Dove vai pensiero?
- Mirach. Ditemi, allora, sin dove può spingersi l’irrazionalità, la perversione diabolica dell’uomo quando, per annientare il cosiddetto nemico, fa uso di sostanze chimiche oltre che di ordigni dirompenti. Sì, sto parlando delle armi di distruzione di massa e faccio riferimento agli Stati Uniti d’America, una breve parentesi che mi sento in dovere di aprire a questo punto del discorso. Armi di distruzione di massa: erano quelle che si cercavano, ben sapendo che non si sarebbero trovate, ma che sarebbero servite come comodo e riconoscibile pretesto per invadere l’Iraq. Invadere? Perché invadere? Ma non c’è più il rispetto per le sovranità nazionali? Ma quale rispetto, quelli sono seduti sul petrolio, ed è questo che si trova a essere in ballo nell’economia mondiale superconcentrata sulla distribuzione e sulla detenzione del potere. Ristabilire la democrazia e la civiltà? Con quale mandato? Portare la pace? A opera di chi ha ormai da decenni alimentato guerre in tutto il mondo, con la vendita di armi, con l’invio di truppe, con bombardamenti da massacro? Per stanare i terroristi responsabili dell’11 Settembre? Perché quella è stata la provocazione suprema a una potenza occidentale? Non si parla dunque affatto di provocazione quando si vanno a dissotterrare gli immani eccidi perpetrati a danno di civili in Corea, in Vietnam, in Africa, in Europa? Che erano quelli, carne da macello? Tutto per un pugno di dollari! Nessuno ha parlato di distruzione di massa quando la morte nucleare abbattutasi su Hiroshima e Nagasaki il sei e il nove agosto del 1945 si è portata via, con i trentamila morti all’istante sulla sola Hiroshima, i corpi vaporizzati o carbonizzati di quasi duecentomila persone inermi, per venirsene a prendere altrettanti che le venivano consegnati nel tempo a causa delle conseguenze dovute alle radiazioni fatali? Nessuno ha il coraggio di dire “Basta!” qualora acquisisca informazioni su ciò che accadde in Vietnam? Al solito questo tipo di informazioni le recepisci da qualche trasmissione televisiva che puntualmente viene collocata attorno alla mezzanotte, forse così pochi vi assistono e, coloro che ci riescono, possono essere ormai talmente assonnati da ributtare il tutto nell’oblio prima che si levi il sole del giorno a venire. Vietnam: un conflitto alimentato da invasioni esterne, una terra presidiata da truppe d’oltre oceano, una popolazione decimata e costretta a sofferenze indicibili. Le operazioni erano iniziate sin dal lontano 1957 e, a partire dal 1965, si erano estese al territorio settentrionale del Vietnam, sotto l’allora guida di Johnson alla presidenza degli Stati Uniti d’America. La guerra ebbe termine nel 1975. Nel frattempo la macchina bellica U.S.A. riuscì a sganciare, su quel territorio martoriato, 13 milioni di tonnellate di ordigni, ammazzando cinque milioni di Vietnamiti, tra civili e soldati, quattro civili per ogni soldato. Ma, per farla più breve, pensarono bene di spruzzare dagli aerei, e lo fecero realmente, 77 milioni di litri di veleni chimici, con in testa alla classifica il famigerato “Agente Orange”[1]. L’Agente Orange è un defogliante che contiene sostanze chimiche ad alto tasso di tossicità, tra le quali diossine che sarebbero le dirette responsabili di varie forme di cancro, di problemi gastrointestinali e di deformazioni fisiche allo stato fetale e neonatale, deformazioni in seguito rivelatesi persistenti. Sappiamo[2] che sarebbero sufficienti appena 80 grammi di una diossina chiamata TCDD versati nelle riserve d’acqua urbane per annientare l’intera popolazione di una città come New York. Ebbene, è stato valutato che dagli aerei U.S.A. siano stati riversati sul territorio vietnamita circa 170 chilogrammi di quella terribile diossina, l’equivalente di 2125 volte superiore alla quantità che potrebbe annientare la popolazione newyorkese. Effetto immediato: un quinto delle foreste di tutto il Vietnam è andato distrutto, i terreni e le falde acquifere impregnati di veleno. Effetti a medio-lungo termine: nascite di bambini con deformazioni congenite gravissime, un milione di persone disabili circa e altri due milioni con problemi di salute dovuti all’assorbimento di diossina che, nei punti critici, raggiungeva un tasso 212 volte superiore a quello già presente nella media dell’estensione territoriale. Poi fu la volta della catena alimentare: a partire dal latte con il quale le madri nutrivano i poppanti sino alle carni commestibili, dove il tasso di TCDD variava da 150 a 2760 volte in più rispetto al massimo tollerabile. Ora vogliamo riprendere il discorso sulle armi di distruzione di massa?
- Tosco. Lo riprendo io, perché ho qualcosa da aggiungere a questo marasma di informazioni desolanti. Inizierei la mia triste carrellata informativa dall’ultimo Conflitto mondiale, ma mi limiterò ad alcuni episodi soltanto; il resto è semplicemente una questione di replicazione. Tutti volevano distruggere tutto. Il 14 maggio 1940 i tedeschi rasero al suolo Rotterdam, invasero l’Olanda causando trentamila vittime fra i civili in novanta minuti di bombardamento che sembrava non aver mai fine. Hitler aveva ordinato, l’otto luglio del 1941, la distruzione totale di Leningrado e di Mosca, dovevano “scomparire dalla faccia della terra”, con tutti i loro abitanti, pulizia etnica, annientamento. L’assedio a Leningrado, sferrato dai tedeschi, si protrasse per ben novecento terribili giorni testimoni di una resistenza eroica e sovrumana da parte dei suoi abitanti e oggetto di terrificanti tempeste dirompenti: sulla città cadevano trecento granate di grosso calibro ogni giorno. Il lungo terrificante assedio aveva ridotto la popolazione nella privazione di tutto, con la fame che mieteva vittime, gente che si lasciava cadere a terra e moriva esausta e assiderata nel gelo dell’inverno. Si parlò persino di numerosi suicidi per la disperazione e di atti di cannibalismo. Molti i bambini caduti, lacerati e sfigurati dalle inumane privazioni. Su tre milioni di abitanti che Leningrado poteva contare oltre novecentomila persero la vita nel periodo dell’assedio tedesco. Un milione almeno dei sopravvissuti furono costretti a lavorare per la costruzione delle difese tedesche. Leningrado resisterà alla durissima prova sino al gennaio del 1944. Non dissimile fu la sorte riservata a Stalingrado, l’altra città invisa da Hitler, che negli attacchi dell’autunno 1942 venne smembrata e orribilmente mutilata dall’avanzata di Von Paulus e dalle incursioni aeree: ben quarantamila morti fra i civili di Stalingrado soltanto nella prima settimana di bombardamenti. E, sul versante opposto, pari e crescente impeto distruttivo contro il nemico tedesco. Nella sua fase conclusiva la massima che correva sulle labbra degli Alleati era: “Distruggere la Germania”, e quel “distruggere” volle significare spazzare via tutto, anche donne, bambini, vecchi malati e beni di sussistenza per i civili. La tragica sequenza non risparmiò l’Italia la cui capitale sacrificò al bombardamento sferrato dagli Alleati il 19 luglio 1943 il Borgo San Lorenzo, con l’immolazione di millecinquecento vittime. E altre città, e Montecassino con tutti i suoi tesori d’arte e di cultura. Montecassino, già, questo gioiello di arte e di cultura: doveva cadere sotto i colpi di 350 tonnellate di bombe vomitate da 140 fortezze volanti americane dalle ore 9,45 del 15 febbraio 1944. Fra le sue mura non c’erano tedeschi, come invece avevano valutato gli alleati, c’erano soltanto numerosi sfollati che là avevano cercato rifugio dal divampare della guerra; fra di loro, trecento rimasero sepolti, schiacciati dalle macerie. Non solo, ma centinaia di pezzi d’artiglieria USA riversarono i loro ordigni micidiali sul Monastero e tutt’attorno, trasformando quella altura meravigliosa in una desolata landa infernale sommersa in dense ondate di fumo e di fuoco. Chi si vide crollare addosso i possenti bastioni dell’Abbazia si gettò in una fuga di terrore, ma fu colto all’esterno da quella carneficina impietosa. Una seconda ondata di aerei, verso il mezzogiorno, trasformò ciò che del Monastero era rimasto in una massa informe di macerie, inveendo senza posa sino alle 14,15 quando l’orrendo disastro era ormai compiuto. Ben disse, poi, il generale Mark W. Clark, comandante la quinta Armata, che i tedeschi non si erano serviti dell’Abbazia e che pertanto essa non sarebbe dovuta diventare obiettivo di distruzione, ma che i tedeschi stessi, terminate le operazioni di attacco, fecero buon uso delle macerie, tanto che il monastero si trasformò in una fortezza di fatto imprendibile. Ma poi, dal 15 al 26 marzo del 1944 il fuoco alleato doveva accanirsi sul paese di Cassino: nel giro di sette ore furono scaricate sull’abitato 1300 tonnellate di esplosivo dal cielo e sparati 200.000 colpi di artiglieria. Lascio immaginare a voi che cosa ne fu della popolazione inerme che neppure poteva sfuggire a quell’ecatombe. In particolare per le grandi città italiane: Milano, con la Scala sotto le bombe inglesi e americane, Foggia che vide sacrificate oltre ventimila vittime nel solo 1943, e Napoli, la più martoriata, con venti-venticinquemila morti. Il triste computo di fine conflitto doveva annoverare 74.354 vittime ufficialmente accertate per bombardamenti nella seconda Guerra Mondiale in Italia: il 93% di esse erano civili[3].
- Almach. Mi sovviene San Pietro infine, un piccolo centro nei pressi di Montecassino, in provincia di Caserta. Qui ebbe triste epilogo quella che fu chiamata la Battaglia di San Pietro, imperversata dall’8 al 17 dicembre del 1943. Fu uno dei momenti più cruenti nel buio marasma delle brutture di guerra, con tutte le brutalità, gli orrori, le sofferenze inferte agli innocenti, le immani distruzioni che anche altrove quel maledetto conflitto ha lasciato in posti rimasti tristemente noti, come Auschwitz, Buchenwald, Coventry, Hiroshima, Nagasaki e tanti, tanti altri ancora. La battaglia di San Pietro venne filmata da John Huston con le immagini dei Sampietresi che escono, in seguito alla Liberazione, dalle grotte dove avevano trovato riparo. Huston mostrò la guerra per quello che è e non per i significati che a qualcuno fa comodo applicarle. Questo per non ripetere gli errori. Come ebbe ad affermare Angelo Maria Villani, ideatore e direttore artistico del festival internazionale “Storie nella Storia – cinema, documentari e reportages di guerra per capire la pace”, credo anch’io che il modo migliore per conoscere la Storia ed evitare di commettere gli stessi errori sia vedere da vicino che cosa hanno prodotto gli uomini nel passato. Perché la guerra va ricordata all’insegna dell’educazione che dobbiamo riservare alle future generazioni, un’educazione mirata essenzialmente alla pace[4].
- Tosco. Doveva poi, necessariamente, ergersi con artiglio tremendo la Nemesi storica, nel rivolgere la furia persecutoria contro gli stessi autori delle immani stragi e chi più doveva soffrirne era, ancora, la popolazione inerme, questa volta della Germania. Portiamoci allora ad Amburgo, dilaniata cinque giorni dopo il massacro di San Lorenzo romano, con una tempesta di ordigni al fosforo che causarono cinquantamila morti. Poi Dresda, sull’Elba, il 13 e 14 febbraio 1945: una pioggia micidiale di bombe incendiarie si abbatteva sulla città e vi lasciò 135 mila abitanti bruciati vivi o asfissiati, colti senza via di scampo nei rifugi dove si erano asserragliati. Nel solo mese di marzo dello stesso anno venivano sganciate sulla Germania 185.640 tonnellate di ordigni esplosivi. La strage doveva aver termine soltanto verso la metà di aprile: non c’erano più obiettivi da colpire. Si contarono 593.000 morti tra i civili tedeschi, la maggior parte dei quali erano donne; i bambini ammontavano a più di centomila. Si trattava di una vera e propria pulizia etnica? Questo, e altro, come prodromo alla strage nucleare dell’agosto successivo in Giappone. Il 9 marzo 1945 Tokio fu sorvolata da 334 aerei americani B29 che fecero cadere sulla città centinaia di migliaia di bombe da 30 kg al Napalm, riducendo in fiamme un’area pari a venti km quadrati dell’abitato. In quella tragica occasione persero la vita oltre centomila persone e più di un milione furono i senza tetto. I dieci giorni successivi dovevano essere teatro di attacchi su altre città giapponesi: Nagaja, Osaka, Kobe, con il sacrificio di altre cinquantamila persone e una colonna che si allontanava con più di otto milioni di sfollati. Mentre la guerra veniva pagata dai civili inermi, che alla guerra erano estranei, sul fronte americano nel Pacifico un soldato USA su quattro soffriva di problemi neuropsichiatrici contratti in un ambiente perverso che poneva agli uomini una soglia massima di resistenza nei combattimenti pari a 240 giorni, oltre la quale i soldati impazzivano[5]. Ma, se vogliamo comprendere meglio il significato reale della definizione “armi di distruzione di massa” e se vogliamo fare il punto sulle responsabilità della loro produzione, della loro detenzione e del loro impiego per gli scopi a cui la specifica denominazione si riferisce, allora, fatti alla mano, possiamo tentare di capire qualcosa di ciò che accadde nel Vietnam. Ora conosciamo, da fonti attendibili per essere state tratte dalle testimonianze di chi quegli anni terribili visse sul territorio devastato dalla guerra, che in Vietnam si verificò ciò che diventerà presto un luogo comune nella politica estera di una Nazione potente e aggressiva e in modo non molto dissimile dal precedente comportamento di un’altra Nazione altrettanto aggressiva, sebbene spinta da motivazioni ideologiche invasive diverse, corrente l’anno 1939. Resto in argomento, il Vietnam, e la Nazione cui faccio accenno si chiama, l’avete intuito, Stati Uniti d’America che architettò la distruzione di un popolo e del suo ambiente abitativo scatenando un conflitto propagatosi per ben dodici anni, seminandone il suolo di ordigni dagli effetti terrificanti, come bene ha illustrato Mirach. Le radici di quell’evento distruttivo, per farla breve, risalgono al 1954, al momento dell’assunzione di una serie di accordi in occasione della Conferenza di Ginevra, accordi che stabilivano la creazione di due territori del Vietnam, delimitati dal 17° parallelo: uno a nord, sotto l’influenza sovietica e cinese; l’altro a sud, gestito da un governo subordinato al controllo statunitense. A Ginevra si era stabilito di indire elezioni per l’unificazione del Paese. Ma, forse anche per una manovra politica voluta dal Presidente USA Dwight Eisenhower il quale aveva pronosticato che in tale contingenza i comunisti avrebbero ottenuto l’80% dei suffragi, come sia come non sia quelle elezioni non si fecero. La guerra, una strana guerra perché, a dispetto di tutte le convenzioni in merito, dilagò sì lungo tempo senza che vi fosse mai stata una dichiarazione formale, portò in territorio vietnamita un contingente di uomini e di armi non indifferente: a metà 1964 si contavano 21.000 presenze; a fine luglio 1965 i militari erano già 125.000, più 4.000 paracadutisti; terminava l’anno 1965 e il territorio vietnamita ospitava 184.000 armati delle forze USA, ma nel mese di agosto 1966 il numero salì a 429.000. Questa cifra sarebbe poi dovuta scendere verso l’inizio degli anni settanta, toccando un limite inferiore alle 27.000 unità a fine novembre del 1972. Il 30 dicembre 1972 fu il giorno della speranza, quello che vide decretata la cessazione dei bombardamenti americani sul Vietnam. La sospensione dell’offensiva contro il territorio del Nord Vietnam, annunciata da Nixon il 15 gennaio 1973, portò finalmente agli accordi di Pace firmati a Parigi il 27 gennaio 1973. La riunificazione del Vietnam doveva avverarsi. Non per effetto di libere elezioni però, ma per una rapida azione risolutiva condotta dalle forze del Nord che, entrava l’anno 1975, invasero il Sud e diedero vita alla Repubblica Socialista del Vietnam. Soltanto nel maggio del 1995 Vietnam e USA ristabilirono le relazioni diplomatiche.
[1] Dalla trasmissione C’era una volta, RAI3, Novembre 2005.
[2] Dal sito Internet www.disinformazione.it/orange2.htm
[3] Da La Grande Storia, RAI3, 29 luglio 2011.
[4] Da Televideo del 22 settembre 2011. – Riferimento: museo storico-spi@libero.it
[5] Informazioni tratte da una trasmissione televisiva sul canale RAI-Storia, 20 aprile 2010.
Immagine di Copertina tratta da RaiNews.
