo, suonavano nel modo seguente: “Ciò che noi facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non lo facciamo quella goccia mancherà”. Come non si può inchinarci di fronte all’abissale bontà e saggezza che promanano da un simile atteggiamento mentale? Tuttavia, su un piano meno fideistico, perché io purtroppo di fede ne ho poca e, certo, quella che posseggo non rappresenta neppure un’unghia rispetto al colosso di fede che era la Suora di Calcutta, secondo una visione più materialistica che mi conduce a pensare “oltre” con le povere forze della mia mente, vado considerando quelli che tutti ci attenderemmo come i risultati di questo affanno a curare i mali e a combattere le ingiustizie. Medici senza Frontiere sono in tutto il mondo – l’ho già detto – e anche le guerre sono in tutto il mondo. Sto pensando che anche interventi umanitari di questo tipo sono gocce, soltanto gocce, Ma, che ne sarebbe di tanta gente se queste gocce mancassero? Oppure, ragionando su una matrice di analisi del tutto opposta, anche quelle gocce servono a nulla e tanto varrebbe lasciare che le cose vadano secondo un più fatalistico ordine storico? Già, ma l’ordine storico non equivale né corrisponde all’ordine naturale, o non sempre. Quest’ultimo è inteso a stabilire e a mantenere equilibri e quella Mente che l’ha voluto ne conosce anche lo scopo. Quell’altro, invece, l’ordine storico, è caotico e distruttivo per se stesso, del tutto spoglio della capacità di esprimere previsioni, discriminazioni, priorità, pianificazioni e misure all’insegna di un’intelligente avvedutezza, di una ponderata lungimiranza. Il suo non è uno scopo, ma la ricerca di un vantaggio tanto immediato quanto effimero e demenziale. Lasciare che le cose, nel mondo sociale, vadano secondo un ordine dettato da aggressione e sete di supremazia non si avvicinerebbe neppure lontanamente all’intenzione di conseguire un equilibrio o di guardare a scopi che abbiano un significato. Sarebbe piuttosto l’equivalente del perpetuare uno stato di dilagante ingiustizia, quello che rappresenta proprio il primo aspetto da eliminare all’interno di una società che voglia dirsi umana. L’uomo che ha conquistato il mondo, che vola verso le stelle, sicuro del potere che ha in mano, non ha capito un granché della propria piccolezza, della propria vulnerabilità e della propria precarietà esistenziale, ma è diventato arrogante, pure volgare nel suo atteggiarsi e non è lontano dalla pazzia. Dunque intervenire. Ma stiamo tornando indietro, a cose già dette, le gocce nell’oceano. Ciò a cui sto pensando ha particolare attinenza con un tipo di intervento che si proponga di risolvere il problema, più che sanarne qua e là le manifestazioni urgenti e insostenibili, anche se quest’ultimo aspetto non può e non deve essere disconosciuto; quel che voglio dire è che esso, da solo, non basta, Ripeto: è il problema che va risolto, alla radice. E per far questo bisogna risalire alle cause, con una pianificazione di massima che inglobi massicce energie e risorse, senza dimenticare la cura dei casi che richiedono un intervento immediato. È inutile che spediamo ai paesi cosiddetti poveri colonne di camion con derrate alimentari, medicine e vestiario di primo soccorso, se poi le lentezze, le complicazioni burocratiche e gli ostacoli derivanti da venti di guerra ne ritardano i tempi di consegna, tanto da causare il deperimento di viveri e medicinali; quando poi le colonne che trasportano queste provvidenze non giungano mai a destinazione perché depredate, lungo il percorso, da guerriglieri di ogni bandiera o ideologia. Senza contare le frodi, come quella vergognosa dell’invio di medicinali scaduti alle popolazioni indigenti. Come in tutte le situazioni terapeutiche, che i medici ben conoscono, la prima preoccupazione è quella di risalire alle cause, accanto a quella del lenire il morso dei sintomi nei casi gravi. Se continuiamo a lavorare esclusivamente sui sintomi e sugli effetti del male presente nel mondo non arriveremo mai a risolvere il problema.
[1] Informazioni tratte da “Radiotremondo” del 23 aprile 2010 – ore 6,55 – e da Televideo dello stesso giorno.
[2] Da Televideo del 22 agosto 2011: Bambini-soldato e “Storia nella Storia” – “L’infanzia indifesa: i bambini in guerra” fu il tema centrale del Festival “Storia nella Storia” svoltosi dal 23 al 27 agosto 2011 al Parco della Memoria Storica di San Pietro Infine (CE). Luogo simbolico degli orrori della guerra, dove John Huston ambientò uno dei più famosi documentari di guerra, dedicato alle vittime civili della battaglia di Montecassino e censurato dall’Esercito U.S.A.
Immagine di Copertina tratta da Contrado.
